Archivio mensile:agosto 2014

Ciondoli


Foto Emanuele Cinelli

Foto Emanuele Cinelli

Quante volte l’ho letto, ne ho perso il conto. Cosa? Questo: “tutti quei cosi ciondolanti, ma che schifo, copriteli!”

Curioso che il più delle volte la frase scaturisca dalle menti femminili, da menti alle quali poi scopri che i ciondoli invero piacciono tanto, ah… piacciono quando puntano al cielo!

Ma non è questo di cui voglio parlare, diciamo che è stata solo una breve digressione, ora torniamo al contesto vero e proprio, ovvero alla logica delle cose.

Se si deve coprire ciò che ciondola allora si devono coprire…

Orecchini e collane

Gli addobbi di Natale

Lampadari e luminarie

Mele, pere, ciliegie, more, noci, in pratica tutta la frutta

Le esili piante e i rami sottili

Già, anche le foglie stesse, ciondolano anche quelle

Ahó, ma ciondolano anche le braccia

E i piedi, anzi l’intera gamba quando accavallata

A volte anche le teste

E che dire delle opinioni balzane che da tali teste talvolta scaturiscono, anch’esse appaiono tremule e ciondolanti? Che schifo, copritele!

Le ricette del “Cuoco Nudo”: Cavedano a letto


Ingredienti (per quattro persone)

1 cavedano da 500g, 500g di patate, 1 limone, 50g di zenzero fresco, 3 foglie di salvia, 2 cucchiaio di olio d’oliva extravergine, sale.

Preparazione

Squamare e pulire per bene il pesce, lavarlo, togliergli la testa e aprirlo completamente sul lato pancia in modo da poterlo aprire a libro. Lavare il limone e tagliarne cinque fette molto sottili, quasi trasparenti. Lavare e sbucciare le patate, mettendole man mano in acqua acidulata con un poco di succo di limone. Quando tutte le patate sono pulite, tagliarle a fettine molto sottili che vanno a loro volta immediatamente messe nell’acqua acidulata.

Cospargere i due lati del pesce con un poco di sale e adagiarlo, lato pelle, sulla teglia ricoperta con carta forno. Aiutandosi con un cucchiaino creare sul pesce un leggerissimo velo d’olio. Aromatizzare con tanto zenzero tritato finissimo, quasi polverizzato.

Sopra al pesce appoggiare le cinque fettine di limone. Adagiare le fette di patata attorno al pesce e poi sopra fino a ricoprirlo completamente. Spolverizzare con la salvia spezzettata e, a piacere, altro zenzero tritato.

Mettere in forno a 200 gradi e lasciar cuocere per trenta minuti.

Luoghi di dialogo


In applicazione della legge regionale approvata lo scorso anno (nr. 26 del 9 agosto 2013), con una delibera di giunta e relativa ordinanza, il comune di Torino di Sangro (Abruzzi) ha destinato un tratto della Spiaggia dei Trabocchi all’attività naturista: 150 metri di lunghezza per 20 di larghezza. Sperimentalmente, e solo per il corrente 2014. La spiaggia è stata individuata perché tradizionalmente frequentata da nudisti.

Cartello segnaletico all'inizio della Spiaggia dei trobocchi

1ª CONSIDERAZIONE: L’attività spontanea, militante, coraggiosa, “trasgressiva” dei nudisti ha creato un precedente. I nudisti stessi (e le loro associazioni) hanno creato le condizioni del proprio riconoscimento, della propria visibilità e attenzione, hanno creato una “domanda” e hanno fattivamente contribuito ad una risposta.

2ª CONSIDERAZIONE: È stato esplicitamente riconosciuto il diritto all’attività naturista, regolandone luoghi, limiti e modi. Ai ladri, pur essendo un buon numero, non verrà mai riconosciuto il diritto di rubare, perché – per ora – rubare è ancora reato. Star nudi non è reato. Si possono regolamentare le forme del godimento di questo diritto, ma il diritto in sé non è negato, nel quadro legislativo attuale l’attività naturista non può essere vietata.

Cartello che indica l'inizio della zona naturista

Il tratto di spiaggia è delimitato da due cartelli. Entro quest’area è possibile bagnarsi e prendere il sole nudi. Non vi è obbligo di nudità. Stare nudi in quest’area delimitata è perfettamente legale – ed è già un grande sollievo –; la nudità non è banalmente “tollerata”, non è atto di graziosa degnazione da parte delle Autorità, ma riconosciuta come un modo legittimo, socialmente accettabile e normale  di vivere ed agire.Cartello retro

3ª CONSIDERAZIONE: Tutto quel che non è espressamente vietato è tacitamente permesso (nei modi stabiliti da convenzioni, compromessi, consuetudini).

L’area individuata non è esclusiva per i nudisti: chiunque vi può accedere. Cioè: non è l’area a imporre o far preferire un comportamento o un abbigliamento, ma la persona. Che può scegliere quel che preferisce. La decisione di destinare e delimitare un’area alla pratica naturista nasce dal desiderio di salvaguardare il diritto e i sentimenti di coloro che non amano vedere o sono turbati dalla nudità altrui, o ritengono che la nudità abbia contenuti morali, umani o culturali contrari alle proprie convinzioni, all’educazione che hanno ricevuto e che ora tramandano ai propri figli. Fra i due estremi esistono persone sinceramente incuriosite dalla pratica naturista, che non la ritengono pregiudizialmente contraria ai propri principi, che rispettano le convinzioni e le pratiche altrui (finché non ledono altri), oppure che ritengono sia corretto e anzi necessario conoscere per esperienza diretta se ci si vuol fare un’opinione, o prima di giudicare.

