Archivio mensile:gennaio 2012

Poesie: Utopia


Fare o non fare?
Chiedere o rinunciare?
Lottare o soccombere?
Spesso più facile è
non fare che fare,
rinunciare che chiedere,
soccombere che lottare.
Poi però
mi posso pentire,
un debole mi posso sentire,
vigliacco forse definire,
e allora?
Allora una parola è stata inventata,
per far dell’apatia una cosa sensata,
utopia è stata chiamata!

Emanuele Cinelli – 29 gennaio 2012

Didattica e nuove tecnologie


Argomento, quello dell’applicazione didattica delle nuove tecnologie, ancora molto attuale.

Di fatto la didattica, quantomeno in Italia, è in tal senso ancora ferma agli anni ottanta: poche, se non pochissime, le scuole che hanno adottato in larga scala gli strumenti didattici che vengono messi a sisposizione dalle nuove tecnologie, in molti casi adducendo a scusante delle indagini statistiche che darebbero per poco utili tali tecnologie. Invero, le statistiche hanno solo dimostrato che dette tecnologie non vengono utilizzate nel modo opportuno e solo per questo non apportano gli sperati risultati; dove vengono usate correttamente i risultati ci sono, eccome.

A tal proposito mi è tornato in mente un lavoro che, con altri compagni di studio, avevo realizzato, alcuni anni or sono, come tesi finale per un master per specialisti di e-learning, master che si era allargato su temi non strettamente legati alla progettazione di una piattaforma e-learning, ma comunque assai interessanti e utili e che andrò prossimamente a riprendere per pubblicarne i miei resoconti.

Visualizzate la mappa di partenza del lavoro che ho integrato nel mio P-Blog, il blog di Pearl, la galassia della formazione tecnica continua on-line!

Poesie di gioventù: XXV° di fondazione


Ottobre millenovecentoquarantotto,
un nuovo gruppo viene fondato,
Gruppo Monte Maddalena viene chiamato.
Ottobre millenovecentosettantatre,
venticinque anni sono passati,
in Maddalena per tradizione,
l’annuale festa vien celebrata.
Una festa alla buona,
senza sfarzoso contorno.
Una semplice messa,
sopra un povero altare.
Un velo di pianto,
nel ricordare due nostri fratelli,
due giovani amici,
da poco scomparsi.
Un frugale spuntino,
con pane e salame,
e un bicchiere di vino.
Infine i saluti,
strette di mano,
abbracci sinceri,
e in tutti il desiderio
di ritrovarsi al più presto
sui sentieri del monte.

Emanuele Cinelli – 8 ottobre 1973

Poesie di gioventù: Sogno


Chiudo gli occhi e sogno.
Sogno verdi praterie,
bianchi nevai,
vette immacolate,
scuri fondali,
cieli estasianti.
Sogno sensazioni inebrianti,
emozioni mai provate,
notti romantiche alla luce delle stelle.
Questi sono i miei sogni,
queste sono le mie speranze.
Speranze di un mondo nuovo,
un mondo migliore,
di una vita romantica,
di una vita a contatto con la natura,
di una vita libera.

Emanuele Cinelli – 11 aprile 1973

Che sia un segno di positvi cambiamenti?


Essendo iscritto al Collegio dei Periti Industriali mi arriva periodicamente il quotidiano “ItaliaOggi”. Devo dire che non lo leggo con regolarità, anzi, oggi, però, uno strillo di prima pagina m’ha immediatamente colpito e mi sono andato a leggere l’articolo in questione: che sia forse in corso un positivo cambiamento nelle modalità e nei pensieri di alcune parti istituzionali? Boh, è presto per dirlo, ma intanto vi riporto i passi salienti dell’articolo in questione.


“Evasori per necessità – La Guardia di finanza riconosce alla Camera che c’è chi non paga le tasse per poter sopravvivere. Quindi niente verifiche sui poveracci”

“C’è chi evade per sopravvivere – Solvibilità del contribuente parametro dei controlli Gdf”

Di Cristina Bartelli

La solvibilità dei contribuenti è uno dei criteri che indirizzano le verifiche della Guardia di finanza. Esiste infatti un’evasione di sopravvivenza, dovuta alla crisi economica, e le Fiamme gialle ne tengono conto cercando di non calcare la mano su chi si trova in difficoltà economico-finanziaria. A rispondere davanti alla commissione di vigilanza sull’anagrafe tributaria … è stato … Bruno Buratti, generale della Guardia di finanza … <<Esiste … la cosidetta evasione diffusa o di massa, realizzata dall’ampia platea delle piccole imprese e dei lavoratori autonomi … è possibile rinvenire contribuenti che non ottemperano agli obblighi tributari anche in ragione di contingenti difficoltà economico-finanziaie>> … proprio per questo la Gdf nelle sue analisi mette in conto la solvibilità del contribuente come un parametro di cui tener conto per la selezione dei soggetti da verificare …


Certo che tutto questo bel discorso stride alquanto con la campagna mediatica messa in campo dalle istituzioni, dove, a fronte della espressione “parassita sociale”, appare un’immagine in primo piano di una persona comune con barba lunga e capelli non curati, un poveraccio insomma.

La deresponsabilizzazione


Si continua a dire che le persone vanno responsabilizzate e poi… e poi tutto funziona al contrario, dall’educazione dei bambini alla gestione degli alunni nelle scuola, dal mondo del lavoro alla vita sociale.
Assolutamente corretto che ci sia un sistema atto a garantire che chi crea un danno lo possa (e lo debba) poi rifondere economicamente, assolutamente corretto che chi ha in cura bambini e ragazzi ne debba garantire un certo controllo, assolutamente corretto che … ma, ma si è andati troppo oltre, si è raggiunto e alla lunga oltrepassato il punto in cui le garanzie sociali sono un giusto equilibrio tra ponderabile e imponderabile, tra diritto e dovere, tra irresponsabilità dell’uno e responsabilità dell’altro.

Un tempo non molto lontano i bambini crescevano giocando nell’aia, sbucciandosi le ginocchia un giorno si e l’altro pure, correndo liberi tra prati e galline, sporcandosi nelle pozzanghere e tuffandosi nei fossi. Oggi il genitore che non tiene il figlioletto sotto stretta sorveglianza non solo viene male additato dagli altri, ma rischia di trovarsi denunciato.

Un tempo non molto lontano il ragazzino che, uscendo di corsa dalla scuola o dall’oratorio, scivolava sulle scale bagnate veniva aspramente sgridato dai genitori per la sua disattenzione e imprudenza. Oggi la scuola o l’oratorio potrebbero trovarsi citati in giudizio per rispondere dei danni subiti dal ragazzino.

Un tempo non molto lontano i ragazzi andavano a scuola a piedi e da soli già a partire dalle scuole elementari. Oggi non solo non si muovono se non ci sono i genitori, ma questi ultimi si sobbarcano l’onere di preparare loro la cartella e portargliela fino davanti ai cancelli della scuola.

Un tempo non molto lontano l’adolescente doveva aiutare in casa facendo quantomeno da mangiare e aiutando in altri lavori domestici. Oggi viene servito e riverito.

Un tempo non molto lontano nelle scuole, quantomeno in quelle di ordine superiore, non esisteva la vigilanza o era molto blanda. Oggi i docenti, anche nelle scuole d’ordine superiore, non solo non possono allontanarsi dall’aula nemmeno per pochi secondi, ma devono perfino rinunciare al meritato e dovuto quarto d’ora di pausa per vigilare sui ragazzi durante la ricreazione.

Un tempo non molto lontano i ragazzi venivano presto abituati ad essere autonomi. Oggi l’autonomia viene definita “vuoto formativo” o “assenza di controllo”.

Un tempo non molto lontano, i giovani diventavano adulti a vent’anni. Oggi gli adulti trentenni vengono chiamati e si definiscono giovani.

Un tempo non molto lontano esisteva una gerarchia sociale. Oggi è stata completamente annullata.

Un tempo non molto lontano genitori e docenti erano alleati nel lavoro di educazione e formazione di ogni livello. Oggi i docenti sono l’ultima ruota del carro, devono rispondere del loro operato a tutti, si trovano tra l’incudine e il martello e comunque facciano per qualcuno sbagliano.

Non ci siamo, assolutamente non ci siamo, tutto ciò porta inesorabilmente alla deresponsabilizzazione e così i bambini non hanno idea del mondo che li circonda e crescono senza regole, i ragazzini imparano che tutto è loro dovuto e niente loro devono, gli adolescenti non hanno la benché minima forma di autocontrollo, non pensano prima di agire, non sanno quando è il momento di smettere con il gioco finendo con il farsi del male seriamente o farlo agli altri.

