Archivio mensile:settembre 2013

Guida Naturista Italiana in biblioteca


Guida naturista ItalianaLa Guida Naturista Italiana 2013, che ha suo tempo recensimmo (leggi), è ora disponibile anche attraverso la Rete Bibliotecaria Bresciana e Cremonese, una bella opportunità per chi volesse consultare la guida prima di acquistarla o per chi ne avesse un bisogno solo occasionale.

Ci è già stata segnalata una prima richiesta di visione, speriamo ne seguano tante: sarebbe un buon segnale a favore del nudismo italiano e un ottimo stimolo ad investire di più e meglio sul nudismo e sull’editoria nudista e naturista.

Cogliamo l’occasione per ringraziare l’amico e collaboratore Vittorio che si è fatto carico di questa iniziativa e chi, istituzioni comprese, l’ha supportata. Confidiamo ne possano seguire altre similari e che presto “nudismo” non debba più essere una parola fraintesa, una parola pronunciata con timore o con avversione, una parola censurata.

Grazie!

Alpinismo, vivere in


Un altro mio vecchio articolo di alpinismo e montagna.


Certamente l’alpinismo è ideologia, attività sportiva, gesto tecnico, gioco, gioia e… dolore, ma, soprattutto, è e deve essere dialogo con la montagna.

L’uomo e la montagna

IMG18 - Roccette finali (Copia) Molto tempo è passato da quando si vedeva nella montagna un possente dio, tre secoli sono trascorsi da quando si riteneva che l’alpe fosse popolata da draghi e demoni, eppure ancora oggi il rapporto tra l’uomo e la montagna è fortemente condizionato da quello stesso sentimento di paura che, per migliaia e migliaia d’anni, ha impedito l’esplorazione e la colonizzazione delle Alpi e dei monti di tutto il nostro pianeta. Anche fra gli stessi alpinisti è tutt’altro che infrequente sentir affermare che la montagna è pericolosa.

Ma è veramente pericolosa questa montagna?

Dobbiamo innanzitutto distinguere tra pericolo e rischio, due termini spesso usati come sinonimi ma in realtà differenti tra loro: il primo è caratteristica propria di un oggetto, il secondo è determinato dall’azione umana.

Allora, si la montagna è pericolosa, così come lo è una strada, il mare, un fiume, ma anche una pianta, una casa o un palo che possono, per loro stessa natura, crollare improvvisamente a terra e casualmente ferire o uccidere qualche passante. D’altra parte la montagna è anche un oggetto nelle mani dell’uomo ed è l’azione dell’uomo che può determinare o meno la presenza del rischio, è l’errore umano che causa l’incidente. È, quindi, l’uomo e non la montagna ad essere l’artefice del pericolo.

Un esempio: il crepaccio esiste in quanto logica conseguenza del movimento verso valle del ghiacciaio, l’alpinista che vi cade dentro non può certamente incolpare la montagna del suo incidente, ma deve prendersela con sé stesso, con la propria imperizia, imprudenza o negligenza. Non è stato un agguato del monte all’uomo, ma solo e semplicemente un attentato dell’uomo nei suoi stessi confronti.

L’autocontrollo e l’autocritica sono qualità indispensabili e l’alpinista deve serenamente svilupparle a completamento della preparazione tecnica. È inutile, oltre che ingiusto, imputare alla montagna delle colpe, darle un’etichetta che assolutamente non le si addice, è, questo, un comportamento che consente di rimediare artificiosamente una comoda scusa per evitare il confronto con sé stessi, con il nostro “io” misterioso diverso da quello che pretendiamo di conoscere. Per l’alpinista è necessario abbattere le barriere psicologiche che l’evoluzione tecnica non ha potuto e mai potrà eliminare.

Alpinismo solitario

1760 (Copia)Vago solingo fra i boschi più neri,
nei vasti pianori,
sui fianchi del monte,
fra i bianchi ghiacciai.

Vago solingo e osservo:
negli occhi mille colori,
mille forme si dipingon.

Vago solingo e odoro:
mille profumi m’invadon le nari.

Vago solingo e ascolto:
cantano gli augelletti,
sibila il vento,
recita l’acqua del torrente,
scricchiola il ghiaccio che rompe.

Nulla disturba l’intimo contatto:
non schiamazzi di gente,
non amici che distolgon la mente,
nulla.

Vago solingo, ma solo non sono:
la Montagna mi accompagna,
mi parla, mi ascolta, mi aiuta.

.

L’alpinismo solitario è un’esperienza indimenticabile, un’esperienza che tutti dovrebbero provare, una lezione di umiltà e di amore.

Molti negano ciò sostenendo, al contrario, che l’alpinista solitario è essenzialmente un incosciente, nulla di più sbagliato. L’incoscienza non c’entra proprio per niente, contano, invece, la voglia d’imparare, il desiderio di conoscere, la ricerca spirituale e l’amore. Per praticare l’alpinismo solitario non occorre coraggio, ma è sufficiente abbandonare la posizione di padroni dell’universo per avvicinarsi alla montagna con il solo intento di viverla, non per dominarla e conquistarla.

Preso possesso di questi semplici sentimenti, provate a inoltrarvi nel luogo più sperduto e silenzioso che conoscete, andateci da soli, in punta di piedi e senza violenza, sedetevi e liberate i sensi, lasciate scorrere i pensieri. All’improvviso sentirete i mille rumori che sono la voce del monte e vi accorgerete che il silenzio è solo un’apparenza, che il silenzio non esiste, ma eravate voi incapaci di sentire. Avete, così, imparato ad ascoltare e la montagna vi parla.

Certamente la più grande paura che frena l’uomo di fronte all’esperienza dell’alpinismo solitario è la totale impotenza dell’uomo solo, ma tale sentimento è anche il più valido aiuto di cui disponiamo per capire i messaggi del monte. Infatti la nostra impotenza ci serve per meditare sulle presunzioni umane e per imparare a controllare ogni nostra azione, anche la più piccola e semplice.

Alzatevi, ora, e camminate nella solitudine. Quando il sudore vi bagna la fronte, quando il fiato diventa pesante, quando la fatica appesantisce le membra, quando vi sentite indifesi o disorientati, ascoltate le voci del monte, vi accorgerete che la montagna è con voi per assistervi e proteggervi. All’improvviso le forze ritorneranno in voi e la fiducia s’impadronirà della vostra mente, scacciandone il terrore. Avete così imparato a comprendere le voci del monte e la montagna vi accoglie.

Imparando ad ascoltare e a comprendere si capisce che la montagna non è un nemico, ma un’essenza viva, un’essenza che può e deve diventare la nostra stessa essenza vitale.

Perché arrampichi?

IMG10 - Tiro 8 (Copia)

Gita di gruppo, seduto davanti al rifugio osservo le cordate impegnate sulla sovrastante parete e penso alle mie prossime ascensioni.

Perché arrampichi?

La domanda mi giunge a bruciapelo esplodendomi nel cervello e togliendomi bruscamente dalle meditazioni. Sulle prime resto incapace di ogni pensiero, ma passato il frastuono dell’esplosione, le idee cominciano a ronzare come api impazzite, mi è impossibile ordinarle secondo logica.

Già, perché arrampico? Quante volte me lo sono chiesto, quante volte me l’hanno chiesto, e mai mi è riuscito di dare una risposta esauriente. Perché mi piace, perché mi diverte, per l’ebbrezza del vuoto, per il confronto con la paura, perché di si, perché, perché, perché. Mille risposte, tutte valide ma tutte incomplete in quanto dietro quella la semplice domanda si nasconde un quesito molto più profondo e complesso: l’arrampicata è scelta di vita o inutile rischio di morte?