4ª CONSIDERAZIONE: L’accesso libero all’area riservata alla pratica naturista apre un franco dialogo fra le persone

  1. i nudisti non sono bestie rare, inaccessibili, ma sono appena oltre il cartello. Il nudista non è il cobra incantatore, ma una persona come tutte le altre, un cittadino con gli stessi diritti di chiunque altro
  2. i nudisti – come è loro gran desiderio – non si sentono ghettizzati come lebbrosi, ma stanno liberi e in tutta normalità come amerebbero stare anche nelle situazioni più quotidiane, senza preclusioni di sorta, talmente pensano che la nudità sia uno stato neutro della persona, connotato né in bene né in male, al di qua di ogni appartenenza di fede, razza, cultura o religione, oltre le abitudini che si ritiene che mai cambieranno, oltre la moda che oggi fa e domani disfa, e al di fuori di ogni morale (è forse peccato avere e mostrare il naso che abbiamo?)

La breve vacanza al camping Sangro, che fino al 19 luglio era riservato ai nudisti, è stata molto istruttiva (oltre che rilassante e corroborante). Da lì m’è nata una proposta: che dire di aprire campeggi misti, in cui nudisti e non nudisti possano piantare la propria tenda uno accanto all’altro e darsi il buon giorno e la buona sera come fanno tutte le persone educate? O altre tipologie di convivenza (sauna, pisicna, escursioni…) in cui poter mettere in atto prove concrete di dialogo fra tessili e nudisti?

Camping sangro_opt

Nudismo e… fotografia


Ovviamente per il nudista facciamo riferimento ad ambienti nudisti o situazioni di nudismo, per il non nudista ad ambienti e situazioni tessili.

Cosa fa un nudista quando vuol fare una fotografia? Dipende, se nell’inquadratura non entrano altre persone si limita a scattare, se entrano altre persone prima di scattare chiede alle stesse se non sono infastidite dalla cosa, ovviamente specificando loro come verrà utilizzata la fotografia; esattamente come dovrebbe fare, ma di solito non fa, un non nudista.

Cosa fa un nudista quando vuole farsi una fotografia? Imposta l’autoscatto, si mette davanti alla macchina fotografica e attende lo scatto, esattamente come farebbe un non nudista.

Cosa fa un nudista quando è soggetto di una fotografia? Beh, qui le risposte sono tante, una per ognuna delle tante possibili diverse situazioni, le principali: è fotografato da un parente o un amico? è fotografato da un estraneo che gli ha richiesto l’autorizzazione? è fotografato da un estraneo che non gli ha chiesto nulla? Diciamo che, in linea di massima, si comporta esattamente come si comporta un non nudista nella stessa identica soluzione. Solo nell’ultima situazione potrebbe comportarsi in modo differente visto che di solito (ma non sempre) un non nudista, magari incautamente, non si preoccupa più di tanto se viene “abusivamente” fotografato da estranei, mentre un nudista tende, comprensibilmente, a preoccuparsene (ma anche qui non sempre).

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Normalità!


Molte sono le domande che vengono formulate in merito al nudismo, a volte per effettivo interesse o curiosità, altre volte per giustificare il proprio disinteresse, altre ancora per tentare subdolamente d’instillare dei dubbi sull’effettiva salubrità e naturalezza del nudo sociale. Tra tutte ce ne sono tre molto ricorrenti e che vengono spesso strumentalizzate da media senza scrupoli:

  1. “Se è vero che il nudismo è un movimento che non vive la propria nudità come esibizione o atteggiamento erotico come mai la maggioranza dei praticanti sono uomini?”
  2. “Perché i giovani, ivi compresi quelli cresciuti nell’ambito di famiglie nudiste, disdegnano o quantomeno rifiutano il nudismo?”
  3. “Se il nudismo fosse realmente una condizione naturale, sarebbe praticato da tutti o quasi tutti, invece è una pratica di nicchia, perchè?”

Alla prima domanda potremmo, mentendo e sapendo di mentire, rispondere che il rapporto tra uomini e donne nel nudismo è solo in apparenza a favore dei primi. Oppure, più correttamente, potremmo rispondere che tale rapporto è condizionato da molti fattori, primo fra tutti la plurisecolare e non ancora completamente eliminata dipendenza psicologica e sociale della donna dall’uomo, seguito a ruota da stereotipi sociali, tipo quello del corpo perfetto, che riguardano assai più la figura femminile che quella maschile.

Alla seconda domanda potremmo, abbracciando ipocritamente e opportunisticamente l’odierna moda di definire bambini i giovani e giovani gli adulti, rispondere che ci sono tanti giovani che praticano il nudismo. Oppure potremmo, tirando in ballo la solita tiritera (non che sia un concetto falso, ma non è nemmeno questione inevitabile), rispondere citando il difficile rapporto che gli adolescenti hanno con il loro corpo che sta mutando e la conseguente difficoltà a mostrarsi nudi. Più correttamente potremmo far notare che gli ambienti preferiti dai giovani sono esclusivamente tessili, che la maggior parte dei giovani crescono in famiglie tessili, che i giovani desiderano stare coi loro coetanei, una combinazione di fattori in ragione della quale difficilmente un giovane viene educato alla nudità e quei pochi che lo sono devono necessariamente rinunciarci se vogliono integrarsi negli ambiti sociali a loro dedicati, cosa assai importante per un adolescente. Potremmo infine anche far notare, spostando l’analisi sull’altro versante, che se gli adulti spesso si vergognano d’essere nudisti e lo nascondono al mondo intero, ivi compresi i loro familiari, chiaramente anche i loro figli, per i quali è ben più difficile nascondersi e tenere dei segreti, faranno altrettanto.