E’ giunta l’ora di cambiare direzione, è giunta l’ora di accorgersi che i giovani, quelli veri, cioè quelli che hanno tra i dodici e i vent’anni, gridano al mondo la loro voglia, la loro esigenza di autodeterminazione, di libertà, di autonomia, è giunta l’ora di smetterla con le regole autolesioniste. A che serve, ad esempio, definire che la scuola è responsabile delle cavolate dei ragazzi, se poi questo porta la scuola a imbrigliare i ragazzi e impedire loro di crescere e responsabilizzarsi? Un bimbo se non si scotta avvicinando la mano ad una fiamma, crescendo finirà per bruciarsi. Un bimbo se non si sbuccia un ginocchio cadendo da un gradino, crescendo finirà col cadere da un tetto. Un ragazzo se non è libero di esplorare il mondo, crescendo finirà col distruggere il mondo. Un ragazzo se non può usufruire di momenti in cui possa e debba autogestirsi, crescendo finirà col distruggere se stesso.

Non è il ferreo controllo, l’imbrigliamento della naturale vivacità del giovane, l’annullamento della sua voglia di vivere che gli evitano di farsi del male, così gli si fa doppiamente del male: prima perché gli si impedisce di crescere e maturare, poi perché lo si istiga a trasgredire spingendolo su strade sbagliate e veramente pericolose. Il giovane va responsabilizzato e questo si ottiene solo ed esclusivamente attraverso l’educazione all’autonomia, lo si deve di certo accompagnare nel suo percorso di crescita, ma accompagnare non vuol dire decidere per lui, non vuol dire imprigionarlo, non vuol dire toglierli il respiro.

Raduno Pasquale 2012 delle Ciurme Nudiste


Rilevando il rinnovato interesse per l’incontro natalizio presso il Gardacqua, la comunità de iNudisti ripropone l’evento nel periodo pasquale.

Leggi la news sulla e-zine de iNudisti.

Poesie: Pioggia e sole


Sole,
Sorriso del cuore.
Pioggia,
Cuore del sorriso.
Guardo il sole che filtra dalla finestra
e m’inebrio del suo caldo chiarore.
Guardo la pioggia che bagna il terrazzo
e m’assopisco al suo fresco fragore.

Emanuele Cinelli – 22 gennaio 2012

C’è nudismo e nudismo, facciamo chiarezza! (Parte 3)


… Segue dalla Parte 2

Il Nudismo

In sostanza ne ho già definito l’essenza nei paragrafi precedenti, vuoi parlandone direttamente, vuoi per esclusione derivata dalla definizione e dall’analisi di cosa non è nudismo pur essendo talvolta, in particolare dai media, definito come tale. Apparentemente, quindi, parrebbe non esserci più molto da dire, scopriremo invece che sul nudismo c’è ancora molto da trattare.

Iniziamo riprendendo e ripetendo la definizione storica e, pertanto, corretta e attendibile del Nudismo, quello con la N maiuscola, quello senza aggettivazioni aggiuntive, ovvero quello che viene praticato non come preludio alle attività sessuali o come esaltazione del se e del proprio corpo, ma solo e semplicemente come condizione fine a se stessa, come esigenza fisiologica (eliminazione del fastidio e dei danni fisici provocati dalle vesti, ripristino delle capacità di autoregolazione termica del corpo, eccetera) e psicologica (liberazione dalle limitazioni mentali proprie del tessilismo, superamento degli stereotipi costruiti dal mondo tessile, rinuncia alla valutazione degli altri, liberazione dall’autovalutazione ipercritica, eccetera),  come stato naturale e originario (l’uomo era nudo e si è vestito solo per proteggersi dal freddo e dalle intemperie, si nasce nudi, i bambini non hanno problemi a stare nudi, i bambini preferiscono stare nudi anziché vestiti, i bambini sono più spontanei e si muovono meglio da nudi che da vestiti).

Il Nudismo, quindi, nasce da specifiche e forti esigenze fisiche e psichiche, per poi arrivare a diventare uno stile di vita; il nudista inizialmente pratica solo in determinate circostanze (ad esempio solo in spiaggia), ma presto arriva a stare nudo ovunque sia possibile: casa, spiaggia, montagna, piscina, sauna, eccetera. E’ l’effetto di non ritorno che tutti i nudisti conoscono bene: provato una volta a stare nudi per uno o più giorni, la sofferenza dello stare vestiti diventa immediatamente palese e si aspetta impazientemente la successiva occasione in cui potersi spogliare.

Ovviamente i nudisti non sono avulsi dalle esigenze fisiologiche sessuali, anche loro, come tutti, hanno un’attività sessuale che si sviluppa secondo le normali e usuali regole del mondo tessile, riservatezza compresa. A tal proposito, però, nel mondo nudista si possono individuare alcune differenti correnti di pensiero e di atteggiamento: negazionismo, oscurantismo  e realismo.

I negazionisti si pongono come obiettivo quello di dare del nudismo l’idea di un mondo assolutamente ascetico e casto; un mondo dove il sesso apparentemente non esiste, dove le persone al sesso non pensano e rifiutano qualsiasi cosa possa anche lontanamente richiamare le attività sessuali. Ecco che costoro non ammettono che negli ambienti nudisti si possano pubblicamente tenere i benché minimi atteggiamenti di tenerezza di coppia (anche una semplice carezza o un bacio possono essere intesi come provocatori), non ammettono l’esposizione di immagini che possano dare l’idea di richiamo o esposizione sessuale (ad esempio foto di persone parzialmente vestite, foto di donne in mutandine, con calze nere e reggicalze), anche una semplice erezione spontanea  (non è frequente, anzi è raro, ma succede) può determinare l’allontanamento di una persona dalla comunità.

Gli oscurantisti vedono le attività sessuali come attività collaterali da non negare ma, al contempo, da tenere comunque nascoste e relegate ai margini del mondo nudista; le tenerezza tra le coppie sono ammesse a patto che si limitino nel tempo e nello spazio, le immagini devono essere di persone interamente nude o interamente vestite, l’erezione spontanea va nascosta e vissuta come una reazione innaturale.

Il realisti mettono al loro giusto posto le attività sessuali, ribadendo il concetto di naturalezza e spontaneità delle cose, promulgando che la vita nel mondo nudista non è in tal senso diversa da quella nel mondo tessile: il sesso è una parte importante della vita, non l’unica, ma, come oggi riconosciuto e testimoniato da molte ricerche in ambito sociologico e psicologico, assolutamente imprescindibile e fortemente condizionante la qualità di vita in generale. Il realismo nudista mantiene un costante parallelismo con il mondo tessile, acquisendone in tempo reale le variazioni nella visione del sesso e delle attività sessuali: nel momento che tutti ne parlano liberamente, anche nell’ambiente nudista non serve nasconderlo e ben vengano le carinerie e le tenerezza tra le coppie,si accettino le immagini anche con un piccolo richiamo sessuale nei termini e nelle modalità con cui le stesse vengono utilizzate nell’ambito tessile comune (ironia, gioco, eccetera), si considera normale l’erezione spontanea che non va esibita ma nemmeno nascosta, semplicemente ignorata.

Altra differenziazione di pensiero e atteggiamento riguarda l’accettazione o meno di persone tessili nell’ambito nudista. Ci sono coloro che assolutamente non ammettono che nelle località nudiste ci sia chi sta vestito, ci sono coloro che lo ammettono senza limitazione e, infine, coloro che lo ammettono ma vi pongono un limite che può essere temporale, quantitativo o qualitativo (solo per i primi giorni, solo se parente o amico di un nudista, solo la sera o comunque per freddo, solo slip o solo maglietta).  Qui invero il discorso si fa alquanto complesso perché ci sono sempre e comunque una lunga serie di considerazioni da fare, seguono le principali:

