Archivio mensile:novembre 2012

Il turbamento


     Vedendo la nudità altrui, ciascuno si interroga sulla propria.

    Il confronto con se stessi da nudi è uno scoglio per molti. Ci si sente miserelli e indifesi, pieni di imbarazzo, vulnerabili in quel che abbiamo di più intimo e segreto: ci hanno educato così. In molti la vista di altre persone nude produce lo stesso effetto di turbamento come se essi stessi fossero esposti nudi allo sguardo di altri.

    Questo meccanismo di identificazione e proiezione può spiegare da una parte certa opposizione al nudismo e dall’altra il sereno e positivo atteggiamento dei nudisti.

    In noi nudisti, la nudità di altri verso di noi e la nostra verso altri non crea alcun turbamento, fa scattare anzi un moto di reciproca simpatia, solidarietà, affabilità, disponibilità, sociabilità perché si condividono le medesime idee, i medesimi comportamenti. Abbiamo mangiato l’erba moly, che abbiamo strappato a fatica, ma ora possiamo salire sul letto di Circe senza che ci trasformi in maiali (Odissea, libro X, 274 sgg.).

    La legge, vietando l’esposizione del corpo nudo alla pubblica vista, vuole prevenire il “turbamento” in chi nudista non è (o è indifferente) – come se il mostrarsi nudi fosse di per se stesso un atto volto intenzionalmente a creare questo turbamento negli altri – che noi manco ci sogniamo. «Ma che colpa abbiamo noi?» cantavano i Rokes nel 1966.

    Di solito la legge non oltrepassa i limiti dell’individualità e intimità della persona: gli interessa ad esempio che il matrimonio sia ben regolato: che i coniugi si amino non è rilevante per la legge. L’art. 3 della Costituzione, sancendo il principio dell’uguaglianza, della libertà e pari dignità di tutti i cittadini, non limita, non indirizza le scelte di “sviluppo della persona umana”.

    Trovo perciò una forzatura che recenti sentenze affermino che la vista di persone nude crei  “turbamento” o risvegli la libido, e invochino tali reazioni a giustificare il divieto e la limitazione della nudità in pubblico.

    Ho motivo di ritenere che tali reazioni siano indotte, siano un’imbeccata per chi non ha voglia di confrontarsi seriamente con questa tematica. Se la nudità richiama, provoca, incoraggia, stimola l’attività sessuale il motivo è da ricercare proprio nella limitazione della nudità. Se già le balere erano viste come “occasioni prossime di peccato”, ancor più dunque la vista del corpo nudo. Vietare o limitare la nudità per prevenire “disordini” sarebbe come voler vietare coltelli, corde e stricnina per evitare possibili omicidi. Dipende dall’uso che se ne fa, è evidente. Come per ogni altra cosa, per l’attività sessuale esistono tempi e luoghi appropriati.

    Se però ho un costume che quotidianamente mi associa il nudo col sesso, allora mi chiedo come mai la legge non mette un freno alla ipersessualizzazione mediatica, perché tollera l’uso della libido come agente catalizzatore per condizionare le scelte del consumatore (vedi pubblicità, copertine di giornali, scene di film…), con il carico di illusioni, delusioni, aspettative, fantasticherie, frustrazioni, schizofrenie che un tale investimento emotivo comporta. Moralisticamente si può aggiungere, con buoni motivi, che questo laissez-faire, non è libertà, ma favoreggiamento della prostituzione, prossenetismo. Caricato di tali valenze sessuali il prodotto è come prostituito agli appetiti del compratore, che lo acquista attirato più da quel viatico che non dalle qualità specifiche del prodotto. E pare che il procedimento funzioni!

    Parallelamente passa anche un altro messaggio, che riguarda il ruolo del sesso nelle relazioni umane; e un messaggio razzista, che stabilisce a tavolino i canoni della bellezza (volubili quanto le mode), di come deve essere un corpo “appetibile”, con buona pace dei gusti personali, del rispetto, della dignità, dell’eguaglianza fra le persone. Ah, la seduzione!

    La differenza fondamentale fra noi e i media mi pare sia questa:

  • Noi siamo nudi dal vero, nei comportamenti reali, nella sostanza, nei fatti di vita; nei media la nudità è una rappresentazione, una forma, un involucro accattivante, una estetizzazione, un’allusione, un’astrazione.
  • Noi non abbiamo altro fine che il semplice star nudi; i media usano la nudità per veicolare altri messaggi.
  • Noi agiamo nel reale, nei fatti; i media nel simbolico, nel desiderio, nell’immaginazione, nella comunicazione.
  • Noi possiamo essere potenzialmente pericolosi, creiamo “turbamento”, corrompiamo i giovani, ecc.; i media creano sicuramente dei danni “culturali” all’individuo, danni che poi si ripercuotono nella società falsando i rapporti fra le persone, fra le persone e l’oggettiva realtà.

    Allora mi chiedo: che giudici e legislatori abbiano paura della vita vera, live, e preferiscano il teatrino mediatico, sconcio fin che si vuole, ma al sicuro da rischi di atti effettivi disdicevoli e indecenti? Che cioè facciano legge, se non proprio il libito loro (come la Semiramìs di Dante), di sicuro la loro opinione, un loro giudizio?