Stavolta voglio provare ad esaurire l’interrogativo e comincio un viaggio mentale nel mio passato, ripercorrendo le tappe della mia storia alpinistica.

È la curiosità a spingermi a provare l’arrampicata. I primi approcci sono senza convinzione e la paura è tanta, ma con l’acquisizione delle giuste conoscenze mi rendo conto che il pericolo non è implacabile e che, con un adeguato controllo delle mie azioni, posso ridimensionare i rischi, mantenendoli entro dei limiti tollerabili.

Con la successiva esperienza pratica giungo a verificare che quando il mio corpo e la mia mente diventano parte stessa dell’ambiente, il rischio svanisce completamente.

L’acquisizione dello stato di simbiosi e l’eliminazione dei timori ancestrali mi consentono di cominciare a percepire la parete, il mio movimento e le forze che la natura mi oppone. Conseguentemente posso adeguare le mie gestualità a finissime esigenze meccaniche e morfologiche e la mia progressione diviene dinamica espressione dei miei sentimenti e delle mie sensazioni: arrampicare è armonia, sentimento, esaltazione dell’essere e del vivere, gioia profonda; il rocciatore è la roccia, il cielo e l’aria..

Perché arrampico? Perché amo la vita e arrampicare è arte di vivere. Non cerco emozioni speciali o conquiste sensazionali, ma semplicemente mi sento albero e come l’albero continuo a salire sempre più in alto alla ricerca del sole, del sole che è fonte di vita. Anche se mai potrò raggiungerlo, sempre guarderò e camminerò verso di lui, imparando dalle albe e dai tramonti, meditando sul passato, sul presente e sul futuro, crescendo insieme all’energia ch’esso m’infonde. E così insegnerò, come l’albero insegna ai rami a fare nuovi rami e a questi a fare i frutti, frutti che produrranno il seme generatore di nuova vita.

Pranzo conclusivo “Orgogliosamente Nudi” 2013


Visto il buon esito del programma “Orgogliosamente Nudi” 2013, con l’effettuazione puntuale di tutte le escursioni previste e l’attivazione di alcuni utili contatti istituzionali, lo staff di Mondo Nudo ha pensato utile e doveroso dare al programma una degna conclusione e ha pertanto organizzato un pranzo in un agriturismo della zona Lago d’Iseo.

La partecipazione, come per tutti i nostri eventi, è aperta a tutti, ivi compresi coloro che (ancora) non hanno abbracciato lo stile di vita nudista, basta non avere problemi a condividere lo spazio con persone nude dato che il vestiario sarà assolutamente facoltativo.

Cliccando sulla locandina si accede alla pagina evento con altre informazioni e il modulo di prenotazione.

9 - Novembre

Campeggio Sangro


Campeggio Sangro

12 settembre 2013. Puntuale arriva a Rovato il treno da Bergamo. L’amico Sandro di Oggiono (Lecco) cammina anchilosato verso l’uscita (ha la sua età e acciacchi relativi… personali, possessivi, collettivi, indefiniti, promiscui, dimostrativi, di cortesia…). Non vuole che gli porti il borsone. E via! Si parte. Con noi c’è anche un cane, Drago, vecchierello canuto e stanco, che mi ha seguito in due Newt in Austria, in varie escursioni locali (Bruffione, Braone, Monte Guglielmo) e soprattutto mi segue ogni mattina nel giretto al vigneto. Nella sua ignoranza e “inciviltà” vive libero e sereno, sempre à poil come direbbero i Francesi: non sopporta mantelline, cappottini, toelette. Vive con me da oltre dodici anni e dire che è un cane “di compagnia” sarebbe riduttivo, sia per la parola compagnia, che per lui.

Si parte, dicevo. Meta il campeggio Sangro, in Abruzzo, tra Chieti e Vasto, che in collaborazione con il sito iNudisti, Anita, l’Associazione naturista dell’Abruzzo (Anab) e del Lazio (Uni Lazio) dal 1° al 15 settembre ha aperto sperimentalmente ai nudisti/naturisti e dove si tiene quest’anno il Grande Raduno Naturista di fine estate. Nella vicina Chieti ha sede la casa editrice Sylvia che di recente ha pubblicato la Guida naturista italiana e avviato pionieristicamente la Rivista naturista.

Dopo la Transpolesana (strada statale 434), e passata Ferrara, ci immettiamo sull’Adriatica (strada statale 16) che secondo i tratti viene chiamata Reale (fino a Ravenna) e poi Romea. Si passano un dopo l’altro i luoghi tipici delle vacanze al mare: dalle colonie marine di Cervia, Cesenatico, alla classicissima Rimini.
Verso le 18 siamo a Civitanova Marche, imbottigliati nel traffico delle ore di punta. Sandro offre il pedaggio autostradale e per ora di cena arriviamo al campeggio. Lui ha prenotato una casetta prefabbricata, io ho la mia tendina canadese anni ’70, un po’ vintage.

Del menu della cena capiamo poco, dobbiamo farci descrivere ogni piatto: eppure siamo sempre in Italia. Ai tavoli altri ospiti del campeggio: sappiamo solo che devono essere qui per il Raduno, ma dato il freschino sono vestiti con pantaloni e maniche lunghe e qualche signora porta un golfino sulle spalle.

13 settembre. Il mattino seguente il chiarore diffuso dell’aurora mi sveglia verso le 6:20. L’arietta pizzica un poco ma è gradevole, un bagno d’aria oltre alla doccia. A colazione sono l’unico senza nulla indosso. Mi ritorna lo slogan del forum francese VivreNu «Respectez la nudité dans un lieu naturiste» (“Osservate la nudità in un centro naturista”): «Ma non hai freddo?» mi chiedono.

Con Sandro ci diamo appuntamento all’ingresso per scendere alla spiaggia vicina, appena al di là dell’Adriatica. La spiaggia è lunga e deserta, qualche sagoma di pescatore o bagnante a due-trecento metri; ciottoli bianchi arrotondati dalla risacca. Irresistibile la tentazione: mi tolgo i bermuda hawaiani e subito in acqua! L’acqua è tiepida, carezzevole, avvolgente, una goduria. Il sole è a metà della sua salita meridiana: non è più il sole dardeggiante e rovente della piena estate: godibilissimo, ma la prudenza suggerisce di rimettere i pantaloncini.
Arriva presto l’ora di pranzo: ordiniamo un po’ alla cieca. Tutto è buono, compreso il rosatello.

La parte di spiaggia Le Morge, spontaneamente nudista.

Tratto del lido Le Morge, spontaneamente nudista.

Nel pomeriggio perdo il pulmino-navetta: il gestore del campeggio (Tony) porta chi vuole ad una spiaggia poco lontana (4 km) dove si può fare il bagno in tutta libertà, prendere il sole e poi abbronzarci integralmente. Scherzosamente potremmo anche definirci “diversamente abbronzati”. Rimango al campeggio alternando bagni in piscina alla lettura, disteso su una sdraio in un praticello assolato e panoramico: la quiete assoluta.

Nel prato del campeggio pressola piscina.

Nel prato del campeggio presso la piscina.

Verso sera, con Sandro, un giretto a Torino di Sangro. Sulla strada del ritorno troviamo inaspettatamente l’indicazione per il Lido le Morge, questo il nome della spiaggia dove siamo “tollerati” (questa parola mi graffia la pelle come carta-vetro). Rientriamo per l’ora di cena. Col buio la temperatura è scesa sotto i 20 gradi. Per il mattino dopo ho in mente una foto sulla spiaggia al sorger del sole.