Alla terza domanda potremmo, facendo finta di ignorare che non è così ovunque, rispondere che invero il nudismo è in crescita. Oppure potremmo, più correttamente, far notare che affinché una scelta comportamentale possa crescere abbisogna di supporto sociale e istituzionale, supporto che non è dato al nudismo, alla pratica del quale la società odierna genera molte e forti difficoltà, nei confronti del quale le istituzioni, salvo pochissimi casi, mettono in campo ignoranza o addirittura proibizione, verso il quale i media, salvo pochi casi illuminati (per fortuna in aumento costante), inducono confusione mescolandolo o equiparandolo alla pornografia e alla pedofilia. Infine anche qui potremmo ribaltare il punto di vista e far notare che, purtroppo anche se in parte comprensibilmente, le comunità nudiste tendono spesso a comportarsi da società segrete, è, così, assai difficile, per chi non è nudista, costruirsi la giusta visione delle cose ed è evidente che senza conoscenza non esiste diffusione.

Queste, però, sono cose che ho già scritto (“Perché il nudismo non decolla”, “I mulini a vento”, “La verità o le verità?”), voglio, pertanto, qui spostare il discorso su un nuovo lido, in passato solo accennato, che si è nel tempo venuto a confermare e chiarire grazie alle mie costanti e numerose letture nelle quali ho trovato interessanti spunti per definire risposte diverse e, in un certo senso, illuminanti.

Alcuni interessantissimi articoli sociologici evidenziano il crescente ricorso al nudo come forma di protesta e, di conseguenza, spiegano come la chiave di volta per il successo di alcune manifestazioni, tutte quelle che vi hanno fatto ricorso, sia proprio il nudo. Non è, come si potrebbe pensare, perché il nudo fa scalpore (cosa che in pratica dovrebbe essere più negativa che positiva), ma piuttosto perché genera un forte legame inconscio alle motivazioni della protesta, di conseguenza la gente ne parla e parlandone si abitua all’idea che alcune problematiche esistano, parlandone si fissa nel subconscio l’esistenza di tali problemi, li metabolizza, li fa propri, ne diffonde la conoscenza. Breve parentesi, quando si arrivano a fare dei discorsi sulla base di stimoli inconsci, anche questi stimoli vengono metabolizzati e, pian paino, passano dal livello inconscio a quello conscio cambiando nel contempo il loro carattere (da negativi a positivi), così attraverso le proteste che usano il nudo, anche la nudità sociale da qualcosa di scandaloso diviene qualcosa di accettabile e… normale. Insomma se il fatto materiale (il nudo) sembra dare reazioni negative (le impressioni e le affermazioni del primo momento), intorno si scatenano processi che, se reiterati, fanno sì che la reazione finisca con l’essere positiva (da qui nasce la regola tanto nota ai pubblicitari e ai creatori di personaggi: non importa come se ne parli, l’importante è che se ne parli).

Un articolo parla della regista Emilie Jouvet e del lavoro nel quale ha ripreso la tournée di un gruppo di artiste lavoratrici del sesso e femministe in giro per l’Europa: “Too much pussy (Emile Jouvet, 2010 FR-D). Autrice: Hariette”. Stimolanti le motivazioni e i contenuti di questo lavoro, ma ancor di più mi hanno ispirato le frasi dell’articolista: “… l’intero progetto, così atipico, ha il doppio impatto, reale e video, ed è di una potenza inaudita… il film diventa così una riflessione sul femminismo, sul sesso e sul modo di combinarli attraverso il porno, o meglio attraverso la riappropriazione del diritto al porno da parte delle donne: il femminismo sex positive e non sex negative, come spesso è stato in passato… il film mi sembra quindi un momento importante per parlare di donne, di repressione sessuale, o, meglio ancora, di super emancipazione sessuale e gioco e arte…”

La recensione di un film su quello che è la vita dei giovani di oggi, “Spring Breakers”, parla di una vita fatta di trasgressione delle regole in generale, ma non per il semplice piacere di trasgredire, bensì perché i giovani sono oggi, ma in un certo senso lo sono sempre stati, refrattari alle regole (ne ho parlato dettagliatamente nell’articolo “Giovani, nudismo, famiglia e società”).

Infine diversi blog danno un chiarissimo esempio di come i giovani affrontino la vita e la sessualità. Uno fra tutti mi ha colpito particolarmente e seguo ancora costantemente: “memoriediunavagina”. Non fatevi ingannare dal nome, non ha niente a che vedere con il porno, anzi: siamo in presenza di una ragazza che mostra una capacità letteraria sopraffina e con essa ci dà una espressione chiara e fedele di quello che i giovani fanno, pensano e dicono.

Da queste letture, come dicevo, combinando le relative riflessioni con quanto osservato e rilevato negli ambiti nudisti, ottengo l’incipit per finalizzare a livello editoriale un’idea, un concetto a cui avevo già pensato facendone una regola delle mie digressioni scritturali, delle mie proposte per le attività del programma “Orgogliosamente Nudi” e del mio comportamento nudista: la normalità!

Normalità, ci vuole normalità, normalità dev’essere la parola chiave, l’unico e solo mantra che può permettere la diffusione e la crescita del nudismo, che può farlo accettare come stile di vita quotidiano. In assenza di normalità, vista anche e soprattutto come normalità sessuale, fotografica, ludica, il nudismo resterà per sempre relegato all’attuale situazione di nicchia.

