Manerba, Mort, Dante… cos’altro serve per svegliarsi?


Premessa
Associazioni e Federazioni, sulle quali dovrò qui parlare, non sono entità possedute da vita propria, ma sono strutture sociali che vivono a seguito del lavoro svolto dal proprio Consiglio Direttivo. Riferendomi per comodità ad esse, pertanto, faccio invero e necessariamente riferimento non all’ente in se e per se, ma a chi lo presiede e lo dirige.


All’inizio, tanti anni addietro, ci furono i pionieri del nudismo, persone che non temevano le ritorsioni anche fisiche, persone che non si facevano remore nel farsi vedere nude e nel colonizzare luoghi ove praticare il nudismo. Fu, quello, il periodo della crescita e della diffusione: da zero praticanti e zero luoghi in pochissimi anni si passo a qualche migliaio di praticante e a decine di luoghi.
Poi arrivò l’età della vergogna, il nudismo divenne naturismo, il movimento si chiuse su se stesso, i gruppi operarono come carbonari. Fu, quello, il periodo della quiescenza: gli anni passavano ma praticanti e luoghi crescevano lentamente o non crescevano affatto, in particolare i luoghi.
Infine arrivarono gli ideologi del rispetto e del silenzio, i cultori del miele al posto dell’aceto, e fu l’affermarsi della decadenza: sulle fondamenta suicide create dal periodo della vergogna si ersero le mura delle rivalse tessili, dei servizi (pseudo)giornalistici intrisi di falsità e ignoranza, delle Ordinanze di divieto. Il duro e sudato lavoro dei pionieri viene ignobilmente distrutto, i luoghi in cui da decine d’anni si praticava in piena tranquillità il nudismo vengono interdetti.

Limitandosi ai casi più tipici e pubblicizzati, prima si ebbe la Rocca di Manerba, dove con la scusa, si perché era solo una bella e buona scusa come dimostrai in un mio articolo dell’epoca (leggilo), delle scene di sesso viene dal Sindaco (e si faccia ben presente del Sindaco, non del Consiglio Comunale) emessa un’Ordinanaza di divieto al nudismo. Poi iniziano a farsi avanti problemi al Lido di Dante che paiono subito rientrare. Al loro posto iniziano quelli del Mort, qui si arriva ad una strana situazione, imprudentemente qualcuno gioisce ma quest’anno, così come avevo a suo tempo palesato in un mio articolo (“perché mai si da una concessione mediante un’Ordinanza? Le concessioni si danno con Delibera, le Ordinanze servono per i divieti). Nell’ultimo mese risalta fuori il Lido di Dante dove la situazione si rifà calda, anzi caldissima: la forestale mette in atto azioni di vera e propria rappresaglia fermando e denunciando i nudisti, facendosi forza su di una legge che invero, presa per come viene presa, dovrebbe inibire l’accesso a chiunque, vestito o nudo che sia. Un discriminante, quindi anticostituzionale, abuso di potere.
A fronte di tali situazioni, ma soprattutto di quest’ultima del Lido di Dante, alcuni esponenti del movimento nudista si stanno chiedendo cosa fare, come intervenire (per inciso, dopo aver già fatto qualcosa, sebbene senza effetto positivo), purtroppo le tante risposte sollevano tutte anche dei dubbi e delle perplessità: ma serviranno a qualcosa? riusciremo a portare numeri adeguati ad una protesta? o causeremo solo rappresaglie più decise e prepotenti?

Fra queste domande se ne solleva anche un’altra: “ma perché la Federazione tace? perché non interviene come sarebbe suo dovere?” Partiamo da qui.