14 settembre. Accidenti! Il cancello è chiuso… Usciamo verso le nove. Gabriella, vice-presidente dell’Anab, ci ha dato istruzioni su come raggiungere la spiaggia “libera” (e se fossero tutte “libere” le spiagge!? e i sentieri di montagna!? e le stradine di campagna!?). Il cancello è ancora chiuso. Provvidenzialmente arriva Tony e ci spiega che in realtà il cancello è sempre aperto, il lucchetto è una finta: basta alzare i catenaccini a terra e spingere.

Troviamo il cartello «Costa dei Trabocchi» [vedi cos’è un “trabucco” fra le foto a rotazione sulla home page del campeggio; proprio da qui inizia la spiaggia per noi]. Arriviamo per primi alla “nostra” spiaggia e subito un tuffo – senza altri pensieri.

Il piacere di un bagno nel mare.

Il piacere di un bagno nel mare.

L’acqua è ottima (diceva già Pindaro), non troppo salata. Per Sandro una vera rigenerazione. Il cane osserva incuriosito le onde e un poco le teme, o meglio ne è come ipnotizzato. Dopo un’oretta vediamo arrivare anche la troupe del campeggio, in gran parte ragazzi del Lazio. Tra noi e loro un giovane nudista isolato col suo ombrellone: quando se ne andrà a mezzogiorno, si fermerà un poco a parlare. Ha cominciato coi bagni a mezzanotte con gli amici e gli son troppo piaciuti e ora continua da solo, di giorno. Non sa della legge regionale, delle associazioni, dei forum, dell’iniziativa del campeggio.

Drago contempla le onde.

Drago contempla le onde.

Nel pomeriggio rimaniamo al campeggio. Sandro ha bisogno di riposare. Il campeggio si va affollando: per la sera è prevista la gran cena del Raduno. Presentazioni, saluti, commenti, chiacchiere, aiuti nel montare le tende. Il campeggio è molto ombreggiato: vi sono alberi alti, slanciati: querce, quercioli, cornioli, cerri, faggi, roverelle, carpini, farnie, lecci…

CI si aiuta nel montare le tende.

CI si aiuta nel montare le tende.

Gran cena: sala gremita (70-80 persone – le presenze in campeggio nella giornata di sabato sono stimate almeno il doppio): Gabriella distribuisce un pensiero di saluto a tutti gli ospiti: una poesia di Alda Merini (La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri). Fisarmonica, tamburello, qualcuno azzarda una danza popolare. Si fa mezzanotte.

Silhouette all'alba.

Silhouette all’alba.

15 settembre. Domenica mattino: usciamo per veder l’alba dalla spiaggia. Un punto all’orizzonte pian piano s’infuoca, aumenta d’intensità, finché scoppia di luce all’apparire della prima porzione incandescente del sole: uno spettacolo! Qua e là dei pescatori con lunghe canne da lancio. Qualche autoscatto veloce, forse manco m’han visto. E se anche fosse, non me n’importa: ci siamo anche noi: discreti, rispettosi, gentili, ma non invisibili. Un poco alla volta dobbiamo affermare la nostra presenza, la nostra esistenza. Personalmente non ho la vocazione del carbonaro. Ma senza rubar nulla a nessuno, usare in comune gli spazi comuni, senza sentirci clandestini, un po’ fuorilegge, sempre nel dubbio, nel rischio o “tollerati”.
Rientriamo per la colazione e poco dopo ritorniamo alla spiaggia “spontanea”. Siamo i primi. Alla spicciolata arrivano altri bagnanti, probabilmente “locali”; torna anche il ragazzo con cui abbiamo parlato ieri. Sul tardi riconosciamo un gruppo del campeggio. Molti hanno approfittato della domenica per rientrare, sono già partiti o partiranno in giornata. La piscina è ancora affollata.

La piscina del campeggio.

La piscina del campeggio.

A pranzo arriva la giovane coppia col bimbo di nemmeno due mesi: orgogliosa la mamma che se lo stringe al seno per la poppata; orgoglioso il papà: nemmeno il suo largo sorriso riesce a contenere tutta la felicità e la soddisfazione che prova. Uno spettacolo!
A cena rimaniamo quattro gatti. Michele di Castellaneta con la moglie partirà subito dopo.
Nella notte una pioggerellina leggera, nulla di disagevole.

16 settembre. Lunedì mattino il solito terso sereno marino. Si parte. Il paesaggio è ben diverso rispetto a quello padano, alpino, lacustre cui siamo abituati. Colline arate sui versanti come esotici giardini zen, vigneti, uliveti, girasoli… Il profilo degli Appennini in lontananza, la Maiella (! un’escursione l’avrebbe meritata), le alte chiome dei pini marittimi, fichi, cipressi, vigneti, fichi d’india, agave… e sempre la calma verde distesa del mare a man dritta.
Risaliamo l’interminabile Adriatica. A Rovato proseguo per Lecco per fare una sorpresa alla moglie di Sandro. E anch’io, poi, son subito a casa. Il cane, paziente, stranito, non ha dato un guaito; riprende possesso del giardino e di casa. Mangia, si sdraia e non si muove più sino al mattino. Poco dopo anch’io faccio lo stesso.

I commenti a domani.

Corso di fotografia digitale – livello 2


scuolafotografia

Giusto ieri vi avevamo presentato l’accordo stipulato con Scuolafotografia by Carla Cinelli, giovane e apprezzatissima scuola di fotografia che opera in quel di Brescia e dintorni, per una promozioni paghi uno partecipate in due inerente il corso “Fotografia Digitale – Livello 1“.

Oggi presentiamo la stessa opportunità per il corso “Fotografia Digitale – Livello 2“.

Come fare per usufruirne?

  1. Cliccare sulla voce “Iscriviti” nella barra nera in testa alle pagine del blog; se siete già iscritti, mandateci una richiesta attraverso il modulo di contatto con oggetto “Offerta 2×1 Corso di Fotografia Cinelli”
  2. Riceverete per e-mail un numero seriale
  3. Cliccate su “Iscriviti Subito”
  4. Compilate la form inserendo il codice seriale di cui al punto 2 nel campo “Codice Promo”, seguito da nome e cognome dell’altra persona che si iscriverà al corso insieme a voi
  5. Verificato il codice seriale riceverete una conferma di iscrizione

Buon divertimento

Corso di fotografia digitale – livello 1


scuolafotografia

Scuolafotografia by Carla Cinelli è una giovane e apprezzatissima scuola di fotografia che opera in quel di Brescia e dintorni. Passata l’estate, riparte con la sua consueta energia e ripropone diversi corsi di fotografia. Per il corso “Fotografia Digitale – Livello 1“, a vantaggio degli iscritti a questo blog, abbiamo concordato una straordinaria offerta promozionale: paghi uno e ricevi due… pagando un solo corso potrete partecipare in due.

Come fare?

1) Cliccare sulla voce “Iscriviti” nella barra nera in testa alle pagine del blog; se siete già iscritti, mandateci una richiesta attraverso il modulo di contatto con oggetto “Offerta 2×1 Corso di Fotografia Cinelli”

2) Riceverete per e-mail un numero seriale

3) Aprite la pagina del corso

4) Cliccate su “Iscriviti Subito”

5) Compilate la form inserendo il codice seriale di cui al punto 2 nel campo “Codice Promo”, seguito da nome e cognome dell’altra persona

6) Verificato il codice seriale riceverete una conferma di iscrizione

Buon divertimento

Poesie di gioventù: Gioco erotico


Ignudo mi sono offerto...

Ignudo mi sono offerto…

Io e te,
nudi,
uno in fronte all’altra.

Ci guardiamo,
godiamo della vista dei nostri copri,
godiamo della nostra vicinanza.

Un fremito ci percorre,
un brivido scende lungo la schiena.

Ci stringiamo l’una all’altro,
la mia mano ti accarezza il dolce seno,
la tua mano mi scorre lungo la schiena,
le nostre labbra si avvicinano.

