Archivio mensile:febbraio 2013

Poesie di gioventù: Soli fra tanta gente


Soli noi siamo,
eppure intorno a noi ci sono persone,
molte persone.

Parliamo, ci amiamo,
come se nessuno ci potesse vedere,
eppure vederci gli altri possono.

Il nostro amore estranei al mondo ci rende,
ci porta negli infiniti spazi del tempo,
ci porta lontano dal luogo in cui siamo.

Nei prati verdi della montagna ci troviamo,
sdraiati sull’erba ci guardiamo,
un coro di fringuelli canta per noi,
il rumore d’una cascata arriva da poco lontano.

Siamo felici, immensamente felici,
siamo insieme, insieme ci amiamo.

Fra tanta gente noi siamo,
eppure soli ci sentiamo.

Soli fra tanta gente.

Emanuele Cinelli, 26 marzo 1974

Nudismo contagioso


Pensiamo per un istante al prima e al dopo la nostra scelta: difficilmente torneremmo indietro. Oltre al senso di benessere fisico, al miglioramento generalizzato del nostro stato di salute, penso di poter aggiungere che abbiamo maturato una consapevolezza più chiara, una autostima più solida e quasi spontanea, una centratura da statua e non da ultimo ci sentiamo compatti nell’orgoglio per aver fatto una scelta che ci pare giusta al 100%, il volto sereno e disteso di chi ha capito e fa capire senza bisogno di tante parole, senza la consegna di voler convincere alcuno.

Liberati dalla costrizione del pudore, ci par persin di danzare, leggeri come ci sentiamo, euforici, spigliati, pieni di energia. Negli occhi di chi ci guarda possiamo vedere lo sconcerto, la sorpresa, il senso dello scandalo, il disgusto del vergognoso, l’obbrobrio della sfida superba all’ordine costituito, al costume comunemente condiviso.

Altri, più aperti, più critici verso se stessi, più tolleranti e rispettosi dell’umana diversità ci applaudono come eccezioni, come “riserva”. Altri ancora vedono un insegnamento, una direzione di cambiamento, un esempio pratico da seguire, un’indicazione da percorrere, da provare, osando quel che era impensabile e inosabile solo fino a ieri. Basta la nostra presenza, il saper che per alcune persone, per niente privilegiate, comunissime, alcune restrizioni, alcune situazioni non sono più imbarazzanti, vergognose, umilianti, fuori luogo, asociali, peccaminose, oltraggiose, offensive, intollerabili, eccessive, provocanti, meschine, morbose… per far riflettere, per ripensare alle convenzioni, al costume, alle consuetudini, ai gioghi sociali.

Noi non siamo il medico, il/la consorte o compagno/a con i quali il pudore è ritualmente sospeso. Siamo comunissime altre persone di fronte alle quali, senza riti, il pudore, la vergogna, il disagio, l’imbarazzo, il ludibrio per la propria nudità non ha più ragione di esistere. Non hanno la portata minima nemmeno per essere derisi. È una sensazione immediata di sollievo, di liberazione, di leggerezza, di apertura spontanea verso una relazione di umana simpatia, di accoglienza e rispetto totali, di accettazione e comunanza immediate.

Nella società attuale, continuando ad essere semplicemente noi stessi, senza atteggiarci di proposito, siamo persone speciali agli occhi di molti. La prima volta ci tremavano i polsi, ci è voluto del tempo, esperienze comuni, confronti, approfondimenti; sentivamo la collottola tesa come fossimo sul ciglio di un baratro, ci sembrava d’aver perso il nostro equilibrio, mentre ne acquistavamo un altro molto più stabile, sentendo d’aver dalla nostra l’esempio semplice e certo suggeritoci dalla Natura.

Non vogliamo fare proseliti, siamo nudisti non per partito preso, per oltranza, ribellione, contestazione, per una missione, per un progetto da realizzare, per un risultato da conseguire, ma per noi stessi, con chi ci vive accanto (e con cui vogliamo avere relazioni di simpatia e buon vicinato, semplici e spontanei), per il momento presente, giorno dopo giorno. Perché così ci pare di vivere meglio, in pieno benessere e salute, in buoni rapporti con tutti, sereni e pacati. È vero, siamo un po’ matti, cani sciolti che non aman collari, agiamo di testa nostra, pacifici, responsabili, rispettosi e rispettabili. È nostro fondamentale diritto viver come più ci piace, realizzando a cominciare da noi, dal nostro raggio d’azione, quotidianamente, il dettato costituzionale di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».

E ci pare che la persona umana sia pienamente realizzata, individualmente e socialmente, quando è libera e si sente libera; quando riesce ad essere libera e se stessa vivendo in società. Stavo per dire pur vivendo in società, ma non vedo più la contrapposizione.

