La deresponsabilizzazione


Si continua a dire che le persone vanno responsabilizzate e poi… e poi tutto funziona al contrario, dall’educazione dei bambini alla gestione degli alunni nelle scuola, dal mondo del lavoro alla vita sociale.
Assolutamente corretto che ci sia un sistema atto a garantire che chi crea un danno lo possa (e lo debba) poi rifondere economicamente, assolutamente corretto che chi ha in cura bambini e ragazzi ne debba garantire un certo controllo, assolutamente corretto che … ma, ma si è andati troppo oltre, si è raggiunto e alla lunga oltrepassato il punto in cui le garanzie sociali sono un giusto equilibrio tra ponderabile e imponderabile, tra diritto e dovere, tra irresponsabilità dell’uno e responsabilità dell’altro.

Un tempo non molto lontano i bambini crescevano giocando nell’aia, sbucciandosi le ginocchia un giorno si e l’altro pure, correndo liberi tra prati e galline, sporcandosi nelle pozzanghere e tuffandosi nei fossi. Oggi il genitore che non tiene il figlioletto sotto stretta sorveglianza non solo viene male additato dagli altri, ma rischia di trovarsi denunciato.

Un tempo non molto lontano il ragazzino che, uscendo di corsa dalla scuola o dall’oratorio, scivolava sulle scale bagnate veniva aspramente sgridato dai genitori per la sua disattenzione e imprudenza. Oggi la scuola o l’oratorio potrebbero trovarsi citati in giudizio per rispondere dei danni subiti dal ragazzino.

Un tempo non molto lontano i ragazzi andavano a scuola a piedi e da soli già a partire dalle scuole elementari. Oggi non solo non si muovono se non ci sono i genitori, ma questi ultimi si sobbarcano l’onere di preparare loro la cartella e portargliela fino davanti ai cancelli della scuola.

Un tempo non molto lontano l’adolescente doveva aiutare in casa facendo quantomeno da mangiare e aiutando in altri lavori domestici. Oggi viene servito e riverito.

Un tempo non molto lontano nelle scuole, quantomeno in quelle di ordine superiore, non esisteva la vigilanza o era molto blanda. Oggi i docenti, anche nelle scuole d’ordine superiore, non solo non possono allontanarsi dall’aula nemmeno per pochi secondi, ma devono perfino rinunciare al meritato e dovuto quarto d’ora di pausa per vigilare sui ragazzi durante la ricreazione.

Un tempo non molto lontano i ragazzi venivano presto abituati ad essere autonomi. Oggi l’autonomia viene definita “vuoto formativo” o “assenza di controllo”.

Un tempo non molto lontano, i giovani diventavano adulti a vent’anni. Oggi gli adulti trentenni vengono chiamati e si definiscono giovani.

Un tempo non molto lontano esisteva una gerarchia sociale. Oggi è stata completamente annullata.

Un tempo non molto lontano genitori e docenti erano alleati nel lavoro di educazione e formazione di ogni livello. Oggi i docenti sono l’ultima ruota del carro, devono rispondere del loro operato a tutti, si trovano tra l’incudine e il martello e comunque facciano per qualcuno sbagliano.

Non ci siamo, assolutamente non ci siamo, tutto ciò porta inesorabilmente alla deresponsabilizzazione e così i bambini non hanno idea del mondo che li circonda e crescono senza regole, i ragazzini imparano che tutto è loro dovuto e niente loro devono, gli adolescenti non hanno la benché minima forma di autocontrollo, non pensano prima di agire, non sanno quando è il momento di smettere con il gioco finendo con il farsi del male seriamente o farlo agli altri.

E’ giunta l’ora di cambiare direzione, è giunta l’ora di accorgersi che i giovani, quelli veri, cioè quelli che hanno tra i dodici e i vent’anni, gridano al mondo la loro voglia, la loro esigenza di autodeterminazione, di libertà, di autonomia, è giunta l’ora di smetterla con le regole autolesioniste. A che serve, ad esempio, definire che la scuola è responsabile delle cavolate dei ragazzi, se poi questo porta la scuola a imbrigliare i ragazzi e impedire loro di crescere e responsabilizzarsi? Un bimbo se non si scotta avvicinando la mano ad una fiamma, crescendo finirà per bruciarsi. Un bimbo se non si sbuccia un ginocchio cadendo da un gradino, crescendo finirà col cadere da un tetto. Un ragazzo se non è libero di esplorare il mondo, crescendo finirà col distruggere il mondo. Un ragazzo se non può usufruire di momenti in cui possa e debba autogestirsi, crescendo finirà col distruggere se stesso.

