Una bella giornata in montagna


Foto di Emanuele Cinelli, ultima di Vittorio Volpi

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Da una decina di anni, a causa di strane vertigini che occasionalmente sconvolgono il mio equilibrio, ho smesso di arrampicare; quasi contemporaneamente le mie ginocchia malandate m’avevano indotto a interrompere anche l’attività escursionistica per riprendere la mia vecchia passione per l’immersione in apnea. La lunga pausa, in effetti, ha risolto in parte il problema delle ginocchia, quindi ho pian piano ripreso a frequentare la montagna, seppur solo a livello escursionistico: la passione per i monti e il piacere del cammino non sono cose che si possano facilmente dimenticare, ti entrano nel cuore e nella mente, potrai abbandonarle per un po’ di tempo, ma mai del tutto. Quest’anno, a seguito di un forzato fermo dell’attività apneistica, il ritorno all’alpe è stato intenso, permettendomi un pieno recupero di quelle qualità, necessarie al buon camminatore, che la mancata pratica specifica aveva fortemente abbassato o annullato del tutto: equilibrio, agilità, forza massima negli specifici distretti muscolari. Così eccomi qua, in questa prima domenica di settembre, fermo nel piazzale dello stadio d’Iseo, aspettando l’arrivo del mio compagno di escursione.

È tanto che non torno nella valle in cui andremo, una valle che mi ha visto assiduo frequentatore e nella quale ho fatto molte escursioni e diverse arrampicate, aprendoci anche alcuni nuovi itinerari di roccia, compresa una prima invernale. Impazientemente ho atteso questa giornata, rivangando il passato mediante la lettura di relazioni e l’osservazione delle vecchie foto, vogliosamente mi sono a lungo studiato la cartina topografica della zona, golosamente ho evocato immagini, suoni e sensazioni che anticipassero questa gita, ora ci siamo, mancano poche ore e saremo là, su quei monti, in quei boschi, su quei prati e fra quelle rocce. Non vedo l’ora!

gm2È certo mia abitudine farlo, ma stamattina ci si è aggiunta anche l’impazienza. Sono così arrivato all’appuntamento con un discreto anticipo. I minuti scorrono lenti quando si aspetta, ma inesorabilmente scorrono ed eccolo che arriva: il viso abbronzato, nel quale spiccano due occhi grandi ed espressivi, un fisico forte e regolare, una voce chiara, la stretta di mano che indica sicurezza ma allo stesso tempo non ti sovrasta, è Vittorio, un pozzo di conoscenza e un amico importante. Dopo i saluti di rito, messi gli zaini in un’unica vettura, ci mettiamo in viaggio per la nostra destinazione.

Velocemente, alla nostra sinistra, lindo e azzurro sfila via il lago d’Iseo. Altrettando velocemente, pur nel rispetto dei limiti di velocità, sfilano i paesi della bassa Val Camonica. Chiacchierando non m’avvedo che in alto a destra già si vede l’abitato di Saviore dell’Adamello, così l’uscita dalla superstrada mi sfugge e, non essendocene altre nel mezzo, dobbiamo fare qualche chilometro in più e ritornare indietro. La digressione non ci disturba più di tanto e ci permette di ammirare la caratteristica pala del Pizzo Badile, quel Pizzo Badile che spesso lo si aggettiva con Camuno per distinguerlo dal ben più noto Pizzo Badile di Val Bondasca, al confine tra Italia e Svizzera, ossia qualche centinaio di chilometri più a nordovest di dove siamo noi ora.