Metafore


1)

Ho rivisto in questi giorni il film La città nuda di Jules Dassin. Lì il significato di nudo rimandava a una situazione in cui vengono alzati i veli sulle magagne e miserie che spesso vengono pietosamente coperte da ipocrisie, connivenze, maquillage di facciata. Si tratta di un’amplificazione del motivo principale per cui ci si veste: “coprire le vergogne”. Facendo questo si dà evidentemente una sorta di legittimazione, per causa di forza maggiore, all’esistenza stessa delle vergogne. Un comportamento morale e coerente farebbe ogni sforzo per estirpare il male. Di fronte allo smacco, all’insuccesso, si accetta la situazione come male inevitabile, dando la colpa all’imperfezione e alla fallibilità umana. In caso di vittoria la specie umana andrebbe incontro all’estinzione. Come si dice, ci si mette una pezza sopra, si fa finta di niente e si tira avanti.

2)

La nuda verità associa l’esistenza di una verità coperta e perciò un po’ meno vera, di cui ci si accontenta. Rimane nascosta una verità che potrebbe ferire, creare “turbamento” (parola tanto cara ai nostri giudici e moralizzatori). Su un altro versante un’espressione quasi sinonimica, pura verità, esclude altre verità in quanto valutate come accessorie, non pertinenti, o vere solo parzialmente.

La nostra società può esser anche definita come un sistema dove agiscono diverse agenzie ideologiche (partiti, correnti di pensiero, conventicole, associazioni, movimenti, gruppi d’opinione…), ciascuna con la propria verità e autorità. A volte ci si può svincolare da queste autorità, a volte no – specie quando la “maggioranza”, a nostro nome, con la nostre delega, detta legge. Un tempo (nel secondo dopoguerra) si diceva che il rispetto delle minoranze era il banco di prova del buon funzionamento di una democrazia, che in forza del proprio 51% potrebbe diventare una tirannia per la percentuale rimanente.

Altre agenzie, di tipo morale, ma non meno condizionanti, che si autodefiniscono portatrici di verità (tanto più dogmatiche e indiscutibili, quanto più laudativamente additate come rivelate, salvifiche e divine), sono quelle che ci hanno imposto la foglia di fico, che hanno messo sulla bocca di Dio un comandamento tutto umano: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela». È innegabile che questo modello porti assoluti vantaggi materiali attraverso la sottomissione della Natura, tanto da giungere a dire che la ricchezza sia una manifestazione della benedizione di Dio (Max Weber). Per altro verso, e conseguentemente, sembra dunque “vergognoso” non sottomettere la Natura in noi, e la pezzuola è dunque un vessillo di vittoria e ci inquadra quali compartecipi dei misteri della creazione e dell’imperscrutabile disegno divino.

3)

Siamo “esseri sociali/politici”. Come per comunicare fra noi usiamo il linguaggio, con le sue regole, le sue convenzioni, così nell’agire con gli altri – consapevoli o meno – osserviamo delle regole, delle convenzioni. Queste sono talmente radicate nel costume quotidiano al punto che non riusciamo più a distinguerle da noi stessi, con molte sovrapposizioni e trasparenze identitarie. Persino nelle relazioni affettive o amorose. Chi riesce a stabilire dov’è il confine fra l’essere mamma/papà e figli in quanto persone e mamma/papà e figli in quanto ruoli? San Valentino ci ha appena ricordato che certi ruoli esistono anche nelle relazioni fra due persone che si amano. Nei momenti di crisi cerchiamo sempre di sapere chi siamo davvero come persone prima che come nodi della rete sociale. Proprio nella relazione amorosa siamo alla ricerca di noi stessi, della nostra autenticità, prima come individui, come persone, spogliati dalle parole che vorrebbero definirci, inquadrarci, darci “valore”.

Il metterci nudi col corpo mette in moto una girandola di pensieri e interrogativi su noi stessi: via via riconosciamo le maschere, le piume, le bandiere, i coturni con cui ci presentiamo in società, o che la società ci richiede. Siamo consapevoli della recita e questa consapevolezza aiuta a conoscerci meglio, a scoprire la verità su di noi, la nostra autenticità.

La nostra mente ci veste anche da nudi; imponiamo sugli altri i mantelli delle nostre aspettative, supposizioni, preconcetti… i veli dei timori e pudori, la livrea del nostro status sociale, la giornea dei nostri opportunismi e opportunità, la corazza delle nostre convinzioni, l’ordine di servizio di una qualche morale, i paletti di quel che è giusto o men giusto per noi, mettiamo alla prova le nostre tolleranze.

La metafora forza le maglie dei significati delle parole (catàcresi), li adatta, confronta, espande, proietta, sovrappone, stiracchia: le parole sono gommose, una pellicola elastica che usiamo per confezionare i nostri messaggi, per dar corpo ai pensieri. Sul bue della realtà, tratteggiamo distinti tagli di carne a seconda del pranzo che ci vogliamo imbandire, di come della realtà che viviamo vogliamo nutrirci.

Nudo vuol dir tante cose: quasi ogni giorno ne scopriamo un’accezione diversa.