Un lungo bacio,
un gioco di lingue,
nell’estasi del gioco scorrono parole d’amore.

L’ultimo segreto non è più segreto,
il nostro corpo si è spogliato del velo pudico,
lo sfogo dell’amore ci ha travolti.

Non abbiamo paure,
non abbiamo vergogne,
niente ci può separare,
niente ci può spaventare.

È un gioco intimo,
un gioco per noi soli,
per me e per te,
per… noi!

Emanuele Cinelli – 18 marzo 1975 … e fu l’ultima mia poesia 😦

Randonneur prosciolto


Notizia di oggi pomeriggio: l’escursionista francese N.N. è stato prosciolto con formula piena dall’accusa di esibizionismo: né una piccola multa, né la condizionale, né l’iscrizione al casellario. La Corte ha intravisto come fatto dirimente la non-intenzionalità, comprovata dal tentativo di sottrarsi alla vista: senza intenzionalità non esiste esibizione.

Gli amici nudo-naturisti francesi tirano un sospiro di sollievo. Ma soprattutto l’interessato. Se fosse stato ritenuto colpevole, sarebbe stato iscritto in una lista di molestatori sessuali e sospeso o licenziato.

Alcuni sono soddisfatti a metà: da una parte dicono che non è cambiato nulla nella legge, e inoltre non è stata accettata l’istanza di incostituzionalità dell’articolo (l’avvocato difensore aveva sostenuto una mancanza di definizione circostanziata e inequivocabile del reato di “esibizionismo”): permane dunque imprecisa la nozione giuridica di “esibizione sessuale”… a discrezione degli agenti di polizia, suggeriscono altri.

Non sono contenti perché ritengono che di fronte al pubblico ci si debba rivestire e ciò non è “naturismo in libertà” (almeno in un ambiente naturale, lontano dai centri urbani o frequentati): i pantaloncini sempre a portata di mano.

Altri si accontentano di commentare: «Cela ne fait pas loi mais c’est un petit caillou de jurisprudence». («La sentenza non fa legge, e tuttavia è un sassolino di giurisprudenza»).

Leggi le premesse e il perché…

Ma in Francia…


Domani, nelle prime ore del pomeriggio, verrà depositata la sentenza contro N.N. un escursionista (randonneur) denunciato da una signora benpensante che l’ha visto passeggiare nudo in un bosco. Alla vista della signora, Alain si era ritirato dietro un cespuglio, rivestendosi e poi allontanandosi. La signora non conosceva Alain e lo ha denunciato alla Gendarmerie semplicemente comunicando la targa dell’auto.

Il 1° luglio ero presente all’udienza, durata in tutto circa tre quarti d’ora. Da una parte i sorrisini del pubblico, il pubblico ministero che considerava tutta la questione assolutamente banale e di nessun conto, la presidentessa che conosceva solo sommariamente i fatti e dall’altro Alain che rischia un anno di prigione e fino a 15 mila euro di multa e la sospensione dall’insegnamento (sono severe le pene in Francia, molto più che in Italia!)

Si è molto parlato di questo caso e si attende con trepidazione il verdetto. In caso di assoluzione, l’escursionismo nudo-naturista potrà essere considerato come liberalizzato. Ma più ancora (e perché) non più associato all’«esibizione sessuale». In caso di condanna, sarà un bel passo indietro e la vanificazione di tanti sforzi degli amici francesi, soprattutto dell’Apnel (Association pour le naturisme en liberté) e probabilmente un giro di vite generale (anche in Italia, temo).

Per chi conosce il francese, può leggere nel frattempo l’articolo apparso su «Sud Ouest» il 29 giugno.

A domani!

Leggi il seguito: prosciolto, ma…

In ricordo di Silvano Cinelli – 2007


E’ caldo oggi il sole, neanche una nuvola in cielo che possa portare un poco di rinfresco al cammino su per quest’erto prato che porta al passo Falcone. Sono gli ultimi passi del cammino odierno, quegli stessi ultimi passi che, nel lontano 1981, portarono nostro padre, Silvano Cinelli, alla meta del suo viaggio e che oggi ripercorriamo per andarlo a ricordare  con la tradizionale cerimonia presso il Rifugio Blachì 2 all’Alpe Pezzeda.

Alle 11 la Santa Messa, celebrata da Don Fabrizio, alla quale presenziano un nutrito numero di persone raggruppate sulle pendici del Monte Pezzeda tra prati, pini e le mura del rifugio dove campeggia la scultura commemorativa di Mario Marchesi. Sullo sfondo, dall’altra parte della valle, dominano le brulle ma non per questo meno piacevoli e interessanti creste delle Colombine, del Monte Crestoso e, più lontano, del Monte Muffetto e del Monte Guglielmo.

Terminata la Santa Messa, dopo le rituali foto di gruppo, i presenti si spostano all’interno del rifugio per il pranzo, poi, dandosi appuntamento al prossimo anno, ognuno se ne torna a valle, chi usufruendo della seggiovia, chi percorrendo a piedi uno dei tanti sentieri che collegano il Rifugio Blachì 2 alla valle.

E’ ripida la strada e la stanchezza inizia a farsi sentire, laggiù in fondo si vedono le macchine, forza ragazzi che siamo arrivati. Prima di tornare a casa è d’obbligo un ultimo sguardo in alto, verso la montagna: ciao papà!

Emanuele, Carla e Valeria Cinelli

Dosso e Passo Falcone (Foto Emanuele Cinelli)

Dosso e Passo Falcone (Foto Emanuele Cinelli)

The Nu Project Nude Photos Tell The Truth About Women’s Bodies, Part XI


It’s fantastic

The Nu Project Nude Photos Tell The Truth About Women’s Bodies, Part XI.

Una bella giornata in montagna


Foto di Emanuele Cinelli, ultima di Vittorio Volpi

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Da una decina di anni, a causa di strane vertigini che occasionalmente sconvolgono il mio equilibrio, ho smesso di arrampicare; quasi contemporaneamente le mie ginocchia malandate m’avevano indotto a interrompere anche l’attività escursionistica per riprendere la mia vecchia passione per l’immersione in apnea. La lunga pausa, in effetti, ha risolto in parte il problema delle ginocchia, quindi ho pian piano ripreso a frequentare la montagna, seppur solo a livello escursionistico: la passione per i monti e il piacere del cammino non sono cose che si possano facilmente dimenticare, ti entrano nel cuore e nella mente, potrai abbandonarle per un po’ di tempo, ma mai del tutto. Quest’anno, a seguito di un forzato fermo dell’attività apneistica, il ritorno all’alpe è stato intenso, permettendomi un pieno recupero di quelle qualità, necessarie al buon camminatore, che la mancata pratica specifica aveva fortemente abbassato o annullato del tutto: equilibrio, agilità, forza massima negli specifici distretti muscolari. Così eccomi qua, in questa prima domenica di settembre, fermo nel piazzale dello stadio d’Iseo, aspettando l’arrivo del mio compagno di escursione.

È tanto che non torno nella valle in cui andremo, una valle che mi ha visto assiduo frequentatore e nella quale ho fatto molte escursioni e diverse arrampicate, aprendoci anche alcuni nuovi itinerari di roccia, compresa una prima invernale. Impazientemente ho atteso questa giornata, rivangando il passato mediante la lettura di relazioni e l’osservazione delle vecchie foto, vogliosamente mi sono a lungo studiato la cartina topografica della zona, golosamente ho evocato immagini, suoni e sensazioni che anticipassero questa gita, ora ci siamo, mancano poche ore e saremo là, su quei monti, in quei boschi, su quei prati e fra quelle rocce. Non vedo l’ora!

gm2È certo mia abitudine farlo, ma stamattina ci si è aggiunta anche l’impazienza. Sono così arrivato all’appuntamento con un discreto anticipo. I minuti scorrono lenti quando si aspetta, ma inesorabilmente scorrono ed eccolo che arriva: il viso abbronzato, nel quale spiccano due occhi grandi ed espressivi, un fisico forte e regolare, una voce chiara, la stretta di mano che indica sicurezza ma allo stesso tempo non ti sovrasta, è Vittorio, un pozzo di conoscenza e un amico importante. Dopo i saluti di rito, messi gli zaini in un’unica vettura, ci mettiamo in viaggio per la nostra destinazione.