Recuperata la giusta via con qualche tornante risaliamo il versante sinistro orografico della Val Camonica, alla nostra destra le impressionanti grigie pareti della Concarena, il cui nome la dice lunga sulla sua conformazione geologica, una visuale che ci accompagnerà per l’intera mattinata e che ritroveremo poi sul finire dell’escursione. Scavalchiamo Cevo giungendo a Saviore dove s’imbocca la strada che porta in quel di Fabrezza, nel mezzo della verde e stretta Val di Brate: la ricordo quand’era sterrata e ci faceva un poco penare ad ogni nostro passaggio, oggi l’asfalto, fatto salvo l’attraversamento di un torrente dove il fondo è ancora lastricato e forma una pronunciata gobba, non oppone difficoltà alla sua percorrenza, così in pochi minuti e senza patemi eccoci al parcheggio di Fabrezza.

gm3L’albergo Stella Alpina è ancora quello, anche la fontana offre ancora la sua fresca acqua al viandante che si appresta a incamminarsi per la strada che porta ai Laghi di Salarno e Dosazzo, dai quali una comoda mulattiera porta poi al Rifugio Prudenzini. Ancora il verde intenso delle conifere t’invade le pupille e ti mette immediatamente in stato di profonda pace interiore, alla quale fa eco il rumore delle acque del torrente Poia di Salarno che impetuoso scorre a un centinaio di metri di distanza. Che dire dell’anello azzurro del cielo terso che si distende sopra le nostre teste, mettendosi in netto contrasto al verde degli alberi e al marrone delle rocce, rocce da qui nascoste ma che già in parte si percepiscono nel loro ergersi imperiose dentro o al di sopra della fascia boschiva, rocce che danno forza e sostegno alle cime che circondano la Val di Brate.

Quanti ricordi mi vengono evocati da questo luogo, bei ricordi, ricordi di tante amicizie, ricordi di fatiche ma anche di belle e ritempranti giornate di montagna, giornate come, ne sono ormai certo, sarà anche quella di oggi, seppur meno faticosa e di semplice escursione. Beh, semplice! Si fa per dire: il percorso che abbiamo scelto è ormai da tempo abbandonato, pochissimi sono coloro che osano passarci e già nel 1987, prima e ultima mia percorrenza, presentava molti segni di decadimento. Non è solo nell’arrampicata che possiamo cercare l’impegno mentale e il piacere della ricerca del percorso, anche l’escursionismo può offrirci altrettante sensazioni.

Calzate le scarpe da montagna e caricati a spalla gli zaini, lesti ci mettiamo in cammino. Il sentiero che a lungo sarà pianeggiante, l’orario, l’ombroso bosco, le temperatura non bassissima ma nemmeno poi tanto confortevole impongono un abbigliamento mediamente pesante: si portano benissimo i pantaloncini corti, ma la giacca della tuta sopra la maglietta ci sta più che bene, almeno per me, l’amico Vittorio intrepidamente parte subito con la sola maglietta.

gm4Un breve pezzo di asfalto e si procede su un altrettanto duro fondo di terra battuta. Qualche minuto di cammino ed eccoci alla nostra deviazione, l’inizio del sentiero 87: un enorme cartello ne segnala lo stato di abbandono e ne disincentiva la percorrenza. In una società in cui il significato di responsabilità e libero arbitrio si sono talmente corrotti da diventare sinonimi di deresponsabilizzazione e copertura assicurativa, trattasi di una delle odierne consuete forme di scarico delle responsabilità: io, Comune o associazione, ti avviso, se poi tu vuoi passare lo stesso liberissimo di farlo ma in caso di incidente dovuto al malo stato del sentiero non venirti poi a lamentare da me e non chiedermi alcun rimborso per i danni subiti. Noi siamo pienamente coscienti di quello che stiamo per fare e che vogliamo affrontare, siamo alpinisti di vecchio stampo, quegli alpinisti che pensavano all’alpinismo come libera scelta, pertanto come accettazione piena e incondizionata delle conseguenze che ne possono derivare, senza nessun pensiero di scaricarle su altri. Evidentemente siamo anche abituati alla percorrenza di siffatti sentieri, di più, è per noi prassi del tutto comune quella di camminare anche fuori dai sentieri, affrontando quello che viene comunemente definito “terreno vergine”, laonde per cui, lungi dall’essere intimoriti da detto cartello, senza esitazione lo superiamo e imbocchiamo il sentiero 87.