Lettera ad un amico


Ciao carissimo amico mio,

ho casualmente notato che avete rimosso il mio nominativo dall’elenco dei vostri amici, temo di averne intuiti i motivi e…

Anche se mi chiedo perché debbano sempre essere i deboli a cedere il passo ai più forti.

Anche se mi interrogo sul motivo per cui siano sempre coloro che vivono nel giusto (la natura è sicuramente giusta) a dover soccombere a chi vive e persiste nell’errore (ripudiare la natura è sicuramente un errore).

Anche se proprio non me l’aspettavo da chi mi conosce, da chi ben conosce la mia integrità morale, da chi per diversi anni ha usufruito del mio apporto economico diretto (miei acquisti) e indiretto (promozione da me fatta), da chi consideravo un amico, da chi vive e opera nello sport, in particolare in quelli sport che, per loro natura, da tempo hanno indotto a superare certi tabù e certi condizionamenti.

Anche se dopo essere venuto di persona a parlarti della mia nuova vita, a spiegarti il mio nuovo modo di vedere e frequentare lo sport che ci accomuna, a consegnarti il materiale in questione, dopo che lo stesso è stato visionato in mia presenza da chi si occupa della sua pubblicazione, quantomeno mi aspettavo una mail che mi segnalasse la cosa e mi invitasse a trovare un punto d’incontro.

Ecco, dopo tutti questi “anche se” ho deciso di scriverti io per dirti che…

Posso in parte comprendere il vostro atteggiamento e ho provveduto a riscrivere la mia scheda aggiungendovi più elementi per così dire “neutri” e rimuovendo quelle parti che a qualcuno particolarmente permaloso potevano sembrare aggressive e quelle che a qualcuno molto, ma molto, malizioso potevano apparire ambigue.

Ti invito quindi a rileggere il tutto e a riprendere in considerazione la visualizzazione del mio nominativo tra l’elenco dei vostri amici.

Spero non abbiate il timore che lo sviluppo di quanto propongo possa apportarvi danni materiali (riduzione delle vendite), ma nel caso vi invito a considerare che la natura stessa dell’attività impone di avere sempre al seguito tutta l’attrezzatura necessaria e solo limitatamente ci si può liberare dell’abbigliamento. Certo viene così usato di meno, lavato di meno, consumato di meno, quindi sostituito con tempi più lunghi, ma questo, in una società che si definisce moderna ed ecologista, non è un male bensì un’importante risorsa e, sul medio termine, apporta a tutti, voi compresi, degli innegabili vantaggi.

Quanto agli aspetti più propriamente tecnici ti invito a leggere questo mio articolo “Escursionismo: quale abbigliamento?”, credo proprio che potrai trovarci degli interessanti spunti di meditazione.

Bene, ti saluto e ti ringrazio, spero di rivedere il mio nominativo nell’elenco dei vostri amici, ma se ciò non avvenisse… pazienza, non sarà certo questo a fermare la diffusione di un’attività bella e naturale, un’attività per la quale in Francia esiste un’associazione dedicata e riconosciuta dalla Federazione Nazionale dell’Escursionismo, per la quale in Austria da alcuni anni si tengono senza problemi di nessun genere settimane escursionistiche, per la quale in Germania, pur essendo comunque praticabile pressoché ovunque, sono stati tracciati specifici itinerari, per la quale in Italia ancora poco è stato fatto, ma i praticanti stanno crescendo a vista d’occhio e non è detto che presto non possa nascere un’associazione sullo stampo di quella francese.

Ciao e, spero, a presto.

Con profonda stima e amicizia

Emanuele Cinelli

Escursionismo: quale abbigliamento (1)?


Prima di tutto mi qualifico, visto che in questa società basata sull’apparire e sull’inganno molti sono coloro che non credono alle parole del primo venuto ma vogliono riferimenti e qualifiche.

Ho iniziato ad andare in montagna all’età di 14 mesi, a tre anni mi è arrivato in regalo il mio primo paio di sci, da allora l’estate a camminare e l’inverno a sciare. All’età di otto anni, in campeggio con l’oratorio, ero l’unico tra i minori ad essere ammesso alle gite escursionistiche vere e proprie. Poi tanta montagna con gli scout, le gare di sci, le gite con un gruppo escursionistico di cui divenni uno dei più apprezzati capigita, infine l’arrampicata e, nel 1978, il corso di roccia.

Nel 1980 divento Istruttore Sezionale di Alpinismo del Club Alpino Italiano (CAI), partecipando come istruttore ad un minimo di un corso (arrampicata su roccia) all’anno, che diventeranno presto due dato che iniziai a collaborare anche con i corsi di ghiaccio alta montagna.

