La Scuola che non c’è


Ci lamentiamo dei cinesi che ci copiano le nostre cose, ma ci si dimentica che i primi clonatori siamo noi italiani. Avete mai letto le riviste di architettura italiane? Riportano quasi esclusivamente modelli ed esempi americani, che poi vengono riproposti tali e quali dai nostri architetti. Avete mai badato alle proposte pedagogiche italiane? Ricalcano minuziosamente i modelli stranieri, principalmente quelli del mondo anglosassone. Avete mai partecipato ad un corso di marketing? Ancora modelli inglesi e si finisce con il parlare quasi solo in inglese. Esiste, però, una importante differenza tra noi e i cinesi e non va a nostro vantaggio: i cinesi copiano in tempo quasi reale e saggiamente, arrivando a proporre prodotti che in qualche modo, foss’anche solo per il minor prezzo, si differenziano dagli originali e trovano una loro ragione d’essere, un loro mercato di vendita; noi copiamo con anni di ritardo e pedissequamente, senza renderci conto dell’essenza delle cose che copiamo, vengono dall’estero e pertanto sono buone e valide stop.

Siamo in grado di fare anche di peggio: non sappiamo eludere gli aspetti negativi delle cose, anche quando questi sono già stati ben evidenziati nei paesi i cui questi modelli sono nati; talvolta arriviamo perfino a sostenere diligentemente e con orgoglio modelli che nei loro paesi d’origine sono stati ormai abbandonati o, quantomeno, profondamente modificati perché si sono mostrati inadeguati. Così succede che mentre gli altri crescono, noi restiamo fermi o addirittura retrocediamo, trovandoci sempre più indietro.

Lo stesso è successo nella nostra Scuola che, legata a modelli stereotipati e superati, nonostante il progressivo innalzamento dell’obbligo scolastico perde continuamente efficacia. Non è un segreto che la preparazione degli studenti italiani sia in continua e preoccupante decrescita, siamo perfino in presenza d’un analfabetismo di massa, un analfabetismo che coinvolge tutte le fasce sociali e tutti i titoli di studio, anche quelli che, di regola, meno dovrebbero esserne colpiti. Questo è successo perché la scuola ha abdicato dal suo ruolo educativo-formativo, abbracciando a piene mani ruoli e figure che non le competono: a partire dal parcheggio di bimbi e giovani per arrivare all’assistentariato sociale se non addirittura alla psicoterapia individuale o di gruppo.

Sorvoliamo, però, sul discorso psico-sociale che male si addice ad una trattazione veloce, limitandoci a dire che è giusto prendere in considerazione tali problematiche, ma questo andrebbe fatto nell’ambito delle figure e delle strutture allo scopo formate e organizzate, figure che possono si essere integrate nella scuola ma non possono essere dalla scuola sostituite.

Parliamo, invece, dell’organizzazione e della gestione. Qui si è ormai al livello del paradosso: si parte dal un’organizzazione rigida dei ruoli e delle azioni per arrivare ad una gestione economico-manageriale molto aggressiva e formale, oserei dire di stampo quasi Fordiano, una scuola catena di montaggio!

Si copiano i modelli aziendali, senza tener conto che la scuola, sebbene abbia molti punti in comune, non possa paragonarsi strettamente ad un’azienda: a scuola si lavora sul futuro dei giovani, non sul fatturato dell’azienda; a scuola si crea il futuro della Nazione, non quello della singola azienda; la scuola non può trovarsi vincolata a esigenze strettamente economiche e formali.

Si introducono vincoli assurdi all’operatività scolastica, quali ad esempio un (troppo alto) numero minimo di allievi per classe. Questo crea un’assurda competizione tra istituti nell’ambito della quale i docenti vengono indotti ad operare non in ragione del migliore insegnamento, ma in funzione della migliore soddisfazione dei desideri dei ragazzi, i quali non coincidono con lo studio e il lavoro. Se una scuola è troppo rigida, difficile come dicono i ragazzi (e i loro genitori, sic!), vede scemare l’afflusso di allievi, ne consegue un continuo abbassamento degli obiettivi didattici, pur nella contraddizione di programmi apparentemente più pretenziosi.