Velocemente, alla nostra sinistra, lindo e azzurro sfila via il lago d’Iseo. Altrettando velocemente, pur nel rispetto dei limiti di velocità, sfilano i paesi della bassa Val Camonica. Chiacchierando non m’avvedo che in alto a destra già si vede l’abitato di Saviore dell’Adamello, così l’uscita dalla superstrada mi sfugge e, non essendocene altre nel mezzo, dobbiamo fare qualche chilometro in più e ritornare indietro. La digressione non ci disturba più di tanto e ci permette di ammirare la caratteristica pala del Pizzo Badile, quel Pizzo Badile che spesso lo si aggettiva con Camuno per distinguerlo dal ben più noto Pizzo Badile di Val Bondasca, al confine tra Italia e Svizzera, ossia qualche centinaio di chilometri più a nordovest di dove siamo noi ora.

Recuperata la giusta via con qualche tornante risaliamo il versante sinistro orografico della Val Camonica, alla nostra destra le impressionanti grigie pareti della Concarena, il cui nome la dice lunga sulla sua conformazione geologica, una visuale che ci accompagnerà per l’intera mattinata e che ritroveremo poi sul finire dell’escursione. Scavalchiamo Cevo giungendo a Saviore dove s’imbocca la strada che porta in quel di Fabrezza, nel mezzo della verde e stretta Val di Brate: la ricordo quand’era sterrata e ci faceva un poco penare ad ogni nostro passaggio, oggi l’asfalto, fatto salvo l’attraversamento di un torrente dove il fondo è ancora lastricato e forma una pronunciata gobba, non oppone difficoltà alla sua percorrenza, così in pochi minuti e senza patemi eccoci al parcheggio di Fabrezza.

gm3L’albergo Stella Alpina è ancora quello, anche la fontana offre ancora la sua fresca acqua al viandante che si appresta a incamminarsi per la strada che porta ai Laghi di Salarno e Dosazzo, dai quali una comoda mulattiera porta poi al Rifugio Prudenzini. Ancora il verde intenso delle conifere t’invade le pupille e ti mette immediatamente in stato di profonda pace interiore, alla quale fa eco il rumore delle acque del torrente Poia di Salarno che impetuoso scorre a un centinaio di metri di distanza. Che dire dell’anello azzurro del cielo terso che si distende sopra le nostre teste, mettendosi in netto contrasto al verde degli alberi e al marrone delle rocce, rocce da qui nascoste ma che già in parte si percepiscono nel loro ergersi imperiose dentro o al di sopra della fascia boschiva, rocce che danno forza e sostegno alle cime che circondano la Val di Brate.

Quanti ricordi mi vengono evocati da questo luogo, bei ricordi, ricordi di tante amicizie, ricordi di fatiche ma anche di belle e ritempranti giornate di montagna, giornate come, ne sono ormai certo, sarà anche quella di oggi, seppur meno faticosa e di semplice escursione. Beh, semplice! Si fa per dire: il percorso che abbiamo scelto è ormai da tempo abbandonato, pochissimi sono coloro che osano passarci e già nel 1987, prima e ultima mia percorrenza, presentava molti segni di decadimento. Non è solo nell’arrampicata che possiamo cercare l’impegno mentale e il piacere della ricerca del percorso, anche l’escursionismo può offrirci altrettante sensazioni.

Calzate le scarpe da montagna e caricati a spalla gli zaini, lesti ci mettiamo in cammino. Il sentiero che a lungo sarà pianeggiante, l’orario, l’ombroso bosco, le temperatura non bassissima ma nemmeno poi tanto confortevole impongono un abbigliamento mediamente pesante: si portano benissimo i pantaloncini corti, ma la giacca della tuta sopra la maglietta ci sta più che bene, almeno per me, l’amico Vittorio intrepidamente parte subito con la sola maglietta.

gm4Un breve pezzo di asfalto e si procede su un altrettanto duro fondo di terra battuta. Qualche minuto di cammino ed eccoci alla nostra deviazione, l’inizio del sentiero 87: un enorme cartello ne segnala lo stato di abbandono e ne disincentiva la percorrenza. In una società in cui il significato di responsabilità e libero arbitrio si sono talmente corrotti da diventare sinonimi di deresponsabilizzazione e copertura assicurativa, trattasi di una delle odierne consuete forme di scarico delle responsabilità: io, Comune o associazione, ti avviso, se poi tu vuoi passare lo stesso liberissimo di farlo ma in caso di incidente dovuto al malo stato del sentiero non venirti poi a lamentare da me e non chiedermi alcun rimborso per i danni subiti. Noi siamo pienamente coscienti di quello che stiamo per fare e che vogliamo affrontare, siamo alpinisti di vecchio stampo, quegli alpinisti che pensavano all’alpinismo come libera scelta, pertanto come accettazione piena e incondizionata delle conseguenze che ne possono derivare, senza nessun pensiero di scaricarle su altri. Evidentemente siamo anche abituati alla percorrenza di siffatti sentieri, di più, è per noi prassi del tutto comune quella di camminare anche fuori dai sentieri, affrontando quello che viene comunemente definito “terreno vergine”, laonde per cui, lungi dall’essere intimoriti da detto cartello, senza esitazione lo superiamo e imbocchiamo il sentiero 87.

Il nostro passo, nonostante i propositi di partire lentamente, si fa subito abbastanza sostenuto: c’è poco da fare, la forza dell’abitudine comanda sulla ragione della mente. Rapidamente l’organismo si adegua alla situazione di sforzo, il cuore inizia a pompare sangue con maggiore energia e la temperatura corporea tende a salire, scatta, quindi, il meccanismo di termoregolazione facendo affiorare sulla pelle le prime goccioline di sudore, che poi diventano grosse gocce colanti o rivoli più o meno continui e iniziano a dare veramente fastidio. La prima mezz’ora di cammino è bene non fermarsi, quindi sopporto la situazione e continuo a camminare abbigliato così come sono. Passata la mezz’ora, però, visto anche che ora il sentiero da pianeggiante s’è fatto in salita, approfitto di uno spiazzo per fermarmi e togliere quanto superfluo, immediatamente imitato dal mio compagno d’escursione.

gm5Più liberi e leggeri riprendiamo il cammino. Il contatto diretto tra l’aria e la nostra nuda pelle velocemente la rinfresca, rallentando e poi rendendo pressoché impercettibile il meccanismo della sudorazione: il nostro organismo sta nuovamente lavorando al meglio, autoregolandosi perfettamente. Saliamo camminando lungo un sentiero che ora mostra quasi costantemente i segni dell’abbandono, usciti dal bosco di conifere, ci troviamo immersi in un mare di cespugli che protendono le loro mille braccia in tutte le direzioni, ivi compresa quella che si sovrappone al nostro incedere. La rugiada ancora bagna le foglie e le sue goccioline si trasferiscono senza ritegno sui nostri corpi, da una parte rinfrescandoci, dall’altra colando lungo le gambe e infilandosi impertinenti nelle scarpe, ma tra l’essere interamente bagnati e l’avere solo i piedi bagnati preferiamo la seconda opzione ed evitiamo di rivestirci: la rugiada sulla pelle ci dà sollievo, mentre abiti bagnati di fuori e sudati di dentro ci darebbero solo che fastidio e risulterebbero poi inadeguati ad affrontare un calo di temperatura o l’arrivo di un temporale.

