Sesso e nudità


     Riprendo le fila del discorso sul pudore e la pagina dello Zibaldone di Leopardi dopo l’intervento di Emanuele Nudismo e società con il commento di Gianni e la replica di Emanuele.

 

La scoperta del sesso e dell’amore

    Adamo ed Eva provarono vergogna d’essere nudi non fra di loro, ma di fronte a Dio. Il senso di colpa di solito annichilisce la dignità, le proprie sicurezze. Non c’è il minimo accenno di pentimento nei Progenitori: accettano a testa bassa la cacciata dal Paradiso Terrestre e danno inizio all’umanità.

    Col sesso!

    Appunto questa è la novità. Anzi le novità:

  • 1) che l’uomo è mortale, ma può riprodursi (prima non v’era bisogno, così almeno sembra);
  • 2) la vita si trasmette nei corpi, tramite i corpi: ora si sa come fare;
  • 3) il saper generare è collegato alla legge morale, implica il saper distinguere il bene dal male: in questo l’uomo è più libero di prima (è buono perché sceglie di esserlo, non per natura: sceglie che cosa è buono), avere dei figli diventa una scelta (e una responsabilità di cui rendere conto, a sé e alla società) e non un caso (regolato dall’istinto, dalla natura).

    La tradizione teologica sostiene che i Progenitori possedessero la conoscenza perfetta del mondo creato (la cosiddetta “scienza infusa”): il dare un nome agli animali e alle piante sta ad indicare esattamente questa conoscenza (san Tommaso, Summa theologiae parte I, questione 94, articolo 3). E non sospettavano esistessero delle conoscenze segrete – prerogativa esclusiva di Dio, e talmente potenti da costituire l’essenza stessa di Dio, cioè la capacità/volontà/potenza creativa –, come il serpente aveva fatto chiaramente intendere. Nel Paradiso Terrestre non serviva la conoscenza “artigianale”, il saper fare: mi stupisco perciò quando leggo che i Progenitori intrecciarono una cintura con foglie di fico.

    Pensando alla scelta della mela quale frutto che simboleggia la tentazione e il peccato, sono stato portato per similitudine ad associarlo alla forma del cuore e a ritenerlo metafora del sentimento, in particolare del sentimento amoroso e della sua consapevolezza; di quanto cioè, insieme con la ragione, ci fa umani. La nudità durante l’atto amoroso può assumere allora una valenza rituale, “in ricordo” della nudità paradisiaca. La nudità diventa sinonimo di innocenza, bontà e ben volere, di non-aggressione, di unanimità, di legame affettivo. Ma anche affermazione e rivendicazione di legittimità tutta umana nell’atto stesso della generazione. Quante volte noi stessi abbiamo percepito lo stare liberi e nudi come uno stato paradisiaco!

    Da qui discende un’ennesima ipotesi sull’origine del pudore, che collega strettamente la nudità con l’attività sessuale: solo gli amanti si mostrano in scambievole nudità. Il legame amoroso è talmente privato da secretarlo agli occhi degli altri. Il richiamo allo stato paradisiaco lo farebbe rientrare addirittura nell’ambito del sacro. Indirettamente si spiegano anche la nudità eroica e sportiva: le donne non partecipavano alla guerra, alle olimpiadi, non frequentavano i ginnasi. A Sparta, città dove per altri versi la nudità maschile e femminile, specie nei giovani, era libera consuetudine, i mariti visitavano le proprie mogli in segreto, in sortite notturne dalle caserme.

    E può valere per la nudità quel che sant’Agostino diceva a proposito dei passi oscuri della Bibbia (Lettere 137, 5, 18, a Volusiano):

    «Ma acciocché le verità manifestate non vengano a noia, la Sacra Scrittura in altri passi le copre d’un velo per farcele desiderare; il desiderio ce le presenta in certo qual modo nuove e, così rinnovellate, s’imprimono con dolcezza nel cuore.»

 

Buono da mangiare

    Mangiando del frutto dell’Albero della Conoscenza, Adamo ed Eva addentano la vita a pieni morsi, vengono a sapere del suo segreto, sanno come funziona il concepimento, come la vita viene trasmessa. Con la capacità di procreare, l’uomo diventa “creatore” al pari di Dio: «Sarete simili a Dio» aveva promesso il serpente. Il testo della Genesi (3, 22) dice espressamente: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male». Effettivamente non si capisce bene in che cosa consista il peccato, se poi la Conoscenza ha reso i Progenitori “come uno di noi”; dunque, nonostante la disubbidienza, il saper distinguere il bene dal male  li ha resi partecipi nientemeno che della divinità. Se il sesso è così legato al discernimento del bene e del male, da farci simili a Dio e partecipi della sua volontà creatrice, allora è una cosa buona in sé. Col peccato il ruolo dell’uomo diventa imprescindibile e “necessario” (questo aspetto può essere inteso come una conferma dell’ipotesi che la narrazione sia stata costruita a posteriori e collocata in un tempo mitico e felice, al di fuori e prima della storia).

    Adamo ed Eva se ne vanno orgogliosi di avere in sé una prerogativa che pensavano fosse solo di Dio, o sulla quale non si ponevano domande. Per questo il peccato originale viene interpretato come peccato di superbia.