Anima nuda


     Il corpo già ci fa da interfaccia fra noi e la società e filtra in entrata e in uscita il nostro dialogo col mondo. Questo stesso nostro corpo è anche in dialogo fitto col nostro sé, il nostro Io, la nostra mente, anima, coscienza, carattere, consapevolezza, spirito… o comunque vogliamo chiamare il ganglio, la funzione, l’energia immateriale che è in noi.

    Il costume che il pudore c’impone, quasi ultimo baluardo a nostra difesa, può richiamarci il villaggio gallico che resiste strenuamente ai Romani (come lì sotto si custodisse la magica pozione), oppure l’arca dell’alleanza con forze soprannaturali (del destino o di un dio), o il patto di reciproca convivenza col mondo.

    Mi chiedo se analogamente non possa esistere una sacca di resistenza fra noi e la nostra “anima”. Qualcosa che non ben conosciamo, ma tremendamente importante e delicato, che tendiamo a non mostrare, a non vedere, a non condividere. Mi sfugge in avanti la parola mistico, nel senso originario di “mistero”, di rito segreto ed efficace (come quelli di Eleusi). Al profano è negato l’accesso ai misteri, anzi è punito qualora voglia sapere di più. In generale non mi piacciono i segreti, chi li detiene si arroga un potere effettivo solo perché noi glielo accordiamo.

    Trovo esista un parallelo fra il pudore del corpo verso la società e il pudore che abbiamo verso noi stessi. Esistono dei tasti malnoti che non osiamo sfiorare, argomenti che ci creano disagio, insicurezza, se non talvolta anche vergogna o dolore.

    Con la pratica nudista, il nostro stesso corpo ci ha svelato e confermato l’inconsistenza dei nostri tabù, pian piano si sono frantumati da soli. Quanti presunti segreti, che guai a violare!

    I tabù con noi stessi, al contrario, sono più resistenti, in continuo aggiornamento e non ben localizzabili, né identificabili. D’improvviso sbattiamo la testa contro un vetro:

  • non vediamo nulla, ma non si passa;
  • ci comportiamo in un certo modo, come abbiam sempre fatto e non ci spieghiamo perché;
  • abbiamo gusti, preferenze e paure che ci sono ormai abitudine;
  • reagiamo d’istinto, prendiamo decisioni accecati da ira o passione.

    Nemmeno vogliamo sapere perché – persin dubitiamo che la ragione possa capire, o non vogliamo che ci metta le mani, quasi fossero mani d’estranei (“giù le mani dalla plancia comando”). È giusto, pian piano, toglierci anche queste mutande mentali? Morremo o saremo accecati nel veder la nostra anima nuda? Pensandoci bene, anche queste mutande abbiam dovuto comprarle: mi piacerebbe sapere chi è il venditore!

    Un giorno ci provo: vado in Torbiera o su un picco con un vasto orizzonte e sciorino la mia anima all’aria. Qualcuno – ad arte – ha sparso la voce che dentro di noi si annidino mostri, che impazzano se non tenuti alla catena della ragione. Da piccoli ci han fatto credere di avere un “diavoletto”, da grandi ci terrorizzano i mostri del nostro inconscio. Tutto per farci paura, per tenerci sulla “retta via”, come fossimo incapaci da soli di guidarci e badare a noi stessi, di camminare da soli. Ma quando allora cresciamo?

    Ci è indifferente vederci e mostrarci per quel che siamo nel corpo: ognuno uguale e diverso. Non per questo facciamo a cazzotti o ci prendiam la licenza degli ultimi oltraggi. Così, penso, faremo anche con l’anima: vedere al sole chi siamo, come stiamo con noi stessi, non può farci male.

   Ci stiamo tirando addosso una maledizione fatale; una punizione per un nuovo peccato di orgoglio, superbia, o apunto: impudenza?
O temiamo la sorte di Edipo?

Poesie di gioventù: Attendere


Lunga è l’attesa
ed estenuante.

L’angoscia il mio spirito assale,
la tristezza la mia anima rapisce.

Aspetto il tuo arrivo,
lo aspetto con ansia.

Per correre far il tempo
Mi convien qualcosa affaticare.

Di un modellino la costruzione inizio,
ma essa al termine già volge
ché poco tempo è passato.

Leggo qualcosa,
ma pesante è la lettura
quando qualcuno si aspetta.

Ascolto gli uccellini cantare,
guardo le nuvole passare,

ma il tempo veloce non scorre.
Lentamente il suo cammin percorre il sole,
lentamente segna l’orologio i minuti.

Finalmente ti vedo arrivare,
il cielo d’improvviso s’illumina,
s’illumina di luce,
la luce che dal mio cuor scaturisce.

Finalmente tra le mie braccia ti stringo,
finalmente.

La mia gioia più grande è questa,
‘na gioia pagata.

Pagata col dolore dell’attesa,
pagata col sudore dell’anima.

Pagata ma, per questo, meritata,
pagata ma desiderata,
pagata ma ricevuta.

Pagata ma meritata.