Inizialmente le donne abbandonarono le gonne e indossarono i pantaloni per rivendicare il loro diritto di parità con l’uomo. Dopo di allora continuano a indossare i pantaloni perché questi, a differenza delle gonne, le liberano dalla preoccupazione dei movimenti, permettono loro di comportarsi con naturalezza e libertà, senza dover stare continuamente attente a come camminano, a come s’inchinano o si piegano, a come stanno sedute e via dicendo. Nell’ambito di molte comunità nudiste e nel pensiero di molti nudisti, però, vige ancora una forte diffidenza verso la donna che, comportandosi da abitudine ormai acquisita nel mondo tessile con estrema naturalezza, finisca, essendo nuda, per rendere visibile la sua vulva. Come possono, allora, le donne tessili abbracciare il nudismo se questo le porta a doversi nuovamente preoccupare di come si muovono? Come possono le donne abbracciare uno stile di vita che, materialmente, le riporta indietro nel tempo e le rimette nella condizione di non sentirsi totalmente naturali e libere? Come possono fare un qualcosa che le fa sentire anormali?

Analogo discorso vale per i giovani. I giovani vogliono divertirsi, ironizzare, scherzare e vogliono poterlo fare anche sul sesso e sulla sessualità: sono tipiche nelle feste dei ventenni le simulazioni dei rapporti sessuali di ogni genere, tanto per fare un unico espressivo esempio. I giovani vogliono potersi abbracciare, accarezzare, baciare, stimolare in massima naturalezza e libertà; i giovani vogliono poter parlare di sesso, vogliono essere liberi da schemi e imposizioni. Nel nudismo, al contrario, molti ancora vogliono imporre regole fortemente limitanti in merito a tutto ciò che possa anche solo lontanamente evocare atteggiamenti sessuali. Come possono i giovani abbracciare una pratica che impedisce loro di essere e di fare tutto quello che più desiderano e vogliono? Come possono i giovani credere in una scelta di vita che li obbliga a comportarsi in modo anormale?

Similmente possiamo e dobbiamo affrontare anche il discorso più generalista. Le movenze di molti balli, gli schemi pubblicitari, i calendari, le tutine di danza, l’abbigliamento da ginnastica, i leggins, le minigonne, le scollature, gli abiti attillati, i pantaloni a mezza chiappa, i costumi microscopici, i discorsi radiofonici sul sesso, le confidenze sessuali e via dicendo sono tutte cose che parrebbero fatte e usate solo per generare una continua provocazione sessuale. Certo in buona parte queste cose nascono in ragione del loro collegamento alla sessualità, ma poi, nella quotidianità delle persone, queste cose oggi passano proprio inosservate, sono considerate assolutamente normali. In ambito nudista, invece, molti tendono ancora a deplorare tali abbigliamenti e atteggiamenti, troppi ancora li vedono con occhio spostato verso la sessualità ambigua e deplorevole. Come possono le persone che nella loro quotidianità hanno imparato a vivere tali oggetti e tali situazioni con normalità abbracciare uno stile di vita dove al contrario sono visti e viste come anormali?

Vero è che qualcosa sta cambiando, che le nuove leve del nudismo si stanno aprendo alla normalità, ma ancora troppo lentamente, ancora poco efficientemente, dando ancora poca evidenza a tale processo.

Ironia, ci vuole ironia, ironia su se stessi, sulla sessualità, sul sesso, un’ironia che usa finanche un linguaggio che si avvicina a quelle pornografico, ma che proprio per questo esclude la pornografia, la sotterra, la rende innocua. Quell’ironia che alcuni vogliono negare al mondo nudista, impedendogli di proporsi alla normalità corrente, quindi di diventare normalità, di essere normalità.

Leggerezza, ci vuole leggerezza, leggerezza nel fare e nel parlare, una leggerezza anche paradossalmente simile alla provocazione, ma che proprio per questo finisce per escluderla, relegarla ad ambiti limitati e ben definiti. Quella leggerezza che alcuni vogliono negare al mondo nudista, impedendogli di proporsi alla normalità corrente, quindi di diventare normalità, di essere normalità.

Normalità ci vuole, normalità su tutto ma proprio tutto. Ma dev’essere la normalità dei tempi correnti, non quella dei tempi passati, non quella impropria presente nelle sette, non quella castigante imposta dalle religioni. Normalità, normalità vera, semplice, moderna.

Normalità!

“Mondo Protetto”


In questi giorni la faccenda dell’orsa Daniza (aggressione di un cercatore di funghi che impunemente s’era avvicinato troppo ai cuccioli dell’orsa) ha rimesso bene in evidenza quanto l’uomo sia emotivamente debole.

Da alcuni lustri l’uomo sta cercando di creare attorno a se un mondo ideale, un mondo dove l’uomo abbia il dominio totale sulla natura, dove abbia la certezza di non perire o subire danni per colpa della natura (salvo poi tollerare o addirittura proteggere uomini che ammazzano o danneggiano altri uomini), un mondo dove anche le sue azioni più stupide non possano arrecargli danno materiale, un modo sigillato, un… “mondo protetto”.

Purtroppo il “mondo protetto” non può esistere, non si può creare così come si crea, ad esempio, un ambiente protetto per i bambini (asili e scuola) o per chi vuole imparare a nuotare (bacino delimitato, alias piscina) o per chi inizia a sciare (campetti scuola). Il mondo è troppo vasto e complesso per metterlo sotto campana e renderlo totalmente sicuro per l’uomo.

