Mi offendi per come tu sei


Dialogo immaginario fra un Uomo Qualunque (U) e un Nudista (N).

U. – Se pensi diverso m’offendi, non mi rispetti.

N. – Sei tu che non rispetti me!…

U. – Ora mi stai offendendo davvero!

N. – … non mi permetti di pensarla a mio modo. Mi costringi, mi minacci, mi ricatti…

U. – Non esagerare. Non sono da solo a pensarla così: tutti, la stragrande maggioranza la pensa come me. Renditi conto che sei fuori, sei una scheggia impazzita…

N. – Ma se non faccio del male a nessuno!

U. – Non minimizzare. Sei un’offesa pubblica, al “comune sentimento”. Personalmente non mi fa né caldo né freddo. Lo dico per te…

N. – Grazie dell’offerta, ma sinceramente, basto da me…

U. – Ci offendi per quello che sei. Ostenti la tua scelta di vita e noi non possiamo evitarti, la tua stessa presenza ci offende.

N. – Vuoi dire che vi sto insultando?

U. – Di più: ci fai del male. Fai del male alla società. Sei una specie di sovversivo. Non rispetti i valori comuni e condivisi, gli usi e i costumi, i modi educati e civili.

N. – Ma io proprio non ce l’ho coi valori, non li voglio giudicare. Siamo in un paese libero e democratico, giusto?

U. – Ammetterai che è una critica implicita. Un giudizio. Un pre-giudizio.

N. – Sei tu che lo pensi. Mi pare invece che il tuo sia un bel pregiudizio.

U. – E non lo posso pensare?

N. – Liberissimo: nessuno te lo impedisce. Sta’ a vedere se poi le cose sono così come dici. Anche tu offendi me, se pensi che io voglia offenderti di proposito, o anche solo giudicarti male, criticarti. Avresti una bella coda di paglia!

U. – Non ti sopporto. Non ti posso vedere. Sei un obbrobrio… un mostro.

N. – 5 Euro il biglietto d’entrata alla fiera! Non stavamo parlando di estetica.

U. – No di certo. Mi offendi moralmente.

N. – Non ti sembra di esagerare?

U. – No. Son fatti oggettivi.

N. – Strilli e chiami la mamma per una sbucciatura da niente.

U. –  Certo! A te sembra niente. A me brucia come l’alcol su una ferita.

N. – Quando vai in bici devi mettere in conto qualche caduta. È anche così che si cresce.

U. – Mi stai deridendo. Mi sbatti in faccia la tua nudità, meglio la tua diversità, come ti sentissi superiore, nel giusto a priori. Vi comportate come se voi aveste capito tutto della vita e di come si sta al mondo.

N. –  Non mi sento per nulla diverso da te. Né da tutti. Caso mai il contrario.

U. – Ma io non vengo a sbandierarti sotto il naso la mia uguaglianza né la mia diversità. Eh, che modi!

N. – Stai giudicando intenzioni che non ho!

U. – Ma fammi il piacere! Uno-più-uno fa ancora due, a casa mia!

N. – Non siamo numeri, per fortuna.

U. – Il tuo comportamento è inequivocabile! Ammettilo.

N. – Sei tu che equivochi. Mi attribuisci intenzioni che proprio non ho. Probabilmente perché tu sei così, perché tu faresti così.

U. – Vedi che mi stai giudicando? E sei anche un presuntuoso! Pensi di far eccezione?

N. – No. Sono semplicemente quello che sono. Parli di eccezione: adesso capisco perché il nostro nudo vivo-normale-banale ti crea turbamento. Il nudo artistico, quello non ti offende, anzi lo apprezzi e lo dici unico, eccezionale, immortale, sublime. È “fissato” sulla carta, sulla foto, sulla pellicola: da lì non si muove. Al massimo distogli lo sguardo. Invece noi ci siamo, siamo vivi-presenti-reali. È questo che ti disturba? Mette in dubbio la tua “maggioranza”, il sentirti “dalla parte della ragione, del giusto & del gusto, del buono & del bello”. So come sto, sono così come sono…

U. – … E così come sei basta ad offendermi.

N. – Grazie! Tutta qui la tua aperta, democratica, progressista tolleranza?

U. – Appunto: non farti “tollerare”! Rientra nei ranghi! Ti potrei schiacciare come uno scarafaggio.

N. – Col martello del giudice, immagino.

U. – Esatto. La legge è dalla mia. Tu sei anomalo, tu sei malato.

N. – Che lagna queste parole: non hai di meglio? Voglio darti un consiglio: allarga le maglie del tuo crivello. Pensa con la tua testa. O ti senti un campione e pensi che tutti siano fatti come te. È questa “eguaglianza” che ti fa sentir forte? Fatti tutti con lo stampino!?

U. – Te la sei presa! Non c’era nulla di personale. Però nemmeno tu puoi pensare di dettar legge.

N. – Non voglio dettar legge a nessuno. Mi comporto così finché nessuna legge non me lo vieti espressamente. E quando ci sarà una legge così, combatterò per cambiarla. Te lo ripeto: son quel che sono, così come sono. È un mio diritto in quanto persona.