Emanuele Cinelli – 16 febbraio 1974

Il nudo e il vero


     Spogliandoci abbiamo fatto riemergere il corpo nella sua realtà primitiva, naturale, biologica. Abbiamo frantumato tutti i diaframmi deformanti frapposti dalla nostra cultura, dalla società. Ambedue le realtà sono vere, a seconda del campo in cui siamo. Entrambe determinano una cascata di conseguenze legate l’una all’altra fino ad arrivare agli estremi:

in una direzione è vero quel che il corpo, il benessere fisico, la nuova qualità della relazione con gli altri ci suggeriscono;

nell’altra direzione sono veri e concreti il vestito, lo strato di pensieri, ideologia e comportamenti con cui abbiam nascosto o reso più degno e presentabile il corpo.

    È una libertà fondamentale “dell’uomo e del cittadino” poter scegliere l’uno o l’altro campo.

    Attualmente non v’è par condicio: ha più potere il vestito, il costume. Anzi: scegliere un campo piuttosto che l’altro sembra sottostare a una precedente scelta di potere / valore / dignità e anche di ambito (società vs. individuo). Ed è paradossale che in una società come la nostra, dove vige il mito /culto dell’individuo, questi abbia potere /valore / dignità a misura del suo adeguamento al costume sociale, a quel che non dichiaratamente la società si aspetta da ciascuna persona: l’uniformità.

    Sbarazzarci da questi forti condizionamenti presuppone un convincimento e una forza ideale che non derivano esclusivamente dal calcolo, dalla ragione, ma buona parte ci derivano dall’istinto, da una libera naturalezza raggiunta, riacquistata palmo a palmo, giorno per giorno; di ascolto costante di quel che di naturale c’è in noi, dopo aver detronizzato il primato della ragione e della società.

    Paradosso nr. 2: più siamo individui in armonia con la nostra biologia, tanto più saremo anche individui in armonia con gli altri (la società, almeno per la percentuale di acqua e di carne di cui tutti siam fatti – il 90% su per giù). Voglio dire che rintuzzando in noi i condizionamenti sociali, togliendoci la comoda maschera dei vestiti siamo più veri e sinceri. Il “contratto sociale” ora vigente c’impone ogni volta un severo giudizio sugli altri e su noi, a scapito della qualità della relazione (la maschera vuol dire sospetto, vuol dire incertezza e di conseguenza leggi formali, effettuali, che giudicano i fatti esteriori, l’apparenza evidente e conforme, l’incidente probatorio – e addio libertà).

    Nudismo vuol dire strapparci la maschera (di comodità, di opportunità, di pigrizia, di ufficialità), far svaporare la nebbia del pudore che nascondendo a noi stessi per primi quel che siamo dal vero, inducendo false paure e timori, impedisce di conoscerci e di viver la nostra vita di uomini veri e sinceri.

Oltre la punta del naso


Chi mi segue da tempo potrà rivedere in questo articolo, come in altri che verranno, cose che già ho trattato in passato e dirsi “sempre le stesse cose!”. Vero, ma i lettori del blog aumentano e non trovo giusto obbligarli a rileggersi tutti gli articoli presenti nello stesso, anche in considerazione del loro numero ormai non propriamente esiguo. Poi c’è da prendere in considerazione un aspetto importantissimo: ad oggi le osservazioni e i fatti contro il nudismo sono sempre quelli e finché quelli saranno, finché ci saranno delle persone che ancora non riescono a comprendere le ragioni e le valenze positive del nudismo, io riterrò opportuno parlarne, non per obiettare loro, ma per aiutarli a capire. Perché aiutarli, direte voi? Beh, perché… vi racconto una storiella che ho letto, se non ricordo male su Facebook.

–          Un missionario si reca in uno sperduto villaggio africano, qui raduna tutti i bambini e li mette in cerchio; al centro del cerchio pone un vaso con dentro tante caramelle, al suo via i bambini dovranno correre verso il vaso e il primo che arriva potrà prendersi tutte le caramelle. I bambini si guardano tra loro e al via del missionario si prendono per mano e tutti insieme s’incamminano verso il vaso, arrivandoci contemporaneamente. Il missionario, non comprendendo il gesto, chiede a uno dei ragazzi perché si siano comportati così, non avrebbe lui preferito potersi mangiare tutte le caramelle invece di una sola? “No” rispose prontamente il bambino “come avrei potuto io essere felice quando tutti intorno a me sarebbero stati infelici?” –

Ecco questo spiega perché mi dia tanto da fare per aiutare chi, da solo, non riesce a capire i sensi e le valenze del nudismo. Ma veniamo all’articolo in questione.

Atteggiamento tipico di alcune persone è quello di limitare la propria osservazione, e di conseguenza il proprio modo di pensare, a quanto già assume connotazioni corrispondenti al proprio agire e al proprio pensare. Costoro non si pongono mai domande su quello che pensano e fanno, costoro non si mettono mai nella condizione di dubitare di se stessi, non si pongono mai nello stato di ascolto, se non per ascoltare se stessi.

Acrofobia, aerofobia, aracnofobia, cinofobia, claustrofobia, hafefobia, macrofobia, nictofobia, erotofobia e tante altre sono fobie che la medicina ufficiale ha catalogato (“Il Dizionario delle fobie”) e per le quali sono stati definiti appositi protocolli terapeutici. Tutte paure che la società riconosce e si adopera affinché chi ne è vittima possa curarsi.