Ma poi, ammesso e non concesso di poterlo fare, sarebbe proprio giusto farlo? Non è forse proprio questo desiderio di “mondo protetto” a rendere il mondo ancora meno sicuro di quello che potrebbe essere se reimparassimo a vivere nella natura, con la natura, secondo natura e di natura? Se reimparassimo ad accettare i rischi, tutti i rischi, i vi compresi quelli di subire danni o morte, che il vivere in natura comporta?

Nelle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado vengono totalmente deresponsabilizzati genitori e scolari travasando tutte le responsabilità sui docenti (l’ente ovviamente si è premunito al fine di poter scaricare la patata bollente sui suoi collaboratori). Ma come possono crescere e formarsi degli adulti responsabili se si crescono e formano ragazzi totalmente deresponsabilizzati?

Vengono promulgate leggi che obbligano ad attivare assicurazioni per ogni cosa e la principale conseguenza è che molti ormai ragionano in funzione del “tanto c’ha l’assicurazione” e nulla importa se l’evento è stato provocato dalla loro incuria o improvvidenza. Esempio: un ragazzo uscendo dalla scuola corre a tutta giù dalle scale esterne mentre sta piovendo, ovviamente scivola e si rompe una gamba, i genitori chiedono i danni alla scuola. Ma come si può avere un mondo intelligente e savio se si favorisce l’incuria e l’improvvidenza? Come si può avere un mondo ragionevole se si favorisce la “maligna furbizia”?

“Dodici alpinisti morti in tre mesi: strage in montagna!” “Un alpinista muore in montagna durante un’escursione invernale: il sindaco vieta le escursioni.” “Fermato dalla gendarmeria un padre e il figlio undicenne mentre camminavano su un ghiacciaio.” “Lieve incidente, senza conseguenze, ai due figli (di 8 e 10 anni) di un alpinista sulla via del Monte Bianco” e sul web fioccano li insulti: incosciente, cretino, delinquente. Rinasce il vecchio e si sperava ormai sorpassato concetto della “montagna assassina”. Ma nessuno si chiede quanti sono nello stesso periodo i morti sulle strade o per incidenti sul lavoro o per altre motivazioni? Nessuno più pensa che un alpinista sia cosciente dei rischi che corre e li abbia accettati? Nessuno compie un esame di coscienza e vede quante volte ha messo a repentaglio più o meno coscientemente la salute dei propri figli? Vedo tutti i giorni automobilisti con a bordo i figli che non rispettano il limite di velocità o sorpassano dove non dovrebbero o tagliano le curve cieche; a va beh, c’hanno l’adesivo “bimbo a bordo” spetta agli altri stare attenti a loro, evitare d’essere investiti!

“L’educazione sessuale a scuola? Giammai impareranno da soli come ho imparato io!” “Via i nudisti, dobbiamo difendere i nostri figli.” Poi vedi che le mamme minorenni aumentano, che la contraccezione è ancora quasi disconosciuta, che ancora c’è chi crede che si possa rimanere incinta con un bacio sulla bocca o un rapporto anale, che la donna è considerata solo un oggetto per scaricare il proprio desiderio ormonale, che si ha paura di andare dal medico per parlare di problemi inerenti la sfera genitale e/o sessuale, che i ragazzi cercano riconoscimento e conforto fuori dalla famiglia e purtroppo talvolta se non spesso, lo trovano nelle presone sbagliate: il branco, i bulli, la delinquenza, la tossicodipendenza, l’alcool e via dicendo.

“No alla caccia; no alla pesca; caccia e pesca sono attività irrispettose della natura; cacciatori e pescatori sono assassini; caccia e pesca hanno determinato l’estinzione di alcune specie e la riduzione di molte altre; l’uomo non ha più bisogno di cacciare o di pescare, ha molte altre fonti di sostentamento.” Uhm, ma non è che l’uomo sia anch’esso natura? Non è che l’uomo, in quanto natura, abbia il sacrosanto diritto di usufruire di tutto quanto è natura a patto che questo venga fatto entro certi limiti e per ragioni esclusivamente di autosostentamento? Non è che, stavolta senza forse, siano stati lo sfruttamento industriale e commerciale a impoverire le risorse naturali? Non si osserva che anche le risorse non legate alla caccia e alla pesca si sono estinte op ridotte, chissà mai perché? Non è ci si faccia belli combattendo l’avversario debole (cacciatore e pescatore) e meno colpevole piuttosto che quello forte (politica, multinazionali, industria) e veramente colpevole? Perché non educare all’autosostentamento piuttosto che crescere i figli nella convinzione che le bistecche nascono bistecche, che i polli morti si raccolgono dagli alberi, che una verdura abbia meno dignità di un maiale, che le verdure restino vive anche dopo essere state strappate dal suolo?

Un orsa ferisce un escursionista (e torniamo al fatto da cui siamo partiti) che si è troppo avvicinato ai cuccioli della stessa e si scatena la caccia all’orsa per abbatterla. Si vero, poi ci hanno ripensato (e ovviamente il merito del ripensamento non è del tam tam nato sul web, ma degli amministratori comunali) e non verrà uccisa ma solo allontanata dai propri cuccioli. In USA, dove con gli orsi hanno un’esperienza decisamente più avanzata della nostra, avrebbero dato una colossale multa all’incauto escursionista, altro che caccia all’orsa. “Quell’orsa ha già manifestato evidenti segni di eccessiva confidenza con l’uomo” dicono. Ah si! Ma chiedersi perché questo sia successo? Chiedersi se forse non aveva un’area di caccia sufficientemente vasta, selvaggia e ricca di prede? Chiedersi se per caso qualcuno non abbia abituato l’orsa a prendere cibo dall’uomo? “Va difeso l’uomo” sentenzia il Sindaco! Bella questa, non è che invece vada difesa la Natura, di cui l’uomo è pur sempre una parte ma solo una parte? Non è che forse il ripopolamento di animali selvatici è fatto più nella speranza di attirare turisti che in quella di ripristinare l’equilibrio naturale? Non è quindi forse sia meglio ripensare alle sconsiderate, visti i fatti, politiche di ripopolamento dell’orso fatte nella zona? Come si può avere un corretto rapporto tra uomo e natura se all’uomo si insegna solo che in caso di problemi la colpa è della natura e basta abbattere quella parte della natura che ha creato i problemi? E come la mettiamo con quella capra che, non ricordo quando, ha rotto il bacino a un escursionista? O con quella mucca che, in Svizzera, proprio ieri ha ucciso una donna?