Passano i minuti e scorrono i metri, usciamo anche dalla zona dei cespugli e iniziamo a procedere attraverso ripidi pendii erbosi. Qui il sentiero si rifà pressoché pianeggiante e con lunghi diagonali pian piano ci porterà verso il punto più alto dell’escursione che ancora non si vede. Il mio amico inizia a mostrare i primi segni di affaticamento, fermandomi e voltandomi spesso lo tengo sott’occhio, vedo che il suo passo s’è fatto più incerto, si ferma di frequente, nei passaggi d’equilibrio un poco barcolla e un paio di volte scivola e finisce a terra, lamenta dolore ai polpacci. Condivido mentalmente e moralmente la sua fatica ma, essendo nel tardo pomeriggio previsto un temporale, pur avendo un bel margine non possiamo rallentare troppo la progressione: tenendomi sempre un poco più avanti genero una lieve pressione psicologica per indurlo a tenere duro, manca comunque poco più di una mezz’ora al punto di massima, poi sarà tutta discesa e ci muoveremo su un terreno più semplice dove anche un eventuale acquazzone non potrà darci preoccupazioni.

gm6Passato, a più riprese, un piccolo ghiaione il sentiero diventa mulattiera, la vecchia mulattiera militare costruita dagli alpini per la guerra del 15-18, ora è in buona parte invasa dalle erbe, ma a tratti è ancora ben visibile nei suoi caratteri distintivi: le piastre del bordo a valle, le pietre di riempimento, l’ampiezza del tracciato, il suo essere pressoché pianeggiante con lunghi tratti di diagonale e stretti tornanti. Osservandola mi ritornano in mente le fotografie di guerra, le lunghe colonne di alpini, i racconti delle battaglie e i canti, i sudori e le lacrime, le sofferenze, il coraggio e la forza che non furono solo dei pochi eroi passati alla storia, bensì di tutti coloro che tra questi monti si ritrovarono buttati a combattere una guerra che magari non capivano o non avevano voluto. Eroi comuni, eroi sconosciuti, eroi veri.

Piacevolmente immersi in queste evocative immagini, passo dopo passo, curva dopo curva, facilitati dalla mulattiera che rende il passo decisamente più agevole, in breve arriviamo al punto vertice della gita: il Passo di Blisie. Trattasi di una larga sella in parte erbosa ma la segnaletica porta lievemente più in alto e a sinistra di questa, su delle rocce che formano un’affilata crestina affacciandosi dalla quale per prima cosa si vede, in fondo alla larga conca di erbe e lisce placche rocciose, l’azzurra chiazza del lago di Bos. Visto da qui ricorda le nuvolette che si usavano nei fumetti per associare le frasi ai personaggi e mi fa tornare ai tempi in cui leggevo Topolino, il Corriere dei Piccoli, Tex Willer o Zagor. Scuotendomi da questi ricordi e abbassando lievemente lo sguardo ecco che inquadro la continuazione del sentiero: un’evidente e tranquillizzante traccia di nera terra che spicca tra il verde delle erbe, contornata da alcuni segni biancorossi che risaltano sul grigio marrone delle rocce.

Visto l’affaticamento del mio compagno sarebbe d’uopo una bella sosta, ma una nuvola nera s’è piazzata davanti al sole e spira un venticello freddo, dolentemente devo chiedergli di resistere ancora un poco per scendere di un centinaio di metri e trovare un punto quantomeno riparato all’aria. Ci fermiamo giusto il tempo di scattare la classica foto ricordo e poi via, scavalchiamo la crestina e ci abbassiamo sul versante opposto, dove, adagiato fra le rocce, incontriamo un palloncino giallo, uno di qui palloncini che si vendono alle fiere, probabilmente sfuggito alle mani di qualche bambino e arrivato fin quassù prima di decidere di adagiarsi al suolo. Non ha senso lasciarlo qua ad inquinare ma non possiamo nemmeno portarlo a valle così come è, siamo costretti a farlo esplodere: “voglio farlo io, voglio farlo io” dice Vittorio, tornando per un attimo bambino. Detto fatto. Riprendiamo il cammino ma solo per pochissimo in quanto presto troviamo una radura erbosa dove non spira aria e che ben si presta ad una sosta rifocillante. Pur essendo ormai mezzogiorno passato non ci fermeremo comunque qui a mangiare, vuoi perché la temperatura non rende confortevole una lunga sosta, vuoi perché a poche decine di minuti da noi c’è un comodo bivacco in muratura.

Sgranocchiato qualcosa, l’amico riprende le forze ed è pronto a rimettersi in marcia, ricarichiamo a spalla gli zaini e giù per i comodi prati dove il soffice manto erboso rende piacevole il cammino. Dobbiamo solo aggirare alcune zone acquitrinose e zigzagare tra le molte candide e calde rocce. Bastano pochi minuti per ridare calore alle membra rattrappite dalla sosta e il nostro incedere torna a farsi veloce e sicuro.

gn7Eccoci al bivacco, l’interno è simpatico ma freddo e buio, ci sono le lampade ma non avrebbe senso sprecare le batterie che le alimentano, potremmo aprire le due finestrelle che si trovano ai lati della zona soggiorno, ma alla fine la temperatura interna è perfino inferiore a quella esterna, per cui sfruttiamo il bel tavolo in legno con due panche che si trova all’esterno e ci godiamo l’aria, la luce e la visione del lago e dei monti. Stando fermi a mangiare, avendo la nuvola nera deciso di non volersi spostare dal sole, dobbiamo rivestirci un poco, Vittorio mette addirittura i pantaloni della tuta, io mi limito alla giacca pesante, mentre tolgo le scarpe e i calzini leggeri, non tanto per farli asciugare, quanto per asciugare i piedi e riscaldarli nelle calze pesanti.

Chiacchierando di tante cose, del sentiero percorso, dei paesaggi che ci circondano, dei possibili progetti futuri, con tutta calma e tranquillità ci mangiamo il nostro meritato pranzo, a cui, come dolce, accompagniamo un poco di frutta esotica essiccata. Terminato il pasto ci concediamo ancora qualche decina di minuti di riposo, durante i quali arrivano in zona altri due escursionisti: marito e moglie che stanno alloggiando a Saviore dell’Adamello e che qui sono saliti dal sentiero che noi useremo per scendere. Lui è molto loquace e ci racconta alcuni momenti della loro storia di escursionisti. Sarebbe piacevole continuare la chiacchierata e approfondire la conoscenza, ma per noi, desiderosi di raggiungere la parte soleggiata che si vede poco più in basso, è giunta l’ora di rimettersi in cammino. Salutiamo, carichiamo gli zaini e via, verso il basso.

gm8Il sentiero comodo e ben segnato ci porta ben presto verso il sole, finalmente possiamo liberarci nuovamente delle giacche e dei pantaloni, ridando piena libertà alla nostra pelle che, gioiosa, gode del calore solare ritornando velocemente al suo rosato colore di normalità e respira a pieni pori l’aria profumata di erba e di pino. Ora il sentiero rientra nel bosco misto e ripidamente ma confortevolmente scende verso il fondo della Val di Brate. Camminiamo lentamente, vogliamo goderci questi ultimi momenti dell’escursione, ritardarne il più possibile la fine: il sole ora ci si concede in tutta la sua forza e il calore inonda profondamente le nostre membra, incrementando la nostra gioia e la nostra serenità. All’improvviso da una curva del sentiero sbuca un giovane che sale di buon passo, gli cediamo il passo sullo stretto sentiero e ci salutiamo cordialmente come è prassi nel mondo dell’alpinismo, una prassi che oggi troppo spesso si vede ignorata, e non solo dai giovani. Una stretta serie di tornanti ed eccoci di nuovo sulla strada sterrata del Rifugio Prudenzini per la quale in poco tempo rientriamo a Fabrezza e alla macchina.

