La sentenza 28990/12


La sentenza della Cassazione 28990 del 18 luglio 2012 è “idonea a provocare turbamento”: da non giurista posso anche capir poco del linguaggio tecnico con cui è scritta, la metodologia lascia però sconcertati, soprattutto perché a una prima lettura pare che i giudici della Corte stiano facendo una predica di sedicente “buon senso” e diano una tirata d’orecchi pubblica al ricorrente di turno. Approfondendo la lettura, l’irritazione cresce anche di più  sia per il contenuto che per quel che lascia apertamente trasparire.

Leggere la vita

Leggere la vita è un’espressione idiomatica che vuol dire “fare una reprimenda” ed è storpiamento di leggere il Levitico, cioè ricordare quali sono le sacre e sagge norme di comportamento.
E qui sta appunto la prima incongruenza. Dai giudici mi sarei aspettato l’elenco delle leggi infrante, la raffica di articoli contestati e non una generica «sostanziale censura» e un pretestuoso «vizio di motivazione». La tesi di difesa del ricorrente è stata giudicata insufficiente perché questi, ritenendo in buona fede di trovarsi in una spiaggia usualmente frequentata da nudisti, non ha tenuto conto degli altri bagnanti in costume (la spiaggia in oggetto non era ufficialmente segnalata come campo di nudisti). Questa deduzione della Corte ci fa scoprire la logica del loro ragionamento: sei libero di stare nudo finché nessuno ti vede (in bagno, nelle cabine, a casa tua con le tende tirate, nei luoghi delimitati…), e mai «in luoghi pubblici o aperti o esposti al pubblico».
Da qui un implicito “avviso ai nud-istiganti”: non ci sarà mai una legge che vedrà in civile convivenza, in lieto conversare cittadini liberi che considerano ininfluente il portare un costume oppure no, perché la nudità integrale continua a provocare turbamento nella comunità attuale!

Consenzienti

La nudità integrale può «essere tollerata solo nella particolare situazione di campi di nudisti, riservata a soggetti consenzienti». Questa è un’affermazione apodittica, un’indicazione prescrittiva a quanti professionalmente si occupano di giustizia… e forse anche al futuro legislatore.

Mi chiedo da dove derivi la Corte l’autorità di dirmi ciò che devo tollerare oppure no.
Si desume inoltre che gli stessi «campi di nudisti» (vorrei anch’io tirare le orecchie all’estensore della sentenza, perché visto il carattere pubblico del provvedimento, mi aspetterei un lessico ammesso dall’uso e non quello corrente in certi cubicoli e cenacoli) siano frequentati da soggetti consenzienti.
Attenzione ai collegamenti sotterranei fra le parole! In quale ambito infatti  si usa questo aggettivo? Nelle norme che trattano di relazioni sessuali. Deduco: il giudice pensa che il mostrarsi nudi sia equiparabile, o rientri nello stesso ambito delle prestazioni sessuali? Parrebbe di sì: poiché nel testo viene citata la sentenza 8959/1997 devono suonargli nelle orecchie le parole: L’esibizione degli organi genitali «configura il delitto di atti osceni, perché mira al soddisfacimento della “libido”». Siamo alla malafede. Non si può generalizzare. Si fa credere che il nudismo sia una forma di pornografia. (Sì, certo, questa è l’opinione corrente…)

E controeduco: sono gli altri a consentirmi di mostrarmi nudo. E questi altri non possono essere il pubblico generico (che solitamente è “turbato” dalla vista del nudo), ma solo coloro che frequentano campi di nudisti.

Esistono molte situazioni “disturbanti” e nessuno ha chiesto il mio consenso prima di impormele senza possibilità di evitarle: la musica nei bar, il jazz in piazza, la moto molesta che mi urla nelle orecchie i suoi HP, velivoli vari, le campane che fanno guaire i cani, le parolacce, la volgarità, chi non rispetta le file, gli stop, alcune scene di film, la TV spazzatura, alcune pagine di libri…
Molte altre sono “scandalose” (altrimenti non finirebbero sulle prime pagine dei giornali), turbano senso civico, senso morale, senso critico, senso comune, senso della misura, del buon gusto, del rispetto, delle buone maniere… Durano quanto un fuoco di paglia e gli interessati non pagan nemmeno una multa.
Perché solo fra nudisti è richiesto il mutuo consenso?
Perché anche col mutuo consenso, non devono essere visti da altri?
Perché il consenso d’improvviso diventa un presupposto di legalità, un criterio giuridico?

Lo scandalo

Confrontando le pene previste per altri atti compiuti intenzionalmente contro la «pubblica decenza» (art. 725 codice penale – Commercio di scritti, disegni o altri oggetti contrari alla pubblica decenza) si rileva come il legislatore consideri meno grave la semplice nudità che la diffusione di materiale pornografico. La minor gravità delle attività “naturiste” è evidente anche dal fatto che la competenza per le eventuali contravvenzioni viene demandata al Giudice di Pace (Decreto Legislativo 28 agosto 2000, n. 274 – art. 4, 1.b).

Una legge (n. 355 del 17 luglio 1975) ha vietato di esporre al pubblico le riviste pornografiche e di venderle ai minori di anni 16; ogni edicolante le tiene abitualmente sottobanco, e se anche le esponesse all’interno della propria edicola non verrebbe condannato (sentenza della Corte di Cassazione Penale nr. 1749 del 12 febbraio 1999).

Sottobanco, ecco la parola magica che rende tutto chiaro il guazzabuglio normativo. Sottobanco tutto è lecito: se vieni scoperto la paghi esemplarmente, non tanto per il fatto in sé, ma perché sei stato troppo fesso.