Non è il ferreo controllo, l’imbrigliamento della naturale vivacità del giovane, l’annullamento della sua voglia di vivere che gli evitano di farsi del male, così gli si fa doppiamente del male: prima perché gli si impedisce di crescere e maturare, poi perché lo si istiga a trasgredire spingendolo su strade sbagliate e veramente pericolose. Il giovane va responsabilizzato e questo si ottiene solo ed esclusivamente attraverso l’educazione all’autonomia, lo si deve di certo accompagnare nel suo percorso di crescita, ma accompagnare non vuol dire decidere per lui, non vuol dire imprigionarlo, non vuol dire toglierli il respiro.

Informazioni su Emanuele Cinelli

Insegno per passione e per scelta, ho iniziato nello sport e poi l'ho fatto anche nel lavoro. Mi piace scrivere, sia in prosa che in versi, per questo ho creato i miei due blog e collaboro da tempo con riviste elettroniche. Pratico molto lo sport e in particolare quelli che mi permettono di stare a contatto con Madre Natura e, seguendo i suoi insegnamenti, lasciar respirare il mio corpo e il mio spirito.

Pubblicato il 27 gennaio 2012, in Atteggiamenti sociali, Motivazioni del nudismo, Società con tag , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 9 commenti.

  1. Ciao Emanuele mi sono permessa di leggere e rileggere le tue rifessioni. Da formatrice e da madre le trovo davvero stimolanti. Naturalmente capisco che sono state almeno in parte indotte dal nostro confronto durante la settimana lavorativa. Tu parli di questo passato -non ancora remoto- come di una dimensione perfetta e perduta, una specie di paradise lost. Bisogna fare molta attenzione: in quel passato di cui parli (temo che tu faccia riferimento ad una tua, personale esperienza di infanzia felice) c’erano genitori che crescevano i figli a suon di cinghiate, che non ne coltivavano le predisposizioni personali costringendoli a percorsi formativi o professionali senza considerarne l’opinione, c’era un modello educativo improntato proprio sull’autorità del padre e dell’educatore. Non mi pare proprio che si possa dire che la scuola del passato fosse inclusiva e aperta al dialogo, almeno non quella italiana: se fosse stata così, per che cosa avrebbero lottato i giovani del passato? In quanto alla responsabilizzazione dei ragazzi è tutto meraviglioso ma in presenza di alcuni ingestibili l’intera classe paga il prezzo di non riuscire ad imparare: siamo sicuri che ciò sia democratico ed educativo? E assegnare la nota a quello che non ha saputo gestire il tempo che tu hai offerto in autogestione, come lo chiamiamo? Un effetto collaterale? E se sappiamo già che non sono in grado di farlo, perché insistiamo? Non sarebbe meglio far passare qualche mese e riprovarci? Loro invece hanno la conferma che comunque si comportino, avranno ancora e subito l’opportunità di provocare, danneggiare, infrangere regole: hanno ancora l’opportunità di soverchiare la realtà nostra e dei compagni che vorrebbero invece capire e crescere, loro sì in autonomia! Infine, sei da sempre stato favorevole a vietare il fumo anche agli ambienti scolastici esterni, quindi ad essere un educatore pienamente in grado di imporsi e limitare la libertà dei ragazzi: perché non agire ugualmente in aula?
    Ti lascio con tante domande e un augurio di buon weekend!
    Chiara

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    • Chiara, questo articolo è stati ideato diverso tempo addietro (circa un anno) e non è stato, se non in un piccolissimo passaggio, condizionato dal nostro piccolo diverbio d’opinioni.
      La mia infanzia non è stata assolutamente infelice, tutt’altro.
      Non dico che un tempo non molto lontano tutto fosse perfetto e funzionasse alla grande, ma di certo funzionava un poco meglio di oggi; diciamo che sono i due opposti della medaglia ambedue troppo sbilanciati, sebbene oggi lo sia un poco di più. Ti posso assicurare che sono diversi i formatori che si stanno ponendo le stesse questioni e sono tanti coloro che si sono chiesti e risposti alla domanda “mi ha veramnete fatto male qualche sculaccione?” e la risposta è stata decisamente negativa, anzi all’opposto “mi ha fatto bene”.
      Non entro in merito ai nostri fatti specifici, che non sono d’interesse pubblico e ho già spiegato: solo che tu talvolta non ascolti. Per inciso: non mi risulta d’essere uno di quelli che danno più note, solo che a volte risultano concentrate in un breve periodo (per altro passata la buriana del momento, diventano sempre momento educativo molto forte dato che se ne parla in classe e/o con il ragazzo… ci sarà un motivo se le aziende degli stage mi fanno sempre più complimenti e se i ragazzi stanno volentieri con me). Vogliamo fare cambio di cattedra? Un mesetto e poi ne riparliamo!
      Per il resto dico solo che “chi non risica, non rosica” e ti consiglio di leggerti “La mia voce ti accompagnera” di Milton Erikson… te lo posso prestare appena me lo ritornano.