La paura del nudo (nudofobia o gymnofobia), invece, non solo viene elevata a status sociale di norma, ma addirittura porta diverse, sebbene non tutte (che qualche mente lungimirante e libera ancora si trova), istituzioni politiche, in particolare comunali, ad imporre divieti insulsi e, per giunta, contradditori con quanto più volte sentenziato dalla giurisprudenza contemporanea (fatta salva la Cassazione, alla quale un bel corso di aggiornamento e modernizzazione certo non farebbe male).

Non parliamo di molti media, che pur sfruttando costantemente il nudo per attirare lettori, che pur ospitando quotidianamente immagini pubblicitarie basate sul corpo nudo, quando si tratta di sano nudismo sono immediatamente pronti a scendere in campo con crociate di moralismo falso e ipocrita.

Che dire delle strutture balneari, estetico-terapeutiche, sportive, dove si accetta di buon grado l’esibizione del corpo esaltato da costumi che molto poco lasciano alla fantasia e servono solo a mettere in bella evidenza e richiamare l’occhio su certe parti, ma guai a scoprire quei pochi rimanenti centimetri di pelle, guai alla nudità innocente che rimuove dal corpo ogni suo effetto provocatorio, guai alla nudità che sola può promuovere la vera “mens sana in corpore sano”.

Dopo (o assieme) il nazismo, il razzismo, il maschilismo, l’intolleranza politica, il rifiuto del diverso, l’homofobia, torna prepotentemente alla ribalta la gymnofobia!

Sempre si parla del nudismo come se fosse indissolubilmente legato alle perversioni sessuali; sempre si tirano in ballo i bambini e le famiglie considerandoli incompatibili con il nudismo; spesso si esordisce con un’affermazione di non negatività verso il nudismo, ma poi si finisce con il contraddirsi apertamente imponendo il divieto al nudismo o manifestando opposizione allo stesso.

Mai che, prima di emettere tali ordinanze o di scrivere tali articoli, gli estensori si siano preoccupati di approfondire il tema provando in prima persona a presenziare a degli incontri nudisti, ponendosi dall’altra parte per comprenderne le motivazioni, contattando coloro che praticano per sentirne le ragioni, entrando in contatto con le associazioni nudiste per conoscerne le formulazione e l’attività.

Eppure i grandi amministratori del passato, i politici eccellenti, i migliori giornalisti hanno ben espresso non solo l’utilità ma anche l’assoluta necessità, per chi ricopre tali ruoli, della conoscenza diretta, dell’esperienza in prima persona. Purtroppo ottusità, meschinità e presunzione sono oggi qualità sociali predominanti, qualità dalle quali neppure amministratori, politici e giornalisti sono avulsi.

Eppure quei pochi giornalisti che, fedeli alla loro missione, hanno preso contatto diretto con il mondo del nudismo, ne hanno ammesso le qualità e la salubrità: la sessualità è presente come lo è nel mondo tessile; le perversioni sessuali, al contrario, seppur non assenti, sono assai meno presenti che nel mondo tessile (d’altra parte esse sono un derivato dei tabù tessili e il nudismo, in tempi più o meno brevi, tende a sanarle); molte sono le famiglie, ivi compresi i loro figli di ogni età, che praticano il nudismo; i bambini, salvo non siano già stati all’uopo condizionati dai genitori, non badano assolutamente alla nudità degli altri e gradiscono assai stare nudi; non esistono controindicazioni alla pratica del nudismo, ma al contrario esso risulta vantaggioso sia a livello fisico che psichico.

E’ ben vero che spesso attorno i luoghi frequentati da nudisti si aggirano personaggi più o meno ambigui, ma, come detto, trattasi di tessili la cui psiche è stata deviata dalle turbe dei mille divieti, dei mille peccati, dei mille tabù della società tessile. Persone la cui esistenza non può essere attribuita al nudismo, vengono solo da questo richiamate, ma in assenza di nudismo continuano a esistere e a praticare le loro alterazioni, persone che, quindi, nulla hanno a che fare con il nudismo e che i divieti al nudismo si limitano a riportare nell’anonimato, ma non possono debellare, mentre proprio il nudismo può aiutare a sanare e far scomparire definitivamente.

E’ altrettanto vero che spesso gli adolescenti manifestano una certa avversione al mostrarsi nudi, ma anche questo è sicuramente da ricondursi al condizionamento tessile: alle piccole grandi paure che vengono nascoste attraverso l’uso dell’abito, alla cattiva coscienza del se che lo stare vestiti determina, alle paranoie corporee inevitabilmente apportate dal non vedersi nudi se non in pochi e intimi momenti di solitudine. Il fatto che anche alcuni adolescenti nati e cresciuti nell’ambito di famiglie nudisti subiscano la stessa avversione alla nudità non può attribuirsi al nudismo, ma piuttosto al dover comunque convivere con la società tessile.