Ci cambiamo le scarpe, altro non abbiamo bisogno di cambiare visto che l’uso limitatissimo ha fatto sì che il nostro abbigliamento sia ancora asciutto e intonso, e, prima di ripartire per casa, usufruiamo della presenza del bar per concederci una meritata birretta e rivivere mentalmente questa intensa e piacevolissima ennesima escursione.

Rivediamo i colori e i paesaggi, rivediamo i tratti più difficili del percorso, rivediamo l’impavida nuvola nera e il cordialissimo sole ritrovato nella discesa, rivediamo le nostre figure che camminano tra i monti, nude indifese figure nella nuda madre natura. Eh sì, nude figure perché gran parte dell’escursione (per la cronaca dalla prima mezz’ora di cammino fino al rientro alla strada della Val di Brate) l’abbiamo effettuata, come da nostra abitudine, in nudità totale. Perché? Beh, perché no!

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Leggi qui la relazione tecnica dell’escursione con tutti i dettagli specifici.

Al Lago di Bos per il Passo di Blisie (Saviore dell’Adamello – Brescia)


Il Lago di Bos dal Passo Blisie

Dovevamo essere in dieci, siamo rimasti in due, ma sono trent’anni che manco da questi posti così la voglia di tornarci prevale su ogni altra considerazione ed eccoci qui a Fabrezza, pronti per metterci in cammino, dando seguito regolare anche al quarto evento del programma “Orgogliosamente Nudi 2013”.

Obiettivo della giornata è quello di salire al Lago di Bos ma non per il sentiero più breve e tipico, l’87b, bensì per quello del Passo di Blisie (n. 87) che, non essendosi ancora la società definitivamente evoluta verso una piena accettazione della scelta nudista, vista la sua limitatissima frequentazione meglio si addice all’escursionismo praticato in nudità.

Voglio qui subito evidenziare un primo aspetto tecnico: non fatevi ingannare dalla nostra nudità, trattasi di un percorso che supera i duemila metri di quota e non va preso sotto gamba, indosso o nello zaino deve comunque esserci tutto l’abbigliamento pesante e impermeabile necessario per escursioni a tali quote. La nostra nudità non è altro che l’estensione ultima del concetto di abbigliamento a cipolla, ovvero di abbigliamento stratificato che permetta di adeguarsi man mano alla situazione, evitando un’eccessiva sudorazione o un eccessivo raffreddamento; noi ci permettiamo questa estensione anche a queste quote e su questi percorsi, primo perché, essendo da tempo nudisti a tutto tondo, il nostro corpo ha recuperato una buona adattabilità termica, secondo perché abbiamo una buona esperienza escursionistica e per alcuni, ad esempio il sottoscritto, una storia alpinistica non indifferente, comprensiva anche di rilevanti qualifiche in ambito dell’insegnamento alpinistico.

I ripidi prati della parte alta (Foto E. Cinelli)

Un secondo aspetto tecnico da mettere in rilievo e che l’itinerario, pur essendo tutt’altro che faticoso e anche segnalato molto bene, resta comunque percorribile solo da escursionisti con una discreta esperienza di marcia su sentieri in disuso, se non su terreno vergine. Infatti, come ben messo in evidenza da un cartello al suo inizio (che andrebbe però replicato anche al Passo di Blisie), il sentiero non è in buone condizioni: diversi sono i tratti franati, in alcuni casi ormai riconquistati dall’erba che copre insidiosi buchi, in altri mettendo a nudo la roccia sulla quale bisogna, seppur per singoli passi, arrampicarsi, in altri ancora creando ripidi tratti di liscia terra che diventa scivolosa col bagnato; ci sono poi tratti in cui il terreno si è richiuso sopra il solco piano del sentiero, ridando continuità al pendio, sovente molto ripido, e rendendo il cammino scomodo e precario; infine, nella parte boschiva che rappresenta la prima metà del percorso, in molti punti la vegetazione è molto fitta, anche se questo, più che essere un ostacolo, rappresenta un vantaggio perché di fatto rende impossibile perdere la giusta strada.

Mulattiera militare (Foto E. Cinelli)

Chiariti gli importanti aspetti relativi alla sicurezza dell’escursionista, diciamo che trattasi di itinerario che, con la dovuta preparazione e le dovute cautele, merita sicuramente d’essere percorso: continua la panoramica visuale su Saviore dell’Adamello, sulla Val Camonica, sulla Concarena e sui monti della bergamasca; esaltante l’individuare i resti dell’antica mulattiera di guerra e ritrovarsi proiettati nelle immagini mentali di colonne di alpini che risalgono questi pendii; splendido, sporgendosi sull’opposto versante dell’esile filo di cresta sul quale si taglia il Passo di Blisie, l’improvviso apparire dell’iride bluastra del Lago di Bos; rilassante la discesa dal passo verso il lago camminando sul morbido tappeto erboso della tundra alpina che qui ricopre una lunga sequenza di ondulati dossi; comodo il bivacco che sorge nei pressi del lago, ottimo rifugio in caso di vento o pioggia, mentre col sole si può piacevolmente fruire di un tavolo con panche; rinfrescanti, infine, gli scorci sul torrente che con continui salti e cascatelle scende dal lago sul fondo della Valle di Brate ove affluisce nel Torrente Poia di Salarno.

Il bivacco (Foto E. Cinelli)

Alcuni dati prima di passare alla relazione vera e propria: come già detto il segnavia da seguire è l’87 in salita e l’87b in discesa; la quota di partenza è di 1458 metri, mentre la quota massima è quella del Passo di Blisie, cioè 2365 metri; il dislivello da coprire è di 907 metri; i tempi di percorrenza sono da Fabrezza al passo 3 ore e mezza, dal passo al bivacco 30 minuti, dal bivacco a Fabrezza 1 ora, totale 5 ore; acqua reperibile alla fontana di Fabrezza, poi solo acqua di torrentelli e colate sulle pietre, ma non nel tratto di salita dopo i primi quindici minuti di cammino; a Fabrezza è presente l’albergo Stella Alpina, con bar, solarium, ristorante e pizzeria.

Nudo (in un mondo sano non dovrebbe essere necessario questo paragrafo in quanto sarebbe facoltà di ognuno potersi denudare quando e dove vuole, ma visto che purtroppo almeno per ora così non è…): tranquillamente attuabile da quando si abbandona la strada sterrata fino al Lago di Bos; da valutarsi nella discesa dal Lago di Bos al fondo valle; impraticabile lungo la strada sterrata del fondovalle.

L’itinerario

La parte di salita del percorso (Foto E. Cinelli)

Dal parcheggio di Fabrezza (1458m) si imbocca la strada, inizialmente asfaltata, che porta al Rifugio Prudenzini. Questa parte subito molto ripida, ma dopo breve tratto si addolcisce aggirando a monte una vasca idrica, subito dopo la quale termina l’asfalto. Si passa il ponte sul torrente Poia di Salarno e al primo tornante della strada si vede sulla destra l’evidente traccia del sentiero 87, a fianco della quale non passa inosservato l’ampio cartello che indica lo stato di abbandono del sentiero in questione.

Il sentiero entra in un fitto e bel bosco misto e, con alcuni scorci a picco sulla bassa Val di Brate, procede lungamente a mezza costa in direzione sud ovest; già in questo primo tratto si incontrano i segni del suo decadimento. Dopo trenta minuti un secco tornante a sinistra da inizio alla salita, prima in un bosco rado di conifere e bassa vegetazione, poi all’interno di un vasto e fittissimo campo di arbusti.