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      • Per altro, l’articolo doveva prendere in considerazione tutta la struttura sociale, ma poi diventava troppo lungo e prolisso, indi mi sono fermato alla sola scuola, un esempio di quello che avviene nella nostra (italiana, che all’estero in molte cose è diverso, sono già andati oltre… tornando un poco indietro) società odierna.

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      • Ah, le domande che mi fai, invero io me le sono poste già tanto tempo addietro e continuo a pormele; le risposte mi hanno portato e mi portano a cercare un cambiamento dei metodi tradizionali, ad abbracciare il metodo che, seppur in continua evoluzione (non sto mai fermo, sono sempre alla ricerca del miglioramento) ormai uso da alcuni anni ottenendone grandi riconoscimenti e soddisfazioni.
        Ogni nota è per me una sofferenza immane, infatti arrivano sempre dopo una lunghissima paziente attesa e prima di scriverle ci penso e ci ripenso più volte, ma mi danno risultati didattici e comportamentali notevoli, alcuni sopo un po’ ci ricascano, ma nel tempo le cose scemano sempre più.
        Quanto al far perdere diritto allo studio a chi vuole studiare, direi che è l’esatto opposto: se dovessi correre dietro a coloro che non vogliono studiare, dovrei fare solo quello e perderei anche gli altri, invece personalizzando l’azione, ovvero alternando l’attenzione tra piccoli gruppi di allievi, parto con due persone che seguono e arrivo a far seguire, spontaneamente, l’intera classe.
        La materia che insegno ha esigenze e problematiche tutte particolari, non presenti in nessun’altra materia, e le uniche soluzioni possibili, alle quali sto invero lavorando, o non sono assumibili nella nostra scuola (teoria ad alto approfondimento) o richiederebbero anni di duro lavoro per elaborarle (simulazioni interattive).

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  2. Che io non ascolti gli altri è una tua opinione che tra l’altro mi ferisce e che, ne sono certa, non è condivisa da chi ha l’abitudine di lavorare in stretto coordinamento -e senza pregiudizi- con me. In quanto al cambio di cattedra non ci tengo proprio, ognuno ha la propria vocazione. Infine, che i ragazzi ti vogliano bene è senza dubbio un merito, complimenti. Sulle note e su quello che vengono a dire a me ti assicuro che avrei molto da dire, ma ovviamente non qui e non ora.
    Infine, a proposito di non sapere ascoltare: ho fatto di tutto per farti capire che NON stavo parlando di te martedì, ma sei partito in quarta e così mi sa che la persona di cui parlavo davvero ha fatto finta di nulla. Pazienza. Ciao.

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    • Ora sei tu che parti in quarta, ho detto “talvolta non ascolti”, come del resto succede a tutti, me compreso, anzi soprattutto a me (ho sempre bisogno di ripensare a lungo sulle cose prima di valutarle a pieno, ma non sempre riesco a rimandare le mie considerazioni: sono troppo passionale, seppure timido e introspettivo)! E si riferisce a momenti specifici, non ad un atteggiamento di massima.
      Quello che dicono a te sulle note è quello che dicono a caldo e non coincide poi con quello che dicono a me a freddo, e, comunque, non è mai morto nessuno per una nota :)) E poi resta sempre il fatto che non sono tra quelli che ne danno di più, direi che mi piazzo a metà. Indi o non le da più nessuno o non vedo perchè dovrei cambiare solo io, premesso che gradirei moltissimo il non darle.
      Il fatto che non parlassi di me, conta poco: sono sempre in campo per le idee in cui credo, non è una questione di diatriba personale o meno, ma solo di puro principio.

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  1. Pingback: La deresponsabilizzazione: “cum grano salis!” | Mondo Nudo

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