Pure vero è che in certe situazioni la nudità può risultare scomoda o addirittura improponibile, vedi ad esempio quando la temperatura ambiente scende sotto una certa soglia (comunque variabile da persona a persona e condizionata dall’abitudine allo stare vestiti, per altro le zone più sensibili e critiche in relazione al freddo sono quelle della parte alta del corpo, stomaco e nuca in primis, e gli estremi delle articolazioni, mani e piedi), ma trattasi di poche situazioni limite, in ogni altra condizione la nudità è sempre comoda e proponibile, molto più che lo stare vestiti. Il presunto pericolo dell’esposizione al sole è, per l’appunto, solo presunto, in realtà i genitali sono ben protetti per loro stessa natura e poi non è che pochi centimetri di tessuto possano cambiare le cose. La pericolosità della sabbia è altrettanto presunta: intanto la tocchiamo pur sempre con le mani e con queste poi tocchiamo il nostro corpo, poi la stessa si infila sempre e comunque anche sotto il costume più attillato, solo che in quel caso ci resta ben più a lungo di quanto avvenga sul corpo nudo. La paura per il contatto con animali o sostanze urticanti non può certo essere maggiore da nudi che in costume, i genitali, per giunta, sono collocati in posizione ben riarata ed è ben difficile che, ad esempio, una medusa possa toccare proprio li e solo li. E così dicasi per tanti altri esempi di opposizione salutistica al nudismo.

Ci saranno mai un poco di ragionevolezza e di rispetto? Le persone potranno mai, specie quando ricoprono ruoli di rilevanza sociale o politica, preoccuparsi di conoscere le cose prima di (s)parlarci sopra? Si arriverà mai a comprendere che non si possono imporre agli altri le proprie limitazioni morali, le proprie turbe, i propri condizionamenti sociali?

Impariamo a guardare oltre la punta del nostro naso, potremmo scoprire che le cose non sono così come noi crediamo!

Il somarello


     Fame, sete, sonno, stanchezza ci fan sbadigliare. Il corpo reclama una sosta, ha fatto il proprio dovere, adesso vuole una distrazione, un po’ di riposo, che ci prendiamo cura di lui. Come un mite asinello ci porta nel nostro viaggio lungo la vita, lo trattiamo come ci pare, come ci viene, un po’ bene, un po’ male; pretendiamo ci serva sottomesso quasi fosse uno schiavo, siamo noi i padroni.

    È solo un’immagine, una metafora, un’idea che abbiamo del corpo. Lui c’è, è presente, anche se non ne avessimo idea (e forse sarebbe meglio davvero). Come lo trattiamo dipende infatti dal concetto che ne abbiamo, che mediamente condividiamo con la cultura in cui viviamo. La cura che ne prendiamo, i vestiti che indossiamo a “difenderlo”, le modalità d’“uso” dipendono più da come l’abbiamo inquadrato che da quel che continuamente ci dice. Mi pare che nell’espressione «benessere psico-fisico» l’attenzione sia posta più sul versante psichico che su quello fisico: lo stress ci tallona e non basta il riposo per farlo passare.

    I vestiti nascondono il nostro corpo perfino a noi stessi. Quand’ero bambino, coi primi caldi si usciva a giocare in canottiera: ci sorprendeva sentire la pelle del braccio così liscia sotto le ascelle contro il torace e altrettanto quando entravamo a piccoli passi nel torrente sentivamo l’acqua – sempre un po’ fredda – bagnarci le gambe, il costume, il ventre, su su fino al collo. I vestiti, col pretesto di proteggere e prevenire, hanno un po’ anche viziato e impigrito il nostro corpo, ma poi cantiamo Singin’ in the rain come il massimo della libertà e della felicità.

    Da quando dormo nudo, dormo meglio, non ho più così freddo, né più così caldo. Appena fa chiaro apro la porta che dà sul balcone, incrocio le mani dietro la testa, respiro, l’aria fresca umida di rugiada mi accarezza e mi sveglia (i vicini dormono ancora, o aprono le imposte più tardi). Sulla soglia di casa mi bevo il mio caffè e non ho più raffreddori. Faccio escursioni e sudo persino un po’ meglio, uniformemente. Evaporando il sudore, mi rinfresco e ricarico.

    Da quando sono nudista (non che ambisca ad un’etichetta da appiccicarmi alla fronte: è per capirsi) mi sento diverso: più consapevole, più presente, più consistente, più definito, più compatto… più attento, più sensibile. Quasi ogni giorno una piccola sorpresa. I piccoli piaceri sono amplificati: e così i sapori e persino gli odori, per non parlar degli umori… Già, perché non parlarne? È scoprir l’acqua calda dire che l’umore la “luna” che abbiamo dipende da come ci sentiamo fisicamente. Lo sappiamo. E lo diamo per scontato. Al punto da dimenticarcene. Umori sono pure i mille ignoti secreti linfatici che ci scorrono in corpo e nemmen ci badiamo. Siamo tristi o allegri, entusiasti o abbattuti non solo per quel che abbiam nella mente, ma anche per la segreta alchimia di mille travasi e forse vapori che avvolgono i nervi e risalgono sino al cervello… per quel che succede dentro le ossa: da lì ci rinnoviamo un poco ogni giorno.

    Mi piacerebbe parlare anche del batticuore, dei fremiti, del mozzafiato, di quando ci mordiamo l’interno del labbro, dell’all’erta che ci tiene ancorati al presente, alla vita, ad un volto, al corpo della persona che amiamo. Troppo ovvio, nevvero? O troppo alta materia da doverla lasciar sempre ai poeti.