  1. Ambiente libero (sito non ufficialmente riconosciuto come nudista)
    Le tre correnti di pensiero si evidenziano e differenziano nettamente; personalmente sono a favore della terza soluzione: vestiti si ma solo entro certi limiti;
  2. Struttura o sito nudista
    Tutti diventano un attimino più intransigenti dal momento che ci si chiede perché mai una persona dovrebbe accedere ad una struttura nudista se non si vuole assolutamente mettere nuda!
    Esiste il caso particolare degli ambienti “clothing optional”, ovvero quegli ambienti dove i vestiti o il costume sono facoltativi, dove nudisti e tessili sono fra loro mescolati e convivono in pacifica armonia. Tali ambienti sono la naturale rappresentazione del concetto di tolleranza reciproca, rappresentano quello che dovrebbe essere lo stato comune di tutti gli ambienti, quello che personalmente spero possa diventare il futuro delle spiagge (e non solo) italiane (ovviamente in attesa che tutti tornino ad essere  nudisti).
  3. Basse temperature
    La sensibilità alla temperatura è cosa molto variabile da persona a persona e anche nella stessa persona gli stati fisici (affaticamento, malessere, eccetera) possono provocare variazioni di adattabilità e termoregolazione. Ecco che diventa difficile poter dare un criterio unico e comune, nemmeno il concetto di maggioranza può essere applicato, ma va necessariamente lasciata ampia libertà decisionale ad ogni singolo individuo (che è libero di non volersi ammalare). L’unico appunto da farsi è verso colore che si mettono i pantaloncini e restano a dorso nudo: il freddo si sente prima, molto prima, a livello del busto e del collo, non di certo dei genitali; un tessile che sente freddo, per prima cosa indossa una maglietta, poi un maglioncino, solo a questo punto inzia a infilarsi i pantaloni o pantaloni più pesanti, non c’è motivo perché lo stesso non debba avvenire per chi è nudo. C’è anche da dire che la pratica del nudismo tende a migliorare la capacità di termoregolazione e nel tempo si avverte sempre meno sia il freddo che il caldo.
  4. Intemperie
    Il discorso è molto simile a quello fatte per le basse temperature e valgono le stesse conclusioni.
  5. Mestruazioni
    Se gli uomini hanno il problema delle erezioni spontanee, le donne hanno quello delle mestruazioni; in genere si ammette che in questo periodo le donne indossino gli slip del costume, c’è però da precisare che si può comunque evitare ricorrendo agli assorbenti interni.
  6. Attività sportive
    C’è la falsa idea che solo alcune attività sportive possano essere praticati da nudi, in realtà è stato dimostrato che qualsiasi attività sportiva non solo può essere praticata stando nudi, ma l’atleta ne trae anche giovamento: migliore traspirazione, maggiore libertà di movimento, minore surriscaldamento del corpo e, quindi, minore trasudazione con conseguente minore effetto di raffreddamento all’interruzione dell’attività. Anche l’uso di attrezzi ginnici non è limitativo: sudando meno la protezione di un semplice foglio di carta (tipo quello che usano oggi i medici per i lettini da visita) può risultare più che sufficiente, in ogni caso anche da vestiti è richiesta e necessaria la protezione di un asciugamanino, si tratta eventualmente di usarne uno un poco più grande. Anche gli sport che prevedono contatto fisico si possono praticare da nudi: non si vede quale timore possa esserci verso il contatto di due corpi totalmente nudi.
  7. Balli e altre attività ricreative
    Purtroppo anche in diverse strutture nudiste negli ultimi anni si nota la tendenza a vestirsi completamente per le attività ricreative, quali i balli o i giochi di gruppo. E’ una tendenza assolutamente incomprensibile e per la quale valgono tutte le considerazioni già fatte ai punti precedenti, in particolare quelle relative alla temperatura e alle attività sportive.

Ecco, questo è il nudismo “vero” e metto tra virgolette la parola vero poiché non è formalmente corretto parlare di nudismo vero e nudismo falso, ma si dovrebbe parlare di nudismo e di … altro!

Il Naturismo

Parlando di nudismo e delle sue diverse interpretazioni non possiamo non esaminare il Naturismo.

Taluni ritengono il concetto naturista più evoluto di quello nudista, altri scindono nettamente le due cose e vedono nel Naturismo un qualcosa che al Nudismo ha solo aggiunto altri obiettivi e altre finalità (quelli del naturalismo, dell’ecologia, del vegetarianismo, dell’animalismo), senza per questo migliorarlo o peggiorarlo sotto l’aspetto, diciamo, filosofico. Di certo siamo in presenza di un qualcosa che supera l’aspetto puramente interpretativo del nudismo; il Naturismo, infatti, è un movimento sociale basato su regole comportamentali e obiettivi di vita tesi all’armonia con la natura. Ecco che la pratica della nudità non è più un fine, non è più l’obiettivo, ma diventa un mezzo per raggiungere gli obiettivi desiderati e, nel contempo, un’espressione degli stessi.

Difficile dire se sia nato prima il Nudismo o prima il Naturismo, di certo il Naturismo ha da sempre integrato in se stesso la pratica della nudità e, quindi, il concetto di nudismo, risulta pertanto logico ritenere che le due cose abbiano quantomeno origine comune e analoga età.

Tralasciando gli episodi e gli avvenimenti da ritenersi preistorici, seppur interessanti e non indifferenti, i primi vagiti del movimento naturista si possono far risalire alla fine del XIX° secolo, quando in Germania venne fondato lo Jugendbewegung, movimento giovanile ai cui ideali si ispirarono i precursori del naturismo: Paul Zimmerman e Richard Ungewitter innanzi a tutti.

Nel corso dei primi trent’anni del ‘900 in Germania sorsero diverse Associazioni e vari campi nudisti, purtroppo l’avvento del Nazismo sciolse le Associazioni e distrusse le strutture, pur senza frenare del tutto le attività naturiste e, soprattutto, senza provocare la scomparsa dell’ormai maturo movimento naturista. Infatti, alla fine del secondo conflitto mondiale, nel giro di pochi anni si osserva al risorgere delle attività, delle associazioni e delle strutture naturiste: nel 1949 viene fondata la Deutscher Verband  fur Freikorperkultur (DFK) e negli anni immediatamente successivi nascono associazioni anche in molti altri stati europei.

Precursore del Naturismo italiano fu Ernesto Guido Gorishegg (1927).

Nel 1974 si tiene a Cap d’Agde, in Francia, il Congresso Internazionale del Naturismo e, nel corso dei lavori, viene coniata la definizione ufficiale e ancor oggi utilizzata e pubblicizzata dalle varie Associazioni Naturiste: “Il Naturismo è un modo di vivere in armonia con la natura, caratterizzato dalla pratica della nudità in comune, allo scopo di favorire il rispetto di sé stessi, degli altri e dell’ambiente”.

Conclusione

Attualmente il nudismo è praticato in buona parte del mondo, sebbene con differenti livelli di accettazione sociale.

  • Francia, Spagna, Croazia, Germania, Grecia, Finlandia, Svezia, Danimarca e Olanda riconoscono ufficialmente il nudismo.
  • In Francia e nei Paesi Scandinavi le Federazioni Naturiste fanno parte dell’istituzione corrispondente al nostro Ministero della Cultura, Sport, Educazione Sociale e Giovanile.
  • In Spagna esiste una cittadina interamente nudista, El Fonoll, poco distante da Barcellona; moltissime spiagge sono “clothing optional”, ovvero su di esse il costume è facoltativo e i tessili convivono pacificamente con i nudisti, senza esigenze di separazioni più o meno simboliche; perfino nella centralissima spiaggia di Barcellona e nei giardini pubblici della stessa città è possibile praticare il nudismo (in Spagna per legge è consentito stare nudi ovunque non sia espressamente vietato).
  • Negli Stati Uniti d’America, paese notoriamente puritano, esiste una comunità che vive quotidianamente la nudità sociale, integrandosi perfettamente con la società tessile che li accetta, nudi, perfino alle assemblee cittadine; sono poi abbastanza diffuse manifestazioni nudiste in ambito metropolitano, tipo, ad esempio, le biciclettate, le corse e le marce; esiste una televisione nudista che trasmette regolarmente servizi girati da giornalisti che operano stando nudi.
  • Nel Brasile esiste una comunità che, senza isolarsi dalla società tessile, ha trasformato un villaggio naturista in una residenza fissa, Colina do Sol.
  • In Europa sono presenti 1500 strutture nudiste.
  • In Francia e in Austria l’escursionismo nudista si sta diffondendo a macchia d’olio.
  • In Austria e in Germania molte sono le saune e le piscine ove è possibile stare nudi.
  • In Olanda è stata aperta una palestra fitness nudista.

Solo l’Italia ancora mostra un certo livello di reticenza nell’accettazione della presenza nudista: quattro soli siti ufficialmente autorizzati, un sito autorizzato ha recentemente perso l’autorizzazione, pochissime le spiagge in cui si tollera ufficiosamente il nudismo (si e no una decina in tutta Italia, ma per alcune la situazione si è fatta critica), altrettanto limitate le strutture nudiste, nulle le spiagge “clothing optional”, impossibile, nemmeno per il solo periodo di vacanza, praticare un nudismo full immersion (stare nudi ventiquattro ore su ventiquattro) se non imponendosi forti limitazioni di movimento.

Non è forse ora che anche l’Italia si allinei con gli altri paesi del mondo? Non è forse ora di rompere con gli ormai insulsi, inutili e incoerenti tabù del passato? Non è forse ora di ridare alla nostra vita la naturalità e la nudità (non solo fisica) dell’origine?

Perché tutto questo fastidio e questa reticenza verso la nudità? Perché nonostante un sondaggio della rivista FOCUS abbia registrato che l’80% degli Italiani non hanno nulla in contrario a che si pratichi il nudismo, al lato pratico sono pochissimi quello che lo praticano e questi devono spesso subire manifestazioni aggressive, denuncie, ironia, eccetera? Perché è così difficile accettare il proprio corpo per quello che è e non aver nessun timore a mostrarlo? Perché si deve imporre la visione tessile anche a chi è già riuscito a liberarsi dai condizionamenti del puritanesimo e vuole soltanto poter vivere in libertà la propria nudità e assaporare al meglio le sensazioni di benessere che la nudità provoca? Perché ci si deve trincerare dietro a false pretestuose affermazioni pur di negare la salubrità e il potere educativo della nudità privata e comunitaria?