Nel tratto mediano della salita (Foto E. Cinelli)

Seguendo la sempre ottima segnaletica, abbastanza velocemente ci si alza sul fianco occidentale della lunga cresta che dal Monte Blisie scende verso Fresine separando la Val di Brate dall’alta Valle di Saviore. Dopo un’altra ora e mezza di cammino (2 in totale), quando sopra di noi a destra vediamo abbastanza vicina la lunga e boschiva dorsale ovest-sud-ovest del Monte Blisie, si volge decisamente a sinistra e si inizia un lungo traverso che riporta verso nord-est. Usciti dai cespugli si procede per tundra alpina alzandosi fino alla base delle rocce del Monte Blisie, che si costeggiano in mezza costa riprendendo la traversata verso est-nord-est. Ora il sentiero procede con lunghi traversi e pendenza decisamente confortevole, puntando ad una evidentissima selletta erbosa sul crinale che scende verso Fabrezza. Giunti a breve distanza da detta sella, però, un tornante a destra ci riporta indietro e, superata una esposta ma facile cengia, ci adduce al canalino che scende dal Passo di Blisie. Gli ultimi lastricati tornanti evidenziano la natura militare di questo sentiero e, con le ultime comode zete, ci portano al passo (2365m; 1 ora e mezza dall’inizio dei traversoni, 3 ore e mezza da Fabrezza) evidenziato da una piccola targhetta biancorossa: il passo vero e proprio, al quale conducono i resti inerbati della mulattiera di guerra, invero sarebbe una ventina di metri più a destra (sud).

Al Passo di Blisie (Foto E. Cinelli)

Discesa dal passo al lago (Foto E. Cinelli)

Ometto nella discesa dal passo (Foto E. Cinelli)

Scavalcato il crinale nei pressi della targhetta, subito si vede la traccia del sentiero di discesa che prima si sposta verso sinistra (nord) fino a pervenire, un una decina di minuti, su un bellissimo dosso erboso con masso che forma un naturale pulpito panoramico. Oltrepassato il pulpito il sentiero volge a destra e inizia a scendere aggirandosi tra le placche rocciose e puntando, senza raggiungerlo, al fondo del valloncello che scende dal passo. Evitando, quando possibile, le diverse zone acquitrinose, tenendosi sulla sinistra orografica del summenzionato valloncello, velocemente si perde quota e in quindici minuti si giunge in vista del bivacco (2132m), al quale, in altri cinque minuti per un totale di mezz’ora dal passo, si perviene tenendosi un centinaio di metri a sinistra del lago (ma, come per gran parte della discesa appena effettuata, il percorso non è obbligato: volendo si può puntare direttamente al lago e seguendone la sponda arrivare al bivacco).

Lago, bivacco e Monte Marser (Foto E. Cinelli)

Scendendo verso Fabrezza (Foto E. Cinelli)

Sul lato ovest del piazzale antistante il bivacco si prende il sentiero che scende verso Fabrezza. Si inizia con un tratto in lieve discesa che punta alla base dei Listoni. Dopo una decina di minuti si volge decisamente a sinistra e con alcune svolte si scende ripidamente verso il torrente emissario del Lago di Bos. In altri dieci minuti si perviene nelle immediate vicinanze del torrente, qui il sentiero volge a destra e, attraversata una radura di alte erbe, rientra nel bosco per scendere velocemente (quindici minuti) sul fondo della Val di Brate, dove si immette sulla strada sterrata della Val Salarno (Rifugio Prudenzini). Per questa, con comodo cammino, in meno di mezz’ora si rientra a Fabrezza.

La meritata birretta di fine escursione (Foto V. Volpi)

Come arrivare a Fabrezza

Tre le possibili uscite autostradali: Brescia Centro, Brescia Ovest e Rovato. Arrivando da est si consiglia l’uscita al casello di Brescia Centro, arrivando da ovest l’uscita al casello di Rovato. Di seguito si riportano comunque le indicazioni per ogni uscita.

Casello di Brescia Ovest – Seguendo le indicazioni per Milano, Tangenziale Ovest; tenendosi a destra si perviene a quest’ultima e alla contigua tangenziale sud che si prende seguendo le indicazioni per Milano, Bergamo, Val Camonica.

Casello di Brescia centro – Tenere la corsia centrale, direzione Milano – Bergamo – San Zeno, per entrare in rotonda; prima a destra in direzione Mantova – Milano – Verona; seconda a destra e si sale in tangenziale sud di Brescia che si segue in direzione Milano, Bergamo, Val Camonica.

Seguire la tangenziale sud, passato il costruendo raccordo con la Bre-Be-Mi, tenere a destra direzione Boario, Lago d’Iseo. Senza ulteriori deviazioni si segue la superstrada (SPBS510) oltrepassando le varie uscite e due gallerie, la prima corta e in salita, la seconda lunga e in discesa, si perviene al Lago d’Iseo.

Casello di Rovato – Appone fuori dal casello si perviene ad una grande rotonda; a sinistra in breve ad altra rotonda dove si prende la prima uscita. Seguendo le indicazioni prima per Sarnico – Ponte di Legno – Lago d’Iseo, poi per Iseo – Ponte di Legno – Valle Camonica, si perviene a Iseo. Passato il centro turistico Sassabanek in breve sulla sinistra si vede lo stadio di Iseo che oltrepassiamo pervenendo ad una grande rotonda. Si prende la prima uscita e, in salita, si entra in una lunga galleria, passata la quale in breve ad un’ennesima rotonda dove prendiamo la seconda uscita che ci porta sulla superstrada (SPBS510).

Si prosegue sulla superstrada oltrepassando l’intero Lago d’Iseo per immettersi nella Statale del Tonale e della Mendola (SS42) ed entrare in Val Camonica. Per detta strada, ignorando le varie uscite, ci addentriamo nella più stretta parte mediana della valle, in alto a sinistra inconfondibili le pareti rocciose della Concarena. Ancora qualche chilometro e usciamo a Capo di Ponte immettendoci sulla vecchia statale. Si attraversa l’intero paese, poi il successivo abitato di Sellero, pervenendo a Cedegolo, che pure oltrepassiamo pervenendo a Demo, dove prendiamo a destra seguendo le indicazioni per Saviore – Cevo – Monte – Berzo Demo.

La strada ora si fa più ripida e con alcuni tornanti si alza in sinistra orografica della Val Camonica passando gli abitati dei Demo, Berzo e Monte per arrivare a Cevo. All’ingesso di quest’ultimo, ignoriamo la deviazione che scende a destra, procedendo a sinistra in salita e oltrepassando anche questo abitato. Ancora qualche curva e si arriva a Saviore dell’Adamello.

Nella prima piazza del paese, in vista di un netto restringimento della strada, prendiamo alla nostra sinistra una stretta strada che, con direzione nettamente opposta a quella di arrivo, si alza sopra il paese. Dopo trecento metri, seguendo la non comprensibilissima indicazione per l’albergo Stella Alpina, svoltiamo a destra e riprendiamo la direzione ovest-est. La strada sempre asfaltata, con lungo mezza costa e diverse curve, entra nella Val di Brate e in circa dieci minuti si arriva all’attraversamento di un torrente: attenzione, specie con le macchine basse, è facile toccare sotto; comunque appena prima dello stesso, sulla destra, c’è un comodo slargo sterrato adibito a parcheggio. Passato il guado in breve (500 metri), senza altri ostacoli, si arriva a Fabrezza, un primo parcheggio è sulla destra poco prima dell’albergo, altri sono più avanti subito dopo la curva antistante l’albergo, sulla sinistra della strada qui in fortissima salita.

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