    Dobbiamo dir grazie al nostro ciuchino, che ci fa sentire chi siamo, nella pelle in cui siamo, concreti, vivi ed attenti. E trattarlo un po’ meglio, come Natura comanda. È fatto di carne: ha già il suo programma, fa di tutto per farci felici e contenti, farci godere del ben della vita. Gli piace il sole, il vento, gite e nuotate, far l’amore e mangiare quel tanto che basta… e dar di matto quando nulla gli manca (o un qualcosa importante).

Nude Scribe: Threadbare


Una breve novella creata rielaborando in modo assolutamente simpatico ed eccezionale gli Atti 9:34-42.

Veramente un bell’articolo, assolutamente da leggere!

Nude Scribe: Threadbare.

Natmag 13 – 41° Gala Internazionale di Nuoto


A cura di Naturisme TV, televisione nudista / naturista francese, la videointervista agli organizzatori del Quarantunesimo Gala Internazionale di Nuoto Naturista e momenti dell’evento.

Natmag 13 – Les Invités.

Leopardi commenta la Genesi


     Come spesso accade, cercando altro, mi sono imbattuto in una pagina dello Zibaldone di Leopardi che subito ha attirato la mia attenzione per l’esattezza espositiva, per le acute argomentazioni così “laiche” e così moderne.
La pagina reca la data del 9 dicembre 1820:

«Il mio sistema intorno alle cose ed agli uomini, e l’attribuir ch’io fo tutto o quasi tutto alla natura, e pochissimo o nulla alla ragione, ossia all’opera dell’uomo o della creatura, non si oppone al Cristianesimo.

La natura è lo stesso che Dio. […] Asserisco che qualunque alterazione fatta all’opera tal qual è uscita dalle mani di Dio non può esser altro che corruzione […]»

[…] Dio volle esporre la prima delle sue creature terrestri, per donargli quella felicità che gli era destinata, fu appunto ed evidentemente il vedere s’egli avrebbe saputo contenere la sua ragione, ed astenersi da quella scienza, da quella cognizione, in cui pretendono che consista, e da cui vogliono che dipenda la felicità umana: fu appunto il vedere s’egli avrebbe saputo conservarsi quella felicità che gli era destinata, e vincere il solo ostacolo o pericolo che allora se le opponesse, cioè quello della ragione e del sapere. […]»

Avanti il peccato, ossia avanti il sapere, erat autem uterque nudus, Adam scilicet et uxor eius, et non erubescebant. (Gen. 2.25.)

Ma come prima Adamo ebbe mangiato del frutto, ET APERTI SUNT OCULI AMBORUM: cumque COGNOVISSENT se esse nudos, consuerunt folia ficus et fecerunt sibi perizomata. (3.7.) E Dio disse loro: QUIS enim INDICAVIT TIBI quod nudus esses, nisi quod ex ligno de quo praeceperam tibi ne comederes, comedisti? (3.11.)

Questi luoghi suggerirebbero vaste osservazioni sulla legge naturale, pretesa innata. In sostanza è chiaro

1. che la decadenza dell’uomo consisté nella decadenza dallo stato naturale o primitivo, giacché subito dopo il peccato l’uomo provò una contraddizione colla sua natura, vergognandosi della nudità, ossia del modo nel quale era stato fatto: vergogna, e per conseguente dovere, che non esisteva innanzi alla corruzione.

2. Che questa decadenza o corruzione in luogo di consistere in quella della ragione, fu anzi cagionata dal sapere, giacché l’uomo allora seppe quello che prima non sapeva, e non avrebbe saputo né dovuto sapere, cioè di esser nudo. Quando aprirono gli occhi, come dice la Genesi, allora conobbero di esser nudi, e si vergognarono della loro natura (contro quello che prima era [400] avvenuto); e decaddero dallo stato naturale, o si corruppero. Dunque l’aprir gli occhi, dunque il conoscere fu lo stesso che decadere o corrompersi; dunque questa decadenza fu decadenza di natura, non di ragione o di cognizione.

3. Che l’uomo naturale sarebbe vissuto come gli altri animali senza vestimenti. Questo è un gran colpo, tanto alla pretesa legge di natura, ingenita ed essenziale: quanto alla pretesa necessità, o naturale o primordiale e sostanziale disposizione dell’uomo alla società. Una gran parte del bisogno che l’uomo ha dell’aiuto scambievole, che il bambino ha per lungo tempo de’ genitori, consiste ne’ vestimenti. Di più, una gran parte del bisogno che l’uomo ha di una certa arte, di un certo uso della sua ragione, consiste nel bisogno de’ vestimenti.

4. Quanto alla società, non quella primitiva, e tenue e comune anche agli animali, che ho definita di sopra, ma quella intera, e bisognosa di leggi, di costumi, di riti, di potere e sudditi, di comando e ubbidienza ec. ec. vedi quello che ne pensi la religion Cristiana p. 112. capoverso 1.191. capoverso 2.»

Non pensavo che Leopardi fosse così interessante e ci potesse far riflettere così da vicino alle nostre tematiche.

Trovate qui la pagina originale dello Zibaldone.

USA e nudismo


In attesa di un mio specifico articolo su “nudismo e giurisprudenza nel mondo”, che probabilmente non verrà pronto tanto presto, ecco una lettura esilarante, ma allo stesso tempo decisamente sconfortante, comunque utile e interessante.