Perché, perché, perché …. Come chiusura di questo mio excursus sul nudismo e sulle sue interpretazioni vi lascio queste domande e spero vogliate provare a dare una risposta che sia obiettiva, libera e giusta!

Fine


Fonti e consigli bibliografici

• “Il Corpo Nudo – Sociologia della nudità” Monia D’Ambrosio – Ed. Sylvia

• “I bambini, il senso di vergogna e gli abusi” Paul M. Bowman – Traduzione Marco Freddi

C’è nudismo e nudismo, facciamo chiarezza! (Parte 2)


… Segue dalla Parte 1

Il nudismo trasgressivo

Come abbiamo visto, le alterazioni alla sfera socio-sessuale nulla hanno a che fare con il nudismo e non ne sono la conseguenza ne diretta ne indiretta, caso mai il nudismo può essere un valido e importante aiuto alla loro cura e, se diventasse pratica comune e ampiamente diffusa, alla loro scomparsa.

Passiamo ora a parlare di quelle situazioni per le quali la parola nudismo, pur essendo utilizzata con correttezza semantica e formale, non lo è dal punto di vista culturale e storico; sono, infatti, situazioni assai distanti da quello che è il significato del termine nudismo.

Di recente coniazione e in rapida diffusione i termini “nudismo trasgressivo” e “nudismo esibizionista” contribuiscono a distinguere situazioni sostanzialmente differenti, situazioni che si basano su una “filosofia” alquanto diversa e si devono pertanto tenere ben distinte: il nudismo con finalità sessuali (nudismo trasgressivo) e il nudismo praticato al solo scopo di esibire se stessi e godere di tale esibizione (nudismo esibizionista).

Prima di analizzare i due termini è opportuno evidenziare che la parola nudismo senza nessun’altra aggiunta non deve intendersi in senso generale e generico ma deve intendersi riferita solo ed esclusivamente al nudismo fine a se stesso, al nudismo praticato al solo scopo di liberarsi dall’ottenebrazione delle vesti, di permettere al corpo di respirare liberamente e di vivere alla massima intensità la natura e le percezioni che la stessa ci trasmette.

Se ci si vuole riferire allo stare nudi per mostrare il proprio corpo ad altri con il preciso e unico, o comunque predominante, scopo di stabilire il contatto visivo necessario alla valutazione e alla scelta delle persone con cui potersi poi unire per finalità sessuali,  beh allora alla parola nudismo è opportuno associare un aggettivazione che ne vada a specificare e delimitare il significato. L’ideale sarebbe quello di non usare nemmeno la parola nudismo, ma di fatto le persone stanno nude, indi praticano nudismo e risulta alquanto difficile trovare un termine differente (sarebbe come voler trovare un termine specifico per tutte quelle persone che da tessili frequentano locali e spiagge con il preciso scopo di “cuccare”, alias trovare qualcuno con cui fare sesso). Per altro chi non voglia alterare i fatti per malizia o interesse credo possa benissimo comprendere la differenza che ci passa tra una parola da sola e una parola aggettivata.

A questo punto, però, dobbiamo anche fare un’ulteriore distinzione, ovvero distinguere tra coloro che poi il sesso lo vanno a praticare in privato o in luoghi pubblici particolarmente isolati (la classica e tessilissima camporella) e coloro che invece lo praticano in pubblico, ovvero direttamente sulla spiaggia o nei suoi immediati dintorni, ma in ogni caso senza preoccuparsi della presenza di persone estranee e non consenzienti, anzi, queste possono anche essere la ciliegina sulla torta (combinando trasgressione, edonismo ed esibizionismo) .

I nudisti trasgressivi che praticano sesso in privato alla fine fanno esattamente quello che tantissimi giovani e meno giovani fanno sulle spiagge tessili, nelle discoteche, nei bar, nelle piazze, eccetera. E’ comunque bene comprendere che raramente risultano molesti e non più di quanto lo possano essere i tessili  quando vanno a “caccia” di compagnia sessuale,  basta un “no, grazie” per allontanarli, e alla fine come costoro facciano sesso e con chi lo facciano sono affari assolutamente loro, sui quali nulla si può dire ed eccepire.

Di quelli che praticano sesso in pubblico ne ho già abbondantemente parlato nella parte 1 e non è necessario aggiungere altro.

In conclusione, il nudismo trasgressivo ha in comune con il nudismo solo l’atteggiamento dello stare nudi, ma si distingue nettamente per metodi e finalità, talvolta anche per luoghi; gli unici a non distinguere correttamente le due cose sono i fomentatori, i falsi perbenisti e i giornalisti a caccia di scoop: costoro citano nei loro discorsi ed esibiscono in televisione o sulle riviste scene di nudismo trasgressivo se non addirittura di sesso comune, quale gli incontri nel club privè, che proprio nulla hanno a che fare con il nudismo e con i luoghi del nudismo, al solo scopo di denigrare artificiosamente il nudismo, spesso anche alterando volutamente la realtà o, comunque, riportandone solo quelle parti di comodo e ignorando tutte le altre, tutte quelle che smonterebbero i loro “castelli di sabbia”.

Il nudismo esibizionista

Se coloro che praticano il nudismo come approccio al sesso fatto pubblicamente sono una delle principali fonti di critiche verso il nudismo da parte del mondo tessile, coloro che lo praticano al solo fine di esibire se stessi  sono una delle principali motivazioni di discussione nell’ambito stesso del movimento nudista.

Se, infatti, i primi sono facilmente individuabili, questi ultimi, invece, spesso passano inosservati a chi non conosce le abitudini e gli atteggiamenti del nudista. Alcuni tessili, comunque, tendono ad accomunare le due cose arrivando a considerare tutti i nudisti degli esibizionisti: comprendere come ci si possa mettere nudi per il solo piacere di starci, senza motivazioni di esibizione o di carattere sessuale, è forse la cosa più difficile per chi nudista non è e vive il proprio corpo con atteggiamento edonistico, come molti, senza essere nudisti, fanno.

Allora, come riconoscere e distinguere un nudista esibizionista? Quali sono le principali forme di nudismo esibizionista?

La più semplice e diffusa è rappresentata da coloro che stanno per ore e ore in piedi, fermi e immobili, nel bel mezzo della spiaggia o, più tipicamente, sulla battigia, ove possono fingersi interessati e impegnati al bagnarsi i piedi, le gambe o parte del corpo (raramente se non mai li si vede in acqua a nuotare).

Poi troviamo coloro che passeggiano avanti e indietro per la spiaggia, senza sosta e, anche qui, per ore e ore. Sembrano anime senza pace ne riposo condannate al continuo errare. Risultano meno evidenti di chi sta fermo, ma possono essere ancor più fastidiosi dal punto di vista della pace e del relax, specie su spiagge strette ove nel loro errare sono costretti a passare vicinissimi alle persone ferme, inondandole di sabbia o di acqua.

Infine ci sono quelli che, standosene tranquilli al loro posto stesi sull’asciugamano o passeggiando con apparente noncuranza, si toccano con atteggiamento voluttuoso e sensuale cercando di suscitare negli spettatori, vittime di tale esibizione, chi reazioni di stupore, chi di eccitazione, chi ambedue le cose. Qui, però, siamo in una situazione di confine con il nudismo trasgressivo già esaminato.

I nudisti esibizionisti finiscono inevitabilmente con il richiamare l’attenzione dei tessili, specie nelle zone di confine tra spiaggia tessile e spiaggia nudista o dove innanzi la spiaggia ci sia un intenso traffico nautico, ma è proprio corretto associare questa forma di esibizionismo leggero alla presenza più o meno importante di nudisti e alla creazione di luoghi in cui praticare il nudismo?

Iniziamo da una considerazione molto, molto banale: l’esibizione di se stessi e del proprio corpo è uno degli aspetti più radicati nella società moderna, la società dell’apparire. Tutto, dall’abbigliamento ai profumi, dagli accessori agli atteggiamenti, viene studiato e indossato al preciso proposito di richiamare, più o meno coscientemente, l’attenzione su di se. Ecco che tale “esibizionismo” tessile inevitabilmente si riporta pari pari nella pratica del nudismo in chi è alle prime esperienze o in chi proprio non riesce a liberarsi dal concetto edonistico di se stesso e del proprio corpo.

Forte però è la resistenza e l’opposizione all’esibizionismo da parte della maggioranza dei nudisti, ossia di coloro che hanno abbandonato totalmente il concetto oggettivistico del corpo e praticano il nudismo proprio come forma di considerazione soggettiva del “se” e del “gli altri”: non più oggetti da esibire, da guardare e da usare, ma piuttosto essenze e presenze che completano l’armonia del vivere in natura.

Considerazioni, queste ultime, che portano ad altre osservazioni di tipo consequenziale:

1)      anche il nudismo esibizionista è eredità del pensiero e dei modi della società tessile;

2)      è pertanto assolutamente scorretto incolpare il nudismo per l’esistenza e la diffusione dell’esibizionismo, in qualsiasi forma lo si voglia vedere;

3)      la pratica del nudismo, in particolare di quello comunitario, tende nel tempo a far sparire gli eventuali atteggiamenti esibizionistici.