Non esiste un “Mondo Protetto” e non possiamo costruircelo, mettiamo a riposo la nostra emotività debole (totale eliminazione dei rischi e dei pericoli, umanizzazione degli animali selvatici e talvolta anche di quelli domestici) e facciamo emergere un’emotività forte (accettazione dei rischi e dei pericoli, realismo nei confronti degli animali selvatici e domestici), riprendiamo coscienza dell’essere parte della natura, evitiamo di escluderci dalla stessa (vuoi per mettersi sopra, che per mettersi sotto), riprendiamo il nostro posto nell’anello alimentare e nell’analogo anello del ciclo vitale della natura (anelli, non piramidi, e l’uomo sulla circonferenza, non nel centro o fuori), ripudiamo lo sfruttamento industriale delle risorse e torniamo all’autosostentamento, de antropizziamo il mondo, riduciamo la quota di essere umani ormai eccessiva (consumiamo più di quello che produciamo, le risorse naturali non hanno il tempo di ripristinarsi e gli interventi di riduzione dei consumi sono solo palliativi in assenza della riduzione della popolazione).

Otterremo certo un mondo duro, difficile, pericoloso, ma di certo anche un mondo sano, onesto, sostenibile!

Foto di Emanuele Cinelli

Foto di Emanuele Cinelli

Facebook e il nudismo


IMG_1692In “Nudismo e… Facebook!” affermavo: “Cosa fa un nudista su Facebook? Semplice, quello che fanno tutti gli altri… C’è, però, una differenza tra un nudista e gli altri, quasi tutti gli altri: il nudista non può liberamente pubblicare ciò che più lo rappresenta.” Per la natura stessa di quell’articolo restavano in sospeso le risposte alle due implicite domande:

  • cosa rappresenta al meglio un nudista?
  • perché non può liberamente pubblicarlo su Facebook?

Promettevo di ritornare sull’argomento nel breve termine ed infatti eccomi qua.

Cosa rappresenta al meglio un nudista? Semplice: testi, foto e disegni di nudismo.

Più complicato rispondere alla seconda domanda: perché un nudista non può pubblicare liberamente su Facebook tutto quanto lo rappresenta al meglio? Qui bisogna necessariamente distinguere tra tre diverse situazioni, ovvero i tre ambienti in cui è strutturato e suddiviso Facebook: il profilo personale, i gruppi e le pagine. Infatti, a livello di controllo e moderazione dei contenuti, i tre ambienti sono stranamente organizzati e gestiti in modo decisamente diverso: nei profili personali è possibile dichiarare con estrema precisione chi può vedere il materiale pubblicato; nei gruppi è possibile dichiarare tre livelli di visibilità del gruppo; nelle pagine si può solo impostare un limite d’età per la visualizzazione. Essendo la trattazione già di per se stessa necessariamente lunga, cerchiamo di semplificarla facendo qualche precisazione introduttiva:

  1. ovviamente si parla di materiale che riguarda espressamente ed esplicitamente il nudismo, altre tipologia di materiale possono risultare critiche, ovvero soggette a cancellazione da parte della moderazione di Facebook, ma sono materiali che non riguardano i nudisti e il nudismo;
  2. i post fatti di solo testo, ma anche i testi che accompagnano le immagini, li possiamo escludere dal discorso visto che sono al corrente di un solo caso in cui un testo sia stato cancellato dalla moderazione di Facebook: un mio post in cui commentavo un articolo USA che parlava di giovani e nudismo, abbinamento che ha indotto qualcuno, evidentemente condizionato dall’onda terroristica che istituzioni e benpensanti hanno creato in relazione alla pedofilia (parlerò presto anche di questo argomento: c’è troppa mistificazione in giro), ha segnalare il post ottenendone la rimozione;
  3. come materiale critico faremo quindi riferimento alle sole immagini (disegni e foto) di nudismo;
  4. anche i profili personali li escludiamo: in linea di massima qui si possono avere problemi solo se le immagini vengono caricate con visibilità “Pubblica”, limitandone la visione solo agli amici o a gruppi di costoro non sorgono problemi, quantomeno se si presta attenzione nel concedere le amicizie;
  5. il discorso sarà quindi focalizzato attorno ai gruppi e alla pagine, soprattutto alle pagine, essendo quelle con minori possibilità di controllo sulla visualizzazione del materiale;
  6. per semplicità parlerò nel seguito solo di pagina, in buona parte le cose valgono anche per i gruppi;
  7. infine bisogna sapere che se i moderatori di Facebook cancellano un post da un gruppo o da una pagina l’azione non rimane circoscritta a se stessa ma l’amministratore (o gli amministratori) di quel gruppo o di quella pagina subiranno il blocco del loro profilo, potranno ancora accedere a Facebook, ma non potranno postare più nulla finché non scade il blocco (il tempo di blocco cresce ad ogni intervento), si può arrivare perfino alla rimozione forzata del gruppo o della pagina e alla chiusura forzata del profilo personale di chi li amministra.