Nel 1984 prendo il titolo di Istruttore Regionale di Alpinismo del CAI e subito dopo inizio a dirigere i corsi di alpinismo. Nel 1990 divento Istruttore Nazionale di Alpinismo e negli anni a venire, oltre che dirigere vari corsi in tutte le discipline alpinistiche, assumo la direzione di due scuole di alpinismo, collaboro con la Scuola Regionale di Alpinismo e per qualche anno, poi problemi alle ginocchia e comparsa di occasionali vertigini mi costringono ad interrompere l’attività, anche con quella Nazionale.

Per finire potete, se lo ritenete opportuno, leggervi anche la mia attività alpinistica http://www.emanuele-cinelli.it/pagine/chiacchiere/attivita_alpinistica.html.

Terminate le presentazioni veniamo al contesto vero e proprio dell’articolo.

Proprio in questi giorni una rivista che parla di montagna e alpinismo si è rifiutata di pubblicare un mio piccolo intervento perché: “da tempo sto faticando per far capire quanto sia importante il corretto abbigliamento, parlare di escursionismo in nudità sarebbe una forte contraddizione”.

Invero non c’è nessuna contraddizione: è solo l’effetto di un secolare condizionamento mentale che porta a pensare questo, in alcune situazioni l’abbigliamento migliore è proprio la nudità. Senza la pretesa di esaurire la questione, ci vorrebbe un trattato voluminoso che nessuno poi leggerebbe, ma apportando alcune considerazioni d’esempio che sole bastano a chiarire la questione e, spero, inseminare qualche dubbio, vediamone le ragioni.

Ci sono tre aspetti da prendere in considerazione parlando dell’abbigliamento escursionistico: la salubrità, il confort e la sicurezza; in ogni momento la scelta dev’essere attuata a seguito di una corretta valutazione dei tre aspetti, tenendo conto che per certi versi sono tra loro interdipendenti (ad esempio, sicurezza non vuol dire solo protezione dagli agenti esterni, ma anche considerazione degli aspetti interni di salubrità), arrivando a definire una loro media ponderata.

Sicurezza

La sicurezza è di certo l’aspetto che porta più punti al vestiario che al nudo, ma la montagna non è sempre ambiente ostile.

Se d’inverno molti possono essere i pericoli oggettivi (valanghe in primis) che possono indurci in molte occasioni (ma non in tutte, ad esempio un ambiente di bassa montagna, con pendii moderati e non valangosi, con neve trasformata e dura oppure fresca e polverosa, in una giornata di sole e senza vento, si presta moltissimo a belle escursioni invernali in nudità) a non togliere il vestiario, d’estate le cose cambiano considerevolmente e il più delle volte, nella maggior parte delle situazioni, il vestiario non apporta nulla alla sicurezza: se mi cade un sasso in testa non sarà certo l’essere vestito ad evitarmi il trauma; se scivolo e cado in un dirupo, il vestiario potrà, forse (perché il vestiario si può anche rompere e non è incollato alla pelle), evitarmi le abrasioni, ma di certo non mi eviterà contusioni e fratture; se sbatto un ginocchio contro una pietra, l’avere o meno indosso i pantaloni non mi allevia la contusione; se metto male un piede l’essere vestito non può certo evitarmi la distorsione della caviglia (qui al massimo può entrare in gioco il tipo di calzatura e le scarpe le usano anche i nudisti); e via dicendo.

D’altra parte l’escursionista nudista si porta comunque al seguito tutto il vestiario necessario e andrà man mano a indossare quanto la situazione del momento richieda, esattamente come fa un qualsiasi altro escursionista.

montagna_nuda2Confort

Qui c’è ben poco da dire, è quantomeno evidente che non esiste niente di più confortevole del corpo nudo: nessun tessuto che possa creare allergie o fastidiose irritazioni da sfregamento, niente che possa stringere, niente che possa ostacolare il movimento.

La ricerca del confort da ormai diversi anni è diventata una costante in chi fa alpinismo ed escursionismo ed è solo conseguenza di un forte condizionamento mentale il fatto che pochissimi abbiano preso in considerazione il nudo.

Salubrità

Qui è un po’ meno evidente, ma anche per questo aspetto il condizionamento mentale alla negatività del nudo gioca un ruolo fondamentale.

Da sempre la medicina dello sport insegna che è importante sudare il meno possibile, ma sudare il meno possibile vuol dire mettersi addosso il minimo vestiario necessario in ragione della temperatura del momento e quando questa supera un certo livello (non indico un valore preciso perché è condizione molto soggettiva) il minimo vestiario necessario è la nudità. La cosa è molto più evidente nell’uomo che nella donna, farò quindi il discorso riferendomi all’anatomia maschile, questo non toglie che il tutto abbia valore anche in riferimento alla donna. I testicoli devono mantenere una temperatura il più possibile costante ecco quindi che la natura non solo li ha messi esterni e li ha avvolti in un dissipatore naturale, lo scroto, ma li ha anche dotati di numerosi e importanti sensori del caldo, sensori il cui funzionamento viene però alterato, se non inibito, innanzitutto dalle mutande il cui utilizzo è, per inciso, la prima fonte di malattie dei genitali, ma poi anche dal vestiario in generale: lasciare i genitali liberi vuol dire consentire al corpo la migliore termoregolazione possibile e, alla fine, sudare molto meno se non per niente.