Continua nella Parte 3…


Fonti e consigli bibliografici

• “Il Corpo Nudo – Sociologia della nudità” Monia D’Ambrosio – Ed. Sylvia

• “I bambini, il senso di vergogna e gli abusi” Paul M. Bowman – Traduzione Marco Freddi

C’è nudismo e nudismo, facciamo chiarezza! (Parte 1)


La lingua italiana è una delle lingue più ricche di vocaboli, però non è sempre possibile chiamare le cose con termini specifici e non è infrequente che un’unica parola venga utilizzata per fare riferimento a situazioni anche fortemente diverse. E’ proprio il caso del nudismo, e allora andiamo a fare chiarezza, tenendo conto che è discorso assai complesso, che tra un estremo e l’altro ci stanno infinite variazioni, che non è possibile esaminare tutti i casi specifici ma ci si dovrà necessariamente limitare a trattare solo alcune situazioni. C’è anche da dire che trattasi di discorso assai lungo e volendolo esaminare con una certa precisione e un discreto livello di approfondimento è necessario suddividerlo in più capitoli, il primo, introduttivo, che individua ed elenca i principali utilizzi della parola nudismo, gli altri, di approfondimento, che entreranno nel merito di ogni singolo e specifico utilizzo. Data la lunghezza dell’articolo è altresì necessario pubblicarlo suddividendolo in tre parti, tra le quali è facile navigare mediante gli opportuni connettori (“Continua nella Parte …” / “… Segue dalla Parte”) in coda e in testa alle parti stesse.

Principali utilizzi della parola “nudismo”

Quali sono le situazioni di base per le quali, oggi, si utilizzano le parole nudismo e nudista? Inutile perdersi in iperboli discorsive, eccone direttamente l’elenco:
1) Naturismo
2) Nudismo
3) Nudismo trasgressivo
4) Nudismo esibizionista
Aggiungiamoci poi alcune situazioni che, pur essendo preesistenti al movimento nudista e figlie dei tabù introdotti dalla società tessile, vengono spesso confusi con il nudismo o allo stesso attribuite; situazioni, che andrò ad analizzare sotto l’unica voce di “alterazioni alla sfera sociale-sessuale”:
5) Esibizionismo
6) Edonismo sessuale
7) Autoerotismo pubblico
8) Violenza sessuale
Per l’analisi di dettaglio partiamo proprio da quest’ultimo gruppo di situazioni, che, di fatto, più si allontanano dalla visione nudista: nudo non è sinonimo di sesso.

Le alterazioni alla sfera socio-sessuale

Come detto queste situazioni non hanno in realtà nulla a che vedere con l’ideale del nudismo, ma ad esso sono spesso accomunate dalla società tessile e dai media per un’errata interpretazione delle cose, nonché, per maliziosi e tendenziosi giochi di convenienza e scoop giornalistico.
Esibizionismo, edonismo sessuale, autoerotismo pubblico, violenza sessuale sono tutti atteggiamenti che preesistevano alla nascita del pensiero nudista, non si possono pertanto in nessun modo attribuire al nudismo. Purtroppo i soggetti che praticano tali attività, con l’unica eccezione della violenza sessuale, hanno trovato sulle spiagge nudiste il modo di mascherarsi ed esercitare le loro alterazioni con un’apparente maggiore tranquillità e sicurezza. Se, però, approfondiamo di più l’argomento e le diverse situazioni, possiamo capire perché alla fine la realtà è ben diversa da quello che sembra e che taluni affermano.
Ovviamente non prendo in considerazione nessuna attività che venga praticata in luogo privato e nella riservatezza, che di fatto non possono considerarsi alterazioni della sfera socio-sessuale e non formano atti di violenza su nessuno.

Pur nella contestualizzazione comune che vede gli esibizionisti operare in luoghi pubblici, l’esibizionismo si applica secondo due correnti di pensiero: coloro che si esibiscono innanzi ad altri consenzienti e coloro che si esibiscono innanzi a persone ignare e non consenzienti. Il primo caso possiamo accomunarlo a quello dell’edonismo sessuale e potrebbe al limite sfociare nel nudismo esibizionista; il secondo caso è invece quello più tipico e riportato da sempre in centinaia se non migliaia di barzellette e aneddoti. Coloro che praticano quest’ultima forma di esibizionismo godono, ovviamente, delle reazioni di stupore, d’indignazione, di paura che possono indurre nelle loro vittime; ma… che stupore, indignazione, paura possono indurre in chi pratica il nudismo ed è abituato a vedere le persone nude? Ecco che costoro di certo non andranno a praticare su di una spiaggia nudista, pertanto non si può affermare che le strutture nudiste siano un ricettacolo di pericolosi esibizionisti, questi sono piuttosto attratti dai luoghi più o meno scuri frequentati da tessili: cinema, discoteche, ritrovi per fidanzati (camporella) e via dicendo.

L’edonismo sessuale, ovvero l’elevazione del godimento sessuale a unica finalità delle propria vita e, nel caso specifico, alla pratica delle attività sessuali in pubblico, può certamente trovare motivo di collocarsi sulle spiagge nudiste e nelle altre situazioni di nudismo, nessuno lo vuole negare. Resta però il fatto che tali atteggiamenti, in quanto preesistenti al nudismo, non sono una sua conseguenza, ma in esso trovano solo un modo per celarsi: in un ambiente in cui tutti sono nudi diventa più facile mostrarsi e valutare la “merce” da altri offerta. D’altra parte, però, la nudità viene a togliere aspetti edonistici importanti, quali la stimolazione dell’appetito sessuale notoriamente meglio provocato da opportuno abbigliamento che dalla nudità; questo rappresenta un freno importante a tale pratica, che alla fine risulta essere molto di nicchia e facilmente contrastabile da mirati controlli delle forze dell’ordine, si aggiunga, poi, che i nudisti osteggiano apertamente le attività sessuali pubbliche nei loro pochi e limitati siti. Per questo, in particolare all’estero, si formano zone ben distinte, anche se talvolta limitrofe tra loro: una frequentata da soli nudisti, l’altra frequentata da soli ricercatori di sesso. E’ vero che non è facile distinguere le due zone, ma di questo non si può farne colpa ai nudisti, che, nel limite delle loro possibilità (spesso manca l’appoggio delle forze dell’ordine o, addirittura, queste si mostrano più attive nell’allontanare i nudisti che gli edonisti e gli esibizionisti), cercano di allontanare le persone sospette o che manifestano apertamente atteggiamento edonistico.

L’autoerotismo pubblico è in tutto e per tutto assimilabile al discorso fatto per l’edonismo sessuale, l’unica differenza è che tali soggetti sono spesso più sollecitati ed eccitati da chi non li accetta piuttosto che da chi li accetta e quindi solo in parte si auto esiliano nelle eventuali zone riservate all’edonismo sessuale. Che dire … innanzitutto si deve rilevare che questi personaggi da tempo immemore sono profondamente insediati nel tessuto sociale, la loro presenza non è certamente imputabile alla presenza di persone nude che per eccitarli basta un comunissimo costume, ma anche una minigonna o un vestito attillato; poi annotiamo che sono praticamente presenti ovunque, che, pur essendo fatto assai noto, nessuno ha mai dato colpa alle coppiette che si appartano in camporella di ingenerare il loro assembramento, magari su una spiaggia nudista si sentono autorizzati a palesarsi, ma i nudisti di certo non aggradano la loro presenza sebbene, per il già citato poco mancato appoggio delle forze dell’ordine, siano talvolta costretti a tollerarla per evitare di mettere in pericolo la propria incolumità. Ma se proprio, proprio vogliamo comunque insistere nell’affermare che una spiaggia nudista rappresenti un’attrattiva importante per gli autoerotonami, beh, allora dobbiamo anche sostenere che le spiagge nudiste sono un importante compendio sociale dato che fanno sparire tali personaggi dalle spiagge tessili.

Il discorso della violenza sessuale, infine, non è proprio da prendersi in considerazione: non esistono notizie di violenze sessuali perpetrate in ambienti a frequentazione nudista. Senza nessuna pretesa di scientificità, si potrebbe sospettare che la visione del nudo possa inibire il violentatore. Certo è che la violenza sessuale, come tutte le altre alterazioni socio-sessuali, è assolutamente sconosciuta nelle comunità nudiste e lo era nelle popolazioni allo stato primitivo che, per l’appunto, vivendo nella nudità, non davano al nudo una valenza imprescindibilmente sessuale.

Continua nella Parte 2…


Fonti e consigli bibliografici

• “Il Corpo Nudo – Sociologia della nudità” Monia D’Ambrosio – Ed. Sylvia

• “I bambini, il senso di vergogna e gli abusi” Paul M. Bowman – Traduzione Marco Freddi

Poesie di gioventù: Immersione


Proseguo con la pubblicazione delle mie poesie di gioventù, questa è stata la seconda. Avevo 17 anni e, all’improvviso, iniziai a provare una forte passione nello scrivere i temi dei compiti di classe d’italiano, alla quale presto seguì la scrittura di poesie. Sono poesie banali, prive di metrica, talvolta anche poco o per nulla ritmiche, ma non ho voluto modificarle, sono un ricordo!