    Il senso del pudore sarebbe spiegabile come atteggiamento apotropaico (nell’articolo di Wikipaedia si riporta una affermazione di Nietzsche, che abbiamo già visto, secondo la quale esisterebbe pudore dove esiste mistero): copriamo gli organi sessuali perché lì si cela la sacralità della generazione, mistero carpito a Dio e simbolo della nostra “caduta”, ricordo e monito della punizione. Ma anche di un mondo utopico. E trionfo della scaltrezza umana, della “volontà di sapere” (Foucault) che non dà nulla per scontato, che fa della specie umana una stirpe di Ulissidi. Senza la maschera del pudore, arrossiamo perché vediamo scoperta la nostra superbia, il nostro orgoglio, i nostri intimi desideri, le nostre più inconfessabili mire: sempre oltre le Colonne d’Ercole stabilite dal viver comune.

    Il pudore, mi par dunque di capire, è un’istituzione umana e non una legge divina. Anzi una rivendicazione di uno spazio prettamente umano di fronte all’onnipotenza di Dio. La foglia di fico (o di vite, in Francia), con quel che nasconde e rappresenta, è divenuta la bandiera del nostro orgoglio e dignità di uomini, della nostra ribellione, libertà e autonomia: da coltivare davvero in segreto se non vogliamo tirarci addosso nuovamente una punizione divina. Ostentare le nostre capacità procreative sarebbe una aperta provocazione verso Dio e verso la società. Per questo il pudore si muove lungo il filo sottile che separa l’orgoglio dall’imbarazzo. E perciò teniamo i sessi nascosti e protetti con il nostro più intimo compiacimento, anche se pubblicamente li chiamiamo vergogne. I linguisti definiscono antìfrasi il dire una cosa per far intendere ironicamente il contrario.

    Col tempo il rapporto verso Dio si è inclinato orizzontalmente verso la società. Con l’Illuminismo siamo diventati “cittadini” liberi e laici, con uno sguardo da pari a pari verso i nostri consimili, pesiamo tutto col bilancino della ragione. L’atteggiamento è rimasto però fondamentalmente lo stesso: forti e pieni di orgoglio per le nostre “imprese” quando le raccontiamo (don Giovanni, Casanova, De Sade), quando cantiamo: Madamina, il catalogo è questo, quando contiamo le tacche sulla cintura (in materia, le spariamo tutti un po’ grosse, cacciatori e vanagloriosi); ma guai se le imprese vengono fatte sotto gli occhi di tutti: è uno scandalo, un’indecenza, una porcheria, si chiama la Buoncustume. Forse non le facciamo anche per il timore di “figuracce”. Fra gli scrittori, Pavese e Hemingway si sono suicidati quando l’età o la malattia li ha resi impotenti.

Matrimonio / patrimonio

    Mater semper certa est dice una nota sentenza latina: da qui al matrimonio il passo è breve. Anche etimologicamente: alla parola mater è stato aggiunto un suffisso denotante uno status intrinsecamente connesso. Matrimonium designava la legittimità dei figli. Patrimonium designava lo status di pater familias, cioè l’insieme dei mezzi che garantivano il sostentamento della famiglia e la continuità della discendenza.

    Il sesso è il punto debole-o-forte di ogni persona (virilità/maternità); la nostra cultura e il nostro diritto ne fanno una roccaforte talmente privata e personale che giudica osceno il nudo dal vivo, il nudo in pubblico. E queste cose poi ci vengono insegnate e a nostra volta, anche inconsapevolmente, le insegniamo. Proprio perché la nudità è considerata un fatto privato, riservato a momenti e luoghi particolari (in primis all’attività sessuale), l’esibizione dei genitali viene associata immediatamente a una disponibilità al di fuori dell’ordine e misura “accettabili”; viene interpretata come intemperanza libidica o peggio ancora come innesco di processi o reazioni di natura erotica potenzialmente devianti o non canalizzati nella consuetudine.

    Con l’eccezione dei media (pubblicità e pornografia). Per i quali tutto sembra esser lecito; anzi si tollera facendo finta di nulla (in nome dell’arte, della libera espressione della personalità) che dettino legge in fatto di costume, di mode, di tendenze, “àrbitri” di effimere eleganze, di futili emozioni, di vita pilotata, esibita sotto-vetro.

Il nudismo

    Il nudismo potrebbe dunque essere visto come un atteggiamento di ribellione verso un costume imperante nella società: ribellione legittima, essendo anche noi nudisti parte della stessa società ed essendo il nudismo pratica naturale, salutare, innocente ed innocua, paradisiaca.

    Il resto della società può costruirci attorno un mostro ideologico, vederci un demonio tentatore, e allora fuggirà la nudità (propria e altrui) come la peste. Nessuno accetta tanto volentieri la revisione del proprio modo di pensare, anzi lo difenderà più lo sentirà minacciato.

    Probabilmente tutti noi siamo passati attraverso una severa revisione dei nostri atteggiamenti, punti di vista, pregiudizi, convinzioni, partendo da un morso di mela, dalla stanchezza di dover portare e tramandare un fardello non più nostro, forti del senso di leggerezza e sicurezza che abbiamo provato dopo che per la prima volta ce ne siamo liberati. E ha vinto l’evidenza, ha vinto di nuovo la conoscenza, libera, naturale, ovvia, “infusa” nelle cose medesime. Una conoscenza acquistata a nostre spese che ci ha «aperto gli occhi» (Genesi 3, 7), che ci ha resi più consapevoli di noi stessi. Poiché abbiamo peccato sappiamo giudicare: il peccato stesso è diventato un bene (felix culpa). Per paradossale che possa sembrare sembra proprio così. E tanto ci basta.

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 16 dicembre 2012, in Atteggiamenti sociali con tag , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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