Sul pudore – 2


Segue dalla parte 1

Il “frutto proibito” è una invenzione culturale-ideologica allo scopo di giustificare dei limiti.

Da una parte si amplifica la componente di desiderio, dall’altra si è poi costretti a porvi un freno: fa parte di una certa ipocrisia del potere: il bastone e la carota. Gonfiando il desiderio, lo si porta fuori della misura stabilita dalla natura, si diventa suoi schiavi, si ipersessualizza la vita quotidiana: copertine di riviste, pornografia, pubblicità. Ma ecco che arriva il Catechismo  e vieta il sesso al di fuori del matrimonio (anche tra fidanzati: «L’amore umano non ammette la “prova”» § 2391), la masturbazione, ecc. («Tra i peccati gravemente contrari alla castità, vanno citate la masturbazione, la fornicazione, la pornografia e le pratiche omosessuali» § 2396) invitando alla purezza e castità (cioè, all’astensione – così facendo si è come costretti ad accettare il matrimonio: «meglio sposarsi che ardere» san Paolo, 1 Cor. 7, 9).

Se nel paradiso terreste non esisteva il pudore perché non v’era nulla di segreto o misterioso, con il divieto si è innescato un’attenzione smodata, un appetito indotto, concettualizzato, slegato dalla componente biologica (come la porta chiusa della favola di Barbablù). E per di più mai sazio, avido di possesso e consumo. Dico concettualizzato perché lascia libero sfogo alle fantasticherie, ai significati più disparati. Dietro quei vestiti, quelle mutande ci immaginiamo di tutto: e questo non è naturale, non è sano, non fa bene alle relazioni; quel che si nasconde riceve un surplus di attenzione a scapito del rispetto, dei dovuti modi, della reciprocità.

Ma allora è proprio il pudore che crea la malizia! È qui il corto circuito. E l’ipocrisia.

 Il pudore è dunque un quadro di riferimento comportamentale, un modo nel fare le cose. Spudorato è colui che “non ha modi”. Modestia è un buon sinonimo di pudore, a volte anche più intransigente. Deriva dal latino modus “modo, comportamento adeguato” ma anche “limite, misura, (e moggio)”. Di fronte a una esagerazione ancora oggi esclamiamo: est modus in rebus!). Da modus deriva anche moderazione, che abbiamo già incontrato ieri. I fatti devono avere una forma socialmente accettabile, una decenza (vedi art. 726 del codice penale). L’espressione “come si deve” è diventata anche aggettivo: un ragazzo come si deve.

La definizione di amore come “desiderio” è relativamente recente. I Greci davano per il dio Eros due genealogie diverse: la prima e più antica lo diceva figlio di Poros e di Penìa (dell’espediente/ingegno e della povertà/mancanza – cioè come raffigurazione allegorica della capacità dell’uomo di far fronte ai propri bisogni con l’impegno e l’inventiva). Il secondo Eros (raffigurato come monello che si diverte far a innamorare le persone scoccando le sue frecce a suo capriccio) semplicemente significa “desiderio, passione” ed è figlio di Afrodite, la dea dell’amore (in tutte le salse). Nel giudizio di Paride, fu Afrodite a ricevere il pomo della discordia, perché era stata giudicata più bella di Era e di Atena. Racconto biblico e mito greco hanno dei parallelismi.

Per quanto i difensori del pudore lo definiscano “naturale”, si tratta di un’etichettatura di comodo. Il pudore è invece un’invenzione umana, una convenzione sociale, un costume (ironia della parola!) Se fosse naturale, come il sonno, la fame, il respirare, lo proverebbero anche i cani («Miraut si vergognava, perché i cani avvertono la vergogna, sebbene ignorino il pudore» Louis Pergaud, Le roman de Miraut, chien de chasse, p. 129); ci sarebbe un “senso comune del pudore”, non ci sarebbe bisogno di ordinanze di sindaci che vietano di camminare nel centro storico a torso nudo o in costume da bagno. Si invoca l’autorità della natura per confermare opinioni che si sanno per deboli e non difendibili. La nudità è per antonomasia uno stato di natura.

L’istituto del pudore tramite la sua interiorizzazione si è trasformato in senso / sentimento.

Concludo con la frase centrale di un altro libro di Pergaud, La guerra dei bottoni (pubblicato nel 1912) che suona quasi come un manifesto:

«Per non farsi scassare i vestiti, non c’è che un mezzo: non averne. Perciò propongo che ci si batta biotti!»
«Biotti? proprio biotti biotti?!» esclamarono buona parte dei compagni, stupiti  e un po’ spaventati da una prospettiva tanto violenta che offendeva un pochettino il loro senso del pudore.
(Louis Pergaud, La guerra dei bottoni, trad. di Gianni Pilone Colombo. Milano, Rizzoli, 1978, p. 88)

Continua alla parte 3

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 6 agosto 2012, in Atteggiamenti sociali con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 4 commenti.

  1. Gianni Bianchini

    Magnifico Vittorio. Sebbene non condivido integralmente quanto dici, ma “solo” il 90%, trovo un sacco di materiale utile, per es. per ribattere agli amici tessili, ai bigotti, e a chiunque addita noi nudisti credenti come se fossimo incoerenti con la nostra fede. Me lo sono salvato su Word, così ogni tanto me lo leggo (c’è troppa carne al fuoco per digerirla in una volta sola). Uscirà anche una terza parte?

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    • Vittorio Volpi

      Grazie, Gianni. So che sei un lettore molto attento. Apprezzo. Mi dispiacerebbe urtare la tua sensibilità di credente. È probabile che prima o poi capiti, perché non so bene – se non per sentito dire – quali sono i vostri punti più sensibili, e tantomeno i tuoi personali. Ti chiedo scusa in anticipo. Non è mio scopo fare a sciabolate con nessuno; ritienile delle osservazioni raccolte un po’ qua un po’ là e cucite insieme con un minimo di coerenza. Ammetterai anche tu (non saresti nudista) che ad esempio, benché la Chiesa in molti dei suoi documenti spesso lo aggettivi così, il pudore non è né di origine divina, né naturale. Da qui si può cominicare a ragionare insieme.

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