La barca si è fermata,
l’ancora velocemente raggiunge il fondo marino,
a bordo strani animali si muovono,
animali neri, lucidi,
armati di bombole e macchine fotografiche,
muniti di pinne e maschere.
Dopo pochi minuti s’odono dei tonfi,
si sono tuffati in acqua,
ora fermi sono sulla superficie del mare,
ultimi accordi
una capriola e spariscono.
Scendono verso un mondo misterioso,
verso il mondo dell’oscurità,
verso l’ignoto.
Venti, trenta, quaranta, cinquanta metri,
discesa vertiginosa,
piena di inebrianti emozioni,
nel blu più scuro ombre tremolanti li circondano.
Improvvisamente un raggio di luce,
si sono accese le torce,
smaglianti colori appaiono ai loro occhi,
occhi meravigliati,
occhi che cercano di carpire i più piccoli segreti.
Tra i folti rami del corallo,
tra i tentacoli delle anemoni marine,
tra le rocce del fondo,
si svolge una vita silenziosa,
pesci multicolori gironzolano incuriositi.
Uomini e pesci si scrutano,
gli uni meravigliati,
gli altri timorosi.
Purtroppo è l’ora di risalire,
le ultime foto ricordo e…
si torna su.
Nell’animo di questi uomini un grande dolore,
il rimorso di avere abbandonato il fondale,
la speranza di tornare un giorno.
E intanto che essi pensano,
arrivano in superficie,
stanchi ma contenti,
stanchi ma meravigliati.
Un ultimo sguardo verso il fondo,
un ultimo addio e poi si parte,
si torna al mondo civile,
in realtà nessun mondo è migliore,
nessun mondo è più civile
del mondo subacqueo.

Emanuele Cinelli – 10 aprile 1973

Poesie di gioventù: Ritorno


Questa è stata la mia prima poesia. Avevo 17 anni e, all’improvviso, iniziai a provare una forte passione nello scrivere i temi dei compiti di classe d’italiano, alla quale presto seguì la scrittura di poesie. Sono poesie di gioventù, banali, prive di metrica, talvolta anche poco o per nulla ritmiche, ma non ho voluto modificarle, sono un ricordo!


Ritorno dopo un lungo viaggio,
ritorno alla mia patria,
ritorno alla mia terra,
ritorno alla casa natia,
alla famiglia, agli amici.
Ritorno contento nel cuore,
ma.. che vedo?
Vedo:
le terre coperte di cemento,
alte case al sole biancheggianti,
alti camini che sputano fumo.
Sopra l’antico paese di montagna
ora domina una cappa grigia,
una cappa di fumo.
La natura è morta,
al suo posto vi sono
strade,
case,
industrie.
Non esiste più l’eterna tranquillità,
rumori, rumori,
soltanto rumori dominano ora l’ampia vallata.
Ora che ho visto vorrei scappare,
vorrei andare lontano,
tornare nel tempo,
tornare, scappare,
scappare, tornare.
Fuggo,
corro per le strade della città,
alla fine mi fermo,
stanco, rassegnato.
Ritorno e… fuggo.

Emanuele Cinelli – 13 marzo 1973

L’erba del vicino è sempre più verde


Si dice che gli italiani siano un popolo propenso a vedere sempre e solo che gli altri stanno meglio, avendo viaggiato pochissimo non posso dire se ciò corrisponda al vero o se anche gli altri popoli soffrano della stessa pecca, del “l’erba del vicino è sempre più verde”, quello che posso dire è che di certo ne soffrono moltissimi italiani.

Dopo aver sentito e letto per anni la Francia qui, la Francia la, i francesi si che hanno la cultura del nudismo, dopo anni di ferie italiane dove l’esperienza nudista era limitata alla sola spiaggia, volendo un’esperienza nudista totalizzante, volendo dimenticarmi dei vestiti, ho deciso di espatriare e farmi una bella vacanza francese. Essendo io, come del resto mia moglie, amante del mare, abbiamo deciso, anche sulla base dei tantissimi pareri positivi, per la Corsica e, per la precisione, abbiamo prenotato quindici giorni al villaggio Bagheera che, stando a quanto si è potuto evincere dai vari siti Internet consultati, fra tutti i villaggi corsi, era quello che unico ci avrebbe permesso veramente di restare nudi ventiquattr’ore su ventiquattro.

Dopo una lunga e ansiosa attesa, arriva finalmente il giorno della partenza, caricati i bagagli in macchina ci immettiamo, io e mia moglie, sulla via per l’imbarco. Nel tardo pomeriggio finalmente siamo a destinazione, alla reception troviamo un caloroso benvenuto e, nonostante qualche difficoltà di linguaggio, in pochi minuti siamo registrati e ci viene assegnata la nostra piazzole: inizia, secondo le nostre aspettative, l’avventura nella full immersion nudista francese. Purtroppo bastano un paio d’ore, giusto il tempo di montare la tenda e andare a cena al ristorante del villaggio, a farci capire che le nostre aspettative non saranno totalmente esaudite: il personale della reception è completamente vestito; uscendo dalla reception notiamo un cartello che indica l’obbligo di vestirsi per entrare al ristorante, e si dice proprio “vestirsi” non semplicemente “coprirsi”; mentre, nudi, montiamo la tenda, nelle piazzole circostanti la gente è in buona parte vestita; camminando, io nudo, per le stradine che portano al ristorante, le persone che incontriamo sono vestite e alcune mi guardano di traverso, la sensazione è che non approvino il mio girare nudo; cinquanta metri prima della reception un cartello appeso ad un alberello segnala che nei pressi della reception e al ristorante bisogna stare vestiti (si ripete la parola “vestirsi”); a cena tutti sono vestiti di tutto punto, alcuni addirittura in abito da sera. Mi guardo in giro un poco attonito: “ma dov’è questo essere veramente nudisti dei francesi? Beh, è domenica sera, concediamolo, prima di dare un giudizio aspettiamo alcuni giorni”.

La mattina successiva mi sveglio di buon ora per andare a vedere la spiaggia, in giro non si vede ancora nessuno, ma pian piano il villaggio si anima e le persone, finalmente, sono nude, ehm, quasi tutte nude, qualcuno, in particolare donne, che gira coperto c’è, ma suvvia la temperatura non è confortevolissima e ammettiamo che qualcuno, più freddoloso, possa a ragione coprirsi, sebbene in alcuni casi risulti comunque strano che ci si coprano i genitali, che meno soffrono il freddo, e non il torace, che è invece molto più sensibile al freddo. Va beh, forse non sono francesi, forse accompagnano familiari o amici nudisti ma ancora non si sentono pronti a denudarsi, accettiamo!

I giorni passano e mi godo totalmente la mia vacanza, personalmente me ne sto nudo continuamente, uso il pareo solo per andare al market interno (eh, si, sul sito si vedevano foto di persone nude nel market, ma qui, dal vero, non se ne vedono; comunque dopo tre giorni le vedo, notando che nessuno, ma proprio nessuno, ci fa caso, nemmeno i gestori, e da allora anch’io al market me ne resto nudo) e alla piazzola dei bidoni della spazzatura (sebbene di poco è esterna al recinto del villaggio, anche qui scoprirò, verso la fine del soggiorno, che c’è chi ci va nudo, sebbene siano pochissimi). La mia continua nudità, però, è infastidita dal notare che pochi sono coloro che fanno altrettanto: solo una parte di quelli che la sera non si muovono dalla loro piazzola, gli altri, pur non essendoci condizioni termiche sfavorevoli (se riesce a stare nuda mia moglie, piuttosto freddolosa!), sono vestiti di tutto punto e che vestiti, abitini da parata in alcuni casi. Ho anche notato che i francesi, in particolare le donne, si vestono, almeno parzialmente, per mettersi a tavola e questo non solo la sera, ma anche a mezzogiorno, quando la temperatura è decisamente consona alla nudità, per altro torna l’azione, chiara ed inequivocabile, di coprirsi i genitali e lasciare scoperto il torace. Poi che dire di chi, non pochi, si veste o si copre per percorrere il tragitto dalla piazzola alla spiaggia, che senso può avere? Forse per essere più comodi a trasportare pareo e asciugamano? Beh, ma non è più semplice usare una borsa? Non si possono trasportare facilmente tenendoli piegati sottobraccio? Del pareo non ne puoi fare a meno? Dove sta tutta questa dedizione al nudismo che, stando a quanto avevo letto, i francesi hanno? Qui sono soprattutto i francesi a non rispettare la nudità totale, a vestirsi ogni tanto. Ma la cosa non finisce qui, altri sono i segni che testimoniano un difetto nelle affermazioni lette.