Articolo di JBlum su Young Naturists America (31/11/2012)

Nudity Laws | Laws Prohibiting Nudity Vary By State Click To Learn.

Naturismo? Troppe regole!


Recentemente mi è capitato di leggere articoli che contenevano affermazioni che mi hanno lasciato decisamente allibito:

  • “non è naturista colui che pratica il nudismo da solo”
  • “non è naturista colui che sta nudo solo in casa”
  • “non sono naturisti coloro che praticano esclusivamente tra uomini”
  • “non è naturismo se non c’è la presenza di famiglie”
  • “non sono naturiste quelle strutture che escludono a priori la presenza dei bambini”
  • “nudisti e naturisti devono astenersi da qualsiasi minima espressione di affettuosità per non dare luogo a sospetti di attività a sfondo sessuale”
  • “chi sostiene la necessità per naturisti e nudisti di comportarsi, in relazione all’affettività, in modo similare a quello che avviene nella società tessile o è un giovane in preda agli attacchi ormonali o è un vecchio decrepito in cerca di prestazioni sessuali”
  • e altre amenità similari.

Naturismo e nudismo si propongono come attività liberatorie, come movimenti di libertà, come espressioni di un qualcosa di diverso dalla società tradizionale, dalla società tessile, da una società in cui le regole imperano, e poi andiamo a imporre tutte queste regole? Dove finisce la libertà? Non ci si rende conto che così facendo ci si macchia degli stessi identici errori che si rimproverano alla società tessile?

Queste affermazioni, e le regole che ne derivano, dimostrano l’incapacità di adeguarsi all’evoluzione dei tempi, evidenziano la volontà del controllo, la tendenza a dare credito solo a quanto piace e fa comodo, danno netta e chiara dimostrazione di quanto ci si faccia dominare dal senso unico.

Esistono delle definizioni enciclopediche, a queste dobbiamo rifarci: nudismo è stare nudi punto, naturismo è amare la natura punto, tutto il resto  serve solo a limitare ulteriormente la libertà delle persone, danneggiando i movimenti stessi del nudismo e del naturismo.

Smettiamola con queste regole, smettiamola con queste assurdità, impariamo a ragionare a doppio senso, impariamo ad evolvere. Non è vero, come ho letto negli stessi articoli, che queste regole sono irrevocabili e vanno rispettate solo perché nascono con i movimenti nudista e naturista. Intanto perché non esiste nulla di irrevocabile, perfino leggi e Costituzioni vengono periodicamente modificate, poi perché quelli erano anni in cui imperavano ideologie quali il razzismo, il maschilismo, l’omofobia, ideologie che oggi sono fortemente contrastate e talvolta anche illegali. Integrare e integrarsi questo è il mantra da seguire: allargando la definizione delle cose non se ne disconosce l’origine, ma a questa vi si aggiungono, in rispetto dell’evoluzione naturale delle cose e della natura, altri significati e altri utilizzi.

Analogamente mi ha lasciato allibito l’affermazione che la parola nudismo sarebbe caduta di moda, ma da dove nasce questa affermazione?  Chi se l’è inventata questa cosa? La parola nudismo non è uscita di moda, innanzitutto perché non è mai stata una moda, poi perché la parola nudismo non solo è ancora ben presente in qualsiasi dizionario ma anche perché la si trova usata moltissimo da tanti articolisti e blogger. La parola nudismo alcuni nudisti hanno smesso di usarla, sostituendola con quella di naturismo, solo per coprire le loro insulse e inutili paure, per mascherare la loro vergogna verso quello che facevano: solo chi ha vergogna di essere nudo non usa la parola nudismo.

Si deve altresì precisare che, come ho più volte ribadito  (“Nudismo e naturismo: sinonimo o contrari?”, “Nudismo e naturismo: la grammatica!”), la parola nudismo non è un’alternativa alla parola naturismo, bensì è un qualcosa di diverso: il nudismo si manifesta ove la nudità sia il fine e non un mezzo, mentre nel naturismo la nudità è solo un mezzo per addivenire ad un fine che, per inciso, con la nudità poco o nulla ha a che fare. Ecco che, per sua manifesta natura, il nudismo male si presta all’imposizione di regole limitatorie: quando stai nudo per il piacere di starci allora sei nudista e stai facendo nudismo, stop!

Il nudismo è aperto a tutti, giovani e meno giovani, uomini e donne, adulti e bambini, eterosessuali, omosessuali e bisessuali, senza distinzione di razza e di religione, senza attenzione al luogo di pratica o alla tipologia del gruppo in cui si pratica, tanti, pochi o singoli che si sia.

Ecco perché nel nudismo si può vedere la speranza di una futura evoluzione sociale, si può vedere il solo futuro per l’associazionismo naturista, ed ecco perché la parola nudismo va assolutamente rivalutata e usata, altro che andare in giro a dire che è una parola fuori moda.