Il nostro passo, nonostante i propositi di partire lentamente, si fa subito abbastanza sostenuto: c’è poco da fare, la forza dell’abitudine comanda sulla ragione della mente. Rapidamente l’organismo si adegua alla situazione di sforzo, il cuore inizia a pompare sangue con maggiore energia e la temperatura corporea tende a salire, scatta, quindi, il meccanismo di termoregolazione facendo affiorare sulla pelle le prime goccioline di sudore, che poi diventano grosse gocce colanti o rivoli più o meno continui e iniziano a dare veramente fastidio. La prima mezz’ora di cammino è bene non fermarsi, quindi sopporto la situazione e continuo a camminare abbigliato così come sono. Passata la mezz’ora, però, visto anche che ora il sentiero da pianeggiante s’è fatto in salita, approfitto di uno spiazzo per fermarmi e togliere quanto superfluo, immediatamente imitato dal mio compagno d’escursione.

gm5Più liberi e leggeri riprendiamo il cammino. Il contatto diretto tra l’aria e la nostra nuda pelle velocemente la rinfresca, rallentando e poi rendendo pressoché impercettibile il meccanismo della sudorazione: il nostro organismo sta nuovamente lavorando al meglio, autoregolandosi perfettamente. Saliamo camminando lungo un sentiero che ora mostra quasi costantemente i segni dell’abbandono, usciti dal bosco di conifere, ci troviamo immersi in un mare di cespugli che protendono le loro mille braccia in tutte le direzioni, ivi compresa quella che si sovrappone al nostro incedere. La rugiada ancora bagna le foglie e le sue goccioline si trasferiscono senza ritegno sui nostri corpi, da una parte rinfrescandoci, dall’altra colando lungo le gambe e infilandosi impertinenti nelle scarpe, ma tra l’essere interamente bagnati e l’avere solo i piedi bagnati preferiamo la seconda opzione ed evitiamo di rivestirci: la rugiada sulla pelle ci dà sollievo, mentre abiti bagnati di fuori e sudati di dentro ci darebbero solo che fastidio e risulterebbero poi inadeguati ad affrontare un calo di temperatura o l’arrivo di un temporale.

Passano i minuti e scorrono i metri, usciamo anche dalla zona dei cespugli e iniziamo a procedere attraverso ripidi pendii erbosi. Qui il sentiero si rifà pressoché pianeggiante e con lunghi diagonali pian piano ci porterà verso il punto più alto dell’escursione che ancora non si vede. Il mio amico inizia a mostrare i primi segni di affaticamento, fermandomi e voltandomi spesso lo tengo sott’occhio, vedo che il suo passo s’è fatto più incerto, si ferma di frequente, nei passaggi d’equilibrio un poco barcolla e un paio di volte scivola e finisce a terra, lamenta dolore ai polpacci. Condivido mentalmente e moralmente la sua fatica ma, essendo nel tardo pomeriggio previsto un temporale, pur avendo un bel margine non possiamo rallentare troppo la progressione: tenendomi sempre un poco più avanti genero una lieve pressione psicologica per indurlo a tenere duro, manca comunque poco più di una mezz’ora al punto di massima, poi sarà tutta discesa e ci muoveremo su un terreno più semplice dove anche un eventuale acquazzone non potrà darci preoccupazioni.

gm6Passato, a più riprese, un piccolo ghiaione il sentiero diventa mulattiera, la vecchia mulattiera militare costruita dagli alpini per la guerra del 15-18, ora è in buona parte invasa dalle erbe, ma a tratti è ancora ben visibile nei suoi caratteri distintivi: le piastre del bordo a valle, le pietre di riempimento, l’ampiezza del tracciato, il suo essere pressoché pianeggiante con lunghi tratti di diagonale e stretti tornanti. Osservandola mi ritornano in mente le fotografie di guerra, le lunghe colonne di alpini, i racconti delle battaglie e i canti, i sudori e le lacrime, le sofferenze, il coraggio e la forza che non furono solo dei pochi eroi passati alla storia, bensì di tutti coloro che tra questi monti si ritrovarono buttati a combattere una guerra che magari non capivano o non avevano voluto. Eroi comuni, eroi sconosciuti, eroi veri.