Innanzitutto parliamo della sera in spiaggia. Si va beh, concediamolo che al ristorante le persone ci vadano vestite (alcuni ristoranti alla sera fanno servizio anche per i tessili, sebbene… se un tessile decide di andare ad un ristorante in zona nudista, perché mai non dovrebbe accettare di vedere persone nude? Dov’è l’esigenza d’imporre l’obbligo al vestiario?), ma perché mai sulla spiaggia girano tutti vestiti, nemmeno in costume, ma proprio vestiti? Perché mai, io che giro nudo in un’area che è per quattro chilometri dedita al nudismo, mi debba sentire osservato, perché mai devo sentire su di me sguardi di disapprovazione? Perché mai devo essere io a sentirmi a disagio e non coloro che non rispettano quello che in un’area nudista dovrebbe essere la regola: nudi, sempre nudi? Poi il segno più evidente di un disagio, francese, verso la nudità: gli adolescenti francesi sono tutti costantemente vestiti, e parlo di vestiti, non di costume, questo lo usano solo in spiaggia, in mare e… sotto la doccia, si, si, nemmeno per fare la doccia si mettono nudi. Comprendo sicuramente le problematiche dell’adolescenza, ma siamo in un villaggio nudista, non un villaggio misto, un villaggio dove ci convivono nudisti tessili, no, questo è un villaggio per soli nudisti, dove può essere il problema a mettersi nudi, quantomeno sotto la doccia, in spiaggia, nuotando in mare? Tanto più che gli adolescenti di altra nazionalità sono nudi, sempre nudi, anche quando giocano assieme agli adolescenti francesi vestiti. Ok, ok, piena libertà di comportamento, specie per i ragazzi, ma è chiaro che questo denota uno stato di malessere degli adolescenti francesi, stato di malessere che non è invece presente negli adolescenti di altra nazionalità presenti nel villaggio (invero devo dire che non ce n’erano di italiani, sarebbe stato interessante vedere il loro comportamento a fronte di tale situazione). La cosa che rende il tutto ancor più emblematico e significativo è che, nelle stesse famiglie, si vedono i ragazzini in età preadolescenziale che sono nudi e i loro fratelli o sorelle appena più grandicelli che sono vestiti, per poi tornare a veder il nudo nei pochi ragazzi in età sensibilmente maggiore e nei genitori. E’ una contraddizione rispetto a quanto si dice in giro, è un segnale di una nudità che non è poi così innata e insita nel tessuto sociale francese, un’indicazione forte e precisa di come l’erba del vicino è più verde solo perché così la si vuole vedere, perché si preferisce guardare solo a ciò che fa più comodo e si tralascia di vedere la realtà nel suo insieme.

Ora qualcuno dirà “guarda, vai, andate nel villaggio tal dei tali, li il personale è nudo e nessuno si veste” o altre cose similari, ebbene, si certo, sono sicuro che esistono villaggi dove l’esperienza nudista possa essere realmente totalizzante, ma:

1)      l’eventuale presenza di alcuni villaggi dove il nudismo è presente sempre e ovunque non toglie niente al mio discorso, casomai lo rafforza;

2)      il discorso non è una critica al villaggio e nemmeno ai francesi, vuole solo essere l’esposto di alcune osservazioni fatte e della relativa considerazione in merito alle affermazioni che fanno molti nudisti italiani in merito alla presunta superiorità del nudismo francese;

3)      cercando il posto per la vacanza ho esaminato centinaia di siti Internet, decine e decine di villaggi diversi e molti si facevano pubblicità solo con immagini di persone vestite, molti indicavano obblighi di vestirsi in alcune parti del villaggio, tutti riportavano filmati o fotografie delle feste e delle serate nei quali le persone, tutte, erano rigorosamente vestite; per inciso, solo il Bagheera ha foto di un market con persone nude.

Io, noi, torneremo in Corsica, torneremo in questo villaggio, che alla fine è uno splendido villaggio, alla fine permette, seppur con alcuni piccoli fastidi, di vivere una vacanza nudista a pieno titolo, cioè una vacanza in cui ci si possa dimenticare totalmente di qualsiasi forma di vestiario, anche la più piccola. Speriamo solo che, i piccoli segnali tessili notati non facciano perdere, come già successo altrove, l’identità nudista a questo magnifico villaggio. Invitiamo solo le persone ad essere più aperte verso quanto hanno in casa loro e meno propense a fuggirsene all’estero, che i problemi di casa nostra esistono tali e quali anche a casa d’altri; forse è meglio aiutare a risolvere i nostri problemi che quegli degli altri.

Chi siamo, cosa siamo, è l’etichetta a farci diversi?


Una mattina d’inverno una mucca, svegliandosi dal sonno notturno, improvvisamente balza in piedi e, rivolta alle sue compagne di stalla: “carissime amiche, io mi sono stufata di vivere ferma in questa stalla mal ridotta, d’essere munta solo quando sto scoppiando dal dolore, di stare al freddo e all’umido, voglio cambiare, voglio essere una mucca da corsa!”

Così tutta baldanzosa per la sua idea, si lucida per bene il manto, si pulisce gli zoccoli e s’avvia verso il vicino paese dove, proprio oggi, si tiene la fiera degli animali. Giunta al paese cerca di attirare l’attenzione su di sé e, per farlo, si piazza un bel cartellone al collo con scritto “Venite signori, venite a vedere la più bella mucca da corsa del mondo!. Passa il tempo e nessuna delle persone che si sono fermate a leggere il cartello si è poi soffermata a osservare e parlare con la mucca, solo qualche veloce sguardo di compassione. Alla fine, sconfortata, la mucca decide di chiedere al capo del villaggio: “Carissimo, ma perché mai nessuno mi ha voluto comprare come mucca da corsa?” Il Capo Villaggio senza esitazione risponde: “Ma mia cara bestiola, esistono le mucche da latte e quelle da macello, ma non si è mai sentito parlare di mucche da corsa! Per le corse si usano i cavalli e una mucca non potrà mai stare al passo con un cavallo.” Così la nostra mucca, mogia, mogia, con la coda fra le gambe si avvia sulla strada del ritorno.

Rientrata alla stalla, le sue compagne presero a deriderla: “Eccola li quella che si credeva di poter cambiare il suo essere! Sei una mucca da latte e tale devi restare eheheh!”.
La derisione delle compagne rese ancor più furibonda la nostra mucca, che per dimenticare la brutta esperienza se ne andò nel suo cantuccio e si addormentò.
Durante la notte, la mucca si sognò di se stessa mentre correva felice insieme ai cavalli, mantenendone il passo e vincendoli pure. Al risveglio si disse: “Bene mia cara, se le mucche da corsa non esistono, allora devi diventare cavallo!” Detto, fatto, durante i giorni successivi si allenò a lungo per camminare come un cavallo, si liscio per bene il pelo e provò a fare delle lunghe corse per prendere fiato e velocità.

Ritornato il giorno della fiera degli animali, la nostra amica vi si reca con un bellissimo cappellino bianco con su scritto “Cavallo da corsa”. Trova una posizione bene in evidenza e vi si piazza gridando per richiamare l’attenzione: “Signori, signoriiiiii, venite a vedere questo bellissimo cavallo, un cavallo velocissimo, un cavallo robusto, un cavallo che vi farà vincere tanti trofei. Compratelo, signori, cooomprraaaateloooooo!”.
Passano le ore e la nostra mucca non raccoglie altro che sguardi attoniti, nessuno si ferma a guardarla, nessuno mostra il benché minimo interesse per lei. La mucca, arrabbiata, continua a ripetersi quanto siano cattive quelle persone, ma che avranno gli altri cavalli di diverso da me? Perché non mi danno ascolto? Perché non mi guardano? Alla fine, stanca e furibonda, chiede nuovamente spiegazioni al capo del villaggio e questi: “ma mia cara bestiola, non basta cambiarsi l’etichetta per cambiare il proprio essere, sei una mucca e mucca devi restare!”.

La mucca se ne ritorna alla stalla assai furibonda: “ma che è questa storia delle etichette? Io non voglio essere etichettata, non è giusto, devo essere libera di essere quello che voglio e io voglio essere… Uhm, già, anche cavallo è un’etichetta, esattamente come mucca, io non voglio etichette e allora? Come posso vendermi, allora?”.