Lasciando perdere le pur sempre valide ipotesi dell’interesse economico delle case produttrici di abbigliamento sportivo, la nudità crea imbarazzo (affermazione oggi non del tutto vera, ma tant’è, pare che siano più importanti quei pochi che ancora provano imbarazzo davanti a un corpo nudo piuttosto che i tanti che non lo provano) e allora giù tutti ad inventarsi tessuti che permettano la migliore traspirazione possibile. Va bene, benissimo, quando proprio dobbiamo indossare qualcosa è bene che questo qualcosa permetta la massima traspirazione possibile, ma nelle molte situazioni in cui il vestiario non risulta indispensabile ecco che dobbiamo pur prendere in considerazione l’assunto che, per quanto un capo di abbigliamento possa essere traspirante, sarà pur sempre un qualcosa in più rispetto alla pelle, è pertanto evidente che la nuda pelle possa trasudare molto meglio che la pelle coperta da qualcosa.

Parliamo ora della colorazione dei tessuti. In questi ultimi mesi sono stati diffusi i risultati di alcuni studi che hanno rilevato l’elevata tossicità di molti dei coloranti utilizzati dall’industria tessile, in particolare per l’abbigliamento d’alta moda, ma il dubbio che siano gli stessi coloranti usati per l’abbigliamento sportivo è lecito e, comunque, per quanto poco tossico possa essere un colorante è certamente sempre meno naturale della nuda pelle.

Infine prendiamo in considerazione le irritazioni da sfregamento causate dal vestiario e le allergie provocate dai tessuti. Se nel secondo caso la cosa è soggettiva, nel primo è invece oggettiva: tutti ne sono assoggettati e sebbene i tessuti siano sempre più elastici è anche qui evidente che l’assenza degli stessi sia di certo meglio della presenza.

Conclusione

Quale la morale di tutto il discorso? Beh, credo sia evidente: spesso ragioniamo in funzione di condizionamenti e abitudini che ci sono state indotte dalla società o dai leader sociali e ci dimentichiamo di valutare le cose con vera obiettività e oggettività, adottando le tecniche del problem solving e analizzando a tutto tondo le questioni. Un senso unico sempre in agguato, un senso unico che invece di migliorare la società tende a renderla sempre più schiava e sottomessa al volere di pochi: il nudo infastidisce qualcuno, il nudo è stato da qualcuno dichiarato osceno, il nudo è per qualcuno peccato, il nudo è per qualcuno reato, indi… sebbene possa essere la miglior cosa per molte questioni sociali (educative, ecologiche, mediche, eccetera) il nudo non va preso minimamente in considerazione, non viene preso in considerazione dai ricercatori scientifici, non viene preso in considerazione dai medici e dai salutisti, non viene preso in considerazione dallo sport. Che risorsa sprecata!

Poesie di gioventù: Sentimento


Profondo nel cuore,
profondo nell’anima,
io sento qualcosa
ma non riesco a scrivere cosa.

Sento un forte peso,
sento un’invincibile tristezza,
sento che voglio vederti,
sento che non riesco
a sopportare la tua lunga mancanza.

Sento di amarti,
sento di adorarti,
sento che tu sei
il mio più grande sostegno,
il mio più grande pensiero,
la mia più grande passione.

Sentimento,
oggetto astratto,
oggetto invisibile,
oggetto indescrivibile.

Emanuele Cinelli – 6 marzo 1974

Nudisti si nasce o si diventa?


Ci sono nudisti che amano ribadire l’inutilità del proselitismo nudista dato che nudisti si nasce e non si può diventarci, eppure conosco molte persone che nudiste lo sono diventate nel corso della loro vita, io stesso ho abbracciato questo stile di vita in età avanzata. Allora cosa rispondere a chi, non nudista, ci chiede se siamo nudisti da sempre o se lo siamo diventati ad una certa età?

L’assunto da cui partire è quello per cui nudi ci nasciamo e nei primi anni della nostra vita ci troviamo decisamente più a nostro agio quando siamo nudi che quando indossiamo qualcosa, sia pure il semplice e solo pannolino.

Purtroppo praticamente dalle prime ore, se non dai primi minuti di vita, la società inizia subito il suo lavoro di condizionamento e, dato che in questi anni è in noi attiva la massima capacità di assorbire l’imprinting dei genitori e della società, non ci vuole molto affinché il nostro corpo smetta di percepire il fastidio dei vestiti: la nostra mente è stata a questo punto indotta a pensare che la nudità sia uno stato sgradevole e spregevole, che, quindi, alcune zone del corpo siano da nascondere. Così è che da nudisti si diventa tessili.