Piacevolmente immersi in queste evocative immagini, passo dopo passo, curva dopo curva, facilitati dalla mulattiera che rende il passo decisamente più agevole, in breve arriviamo al punto vertice della gita: il Passo di Blisie. Trattasi di una larga sella in parte erbosa ma la segnaletica porta lievemente più in alto e a sinistra di questa, su delle rocce che formano un’affilata crestina affacciandosi dalla quale per prima cosa si vede, in fondo alla larga conca di erbe e lisce placche rocciose, l’azzurra chiazza del lago di Bos. Visto da qui ricorda le nuvolette che si usavano nei fumetti per associare le frasi ai personaggi e mi fa tornare ai tempi in cui leggevo Topolino, il Corriere dei Piccoli, Tex Willer o Zagor. Scuotendomi da questi ricordi e abbassando lievemente lo sguardo ecco che inquadro la continuazione del sentiero: un’evidente e tranquillizzante traccia di nera terra che spicca tra il verde delle erbe, contornata da alcuni segni biancorossi che risaltano sul grigio marrone delle rocce.

Visto l’affaticamento del mio compagno sarebbe d’uopo una bella sosta, ma una nuvola nera s’è piazzata davanti al sole e spira un venticello freddo, dolentemente devo chiedergli di resistere ancora un poco per scendere di un centinaio di metri e trovare un punto quantomeno riparato all’aria. Ci fermiamo giusto il tempo di scattare la classica foto ricordo e poi via, scavalchiamo la crestina e ci abbassiamo sul versante opposto, dove, adagiato fra le rocce, incontriamo un palloncino giallo, uno di qui palloncini che si vendono alle fiere, probabilmente sfuggito alle mani di qualche bambino e arrivato fin quassù prima di decidere di adagiarsi al suolo. Non ha senso lasciarlo qua ad inquinare ma non possiamo nemmeno portarlo a valle così come è, siamo costretti a farlo esplodere: “voglio farlo io, voglio farlo io” dice Vittorio, tornando per un attimo bambino. Detto fatto. Riprendiamo il cammino ma solo per pochissimo in quanto presto troviamo una radura erbosa dove non spira aria e che ben si presta ad una sosta rifocillante. Pur essendo ormai mezzogiorno passato non ci fermeremo comunque qui a mangiare, vuoi perché la temperatura non rende confortevole una lunga sosta, vuoi perché a poche decine di minuti da noi c’è un comodo bivacco in muratura.

Sgranocchiato qualcosa, l’amico riprende le forze ed è pronto a rimettersi in marcia, ricarichiamo a spalla gli zaini e giù per i comodi prati dove il soffice manto erboso rende piacevole il cammino. Dobbiamo solo aggirare alcune zone acquitrinose e zigzagare tra le molte candide e calde rocce. Bastano pochi minuti per ridare calore alle membra rattrappite dalla sosta e il nostro incedere torna a farsi veloce e sicuro.

gn7Eccoci al bivacco, l’interno è simpatico ma freddo e buio, ci sono le lampade ma non avrebbe senso sprecare le batterie che le alimentano, potremmo aprire le due finestrelle che si trovano ai lati della zona soggiorno, ma alla fine la temperatura interna è perfino inferiore a quella esterna, per cui sfruttiamo il bel tavolo in legno con due panche che si trova all’esterno e ci godiamo l’aria, la luce e la visione del lago e dei monti. Stando fermi a mangiare, avendo la nuvola nera deciso di non volersi spostare dal sole, dobbiamo rivestirci un poco, Vittorio mette addirittura i pantaloni della tuta, io mi limito alla giacca pesante, mentre tolgo le scarpe e i calzini leggeri, non tanto per farli asciugare, quanto per asciugare i piedi e riscaldarli nelle calze pesanti.