Siamo all’interno del concetto di “scandalo”: tutto è tollerabile purché non faccia scandalo, cioè non emerga, non sia da esempio al malfare. In greco significava “trappola, inciampo, insidia”; nel significato moderno è usato solo in testi cristiani, a partire dal Vangelo, dalla traduzione dei Settanta e dagli scritti dei Padri della Chiesa.
I nudisti, par di capire, sono di malesempio perché indurrebbero altre persone a svestirsi. E che c’è di male? Che i giudici siano i cani da guardia del «comune sentimento»? Ma la società è in continua evoluzione: la sentenza 1749 prima ricordata contiene un preambolo all’avanguardia ancor oggi, sia per il contenuto che per le argomentazioni.

Nel testo della sentenza 28990 sono citate solo due altre sentenze: la nr. 31407 del 2006 (da questa sentenza viene copiato un periodo intero «più idonea a provocare turbamento… adulti non consenzienti») e la nr. 8959 del 1997 ma non le più note e più favorevoli (nr. 3557 e nr. 1765 entrambe del 2000).

La sentenza 8959 è stravolta nella sua interpretazione. E questo è un errore ideologico perché induce intenzionalmente in errore: è ingiusto un giudice che tira l’acqua al proprio mulino, che non è imparziale, che non tiene conto del parere di altri giudici di pari grado, che cerca di attirare il lettore nella trappola delle sue argomentazioni capziose e surrettizie.

Bambini e minori

La sentenza cita due volte la presenza di bambini:

  • «la nudità integrale… dove è percepibile da tutti, anche da bambini e da adulti non consenzienti»,
  • «la spiaggia era frequentata, in maggioranza, da bagnanti, adulti e minori, indossanti il costume».

Fatte salve tutte le cautele del caso, è risaputo che la nudità adulta non crea turbamento nei bambini. I bambini rispondono secondo le attese degli adulti. Ma dal punto di vista giuridico, che rilevanza può avere fondare la definizione di un “reato” sul grado di rispondenza del pubblico, distinto in adulti/bambini, consenzienti/non-consenzienti?
E in linea ancor più generale, non dovrebbe configurarsi reato lo stato di nudità ove non ci sia “pubblico”: perché il fatto non sussiste, in quanto non è offesa alcuna “pubblica decenza”.

Altro errore ideologico, quando cita i “minori”. All’età di 14 anni un/a ragazzo/a raggiunge l’età del consenso, è considerato/a cioè in grado di dare un consenso informato a determinati comportamenti, in particolare sessuali. Ho motivo dunque di ritenere che a un/a ragazzo/a la vista del corpo nudo di un’altra persona possa creare lo stesso turbamento che in una persona adulta.

Il nudista non può conoscere la reazione dell’altra persona, perché l’eventuale turbamento è condizionato dalla cultura, dal costume, dall’educazione, dalla sensibilità personale: perché dunque il “reato” deve cadere in capo a lui?

Proprio la sentenza 31407 respingeva una delle motivazioni con l’argomento che «la pubblica decenza, che è elemento costitutivo del reato contestato, va commisurata, secondo un criterio storico-sociologico, al sentimento comune dell’uomo medio, e non alla particolare sensibilità di un singolo.»

Ingiustizie

Dalla serie delle sentenze della Cassazione si può dedurre che la nudità è punita su spiagge miste e non punita su spiagge «solitamente frequentate» da nudisti. Nel caso le spiagge nudiste comincino ad essere frequentate da bagnanti in costume scatta il reato per i nudisti e perdono la spiaggia. Non è vero il contrario.

Croazia, Germania, Spagna stanno dimostrando che è possibile una pacifica coabitazione fra nudi e vestiti, che le regole di civiltà, di rispetto, di buona educazione valgono in ogni caso.

La morale

Le parole «tali caratteristiche… dovevano rendere evidente all’imputato la consapevolezza del proprio anomalo comportamento» bruciano molto, perché il giudice sta esagerando (abuso di potere?), sta valicando i limiti, sta uscendo dal solco (delirando, come vuole l’etimologia), perché tende a far passare per reato (e così poi il disposto della sentenza) un comportamento semplicemente “anomalo”.

Non vorrei arrivasse un giorno in cui fosse anomalo e quindi reato l’esser vegetariani perché vedere il 90% degli Italiani che mangia carne “dovrebbe rendermi evidente la consapevolezza del mio anomalo comportamento”. Già siamo sufficientemente condizionati nel modo di vestirci: il viola andava l’anno scorso, adesso è fuori moda. E paradossalmente la moda è fatta per farci “distinguere”, per non sentirci pecore…

Aveva allora ragione Bertoldo: «Chi non può portar la sua pelle è una trista pecora».

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 3 settembre 2012 su Atteggiamenti sociali. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

  1. E aggiungiamo una nota non indifferente: il Codice Penale all’articolo 726 “Atti contrari alla pubblica decenza” definsice solo che esiste una tale forma di reato, ma non definisce quali siano tali atti che, per giunta, non vengono definiti in nessun altro punto della legislazione italiana. Tantomeno nessuna legge e codice scritto dichiara il nudo come atto contrario alla pubblica decenza, indi come violazione del detto articolo del Codice Penale italiano.

    Altro piccola annotazione: l’articolo 726 C.P. prevede un’ammenda da 10 a 206 euro per la sua infrazione, la sentenza invece conferma un’ammenda di ben 1200 euro… con quale criterio si viola un dispositivo di legge?

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