Sul pudore – 5


Segue dalla parte 4

Un peso strano

Un anno fa, di questi giorni ho gettato il mio pudore alle ortiche, camminando per la prima volta nudo in un vigneto. Uso la stessa espressione che si usa quando un prete rinuncia alla vita sacerdotale, perché molti pensano che il pudore sia sacro, un’istituzione divina a difesa dei misteri più alti della vita e addirittura della nostra relazione con Dio: finché non saremo santi non potremo né conoscerlo, né godere della sua vista: Dio nudo, buona questa! (mi correggo: i soliti bene informati assicurano che per ragioni di pudore vedremo solo il Suo volto).

Ho banalizzato il pudore a cosa di uomini, lasciando il sacro alle persone di fede (ma da allora, fatto pagano, saluto il sole per nuovo mio dio, e l’erba e la vite, il profilo dei monti ed il Cielo – scusate, m’è scappato il maiuscolo).
Ho sentito il pudore come abito d’altri, che non mi andava a misura, che mi avevan gettato addosso sin quando andavo all’asilo, quando mi mettevano in guardia dal diavoletto nelle braghette, che lì, brrrrr!, c’eran “brutte cose”, il barabìo; sin dalla confessione del primo venerdì d’ogni mese (“avete commesso atti impuri? Da soli, con i compagni?”).

E mi son sentito più leggero, come fosse d’improvviso cessato l’impegno gravoso di mantenere un segreto, una fedeltà, una promessa di lealtà che mi avevano estorto perché era un’usanza, senza nemmeno capir bene che fosse. Ho disertato, non ero più “soldato di Cristo”: tutto quell’apparato – capivo, – era come Venezia che poggia su milioni di pali sott’acqua: si sosteneva sulla nostra pelle, volenti o nolenti.
Il pudore non aiuta a conoscerci meglio, né noi stessi, né in relazione con gli altri. Ma i propugnatori di esso – che si pongono in cattedra come esperti e moralizzatori – col potere che noi stessi deleghiamo loro, ci fanno tirar la carretta sulla loro strada, portiamo acqua al loro mulino, cresciamo coi paraocchi. Questo giogo non può essere uno di quegli «ostacoli … che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana» (art. 3 della Costituzione)?

Non vedevo segreti, se non quello immenso, esorbitante per noi, della natura e dell’esistenza. Non ho avuto rivelazioni, illuminazioni. Mi sono d’improvviso sollevato d’un peso che altri mi facevan portare. Un peso strano. Mettendo in non cale pudore e peccato, strappando quel velo ipocritamente candidissimo (Ugo Foscolo, Dei Sepolcri, 175-179), come avessi ritrovato una nuova innocenza, mi sentivo puntare addosso uno sguardo accusatore di colpe inesistenti, di malizie che non mi sentivo, di mire e appetiti che già mi ero lasciato alle spalle crescendo. Capivo che qualcuno mi aveva trapiantato occhi sguerci, desideri non miei, bizzarre fantasticherie che mi estraniavan dai fatti reali, paure irreali che mi terrorizzavano, vuote minacce che mi mettevano al muro. E mi sentivo umiliato, annichilito, schiacciato, appestato. Anzi, infamato, diffamato! Non ero quel diavolo che mi dipingevano, non mi sentivo così porco e perverso, così vergognosamente indegno, allupato dalle macerazioni – così meritorie! – (che diamine!), nel tira e molla fra legge naturale e legge morale.
E poi si parlava del sacrificio dei corpi, carne da macello sull’altare del martirio, della croce (ad imitazione di Gesù). Si blaterava di seguir nudi il Cristo nudo (nudus nudum Christum sequi, adagio ascetico molto diffuso nel medioevo; per la prima volta nella lettera 125 di san Girolamo, anno 411: «se non possiedi sei già sollevato da un gran peso, segui nudo il Cristo nudo. È un impegno gravoso, enorme, difficile, ma grandi sono anche le ricompense»). Basta così! Grazie ancora, Lebrac (“senza le braghe, non potranno tagliaci i bottoni”)!

Con gesto sicuro mi son tolto la cappa e ho cominciato a respirare; ho riaperto i miei occhi: non eran poi male i modi di relazione con gli altri che mi ero maturato negli anni, il rispetto, il riguardo, le buone maniere che mi ero imparato. Rischiavo l’inferno, biasimo e multe. Ma avevo compreso quant’era grande l’inganno. E ora non torno più indietro.

Fine

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 12 agosto 2012, in Atteggiamenti sociali con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. Eccellente, molto bene argomentato, moderato e, al tempo stesso, spudorato! Dovresti pubblicarlo anche su carta: è un manifesto!

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    • Vittorio Volpi

      Grazie, Guglielmo.
      Raccogliendo il materiale mi sono accorto di aver toccato un nervo scoperto, di aver scoperto alcuni altarini. Mi basta così. Non mi interessa infierire, inacidirmi per esser più aggressivo. Semplicemente, senza astio, vado da un’altra parte. Mi sembra una curiosità malsana.
      Su carta avrebbe un’altra autorevolezza. Qui lo si trova facilmente e gratuitamente. L’importante è che le idee circolino…

      Mi piace

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