Divagando – Non mi dire


(il tempo sta sempre là (lo vedi?), sulla montagna)

Non mi dire che mi hai chiamato? Non me lo dire, per piacere! Non voglio sentire sempre di queste storie, sbattute, rivoltate, levigate dal solito maglio che squilla schizzando sulle scintille dell’incandescente discorso. Non voglio la prosopopea infinita, che si chiama astrusa in tal senso perché muove il corpo, senza capo né coda, nel tentativo di parere perfino sinuosa.

Non mi dire che mi hai pensato? Mi allaccio ai sentimenti di colpo, fingendo di essere scorsoio del mio cappio, ma in più languida realtà, sono il vuoto dello stesso che dichiara palesemente guerra all’aria residua, chiudendosi ora adagio, ora di colpo.

La stramazza l’aria?, Magari! Invece il cappio gioca spesso, misurandosi con la costrizione per cui è nato, e altrettanto spesso, si centellina, si presta a dovere, si risparmia regalandoti secondi infinitamente tanto preziosi quanto tenacemente, sentitamente, torbidamente unici. Eppure lo sai che sono gli ultimi, da lì a poco sono un’unità preziosa, ma mai come in quel momento vorresti volassero altrove, in un luogo dove con te possono fermare il tempo che rotola inclemente.

Come sono le condizioni? Citando, direi, atmosferiche, comunque e sempre meteorologiche. Il tempo dicevo, sta sempre là (lo vedi?) sulla montagna, vicino al baratro, lungo il precipizio, oppure sta sul divano, lungo le passamanerie, nel ciglio imbottito, sul filo dell’angolo, sempre inerme e beatamente dondolante pronto a cadere, sprofondando la sotto e creando tutte le sensazioni del sottosopra. Vive in bilico e, come Damocle accetta il verdetto, o come Godot si fa aspettare. Ma tu non reagisci e non t’incazzi perché lo sai benissimo che non te la puoi prendere con il tempo, perché nessuno mai come te ora ha bisogno di lui.

Quando si ha bisogno di tempo si cade sempre nell’esistenziale pensar breve. Tutto è refrattario e cincischia intorno. La memoria decidua non sovviene, scalza, s’impenna diventa sogno e pare sempre mancare di chissà che. Lei disconosce il senso (la memoria) della vita, la vive di rimembranze, di accaduto, di dejà-vu e, smarritasi di sé (ma per te) ti costringe alla sensazione di afflitto, stordito di “Ohimè!”, di stupori  vaporosi, indimenticati.

Ti dicevo, non mi dire appunto (mi hai cinto il cor) e, come hai potuto leggere non l’ho fatto a caso (anche se pare che ormai il fato sia l’unica via di fuga) ma aprendo, con mosse liberatorie, entrambe le mani e poggiandole alle orecchie del mio corpo. Noi siamo sempre una via di fuga penitente, che sbuccia le ginocchia per nascondere il maldestro tentativo di aprirsi un varco altrove, in un punto di riferimento troppo alto che impone le sue forme lontane ancora più evidentemente alla tua genuflessione. Siamo anelli nelle mani, abbiamo da anni un significato scritto sotto che tutti immaginano e nessuno conosce meglio di noi, sempre più spampanati là contro la retorica di un abbraccio scorsoio e col sapone.

Simone Belloni Pasquinelli

Informazioni su Emanuele Cinelli

Insegno per passione e per scelta, ho iniziato nello sport e poi l'ho fatto anche nel lavoro. Mi piace scrivere, sia in prosa che in versi, per questo ho creato i miei due blog e collaboro da tempo con riviste elettroniche. Pratico molto lo sport e in particolare quelli che mi permettono di stare a contatto con Madre Natura e, seguendo i suoi insegnamenti, lasciar respirare il mio corpo e il mio spirito.

Pubblicato il 18 marzo 2014, in Prosa con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. Mi piacciono questi pensieri sciolti.
    Nicola

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