Ecco cosa rispondere: la domanda è totalmente sbagliata, casomai c’è da chiedersi se tessili si nasce o si diventa e la risposta è inevitabile… lo si diventa!

Correre, correre, correre!


Mattina presto, con stretto anticipo suona la sveglia. Brontolando mi alzo e in tutta fretta mi lavo e ingurgito una frugalissima colazione. Correndo prendo la borsa e la getto nel baule dell’auto, balzo alla guida, veloce mi sparo in strada e mi metto in viaggio per andare al lavoro. “Ma che cazzo, ma che ci fanno tutti in giro a quest’ora?” “Ma dai, datti una mossa, schiaccia quell’acceleratore del piffero!” “Fuori dai coglioni, imbranato!” Sorpassi, su sorpassi, incurante dei limiti di velocità e dei divieti di sorpasso, fregandomene se gli altri, imbecilli loro, se ne stanno in coda, obbligando la coda a frenare per farmi spazio quando devo rientrare, a volte mettendo a rischio la mia e l’altrui incolumità. Ma chi se ne frega, sono in ritardo, ho fretta, “cazzuti io devo lavorare!”

Arrivo al lavoro e nervosamente sbatto le mie cose sulla scrivania, velocemente do un’occhiata agli impegni della mattinata e poi avanti di corsa e imprecando, se non proprio palesemente, quantomeno nella mia testa. La sera sono stremato, mangio di fretta, rispondo seccato alle domande di mia moglie e alla fine, il più delle volte, vado a letto arrabbiato e deluso. Tutto m’è sembrato difficile ed evito di pensare al mio domani che vedo solo nero. Sgradevole tristezza del vivere!

….

Tutti abbiamo al nostro interno parti diverse di noi, parti anche contradditorie, parti che arrivano perfino a odiarsi l’una con l’altra. Alcune di queste parti tendono a prendere il sopravvento su altre, a volte una tende ad essere dominante su tutte. Nel tempo, però, la parte dominante può anche cambiare, a volte per motivi incomprensibili, altre volte per propria volontà.

Mattina presto, con un corretto anticipo suona la sveglia. Lentamente apro gli occhi e stiro le membra ancora intorbidite dal sonno. Con calma mi guardo attorno, alcuni respiri calmi e profondi portano il mio corpo e la mia mente a prendere piena coscienza del risveglio e del nuovo giorno. Sempre con calma mi metto seduto, lentamente mi giro e appoggio i piedi sul pavimento, resto così, seduto sul letto, per una decina di secondi, mentre il respiro si fa più regolare e i muscoli più pronti ad operare. Mi alzo e fruendo del tempo che mi sono concesso impostando la sveglia in modo non troppo stretto, con tutta tranquillità posso lavarmi, farmi la barba, prepararmi una debita colazione che poi mi degusto seduto al tavolo osservando i colori del sole che si riflettono sul muro di fronte.

Salgo in macchina, mi sistemo per bene sul sedile, esco dal cancello e m’immetto sulla strada del lavoro. In viaggio osservo diligentemente le regole della strada, c’è colonna e mi tengo correttamente in coda, approfittandone per fare alcuni esercizi di rilassamento o per osservare i campi che attorniano la strada: toh guarda stamattina il contadino ancora non è arrivato, oh all’orizzonte si staglia un bellissimo arcobaleno, è appena percettibile ma comunque stupendo, ne visualizzo nella mente uno ad uno i suoi colori, la calma entra in me e le percezioni sensoriali ne vengono moltiplicate e così continuerà per tutto il giorno, portandomi ad una tranquilla serata in famiglia. Tutto m’è sembrato facile e penso al mio domani in modo del tutto rilassato. Gradevole gioia del vivere!

Su una strada ad alto scorrimento con il limite di 90 chilometri orari, la velocità media attuabile in orario di punta può essere calcolata attorno ai 70 chilometri orari. Prendendo come esempio il mio viaggio, che è poi più o meno il viaggio medio degli italiani, 50 chilometri di strada a 70 chilometri orari di media sono 43 minuti di viaggio. A 90 chilometri orari di media, che sono comunque difficili da ottenere in presenza di traffico medio, diventano 33 minuti di viaggio. Certo sono dieci minuti di meno, ma dieci minuti valgono tutto quello che ci siamo persi nel frattempo? Valgono la carica di stress in più? Valgono i rischi corsi nei mille sorpassi? Valgono il rischio di finire all’ospedale o al cimitero? Ci autorizzano a mettere a repentaglio la vita degli altri? Valgono la maleducazione del nostro comportamento? Valgono la vita perduta? Le sensazioni che non possiamo avere? Le arrabbiature? Per me no, assolutamente no!

Europeana, la Biblioteca degli Europei


La digitalizzazione e l’informatizzazione, per quanto possano apparire freddi e sterili, sono azioni importantissime per il futuro della cultura, irrinunciabili (la ridondanza si ottiene anche a livello informatico).

Italia, io ci sono.