Chiacchierando di tante cose, del sentiero percorso, dei paesaggi che ci circondano, dei possibili progetti futuri, con tutta calma e tranquillità ci mangiamo il nostro meritato pranzo, a cui, come dolce, accompagniamo un poco di frutta esotica essiccata. Terminato il pasto ci concediamo ancora qualche decina di minuti di riposo, durante i quali arrivano in zona altri due escursionisti: marito e moglie che stanno alloggiando a Saviore dell’Adamello e che qui sono saliti dal sentiero che noi useremo per scendere. Lui è molto loquace e ci racconta alcuni momenti della loro storia di escursionisti. Sarebbe piacevole continuare la chiacchierata e approfondire la conoscenza, ma per noi, desiderosi di raggiungere la parte soleggiata che si vede poco più in basso, è giunta l’ora di rimettersi in cammino. Salutiamo, carichiamo gli zaini e via, verso il basso.

gm8Il sentiero comodo e ben segnato ci porta ben presto verso il sole, finalmente possiamo liberarci nuovamente delle giacche e dei pantaloni, ridando piena libertà alla nostra pelle che, gioiosa, gode del calore solare ritornando velocemente al suo rosato colore di normalità e respira a pieni pori l’aria profumata di erba e di pino. Ora il sentiero rientra nel bosco misto e ripidamente ma confortevolmente scende verso il fondo della Val di Brate. Camminiamo lentamente, vogliamo goderci questi ultimi momenti dell’escursione, ritardarne il più possibile la fine: il sole ora ci si concede in tutta la sua forza e il calore inonda profondamente le nostre membra, incrementando la nostra gioia e la nostra serenità. All’improvviso da una curva del sentiero sbuca un giovane che sale di buon passo, gli cediamo il passo sullo stretto sentiero e ci salutiamo cordialmente come è prassi nel mondo dell’alpinismo, una prassi che oggi troppo spesso si vede ignorata, e non solo dai giovani. Una stretta serie di tornanti ed eccoci di nuovo sulla strada sterrata del Rifugio Prudenzini per la quale in poco tempo rientriamo a Fabrezza e alla macchina.

Ci cambiamo le scarpe, altro non abbiamo bisogno di cambiare visto che l’uso limitatissimo ha fatto sì che il nostro abbigliamento sia ancora asciutto e intonso, e, prima di ripartire per casa, usufruiamo della presenza del bar per concederci una meritata birretta e rivivere mentalmente questa intensa e piacevolissima ennesima escursione.

Rivediamo i colori e i paesaggi, rivediamo i tratti più difficili del percorso, rivediamo l’impavida nuvola nera e il cordialissimo sole ritrovato nella discesa, rivediamo le nostre figure che camminano tra i monti, nude indifese figure nella nuda madre natura. Eh sì, nude figure perché gran parte dell’escursione (per la cronaca dalla prima mezz’ora di cammino fino al rientro alla strada della Val di Brate) l’abbiamo effettuata, come da nostra abitudine, in nudità totale. Perché? Beh, perché no!

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Leggi qui la relazione tecnica dell’escursione con tutti i dettagli specifici.

Informazioni su Emanuele Cinelli

Insegno per passione e per scelta, ho iniziato nello sport e poi l'ho fatto anche nel lavoro. Mi piace scrivere, sia in prosa che in versi, per questo ho creato i miei due blog e collaboro da tempo con riviste elettroniche. Pratico molto lo sport e in particolare quelli che mi permettono di stare a contatto con Madre Natura e, seguendo i suoi insegnamenti, lasciar respirare il mio corpo e il mio spirito.

Pubblicato il 6 settembre 2013, in Racconti, Racconti di sport con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 4 commenti.

  1. Beati voi in Val di Brate.

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  2. Non leggevo: ammiravo e vedevo con lo sguardo ogni monte, ogni vallata e ogni sentiero così abilmente descritti. Chapeau!

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  1. Pingback: Al Lago di Bos per il Passo di Blisie (Val Salarno – Brescia) | Mondo Nudo

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