La rotonda


Se c’è un luogo dove i caratteri delle persone meglio si evidenziano questo è proprio la strada e sulla strada mi capita quotidianamente di rilevare come a fronte di tante battaglie sociali che dovrebbero indicare un forte interessamento delle persone verso gli altri, in realtà la società di oggi è una società fatta da menefreghisti, da persone che pensano solo a se stesse, una società dove conta più l’apparenza che l’essenza, dove è più importante far apparire qualcosa che farlo realmente, dove conta più il contenitore del contenuto: reiterati sorpassi azzardati, limiti di velocità genericamente disattesi, distanze di sicurezza decisamente carenti, diritti di precedenza bellamente ignorati, parcheggi a regola d’ignoranza, totale inutilizzo degli indicatori di direzione, eccetera. Insomma, sulla strada molte sono le persone che regolarmente manifestano atteggiamenti di assoluta maleducazione, che evidenziano il ritenersi superiori alle altre, il ritenersi padrone della strada fregandosene degli altri e infischiandosene di poter provocare incidenti,  se non addirittura di provocarli materialmente.

Di questi atteggiamenti ho invero già parlato in un mio precedente articolo (“Il paese delle banane”) per cui, salvo l’averli  evidenziati qui sopra, non intendo soffermarmici ulteriormente, voglio invece esaminare più nel dettaglio quanto avviene in un punto ben preciso della strada: la rotonda.

Tutte le mattine, andando al lavoro, passo da alcune rotonde ed ho così avuto modo di osservare per bene e moltissime volte quanto avviene attorno ad esse, in particolare ad una di queste dove, spesso, rimango fermo a lungo in attesa di potermi immettere. Non sono, pertanto, osservazioni estemporanee, osservazioni viziate dal momento specifico, bensì osservazioni reiterate nel tempo e dal tempo convalidate, anche perché confermate da quanto osservato presso tante altre rotonde incontrate durante spostamenti e viaggi non quotidiani ma non per questo meno rilevanti.

Utile strumento di regolazione del traffico e della velocità, la rotonda sembra invero essere il caposaldo dell’ignoranza e della mancanza di logica, osservando quanto attorno ad essa avviene si vedono scene che dal comico arrivano al grottesco: è mai possibile che non si capiscano, autonomamente, alcune semplici regole che renderebbero piena giustizia all’efficienza della rotonda?

–          È ben vero che chi è in rotonda ha la precedenza assoluta, ma l’“essere in rotonda” non si riferisce a chi invece ci sta semplicemente arrivando; chi arriva in rotonda deve sempre dare la precedenza a destra, in particolare non è corretto immettersi di forza in virtù del fatto che la rotonda è già occupata da altre vetture impedendone l’accesso dagli altri ingressi. Se, arrivando in rotonda, vedo, alla mia destra, qualcuno già fermo e in attesa, devo se non proprio fermarmi quantomeno rallentare per permettergli d’immettersi in rotonda prima di me.

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–          Immettendosi in rotonda, girando attorno ad essa e uscendone si devono utilizzare gli indicatori di direzione, così facendo si permette a chi sta arrivando dagli altri ingressi, o presso gli stessi sta attendendo di potersi immettere, di percepire le nostre precise intenzioni, di capire, cioè, se debba necessariamente fermarsi o possa invece compiere l’accesso. Ad esempio: se chi è in rotonda vi sta girando attorno e chi arriva deve solo girare subito a destra, può essere che sia possibile il passaggio contemporaneo delle due vetture.  Altro esempio: se chi è in rotonda intende uscirci prima d’incrociare chi sta attendendo d’immettersi, l’opportuna segnalazione di direzione permette a quest’ultimo di non stare inutilmente fermo intralciando il già congestionato traffico.

–          L’ingresso in rotonda è un “dare la precedenza” non uno stop, quindi se la rotonda è sgombra non c’è bisogno di fermarsi ma si può passare oltre direttamente.

–          Una rotonda non è una passerella e chi vi sta girando attorno non deve sfruttarla per darsi tempo di leggere i vari cartelli stradali (attuando più giri della stessa): se si hanno dei dubbi o se non si riesce a leggere i cartelli direzionali ci si ferma a lato di una delle strade e a leggere i cartelli ci si va a piedi.

–          La rotonda non è nemmeno un ostacolo da fuoristrada o un trampolino per ottenere salti o altre spericolate esibizioni da circo: poco importa quanto possa dare fastidio il girarle attorno, mai e poi mai ci si passa sopra, seppure in modo anche solo parziale.

È altresì vero che spesso le rotonde sono mal costruite, troppo piccole o troppo grandi, con accessi troppo rettilinei che invitano all’immissione in velocità, con troppe diramazioni, con ostacoli alla visibilità dell’intera rotonda, ciò non toglie però che il rispetto delle regole e l’applicazione della logica non debbano essere sempre e solo ottenuti mediante azioni di forza, ma dovrebbero essere le stesse persone a farsene carico. Atteggiamento, quest’ultimo, intelligente, logico ed educato.

Una rotonda usata come si deve non causa blocchi alla circolazione, non crea lunghe attese, ma le evita.

“Una rotonda sul mare, il nostro disco che suona”, peccato che alle rotonde terrestri il disco si sia rotto e invece di suonare stride, come stridono gli italiani mostrando, ancora una volta, il meglio, oops… il peggio di se stessi.

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Associata al raduno prenatalizio ANITA-iNudisti, si ripete la raccolta fondi a favore dell’Associazione Tenda Aperta di Nove (VI), abiti, viveri e denaro che verranno devoluti ai meno fortunati.

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