Invero la Federazione si sta muovendo, sta facendo qualcosa, anzi tanto, sta seguendo quella che da tempo si è palesata come la sua linea di pensiero politico e sociale: la distruzione delle spiagge (e luoghi in genere) libere! Sono anni che non ne fa segreto, tutte le sue azioni sono volte a ottenere la ghettizzazione del nudismo, persino all’ultimo Congresso Internazionale, il primo tenutosi in Italia e il primo organizzato dalla Federazione , il tema di fondo era basato sul mettere in cattiva luce il nudismo libero e sostenere a spada tratta la necessità del naturismo commerciale. Ben evidenti sono gli interessi economici federali e associativi dietro a tale linea: per fare più tessere (alias aumentare gli introiti) devo trovare il modo di cerare un obbligo al tesseramento, le spiagge libere non le posso vincolare in nessun modo, nei villaggi chiusi (ghetti in sostanza) posso invece vincolare l’accesso al possesso della tessera ed ecco che, facendo disinformazione per sollecitare le persone a frequentare più i villaggi che le spiagge libere, facendo in modo che le spiagge libere non solo non crescano ma decrescano, ecco che ottengo lo scopo primario dell’aumento del tesseramento. Meno evidenti, almeno per chi è fuori dal giro e non conosce le persone in campo, sono gli interessi economici personali: essere al contempo Presidente di Federazione o Associazioni e proprietario o comunque socio di villaggi e centri risulta essere, se non proprio una palese violazione delle regole sociali, quantomeno un conflitto d’interessi che apre la porta a dubbi e perplessità assolutamente leciti.
Ecco perché la Federazione , qui come a Manerba, come in tante altre occasioni, non interviene: perché è sua precisa volontà, suo preciso interesse non farlo.

A questo punto, dato il disinteresse della Federazione, disinteresse che non solo è fuori da ogni logica, ma è pure palese inadempienza verso i propri compiti istituzionali (una Federazione esiste per difendere l’interesse sociale del movimento, non per difendere il proprio esclusivo interesse economico), costituzionali (una Federazione deve promuovere e agire secondo il volere dei propri federati, non secondo il volere del proprio Presidente o del proprio Consiglio Direttivo) e politici (le Federazioni sarebbero gli enti preposti alle trattative con le istituzioni, gli unici a poter fare vera pressione politica), ecco, a questo punto non solo le Associazioni di categoria sono autorizzate a prendere l’iniziativa, ma lo devono assolutamente fare; le Associazioni non sono diramazioni federali, bensì gruppi autonomi di persone riunite da uno stesso interesse; le Associazioni non sono prive di autonomia, anzi ne hanno piena facoltà; le Associazioni non sono alle dipendenze della Federazione, ma è vero l’esatto opposto, è la Federazione ad essere alle dipendenze delle Associazioni. Una Federazione serve a coordinare le attività Nazionali del movimento, ma raccogliendo e applicando i suggerimenti della base, se però viene a mancare a questo suo unico vero compito e tenta d’imporre un ribaltone delle logiche associative e federative, beh, allora le Associazioni hanno il dovere di destituire su due piedi chi presiede e dirige la Federazione, togliere loro ogni potere decisionale e attuativo e operare coordinandosi, se possibile, direttamente tra loro.

Passiamo ora alle altre questioni.

Ciò che sta avvenendo al Lido di Dante, non è da imputarsi al Lido di Dante, esattamente come quanto avvenuto al Mort o a Manerba non sono da imputarsi al Mort o a Manerba, si sta parlando di Italia, di una situazione italiana e che va ragionata pensando non alle singole specifiche località ma all’Italia nel suo insieme.
Due sono gli aspetti da esaminare, ma che in realtà hanno cause comuni e richiedono azioni comuni:

  1. l’opposizione al nudismo delle istituzioni;
  2. il limitatissimo coinvolgimento nelle azioni di protesta da parte degli associati e non associati.

Inutile continuare a recriminare sulla chiusura mentale della società, sull’ignoranza dei media, sul disinteresse di chi non è nudista, i veri artefici di tale situazione sono i nudisti stessi, in primis la Federazione, poi le Associazioni e infine anche le singole persone. Federazione e Associazioni, pur nel concetto che la generalizzazione fa sempre torto a qualcuno ma è comunque necessaria, hanno indotto le persone a credere e propagandare un sacco di falsità, ad agire in modi inopportuni, a imporsi regole assurde e controproducenti.