Qualcuno senz’altro ricorderà l’inaugurazione di Europeana nel 2008. I server facevano fatica a resistere alle richieste degli avidi internauti. Oggi, circa 5 anni dopo, c’è meno foga nell’esplorare il sito, anche se i contenuti aumentano continuamente.

Ma cos’è Europeana? In pratica, una biblioteca multimediale online dove si possono trovare libri, trattati, video, musica in un unica piattaforma a livello europeo. Sono disponibili scritti degli illuministi francesi, riflessioni di umanisti italiani, pensieri di filosofi tedeschi e diari di viaggio di esploratori portoghesi.

Da tutto il continente istituzioni private e pubbliche hanno reso disponibili i loro archivi digitalizzati, anche se il lavoro da fare è ancora molto lungo. Su un totale di 23, 595,557 opere, l’Italia contribuisce con 1,273,103 digitalizzazioni, appena il 5.40% del totale. Vista la quantità di manoscritti e produzioni nei nostri archivi, da quelli della RAI dove stanno marcendo i nastri alla Biblioteca dei Girolamini vittima di…

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Ehi tu!


Ehi tu,
si proprio tu,
tu che sei arrivato
roboante e sprezzante,
incurante delle regole,
superando
una lunga colonna
oltre la riga continua
oltre il limite di velocità.

Tu che ora
incollato al culo dell’auto mia
scalpiti per passare,
esci e rientri,
rientri ed esci.

Tu, si proprio tu,
vedi anch’io potrei
correre e superare,
potrei correre in piena sicurezza
più di quanto tu possa fare
rischiando la vita.

Potrei, ma non lo faccio,
non lo faccio perché
esistono le regole,
regole che sono per tutti,
ma proprio tutti,
io e te compresi.

Non lo faccio perché
civile io sono,
corretto
e rispettoso,
educato.

Ehi tu,
si proprio tu,
vedi di calmarti
che solo hai
da guadagnarci.

Emanuele Cinelli – 6 febbraio 2012

Il ragazzo con la rana


Il ragazzo con la rana di Charles Tay

Immagine da: http://stregoneriapagana.blogspot.it/2009/06/charles-ray-il-ragazzo-con-la-rana-e-la.html

La notizia recente dell’eventuale spostamento del Ragazzo con la rana di Charles Ray dalla Punta della Dogana a Venezia per far posto a un lampione d’epoca (articolo del Gazzettinofoto 1   – foto 2 ) mi dà il destro per parlare delle differenze fra il nudo artistico e il nudo quotidiano.

Il ragazzo è rappresentato realisticamente quasi fosse un calco (la statua è alta 247 cm.), in modo molto simile al realismo della scultura ellenistica (come lo Spinario, il Ragazzo sul delfino, il Fantino artemisio…). La statua è stata realizzata in acciaio inossidabile stampato e dipinta di bianco come fosse marmo di Carrara. Non riesco però a capire come mai l’artista abbia cancellato i capezzoli! Stomaco e addome sono prominenti in modo quasi deforme.

La statua era stata ideata per l’Eisemhower Memorial di Washington ma fu rifiutata perché “sessualizza l’infanzia e è oscena” (cfr. anche la relazione, 153 pagine, di Justin Shubow ), è a Venezia dal 2009 (presentata alla 53ª biannale). Una copia della statua è pure al Brentwood’s Getty Center.

Charles Ray (Biografia, Sito) aveva creato un certo scalpore nel 1992 con l’installazione Oh! Charley, Charley, Charley…  e nel 1993 con Family Romance in cui si vedono padre e madre alti quanto i figli.

Il significato della statua si dipana man mano la si osserva spostando l’attenzione dal corpo del ragazzo alla rana che questi tiene in mano per una zampa. Qualcuno ci vede significati sessuali (“The frog is phallic — an adult penis in the hand of the boy”; “la sua nudità appare una pruriginosità che l’artista avrebbe potuto risparmiarsi”.

Per parte mia la statua si impone per altri motivi e mi ha sucitato una domanda precisa: qual è la differenza fra la nudità di una statua e quella di una persona reale?

L’opera artistica è impunibile, impunibile l’artista. Benissimo. Che cosa li scagiona? Una statua nuda non è un individuo, anche se ne ha le fattezze fotografiche (in questo caso il figlio dodicenne di un amico di Ray). Rappresenta un universale: tutti i ragazzi (o le donne, o gli uomini), è un’astrazione, una generalizzazione, un triangolo di Euclide. Se al posto della statua ci fosse un ragazzo in carne e ossa (anch’esso impunibile), la reazione del pubblico (e delle forze dell’ordine) sarebbe completamente diversa: invece di ammirarlo nella sua innocenza, come si può ammirare una gemma in fiore, una bella donna, un uomo ben fatto, si correrebbe a rivestirlo con una coperta, a denunciare gli organizzatori di una performance così vergognosa, ecc. ecc.