Nel nome dell’apparenza si pretendono rigidità formali che non solo poco o nulla hanno a che fare con l’insegnamento, ma addirittura ne ostacolano il migliore svolgimento, vedi ad esempio l’inconcepibile necessità della piena rispondenza in tutti i sensi (come titolo delle attività, come numero di ore dello svolgimento, come risorse utilizzate) di quanto predisposto a livello di programmazione con quanto trascritto sui registri di classe: qualsiasi programmatore sa che non si potrà mai arrivare ad una programmazione perfetta, la programmazione delle attività è una previsione e come ogni previsione non è infallibile, occorre flessibilità, un concetto, quello della flessibilità, ormai da anni introdotto in qualsiasi gestione aziendale e che è diventato cardine operativo dei migliori manager, ad esclusione di quelli scolastici.

Si introduce la Certificazione di Qualità, ma si adotta un modello assolutamente improprio e ormai in fase decadente, basato esclusivamente sulla produzione di documentazione, per giunta cartacea, sul già citato annullamento della flessibilità operativa, sulla cura spasmodica degli aspetti formali (l’apparire) a discapito di quelli operativi (l’essere), sull’imposizione dall’alto dei processi (oggi i migliori modelli di Qualità lavorano invece esattamente all’opposto, coinvolgendo tutti i livelli e facendo partire dal basso le indicazioni sui processi e sui loro miglioramenti), sul controllo unidirezionale dall’alto verso il basso (chi sta sotto viene giudicato e valutato, senza a sua volta poter valutare e giudicare chi sta sopra) e sulla contraddizione (ad esempio l’introduzione di divieti, quali il mangiare in classe, le cui violazioni anche se formalmente segnalate non vengono prese in considerazione a livello disciplinare).

Si introduce l’adeguamento al Decreto Legislativo 231/01, senza però preoccuparsi di come poi di fatto vengano rispettate le origini deontologiche di tale legge. Alla scuola basta emanare un Codice Etico e alcuni avvisi accessori per pararsi da eventuali problemi legali, girando la frittata sul docente, il quale, però, se vuole fare docenza si trova necessariamente a violare certe regole, ad esempio quella sul Copyright, poiché non gli vengono messe a disposizione le necessarie dotazioni didattiche.

Si fa presto a dire che gli insegnanti hanno perso professionalità e interesse nel loro lavoro. Si, a volte è anche vero, ma dietro ci sta sempre e comunque una struttura demotivante, una struttura che continua a chiedere ai suoi docenti sempre più forma e sempre meno essenza (salvo poi che non ci siano problemi, poiché allora è l’insegnante a non aver dato l’essenza necessaria), una struttura che non è capace di darsi delle basi solide e permanenti, una struttura che deve continuamente rivoluzionarsi ma al solo fine di giustificare la presenza di certe figure dirigenziali e/o istituzionali, una struttura che chiede in continuazione e sempre all’ultimo minuto di riformulare progetti e programmi didattici. Se almeno dietro a tutto questo lavorio, dietro a tutto questo continuo fare e disfare ci fosse un miglioramento strutturale e operativo!

State sintonizzati, nel prossimo articolo vi illustrerò la scuola come la vedo io: “la Scuola che vorrei“.

Informazioni su Emanuele Cinelli

Insegno per passione e per scelta, ho iniziato nello sport e poi l'ho fatto anche nel lavoro. Mi piace scrivere, sia in prosa che in versi, per questo ho creato i miei due blog e collaboro da tempo con riviste elettroniche. Pratico molto lo sport e in particolare quelli che mi permettono di stare a contatto con Madre Natura e, seguendo i suoi insegnamenti, lasciar respirare il mio corpo e il mio spirito.

Pubblicato il 26 novembre 2011, in Atteggiamenti sociali, Società con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. Pensiamo alla lavagna elettronica… E poi ci toccano alcuni servizi televisivi o articoli di giornale…

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