Uno, l’essersi dati un termine inappropriato e poco chiaro, un termine che già da decine di secoli identifica un preciso movimento ideologico e sociale con piccole attinenze ma tante diversità. Non basta, non è corretto che quattro gatti si riuniscano in congresso, sia pure internazionale, e decidano di appropriarsi di una parola, di cambiarle quasi totalmente il suo significato storico. Questa non è spontanea evoluzione naturale dell’etimologia o dell’utilizzo di un termine, questa è una indebita forzatura: pur accettando, comunque, tale fatto e accettando la definizione che ne è scaturita, naturismo non è nudismo, lo può intendere ma non lo identifica, lo può comprendere ma anche no. Tra l’altro il ricorrere ad una parola non chiara, volenti o nolenti trasmette un messaggio di vergogna e l’inevitabile risposta è quella di distacco, disinteresse, o addirittura opposizione: “se ti vergogni tu di definiti chiaramente per quello che fai, stai nudo quindi sei nudista, perché mai io dovrei seguirti o anche solo appoggiarti?”

Due, l’aver fatto credere che la legge italiana sia d’ostacolo al nudismo e lo ritenga un reato, quando invece la legge italiana è una delle più favorevoli alla pratica del nudismo, nel mondo solo la Spagna ha qualcosa di meglio, anche se sarebbe opportuno dire di più chiaro. Da nessuna parte della legge italiana si parla di nudo e nudismo, gli articoli del Codice Penale parlano solo ed esclusivamente di “atti osceni in luogo pubblico” (e si sa bene che mai si è avuta imputazione in tal senso per qualche nudista, se non per errata interpretazione della parola nudista) e di “atti contrari alla pubblica decenza” (e qui dopo anni di quiescenza le coscienze istituzionali si sono improvvisamente e stranamente risvegliate), ma da nessuna parte poi si vanno meglio a precisare quali siano questi atti; il tutto si fonda, pertanto, solo sulla convenzione sociale, ma questa non è immutabile, bensì cambia coi tempi e, ad oggi, il nudo pubblico non è più un atto che i più vedano come indecente, così come confermato dalle ormai molte sentenze, ivi compresa quella della Cassazione. Ciò dovrebbe di fatto portare gli operatori delle Forze dell’Ordine a non intervenire più nei confronti di chi pratica nudismo, se questo non avviene è per effetto di quanto già detto o di quanto segue.

Tre, l’aver fatto perdere al movimento nudista la sua vera identità e la sua forza: alcuni esponenti, più o meno di spicco, del movimento si sono infatti fatti portatori, arrivando spesso a imporlo per non essere considerati sessualmente deviati, di un concetto assolutamente iniquo di rispetto; un concetto di rispetto che impone l’annullamento totale del proprio diritto a stare nudi, a fronte di un fastidio (che ricordiamo trattarsi di una vera e propria malattia psicologica: la gymnofobia… e le malattie si curano, non si elevano a status sociale di norma) per la visione di un copro nudo, fastidio che può evitarsi facilmente girandosi e allontanandosi. Il vero concetto di rispetto non può mai transigere dal senso di reciprocità, non può mai ignorare il diritto alla parità (che di certo non si ottiene con la rinuncia di una delle parti e quasi mai si trova allea media aritmetica dei due pensieri. Operando nel contesto di tale assurda forma di rispetto si è solo ottenuto di dare spazio ai pochi oppositori, si perché sono pochi, anzi pochissimi, molto meno di quanti siano i nudisti, solo che loro non si fanno riguardo ad alzare la voce, al contrario dei nudisti che se ne stanno in totale silenzio; ovviamente le istituzioni danno ascolto e concedono ragione a chi si fa sentire e non a chi sta in silenzio.

Quali, pertanto, le azioni che il movimento nudista può (e deve) mettere in atto?

Innanzitutto abbandonare l’utilizzo improprio della parola naturismo, per abbracciare e diffondere quello della parola nudismo; parola più chiara, più precisa, che ha il pregio di togliere a chi la pronuncia e a che la sente la sensazione di vergogna, inducendo il nudista ad essere più aperto e orgoglioso di quello che è, la controparte a sentirsi coinvolta e, magari, decidere per il passaggio.
Poi smetterla di rispettare chi non vuole vedere il nudo, tale rispetto non è nella rinuncia a stare nudi, casomai, viste le debite proporzioni, nella definizione di aree in cui il nudo è vietato (un 10% del territorio italiano sarebbe più che proporzionato).