Per tutta la settimana la mucca rimugina sulla questione, finché si arriva nuovamente al giorno della fiera. “Oggi” di dice la nostra mucca, “oggi sono sicura che riesco a farmi comprare, mi tolgo di mezzo ogni etichetta e vedrai che mi compreranno”. E’ così che la nostra raggiunge nuovamente il villaggio e si piazza al centro della piazza dove si svolge la fiera. Piazza dei bellissimi cartelloni colorati tutt’attorno a se stessa sui quali campeggiano incitazioni all’acquisto. Passa le ore e ancora niente, la mucca inizia a diventare nuovamente furiosa quando un fattore si avvicina alla mucca e, mormoreggiando, la osserva per bene. La mucca lo guarda a sua volta e pensa: “ecco, visto, ora mi compra!”
Passano una decina di minuti durante i quali il fattore, sempre mormorando frasi incomprensibili, continua ad osservare la mucca; questa sta per spazientirsi quando il fattore: “Si, si, non male. Un bellissimo animale, una stupenda mucca da latte”. A sentir questo la mucca alza violentemente il capo, osserva il fattore e… “mio caro signore io non sono una mucca da latte!” “Ah no” risponde il fattore, “se non sei una mucca da latte, allora cosa sei?” E la mucca “vede signor fattore io sono…, ehm io sono… beh ecco io sono un animale con la pelle liscia, un manto bianco chiazzato di nero, delle gambe robuste, una coda snella e filante; sono un animale senza etichetta, perché non è giusto etichettare le cose, ogni animale deve sentirsi libero di essere quello che vuol essere e io voglio essere… ehm… essere…. uhm, a si sono un animale con la pelle liscia, un manto bianco chiazzato di nero, che corre veloce nei prati, che …” “Mia cara mucca” la interrompe il fattore “tu sei libera di voler essere quello che vuoi, di voler fare quello che vuoi, però a me serve una mucca da latte, tu per me sei una mucca da latte e anche una bellissima mucca da latte, ti avrei dato tanti soldi, ti avrei messo in una stalla bellissima, ti avrei dato da mangiare cose sane e prelibate, ma… ma visto che tu non vuoi essere una mucca da latte, visto che non vuoi etichettarti, beh, allora ti saluto e vado a cercarmi una mucca che abbia il coraggio di essere quello che è, di fare quello che deve fare, di chiamarsi come deve chiamarsi. Addio!”

Sconsolatissima e rassegnata la mucca si riavvia sula strada del ritorno, ma prima d’arrivare a destinazione incontra casualmente in capo villaggio. Questi vedendola così abbattuta si fa raccontare la giornata e, alla fine, con un sorriso sulle labbra le dice: “Vedi carissima, tu hai provato a venderti in modi diversi da quello che sei, hai provato addirittura a proporti per un qualcosa di non meglio definito e alla fine hai ottenuto solo delusioni, perché? Non possiamo fuggire da quello che siamo, non possiamo cambiare il nostro essere solo cambiandoci l’etichetta o rifiutandola totalmente, non possiamo proporci in un modo che gli altri non possono comprendere o, peggio ancora, in un modo che non corrisponde a quello che di  noi si vede, di quello che gli altri possono vedere di noi. Se vogliamo che gli altri a noi si interessino, allora dobbiamo necessariamente dare loro l’idea esatta di quello che siamo, dare loro il modo di vederci per quello che siamo, dare loro la possibilità d’apprezzare quello che facciamo, dare loro un modo per identificarci con semplicità e precisione. Insomma, se vuoi cambiare la tua vita, non puoi farlo cambiando l’etichetta che ti identifica, ma devi farlo cambiando il tuo modo di vederti e di porti, facendoti vedere orgogliosa di quello che sei e di quello che fai”.

A questo punto la mucca improvvisamente comprende i suoi errori e felicissima s’incammina verso la sua stalla, l’espressione sorniona maschera bene quello che le sta passando per la testa, ma dentro, nel suo animo, è ormai certa che alla prossima fiera riuscirà nel suo intento.

La settimana passa tranquilla, arriva nuovamente il giorno della fiera e la nostra mucca si avvia, senza particolari preparativi, al paese. Ivi giunta si mette in una posizione evidente, ma non troppo centrale, prepara uno sgabellino e un secchio di latta e fissa alla palizzata uno striscione su cui ha scritto “Sono una mucca da latte, il mio latte è ottimo, ma non voglio che mi crediate sulla parola, qui trovate uno sgabellino e un secchio, prendeteli, mungetemi e assaggiate il mio latte, poi decidete”. Fatto ciò si mette al centro della sua piazzola e si mette a canticchiare dolcemente una canzoncina che le ricorda i prati e i fiori della sua infanzia, mostrandosi felice e orgogliosa d’essere una mucca da latte. Nel giro di mezz’ora, davanti alla piazzola della nostra mucca s’è creato un grosso assembramento di persone, tutti, attratti da tanta felicità e sicurezza, vogliono assaggiare il suo latte e, a turno, la mungono. I mugolii di soddisfazione si ripetono uno dietro l’altro: “buono questo latte”, “eh, si, è proprio buono”, “anzi è ottimo, questa mucca la voglio io”, “no, no, dev’essere mia”, “ehi voi, non pensateci nemmeno, me la porto via io”.

E’ una lotta di persone che vogliono portarsi a casa la mucca e nessuno riesce a prendere il sopravvento sugli altri. Allora interviene la mucca: “cari signori, apprezzo il vostro interessamento e ne solo decisamente lusingata, ma, vi chiedo, dove mi portereste?” “In una bellissima stalla” grida un distinto signore. “In una stalla moderna” urla un altro. “In un grande prato” afferma un terzo. “Guarda carissima, io ho una piccola stalla di montagna, ne bella ne moderna, ma la tengo curata e mungo le mie vacche due volte al giorno, in più esse sono libere di circolare a piacimento tra i prati e i boschi, mangiando l’erba fresca e respirando la brezza dell’alpe”. “Signori, ho deciso” interviene la mucca” vado con quest’ultimo signore. Fu così che la nostra mucca riuscì a cambiare la propria vita ed ora scorrazza libera e felice, non più timorosa di quello che è, non più infastidita dal sentirsi chiamare per quello che è, anzi orgogliosa di tutto ciò e orgogliosa d’aver compreso che “gli altri ci vedono in ragione di quello che noi facciamo, non per la maschera che noi vogliamo indossare!”

Le ricette del “Cuoco Nudo”: spaghetti “Fine Anno”


Li ho chiamati “Fine Anno” perché questa è una ricetta che mi sono inventato ieri sera per organizzare il pranzetto di fine anno. Ovviamente la ricetta può essere usata in qualsiasi altro giorno dell’anno e, in tal caso, se non vi va di usare il nome indicato, come alternativa potete usare “Quando il tonno incontra il maiale”.

Ingredienti (per quattro persone)

500g di spaghetti; 1 scatoletta di tonno sott’olio (160g di prodotto non sgocciolato); 100g di pancetta affumicata a dadini; 150g di olive nere denocciolate; 50g di olive verdi denocciolate; 20g di capperi; 1 scatola di pomodori pelati (400g di prodotto non sgocciolato); 1 bicchiere di vino bianco secco; 4 cucchiai di olio d’oliva extravergine; il succo di mezzo limone; sale grosso; sale fino; pepe nero in grani; peperoncino.

Preparazione

In un largo tegame versate i quattro cucchiai d’olio d’oliva extravergine, poi mettetelo al fuoco e lasciate scaldare l’olio. Quando l’olio inizia a scaldarsi versateci i dadini di pancetta e, mescolando con un cucchiaio di legno, lasciateli friggere finché’ il grasso inizia a diventare trasparente. Nel frattempo sminuzzate con un coltellino o i rebbi di una forchetta il tonno in scatola e quando la pancetta è pronta versateci sopra il tonno con il suo olio di conserva (se preferite potete sgocciolare il tonno e usare altri due cucchiai di olio d’oliva extravergine). Mescolando ogni tanto, lasciate amalgamare il tutto per un paio di minuti, poi aggiungete i capperi, mescolate un poco e versate le olive nere e verdi. Attendete ancora un paio di minuti e versate il vino bianco, che lascerete evaporare quasi completamente, per poi versare i pomodori pelati con il loro liquido di conserva. Schiacciate e rompete i pelati, mescolate per bene e lasciate cuocere per cinque minuti; regolate di sale e di pepe, infine aggiungete il peperoncino. Ancora un minutino e poi spegnete il fuoco, coprite il tegame con un coperchio e lasciate riposare il tutto per almeno trenta minuti.

In una spaghettiera versate 3 litri d’acqua e mettetela al fuoco. Quando prende il bollore versateci il sale grosso e lasciatelo sciogliere per bene, poi versate gli spaghetti rotti a metà. Date subito una bella mescolata affinché gli spaghetti non restino attaccati gli uni agli altri, poi a fiamma medio bassa (l’acqua deve mantenere il bollore ma non saltare) continuate la cottura della pasta. Quando mancano quattro minuti alla completa cottura della pasta, riaccendete sotto il tegame del sugo per riportarlo a calore. A due minuti dal termine cottura degli spaghetti, prelevate due cucchiai d’acqua di cottura degli stessi e versatela nel sugo, mescolando, poi scolate gli spaghetti e versate anche questi nel tegame del sugo. Mescolate per bene portando la pasta a termine cottura (due minuti o poco più).

Quando la pasta è cotta, impiattate facendo in modo che qualche oliva (sia nera che verde) e un poco del tonno rimangano sopra alla pasta a titolo di decorazione e, per finire, versate sopra ad ogni piatto di pasta un quarto del succo di limone.

Servite immediatamente.

2011 in review


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