U. – Beh! Così come sei, mi rivolti lo stomaco. Ho vergogna per te…

N. – E io che c’entro? Fai tutto da te. Si chiama “pudore vicario”. Una specie di… ricatto. Sei bravo a rivoltar la frittata!

U. – Non riesco a guardarti.

N. – Ognuno ha delle cose che non riesce a guardare: la roulette russa, una trota appena pescata, le mezze bistecche lasciate nel piatto, le volgarità della tele… Ma qui tu quasi m’incolpi per come la natura mi ha fatto. Ci ha fatto.

U. – Domineddio! Siamo civilizzati! Dieci mila anni di storia. E tu li vuoi buttare, con superficialità, faciloneria, menefreghismo, esattamente come senza il minimo pudore ti togli le mutande in mezzo a tutti… Non hai rispetto di te (cali le brache – è il caso di dirlo): butti ai porci le perle più belle. Quale Circe vi ha stregato?

N. – Perché? I “selvaggi” sono bestie? Sono esseri inferiori? Non sono veri & degni uomini come noi?

U. – È anche questione di cultura, di progresso, di senso della vita, di orgoglio per le nostre conquiste.

N. – Questione di punti di vista. Strana questa coincidenza: all’apice – guarda caso – ci siamo noi!

U. – Infatti. Ho imparato a non discutere con gli ignoranti, con coloro che non sono disposti a mettere in discussione le proprie idee.

N. – Vedo! Però non mi hai risposto. Da nudo perdo la mia dignità?

U. – Non l’ho detto io! Non vedi che ti squalifichi da te, perdi bei punti.

N. – Pensi che il vestito faccia l’uomo? Che quel che siamo lo possiamo comprare al mercato?

U. – Vedi? Non hai ancora capito cos’è l’aver classe: al mercato trovi cose dozzinali. Non sei originale. Non sei te stesso. Non sei à la page.

N. – Grazie. Preferisco rimanere così come sono. Qualcuno già sono, anche senza orpelli gran-firmati. Non voglio essere un manichino da vestire ad ogni cambio di stagione secondo la moda. Non sono in vendita, non mi posso comprare. Nella vostra boutique vendete identità?

U. – Non far del sarcasmo. Sei fuori, e l’ho detto poco fa.

N. – Torniamo all’inizio. Che cosa ti ho fatto? In che cosa t’offendo. In che ti contristo. Rispondimi.

U. – Non si può ragionare con te. Non sei degno. Tu mi contamini, devo tenerti a distanza. Sei il malesempio.

N. – La mia dignità è un bene indisponibile. Non puoi cancellarmela con una parola. Non è un vestito: non la perdo da nudo. E posso continuare a chiacchierare con te da pari a pari.

U. – No! C’è uno squilibrio, perché io mi sento in imbarazzo, mi metti fuori piombo e così non possiamo discutere con armi pari. Sei sleale. Perciò sento il dovere di dirti che sbagli. Lo faccio per il tuo bene.

N. – Va be’: non capisco perché ti debba sentir inferiore, ma son fatti tuoi… Prima dicevi che la mia nudità ti offendeva. Perché?

U. – Son cose che capiscono anche i bambini. Perché ti ostini a fare il finto ingenuo?

N. – Non tutto è sempre così ovvio. Non te lo sei mai chiesto?

U. – E che ne so? S’è sempre fatto così da che mondo è mondo. Da Adamo ed Eva. E ora eccoti qua con le tue domandone. Sono domande-zizzania, son delle provocazioni.

N. – La mia nudità ti provoca?

U. – Povero illuso! Cerchi d’adescarmi? Non hai altre armi? Guarda, che proprio non sei il mio tipo. Ho di meglio – senza offesa.

N. – Non in quel senso, che hai capito? Nel senso che ti costringe a riflettere su cose che dai per scontate e le accetti senza discussione, come una pecora, solo perché si è sempre fatto così, perché così fan tutti.

U. – Adesso mi hai seccato davvero. Scegliti altri per le tue prediche. Vattene altrove, dove nessuno ti vede, a far le tue porcate.

N. – Adesso sei tu che offendi, sei tu che diffami, e non conosci le cose.

U. – Sei tu che mi provochi. E io ti rispondo.

N. – No. Stai facendo tutto da te. Sei tu che colleghi una cosa con l’altra e non pensi neppur lontanamente che le cose possano esser diverse.

U. – Sei tu che metti il sale sulla piaga e vorresti anche che non dicessi nulla.

N. – Che piaga?

U. – Con te non si può ragionare. Non voglio ragionare: nudo sei a livello delle bestie, e io con le bestie non ci ragiono.

N. – E allora lasciami nudo e in pace. Che è giusto che la pensiamo in modo diverso. E non sentirti offeso se la penso diversamente da te, anzi dovresti esser contento, perché è la prova che siamo liberi di pensare e di fare come più ci piace, finché non ci facciamo del male. E non atteggiarti a sceriffo, che siamo cittadini con pari dignità e diritti, e c’è già chi deve far rispettare la legge. O vuoi un pretesto per attaccar bega. Sei sicuro di vincere, forse? Solo perché hai avvocati più scaltri; perché hai giudici con parrucche più bianche, gran toghe solenni con cappamagna d’ermellino?

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 30 settembre 2012, in Atteggiamenti sociali, Società con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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