Archivi giornalieri: 7 agosto 2012

Sul pudore – 3


Segue dalla parte 2

Il nudo e la paura

Il greco gymnós vuol dire “nudo”, in particolare “senz’armi”. Il pudore sarebbe dunque un’invisibile arma di difesa. Ora si capisce: dal desiderio degli altri. Sarebbe infatti la nostra nudità a risvegliare l’altrui concupiscenza, dicono i fautori del pudore, i “gestori della foglia di fico”. Esattamente come nei processi per stupro: noi maschi siamo esseri deboli, caliamo le brache di fronte a una minigonna, a una vita bassa… E vinciamo i processi perché i giri di parole degli avvocati riescono a ribaltare le posizioni e convincono i giudici che la vittima è un’adescatrice. Asilo! Non m’importa che sia scritto nel quinto comandamento o nel codice penale, che sia peccato o delitto: rubare, non si ruba. Anche se ho lasciato la macchina aperta. Ma appunto perché siamo ancora all’asilo, abbiamo bisogno di un deterrente, di un bau-bau: un diavolino per i maschietti, una Baubo (vagina dentata) per le femminucce.
Anzi, appunto perché nudo è come fossi senz’armi, devo aver paura! (che sia nudo anche l’aggressore passa in second’ordine: due pesi e due misure; ironicamente, il potere è “sempre dalla parte delle vittime”).

Ancora dalla Genesi 1, 10:
«Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto».

Ho due ipotesi:
1) che Dio cerchi i Progenitori per punirli, perché mangiando la mela sanno distinguere il bene dal male, e sapendo di essere in torto si aspettano la punizione
2) che i Progenitori, cui sono cadute le fette di salame dagli occhi, si sentono vulnerabili (sarebbe blasfemo ed errato dire che temevano un’aggressione sessuale da parte di Dio – pensando però alla retrodatazione della Genesi, è plausibile che la reazione dei Progenitori sia quella stessa che lo scrittore sacro presupponeva in una situazione analoga ai suoi tempi – alcuni versetti prima, trasferendo la propria reazione, aveva scritto: «tutti e due erano nudi… ma non ne provavano vergogna». Da rileggere l’episodio di Dina, Genesi 34 – davvero molto istruttivo, sebbene poco noto, e non compare fra le letture liturgiche).

Molti Padri della Chiesa (fra cui sant’Agostino, De Genesi ad litteram 11. 32) definiscono la nudità precedente il peccato originale come uno stato di grazia e di innocenza: «Fu allora che l’uomo capì di qual grazia era rivestito prima, quando, pur essendo nudo, non provava alcun movimento indecente» («Grazia su grazia è una donna pudica (mulier sancta, et pudorata)» Siracide 26, 15). A questo stato di grazia tenderebbe idealmente l’invito della Chiesa alla castità, allo stato verginale. Il pudore aiuterebbe a camminare in questa direzione. Fino all’ossessione. Ma allora c’è anche più merito. E poi diciamo che è contorto il serpente. Il pudore è “rispetto del corpo, tempio di Dio”: è tutto un candore, lucide lastre di marmo come pietre tombali. Grazie dell’offerta, non ci sto: preferisco stare come Natura mi vuole, che mi sento più vivo.

Da nessuna parte si legge che il peccato di Adamo ed Eva consistesse nell’aver fatto l’amore: i commentatori dicono che fu un atto di disubbidienza, di superbia. La “mela” dà loro la possibilità di distinguere il bene dal male; si vedono nudi e capiscono che ciò è male: il pudore avrebbe agito da deterrente, frapponendo un ultimo velo; ma ora che hanno peccato sentono vergogna, perché avendo accettato il quadro di giustizia divino ora l’hanno infranto; fuori da quel quadro non si sa che c’è.
Nessuno ha pensato al tasto rewind? È dunque dal paradiso terrestre, da illo tempore, che siamo liberi di scegliere le nostre azioni. Possiamo esser perdonati, si può cancellare la colpa e la pena, il fatto no.

