Mutande di cellophane


Di solito ci teniamo al nostro “apparire”: ne va della nostra accettazione sociale.

Abbiamo superato i pudori con noi stessi, i pudori fra noi, e tutto va bene.

Rimane, mi pare, una piccola sacca irriducibile, un piccolo villaggio gallico. Al contrario dell’eroica resistenza di Asterix, esso fa da quinta colonna a tutti i nostri sforzi per sbarazzarci di inutili condizionamenti, da costumi che abbiamo ormai lasciato alle spalle. Ci rimangono addosso, infiltrati, nascosti dei falsi pudori che vanificano tutti i nostri sforzi.

1) A parte motivazioni giustificabilissime (evitare noie con la Legge), mi sembra un po’ eccessivo il nostro cosiddetto “rispetto” per gli altri, che ci fa rivestire quando li incontriamo, nel senso che rinunciamo un po’ a noi. Diventa quasi un alibi per mascherare una certa nostra insufficienza di motivazione, una timidezza, una insicurezza.

La maschera, proprio perché innaturale, viene subito notata e facciamo nascere negli altri interrogativi che riguardano più la maschera che il nostro essere nudi. E questi interrogativi neutralizzano tutti i nostri sforzi, il nostro “coraggio” (tra virgolette, perché mi sembra proprio questa la maschera, nel senso che dovremmo vivere la nostra pratica nudista con maggior naturalezza, indifferenza, spontaneità, senza timori, preoccupazioni, presupposizioni e mille altre cose implicite). Come dovessimo conquistare il consenso degli altri, o almeno la tolleranza. Dietro il “rispetto” nascondiamo nostre irriducibili paure. E finché reggono, consapevoli o meno, portiamo acqua al mulino di chi ce le impone, siamo noi stessi la quinta colonna del costume che vogliamo combattere.

2) Un secondo falso pudore riguarda il sesso. Mettiamo le mani avanti a rassicurare sulla nostra verginità, che il nudismo è pratica oltremodo pudica. Per primi, pur negandola, ammettiamo come plausibile l’equazione nudismo = sesso.
In letteratura esiste una figura retorica analoga, la litòte: una doppia negazione (non + un’espressione di senso contrario); si usa per attenuare il significato di una formulazione ritenuta troppo diretta, per ironia, eufemismo o enfasi. Un esempio famoso:

   «Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunciava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale» (Manzoni, I promessi sposi cap. 34).

Il fatto è che il significato negato passa egualmente, è quasi l’anticipazione di un inevitabile sviluppo; sviluppo cui forse nemmeno si pensava, e incanala le nostre aspettative (la bellezza della madre di Cecilia poteva anche evolversi diversamente e non divenir proprio “guasta”). Se ci preoccupiamo tanto che gli “altri” pensino che noi siamo nudi per fini lubrici, libidinosi, edonistici tradiamo il nostro timore che lo pensino davvero. Realisticamente può essere vero, sottolinearlo ci porta ad essere più realisti del re. Se abbiamo timore di qualcosa, trasmettiamo anche che effettivamente abbiamo qualcosa da nascondere, e vi attireremo l’attenzione. Proprio i punti che maggiormente vogliamo difendere svelano i nostri punti deboli. Non possiamo impedire agli altri di pensare, possiamo però astenerci dal dar loro l’imbeccata, guidare la mira al colpo efficace (e poi piangerci addosso).

Non ho approfondito questa tematica, a lume di naso è molto probabile che siamo approdati al nudismo per un qualche motivo che riguarda anche il sesso, la nostra visione, il nostro comportamento e la libertà sessuale. Proprio negandolo, diamo nelle mani dei nostri detrattori un’arma per colpirci sul buono. Il colmo è che noi che cerchiamo di smantellare una costruzione ideologica come il pudore, ne creiamo uno, nuovo e falso; e da autolesionisti, facciamo il gioco di chi ci dà contro.

Usando un’immagine, si può dire che abbiamo mutande di cellophane, cosparse del miele della buona fede, del buonismo più incontaminato, delle buone intenzioni più immacolate: inevitabile poi che vi attiriamo formiche e mosconi. Ci mostriamo più “buoni” di quel che in realtà sappiamo di essere, adottando criteri morali che non ci appartengono e che però difendiamo: la maschera ci si è incarnata sul volto.

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 22 ottobre 2012 su Atteggiamenti sociali. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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