Fatte le debite premesse possiamo procedere oltre.

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Molti sono stati i nudisti a cui sono state cancellate le loro foto e bloccati i loro profili. I più, intimoriti dalla forza sociale ed economica del social network, hanno (purtroppo) subito in silenzio. Pochi, troppo pochi, hanno al contrario reagito con post e articoli di protesta e qualcuno tra questi, reso speranzoso dal successo (invero parziale) delle lamentele di altri gruppi vessati dall’ingiusta e, come vedremo più avanti, discriminatoria moderazione dei post (nudi artistici e le mamme che allattano), ha anche provato a contestare il provvedimento… inutilmente.

Come al solito se i nudisti tacciono coloro che, pur ignorando l’essenza delle cose e non volendosi correttamente informare, si manifestano con contrarietà al nudismo invece parlano e parlano molto, anzi gridano e non si lesinano dall’usare termini volgari e talvolta perfino diffamatori, tra l’altro senza che nessuno provveda a moderarli sebbene le regole di Facebook, come vedremo, prevedano che non si possano scrivere offese e ingiurie. Così succede che in apparenza la maggioranza sia contro il nudismo e le immagini di nudismo, mentre le esperienze pratiche (sondaggi, confronti, incontri, eccetera fatti sia attraverso Internet ma anche e soprattutto attraverso i ben più espressivi e attendibili canali del mondo fisico) dicono che l’apparenza inganna e la verità è tutt’altra, ma nel silenzio degli uni contro il grande vociare degli altri alla fine sono questi ultimi ad averla vinta.

Coloro che, commentando i post di lamentela dei nudisti (o degli altri che hanno subito le stesse azioni di moderazione per immagini di nudo), sostengono e difendono la posizione di Facebook, lo fanno con osservazioni quantomeno opinabili se non del tutto strampalate, osservazioni che si ricollegano alle altrettanto opinabili scuse (regolamento ma anche risposte dirette a chi protestava per gli interventi) che Facebook stesso accampa quali motivazioni del proprio modo di agire. Esaminiamone le principali, quelle che ricorrono più spesso, le altre sono piccole variazioni di queste.

“Siete solo esibizionisti!”

Il nudismo è totalizzanteNon è assolutamente vero! Se qualcuno nel nudo ci vede esibizionismo dovrebbe farsi un bell’esame di coscienza: o non ci ha mai ragionato sopra limitandosi a subire passivamente il condizionamento sociale impostogli fin dalla nascita, o l’esibizionista, anche se magari solo a livello inconscio, è proprio lui. Per effetto di mille millenari condizionamenti sociali, le persone tendono a vedere se stessi negli altri oppure ad attribuire alle azioni altrui quelle che sarebbero le loro motivazioni per adottare tali comportamenti; alcuni esempi: io penso che sia stupido arrampicarsi su una roccia, se uno si arrampica su una roccia è stupido; io penso che si entra in un negozio solo per comprare, se uno entra in un negozio vuole comprare; io penso che ci si metta nudi solo per fare sesso, indi se uno si mette nudo è perché vuole fare sesso; io penso che mettersi nudo davanti ad altre persone abbia senso solo per esibire la propria virilità sessuale, indi se uno si mette nudo è un esibizionista.

Non dico altro avendo già più volte trattato questa questione: “Ebbene si, sono un esibizionista!”, “Nudisti tutti maniaci”, “Nudismo e società”, “C’è nudismo e nudismo, facciamo chiarezza (parte 2)”.

“A che pro pubblicare le foto?”

Beh, perché non lo chiedete a tutti gli altri? Perché non lo chiedete a voi stessi? Tantissimi, per non dire tutti, caricano le foto di se stessi e/o delle loro passioni, di ciò che li rappresenta o che è a loro vicino, vuoi come sport, che come stile di vita, perché non dovremmo farlo anche noi nudisti?

“Che bisogno c’è di mostrarsi nudi?”

Che bisogno hanno i motociclisti di mostrarsi nelle loro tute o sulle loro moto? Che bisogno hanno gli escursionisti di mostrarsi nei loro abiti montani? Che bisogno hanno le persone in vacanza al mare di mostrarsi nei loro più o meno ridotti costumi da bagno?

Non è che ci vogliamo mostrarci nudi, semplicemente noi viviamo nudi e, pertanto, se pubblichiamo qualcosa che ci riguarda evidentemente questo qualcosa non può che ritrarci nudi. Perché dovremmo comportarci diversamente dagli altri?

“Potreste almeno censurare i genitali.”

A me, come a molti altri, non piacciono i piercing e i tatuaggi, a qualcuno danno perfino molto fastidio eppure nessuno s’immagina di chiedere la censura per le immagini di persone col piercing o i tatuaggi.

Io, come molti altri, non condivido la visione di chi vuole eclissare l’uomo dalla natura, ritenerlo un elemento indistinto ed estraneo alla stessa, eppure mai mi sognerei di chiedere la censura del loro materiale e materialmente mai nessun altro l’ha fatto.