Il nudo e il male

È male il fatto stesso che siamo così come siamo! Così come mamma ci ha fatti siamo di fatto già oltre i “paletti” della modestia, nelle sabbie mobili della tentazione, sulla china che porta al peccato. Come ci è successo in Austria, dove i ragazzi incontrati sui sentieri ci volgevan le spalle per non guardarci, come fossimo degli appestati («Hai nascosto il tuo volto. (avertisti autem faciem tuam)», Salmo 29, 8). Ma la Natura ha leggi “a moralità implicita”, non ha bisogno di Gazzette Ufficiali, di poliziotti e di tribunali; è severissima e incorruttibile: davvero un mistero come tutto funzioni a meraviglia… e noi, con tutta la nostra scienza, ancora non abbiamo scoperto tutti i suoi segreti, che rabbia! Poiché l’uomo è cultura e civiltà, un ritorno allo stato di natura è offesa al “progresso dell’umanità”: «c’è negli animali il desiderio d’accoppiarsi in modo che a coloro che muoiono succedano altri che nascono. Eppure anche nello stesso castigo l’anima razionale rivelò l’innata sua nobiltà quando si vergognò dell’impulso animale che provava nelle membra del suo corpo, e infuse in quell’impulso un senso di pudore, non solo perché in esso provava qualcosa [d’indecente] che non aveva provato mai prima d’allora, ma anche perché quell’impulso vergognoso proveniva dalla trasgressione del precetto» (ancora sant’Agostino, stesso luogo).

È male, perché da nudi è un attimo far le “cosacce” (“la carne è debole”). Ma perché sono cosacce? Ah, perché non sono ancora inserite in un quadro legislativo che le legittimi (= matrimonio); e nel matrimonio sono ammesse in via del tutto eccezionale perché lì cooperiamo con Dio al mantenimento della Creazione. Senza matrimonio siamo fuorilegge: pensiamo di esser come Dio perché abbiamo capito i segreti della generazione; stiamo mettendo in disordine il disegno perfetto della Creazione. Chissà come, i bambini nascono lo stesso. Però non sono riconosciuti, sono gettati dalla Rupe Tarpea, diseredati, buttati nei cassonetti… o fatti morire prima di nascere. Per salvare l’onore (sempre e solo quello della donna) e la “giusta” istituzione del matrimonio.

Pudore e patriarcato

Ho accennato di fretta al fatto che il pudore fosse “un prodotto del patriarcato” e nel paragrafo precedente ho accennato ai segreti della generazione. Nella storia dell’umanità c’è un punto di svolta che ha cambiato fondamentalmente l’ordine precedente: il passaggio dal matriarcato al patriarcato, avvenuto quando si è compreso il ruolo del maschio nella generazione. E devono essere stati i popoli che vivevano di allevamento a comprenderlo, i “pastori erranti per l’Asia”. Avendo a disposizione un “laboratorio” vivente (pecore, capre, cavalli e cani) avranno cominciato a notare che da pecore nere nascevano pecore nere, che da pecore bianche e nere ne nascevan di pezzate, e così via. È questa la mia lettura dell’episodio di Giacobbe che la vince sul suocero Làbano e finalmente riesce a sposare Rebecca e tornare nella terra di Canaan (Genesi 30, 33-41 – un’astuzia che somiglia molto alle favole del contadino furbo e del diavolo).

Poiché questo era un sapere che dava potere e ricchezza (segni evidenti della benedizione di Dio) fu ammantato da una cert’aura di mistero, accessibile solo a certe condizioni. Col patriarcato nasce la regalità (la “nobiltà del sangue” – che è razzismo allo stato puro), le leggi, l’ordinamento sociale, la città, il denaro, l’eredità, la guerra, la supremazia della ragione sulla natura, l’indagine conoscitiva del mondo, la nostra “gran civiltà” ecc. Fino ad oggi 2012! L’insaziabilità (chiamiamola anche ambizione, adrenalina, kick, il degradato spirito competitivo-sportivo che tende solo al “risultato”) si è insinuata in ogni aspetto del vivere umano, compresa la sessualità: «il pudore è un’invenzione dell’amore e della voluttà raffinata; è al velo con cui il pudore copre le beltà femminili, che il mondo deve la maggior parte dei suoi piaceri… In certi angoli dell’America, dove le donne si offrono senza velo agli sguardi degli uomini, i desideri perdono tutto quanto la curiosità vi ha aggiunto di vivezza; in quel paese, la bellezza svilita nel suo richiamo non condivide nulla col bisogno; al contrario, infatti, presso i popoli dove il pudore tende un velo fra i desideri e la nudità, questo velo è il talismano che tiene l’amante inginocchiato davanti alla sua amata; ed è proprio il pudore che affida alle deboli mani della bellezza lo scettro che comanda al potere» (Claude-Adrien Helvetius, De l’esprit (1758), p. 146 dell’edizione Paris, Crapelet, 1818 – opera messa prontamente all’indice).

Continua alla parte 4

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