Il buon capo


Può sembrare paradossale ma nonostante la notevole disponibilità di opportunità formative in ambito manageriale e di comunicazione, più queste diventano accessibili, più i capi, coloro che hanno, a vario titolo e livello, un ruolo che prevede la gestione e/o il controllo di risorse umane, più si allontanano da quello che le più recenti (e si fa per dire recenti, visto che parliamo ormai di almeno un quindici anni) dottrine manageriali e comunicative professano. Sarà lo stress, sarà non si sa bene cosa, ma di fatto un tale atteggiamento altro non fa che diminuire l’efficienza del capo e aumentarne lo stress, innescando un ciclo iterativo senza fine.
Tagliamo corto e vediamo con un semplice e immediato elenco quali siano le principali qualità di un buon capo, come egli dovrebbe comportarsi.

Un buon capo…

• si mette a disposizione dei propri collaboratori
• delega quanto può delegare, ma totalmente e non solo formalmente
• non si fossilizza sulle posizioni, ma è flessibilmente disposto a rivederle e cambiarle
• non pone mai i propri collaboratori nella situazione di lavorare di fretta e sotto stress
• si accolla la responsabilità dei fallimenti e riconosce ai collaboratori i successi
• non usa mai forme comunicative perentorie
• riconosce l’importanza del lavoro dei collaboratori, quindi mai chiede loro di lavorare gratuitamente
• non comanda, ma suggerisce
• non dirige, ma coordina
• parte sempre dal presupposto che è lui a doversi far comprendere e non gli altri a doverlo comprendere
• prima da l’esempio e poi chiede il rispetto delle regole (comunque concordate e non imposte)
• le regole che lui stesso non riesce a rispettare, anche solo occasionalmente, le rimuove o le modifica
• non accetta eventuali scuse di un collaboratore, ma risponde che non sono necessarie
• non stabilisce le riunioni, ma le concorda
• si immagina i problemi dei collaboratori e li previene, quando ciò non è possibile ne trova sempre e comunque una soluzione favorevole e conforme alle esigenze dei collaboratori
• mette i suoi impegni dopo quelli dei suoi collaboratori
• non chiede mai ai collaboratori di spostare i loro impegni a fronte dei suoi
• rispetta categoricamente riunioni e orari programmati
• arriva alle riunioni per primo e le lascia per ultimo
• si presenta sempre con tutta la documentazione necessaria al corretto e veloce svolgimento di una riunione, mai la sviluppa al momento e mai arriva senza
• è sempre cordiale e ben disposto
• non minaccia mai provvedimenti disciplinari al fine di ottenere quello che gli serve, ma si adempie affinché l’adempimento richiesto risulti fattibile e il meno dispendioso possibile
• non lascia mai i collaboratori nel dubbio e nell’indecisione

Ecco, questo è un buon capo, chi può dire di conoscerne uno? Io no, ma sono assolutamente convinto che al mondo ce ne siano, anche in considerazione della diffusione dei corsi e delle dottrine manageriali che propongono questa forma di capo.

Informazioni su Emanuele Cinelli

Insegno per passione e per scelta, ho iniziato nello sport e poi l'ho fatto anche nel lavoro. Mi piace scrivere, sia in prosa che in versi, per questo ho creato i miei due blog e collaboro da tempo con riviste elettroniche. Pratico molto lo sport e in particolare quelli che mi permettono di stare a contatto con Madre Natura e, seguendo i suoi insegnamenti, lasciar respirare il mio corpo e il mio spirito.

Pubblicato il 23 giugno 2012, in Atteggiamenti sociali, Società con tag , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. Come fa uno che si comporta così – e deve aver impiegato una vita per imparare tutto – a diventare capo? Sembra quasi il profilo del perfetto “perdente”, nel senso che i collaboratori se lo magnano nella pausa pranzo un capo così.
    Ma appunto, è paradossale. E il paradosso è un buon segnavia, uno stretto passaggio fra due opposti sviluppi portati all’estremo fin quasi a coincidere: con questa chiarezza si tengono aperte le branche della tenaglia.
    Al “sistema” che ti vuole vedere in mutande, mostri beffardo che non hai bisogno nemmeno di quelle; ai vestiti che ti vorrebbero valer per divisa, darti un’identità, un ruolo, mostri che tu sei un altro, sfuggito a quei lacci e solo te stesso.

    Nudìvago

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    • “Pefetto vincente” vorrai dire.

      Il paradosso è che si continui (o in alcuni casi si torni) a usare metodi manageriali antichi anche se con essi vengono a mancare i risultati, ci sono in un primo momento, ma poi… poi quando il personale ha compreso come agire (e reagire) svaniscono. E’ meglio ragionare sul breve o sul lungo termine?

      C’è ancora l’assurda convinzione che tra il capo e i suoi collaboratori debba esserci distanza, lotta, distacco, il primo è il capo e gli altri i sottoposti. Tutto questo, nella società attuale, dove la coscienza del se è sicuramente maggiore, è utile sono a creare malcontento, disinteresse nel lavoro, stress, malavoglia, alla fine rallentamento e scadenza qualitativa.

      C’è ancora l’assurda convizione che i collaboratori siano prede fameliche pronte ad azzannare il capo qualora questi si mostri disponibile e cordiale. Lo sono, ma solo quando il capo ce le fa diventare mettendole in competizione fra loro, dominandole con la regola del terrore, evidenziandone gli errori e non gratificandone i successi, premiando chi meno merita solo perchè più lecca o più si dimostra simile a lui, e via dicendo.

      Un buon capo non ha bisogno di dimostrare nulla, lavora per l’azienda e l’azienda è fatta da tutto il personale non solo dal capo.

      L’autorità non si ottiene con l’autoritarismo.
      Per comportarsi così non c’è bisogno di studiare tanto, molto meno che per fare il capo antica maniera.
      Un’azienda non va dominata ma gestita.
      Gentilezza crea gentilezza.
      Disponibilità crea disponibilità.
      Esempio crea esempio.

      Non me le sono inventate io queste cose, ma eminenti esperti di gestione aziendale che da almeno dieci, quindici anni, vanno predicandolo e insegnandolo… a quanto pare inutilmente, almeno in Italia.

      Mi piace

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