Infine, in caso di fermo da parte delle Forze dell’Ordine, non restarsene inermi ma manifestare immediatamente e fermamente il proprio disappunto, esporre (non sempre, anzi quasi mai, i militi sono a conoscenza delle sentenze, si limitano ad eseguire pedissequamente degli ordini) le motivazioni che rendono perfettamente legale lo stare nudi, annunciare, in caso di loro insistenza, che non si procederà solo a un semplice ricorso (il cui esito sarà sicuramente favorevole, con costi per la comunità che sarebbero risparmiabili), ma anche ad una denuncia per abuso di potere e discriminazione comportamentale.

Azioni che, però, hanno la non piccola pecca nel doversi intendere a lungo termine, mentre il Lido di Dante non ha tempo per attendere, e allora? Allora…
Se, come ho sentito dire, si è certi che la chiusura al nudismo porterà nel giro di poco al fallimento o, quantomeno, a uno stato di crisi per i commercianti della zona, allora la cosa migliore da farsi sarebbe proprio quella di non fare assolutamente niente: lasciare che si chiuda la zona al nudismo, facendo propaganda in modo che più nessun nudista frequenti la zona nemmeno riducendosi a farlo da tessile.
Se tale certezza non c’è allora si potrebbero portare avanti contemporaneamente due azioni parallele:

  1. seguire l’iter burocratico di protesta e pressione politica, coinvolgendo il maggior numero possibile di posizioni politiche (Presidente della Repubblica, Presidente della Camera, e via dicendo);
  2. mettere in campo momenti di protesta, che devono però essere plateali: così come dimostrato in molte occasioni (partendo dai cani di Green Hill, dai camionisti siciliani, dalle manifestazioni NoTAV, per arrivare a chi , da solo, si è dato fuoco davanti a Equitalia, o si è incatenato in una piazza, o si è messo nudo davanti al parlamento, eccetera) in Italia oggi si ottiene di più con poche persone decise e disposte a tutto, piuttosto che con migliaia di persone inermi e indecise. Lancio una sola piccola idea. Oggi vanno di moda i Flash Mob, se ne potrebbe organizzare uno che in contemporanea porti una cinquantina di persone davanti ai comuni dei principali capoluoghi di provincia, queste al dato segnale si calano le braghe appena sotto le anche a mostrare una parte dei glutei nudi (cosa che oggi avviene normalmente quando qualcuno si china e non può pertanto dare adito a interventi di censura) e li si bloccano per un minuto. A lato bandiere dei gruppi e delle Associazioni, oltre a cartelloni che con alcuni precisi slogan diano il senso della cosa.

La prima strada è incerta e sicuramente lunga, la seconda più immediata e darebbe sicuramente molta eco mediatica alla questione, e solo mediante l’eco mediatica oggi si può ottenere ascolto e ragione. Ciò che è importante è che si smetta di stare in silenzio, che si smetta di aver paura, che la si finisca con l’insulso rispetto di chi, per un suo semplice fastidio, non rispetta noi, che si abbandoni l’idea del ghetto a favore di quella, assai forte in tutto il resto del mondo, del “il vestito è facoltativo”. Nel tutto due cose sono poi ancora assolutamente necessarie: supportare l’idea che se il nudo è sano e bello, lo è necessariamente ovunque e quantunque; coinvolgere chi non è nudista nelle nostre attività, che siano di proteste ma anche no.

Informazioni su Emanuele Cinelli

Insegno per passione e per scelta, ho iniziato nello sport e poi l'ho fatto anche nel lavoro. Mi piace scrivere, sia in prosa che in versi, per questo ho creato i miei due blog e collaboro da tempo con riviste elettroniche. Pratico molto lo sport e in particolare quelli che mi permettono di stare a contatto con Madre Natura e, seguendo i suoi insegnamenti, lasciar respirare il mio corpo e il mio spirito.

Pubblicato il 3 maggio 2012, in Atteggiamenti sociali, Motivazioni del nudismo, Società con tag , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

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