Come sempre l’arte, tenendo un piede nel reale e uno nell’immaginario collettivo aiuta a farci riflettere sulle contraddizioni della nostra società in modo non banale, non effimero. Ci pone domande serie, cui possono seguire cambiamenti di opinione e di comportamento.

Boy with frog, detail

Particolare della statua «Il ragazzo con la rana»

Immagine da: http://home.fotocommunity.de/wkoelln/index.php?id=7229&d=25328502

A mio parere la nostra esperienza di vita ci dà una marcia in più per comprendere il nudo artistico, abituati come siamo a vedere il nudo svincolato dai suoi effetti “pruriginosi”. Comprendiamo bene le allusioni sessuali, i riferimenti erotici, ma in primo luogo apprezziamo l’immediatezza, la naturalezza, la banalità del corpo nudo, spogliato, prima che dei vestiti, degli investimenti libidici che ne contaminano la primigenia innocenza, senza le fantasmagorie che funzionano da surrogato o da lenitivo a pulsioni non esaudibili e non eludibili. A commento e conferma, prendo a prestito le parole di Muriel Barbery: «Car l’Art c’est l’émotion sans désir» («Infatti l’Arte è l’emozione senza desiderio», L’eleganza del riccio p. 198 trad. it.).

Se posso aggiungere una mia interpretazione personale: la rana, in quanto rettile anfibio e a sangue freddo, rappresenta l’equilibrio fra l’uomo e la bestia; la vittoria, fin dal suo primo insorgere, sull’“incontinenza, la malizia, la matta bestialità” (Dante, Inferno, XI), il rito di passaggio conseguito con le proprie virtù individuali e sociali. Il ragazzo non mena vanto di questa sua vittoria: ha gli occhi chiusi, come si trattasse non di un suo merito, di cui andar fiero, ma di un’evoluzione naturale e necessaria. All’opposto rispetto al dipinto di Caravaggio Ragazzo morso da una lucertola. Mi pare inoltre di cogliere dallo sguardo dietro le palpebre un certo orgoglio e un’identificazione fra il ragazzo e la rana. Proprio le rane richiamano i primi esperimenti, le prime esperienze, le prime scoperte di biologia. Al posto della rana ci potrebbe essere una biscia, un serpente con tutto il retroterra allusivo, simbolico e morale: ma nella rana prevale il riferimento al suo essere anfibio, e qui può significare l’immaturità sessuale, l’orientamento sessuale non ancora definito o anche l’accettazione di questo stato indefinito, finché non sarà proprio la biologia a decidere.

E aggiungo: non è stato anche per noi un rito di passaggio il metterci nudi per la prima volta? Il chiudere gli occhi maliziosi e troppo “curiosi”? Non è stato proprio questo passaggio che ci ha aiutato a tenere per una zampetta la nostra rana, i nostri rospi?
E visto che la statua rappresenta un ragazzo, aggiungerei: “non è mai troppo presto”, evitando così rossori a non finire, imbarazzanti “figuracce”, inutili soggezioni e sensi di colpa (come i morsi della lucertola di Caravaggio) in un’età che già di per sé è una polveriera.

Le ricette del “Cuoco Nudo”: gnoccone al Bagòss di Claudia Fusi


Questa ricetta me l’ha passata una carissima amica, Claudia Fusi, alla quale ho subito chiesto l’autorizzazione a pubblicarla: ne vale veramente la pena di provarla!

Ingredienti (per otto/dodici persone)

12 pani raffermi, 3hg di pane grattugiato, 1l di latte, 5 salamine, 2 spicchi d’aglio, 4 uova, 2 mazzetti di prezzemolo, 1/2kg di mortadella, 1kg di Parmigiano Reggiano, 500g di Bagòss a media stagionatura (un anno, un anno e mezzo al massimo), sale, pepe, farina bianca, 2l di brodo di carne leggero e poco salato.

Preparazione

Tritare finemente la mortadella, le salamine e il prezzemolo. In un tegame far imbiancare la salamina insaporendola con uno spicchio d’aglio intero. Togliere dal fuoco, rimuovere l’aglio, unire le uova, il prezzemolo, la mortadella, il pan grattato e i formaggi, regolare di sale e pepe, ammorbidire con il latte.

Prelevare un poco dell’impasto, passarlo nella farina bianca e farci una palla grande come un pugno, facendo in modo che la farina penetri leggermente nel gnoccone. Procedere così fino ad esaurimento dell’impasto disponendo man mano i gnocconi su un letto di farina bianca, sul quale dovranno riposare per 12 ore tenendoli in frigorifero.

Passate le 12 ore, prendere i gnocconi e ripassarli nella farina bianca, poi versarli uno alla volta (o anche più insieme, dipende dalla dimensione della pentola) nel brodo di carne bollente. Quando viene a galla togliere il gnoccone dal brodo e impiattarlo (3/4 a testa) cospargendolo con del Bagòss a piccole scagliette.

Servite ben caldi.

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