Nudismo senza paure


Il nudismo non è per vacanzieri, pusillanimi, rinunciatari.
Nemmeno un gesto di provocazione, prevaricazione, ostentazione, esibizione, ribellione, rivendicazione.
È la sana, misurata, assennata affermazione di sé. Ci basta esser rispettati…

Esistono parecchi meccanismi per gestirci come massa, per condurci al guinzaglio, tenerci legati al remo della barca comune. Possiamo anche passarci indenni attraverso, rivestiti di una corazza invisibile che è il nostro carattere, la nostra determinazione. Non sto parlando di carisma, ascendente: faremmo lo stesso gioco di chi ci vuole plagiare. Non vogliamo seguaci, non siamo dei divi, non siamo speciali. La paura non ci fa paura. Corriamo dei rischi, che sono come antidoti alla morte, all’invecchiamento precoce.

La paura è l’altra faccia del desiderio. Il desiderio è manipolabile, surrettizio, un artificio retorico. Una volta accettato, ci cambia la vita, il profilo, vi incanaliamo risorse ed energie, ne facciamo questione di vita (la paura è sempre anche un po’ paura della morte), guai se non lo conseguiamo. È molto probabile che perdiamo la scommessa e tutta la nostra puntata. Una sconfitta fa male, incrina la fiducia in noi stessi. Ci cambia.

«La nostra saggezza è saper quel che siamo, il nostro coraggio ci difende da quel che non vogliamo» (discorso del re spartano Archidamo al consiglio di guerra ateniese, ca. 432 a.C. – Tucidide I, 84).

Abbiamo pudore del nostro orgoglio? Bene, bravi: «Fatti agnello, che il lupo ti mangia.» Non che sia famelico il lupo, da lupo fa il suo dovere, è legge severa. E allora non piangiamoci addosso. Piuttosto, facciamo piazza pulita. Per farci rispettare. Non siamo giullari, strambi personaggi, stravaganti farfelus, matti come cavalli. È questa la visibilità che voglio mostrare: son quel che sono anche senza mutande. Per caso, son le mutande a farci uomini? Perché morir di paura? Se proprio devo, preferisco morire rosso come un tacchino, bello e buono come mamma m’ha fatto, esser seppellito come santo Francesco.

Le mutande hanno un potere immenso… se le accettiamo. Ci fanno sentire sociali, nel coro, forti e ben allineati. Ci rassicura avere un buon capo, si merita la nostra stima, gli deleghiamo parecchio di noi, facciamo grandi cose insieme: un bel concerto. Eppure ci legano, sono i fili delle marionette, delle adunate in piazza d’armi, delle code pei saldi.

Nudismo vuol dire che siam grandi, che siamo cresciuti, che stiamo in piedi anche da soli. Che ce la caviamo: certo, insieme si può fare di meglio. Le cose non cambian per magia, e non lo vorrei: voglio cambiarle io, finché sono capace, adattarle alla mia misura.

Nudismo vuol dire che abbiamo un grande rispetto di noi, che ci ammiriamo per la meraviglia che siamo, per il corpo che abbiamo, bello o brutto che sia, non è questione di estetica, è questione di vita. E non voglio che sia una vita clandestina, extra-non-so-cosa; non voglio tollerarmi, quasi avessi un difetto di fabbrica. Come pensiamo di noi è probabile che lo stesso pensiamo degli altri, senza setacci: non siam body scanners.

Nudismo vuol dire che non abbiamo paura di quello che siamo, che non ci desideriamo diversi; senza spauracchi, senza effimere mode che ci trasformano in cloni, sfiniti e frastornati dalle troppe novità. Facciamo muro, siamo solo homo sapiens, persone che sanno chi sono, contente di quello che sono; che si sono scrollate di dosso mani che non hanno richiesto. Abbiam cancellato marchi e tatuaggi, ci siam lavati i pensieri che ci imbozzolavano, ci siam levati divise e livree, giornee fuori luogo.

Nudismo vuol dire che ci teniamo alla pelle, tutti i centimetri: è cosa nostra. Non ha prezzo, al massimo un prezzo d’amatore. Non voglio disprezzare il dono del sole, costretto a lasciare in bianco parti coperte: nessun’altra creatura lo fa. Ma noi abbiamo le lampade! Sembrano angoli morti, pallide esuvie che sono.

Nudismo vuol dire che nessuno mi espropria al presente, nessuno mi risucchia futuro. Vuol dire che ho passato l’esame. Con me. Che mi sono promosso. Che ho studiato, che mi sono studiato, che qualcosa d’importante ho imparato, che a me ci tenevo (di questo n’andava!)

Al campeggio fanno entrare tutti che pagano. È sui sentieri del monte, nei greti dei fiumi, lungo i viottoli alberati in campagna che ti voglio vedere, ed accompagnarmi buon tratto con te.

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 16 agosto 2012, in Atteggiamenti sociali con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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