Vedersi nudi


     I vestiti sono un’interfaccia culturale dall’individuo verso la società e viceversa. In varia percentuale il cursore si sposta talvolta di più verso le richieste esterne, talaltra verso quel che noi vogliamo comunicare di noi all’esterno, con un’escursione da un massimo di personalizzazione (casual, carnevale) a un massimo di formalismo (papillon, divise). In quanto strumento di comunicazione sociale, anche l’abbigliamento può esser considerato un mass-media. Conseguentemente è fuori dalla massa chi non vuole comunicare (cioè il nudista), perde dignità sociale, non risulta fra i firmatari del “contratto”. Naturalmente entrano in gioco mediazioni e compromessi a non finire, imposizioni e cedimenti quasi quotidiani, in precario equilibrio fra costrizioni esterne e affermazione di sé.

    Via via che ci spogliamo a carciofo, più si contrae l’area socializzabile. Fino al punto zero: la nudità, per nulla socializzabile, se non con il partner o in situazioni goliardiche.

    Via via che ci spogliamo cambia la percezione che abbiamo di noi. La “presentabilità” del nostro corpo influenza grandemente l’idea che abbiamo di noi e persino della nostra identità. Non parlo della presentabilità estetica, soggetta a canoni esterni, ma della tranquilla sicurezza con cui accettiamo di avere e di vivere il corpo che abbiamo. Basta che dormiamo nudi una notte per capire quanto la biancheria sia diventata parte di noi (col pretesto dell’igiene).

    Il nudismo è dirompente in quanto porta a interrogarci su usi e costumi inveterati, dati come indiscussi e immutabili. Basta un timido allenamento fra le mura di casa per cambiarci prospettive e percezioni. Giungendo a capire quanto l’abitudine al bianco cotone abbia frapposto una cortina fra noi e il nostro stesso corpo.

    Ricucire questa separazione è stata una tappa importante di riequilibrio, di “centratura”. Ed ora il vedermi in mutande e maglietta mi fa un effetto diverso, lo accetto coscientemente solo come convenzione, come scotto da pagare per vivre in società (chi lo abbia stabilito o imposto non si sa, e non si sa se sia modificabile e quanto, con chi si debba negoziare, se sia un semplice fatto di costume oppure risponda a precise necessità). Ricordando però di come sentivo quei capi incarnati su me, quasi fossero pelle, non posso non avvertire ora un che di disagio, un baricentro spostato.

    Accettarsi nudi e sinceri è una grande conquista, una ri-conquista di sé. Sarà pure una conquista del tutto privata, ma cominciamo da qui. Cominciamo col far pulizia da un retaggio che con l’abitudine ha perso ogni evidenza di senso, da un costume che sottrae a noi stessi una parte di noi per darla ingestione ad altre “agenzie”: la mano di altri, la longa manus di un potere che giunge ad imporsi fin nel nostro più intimo e la nostra intangibile identità in quanto corpi e persone.

    Ogni minuto, ogni ora che passiamo da nudi è un terreno riconquistato, l’affermazione della nostra presenza, senza sgomitare con altri, perché non è una gara, una competizione. Terreno che riconquistiamo anche dentro di noi: e conseguentemente cambia anche il nostro pórci verso gli altri. Giorno per giorno diveniamo più sicuri di noi: non abbiamo più parti del corpo misteriosamente segrete, in ossequio a un sedicente ordine superiore. E sappiamo di esser nel giusto, perché per natura siam nudi. Siam nudi sempre. E ce lo siamo dimenticati, abbagliati dal bianco più bianco.
E siamo contenti perché sollevati da un oscuro timore, da severe minacce, da una fosca paura mai affrontata, da sensi di colpa che ci portiamo sin da piccoli.

    Ora invece ci sentiamo in asse con la natura e con noi stessi. Ci siam liberati di una costrizione cui avevamo fatto talmente l’abitudine, da nemmeno saper più di portarcela in groppa, da non vederla nemmeno.

Il prossimo passo ci vedrà nudi con altri.

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 17 ottobre 2012, in Atteggiamenti sociali con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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