Ai vegetariani e vegani possono infastidire le immagini di cibi carnivori eppure non esiste una regola che ne impedisca la pubblicazione.

cascataTutto vive di pubblicità, perché dovrebbe essere diverso per noi? Far conoscere il nostro stile di vita ci permette di crescere e ottenere la considerazione e lo spazio che ci sono dovuti. Pubblicare le nostre foto autocensurandoci sarebbe solo un’ipocrisia. Se noi stessi mascherassimo la nostra nudità come potremmo affermare che non esistono parti del corpo meno degne delle altre di stare all’aria e al sole? Come potremmo comunicare che la nudità è sana e naturale? Come potremmo far capire che alla nudità ci si abitua velocemente?

“Facebook è privato e può darsi le regole che vuole.”

Si vero, Facebook è privato, ma può un social network ritenersi come la casa di una persona? No, il social network non è assimilabile a un forum, a un blog, a un sito aziendale, all’abitazione di una persona, a un ufficio aziendale, o ancora a una chiesa o a un oratorio, un social network va piuttosto visto come un gigantesco terminal aeroportuale. Certo delle regole sono pur sempre necessarie, ma queste regole devono fare il conto con la marea dell’utenza, la sua profonda diversità e varietà, gli interessi e le abitudini di tutti, i diritti e i doveri di tutti. Tutti, non alcuni! Tutti, indiscriminatamente tutti.

Quando un privato decide di mettere in piedi una grande struttura internazionale di servizi pubblici, sta di fatto creando un ambiente più pubblico che privato, specie se parliamo di un qualcosa che si trova su Internet e ancor più se parliamo di un servizio che permette agli utenti di crearsi dei propri spazi personali. Avete mai visto una compagnia telefonica chiudervi il conto perché al telefono parlate di argomenti che a loro risultano inaccettabili? Avete mai visto un provider che vi vincola nei siti che visitate perché la vostra navigazione oggi viene tracciata e chi ne legge i tracciati può vedere cose che lo infastidiscono? Avete mai visto un fornitore di spazi Web che vi cancella materiali dal vostro sito (e quel vostro, usato perfino nei contratti, è molto significativo) perché non corrispondono ai suoi gradimenti? Non è forse un social network alla fine niente altro che un fornitore di servizi assimilabili a quelli di una compagnia telefonica o di un Internet Provider o di un Web Provider? Non sono forse le compagnie telefoniche, gli Internet Provider e i Web Provider delle aziende private? Perché il loro comportamento è diverso? Perché queste aziende private considerano vostri e non loro gli spazi che vi noleggiano?

“Facebook deve tener conto delle diverse culture.”

Certo quando offri un servizio internazionale vieni a scontrati con le visioni differenti dei vari popoli, di più, dei vari gruppi culturali esistenti nel mondo. Ma non puoi impostare regole basandoti sulla visione di alcuni di questi gruppi, devi adeguarti e integrarti alle esigenze di tutti. Chi si arroga il diritto di decidere quale sia il gruppo culturale predominante (non ce ne sono, o per meglio dire ce ne sono più di uno e con visioni nettamente discordanti)? Si possono creare discriminazioni (nella maggior parte dei paesi del mondo discriminare corrispondere a commettere un reato) tra un gruppo culturale e un altro?

Perché, visto che gli indiani ritengono sacra la mucca, non vengono allora rimosse anche le immagini di bistecche? Perché, visto che sono offensive per i mussulmani, non vengono allora rimosse anche le immagini delle braciole di maiale? Perché, visto che gli atei potrebbero restarne offesi, non vengono cancellate le immagini religiose? Perché non vengono rimosse anche tutte quelle altre tipologie di immagini che possono risultare offensive per una certa cultura, per una certa ideologia, per una data religione? Perché, fra tutte, solo quelle di nudo e nudismo vengono regolamentate cancellate? Non è questa una chiara discriminazione (discriminare = permettere a qualcuno una certa azione che invece viene negata ad altri)?

“Le persone hanno il diritto di non vedere ciò che le turba o le infastidisce.”

citta_confusaVerissimo, ma non lo si può fare limitando le libertà dei tanti a favore delle idiosincrasie dei pochi, questo non solo non ha senso ma è profondamente ingiusto: regola vorrebbe che la società evolva costantemente ed evolvere vuol dire, fra altre cose, progredire verso uno stato sociale che necessità di sempre meno regole, alias chi amministra la società deve stimolare l’educazione sociale indi permettere a chi già riesce a comportarsi in modo più semplice e naturale di educare coloro che ancora non sono capaci di farlo.

Sull’aspetto tecnico, poi, Facebook ha messo a disposizione delle persone gli strumenti per evitare di vedere quello che dà loro fastidio: invece di rompere le scatole agli altri (si certo per gli immaturi è divertente farlo e spesso viene fatto proprio per precisa volontà di farlo), imparino o vengano educati a usare correttamente tali strumenti…

  1. Non ti piace quello che pubblica una persona? Puoi escludere i suoi post dalla tua bacheca o puoi rimuoverlo dalla lista dei tuoi amici.
  2. Ti ci arriva per vie traverse? Puoi pur sempre fare le stesse esclusioni.
  3. Non ti piace quello che pubblica una pagina? Fai a meno di leggerla. Il nome delle pagine è significativo, se le scorri e le leggi è perché accetti a priori quello che vi viene pubblicato.
  4. Ti appaiono in bacheca post non graditi pubblicati dalle pagine? Se ti appaiono è perché hai sottoscritto quelle pagine, perché l’hai fatto se non condividi i loro contenuti? Puoi in ogni caso pur sempre rimuovere la sottoscrizione.
  5. Ti appaiono attraverso le condivisioni di tuoi amici? Si torna ai primi due punti e di certo non te la puoi prendere con le pagine in questione.
  6. Ti appaiono attraverso i suggerimenti di Facebook? Succede solo se hai sottoscritto o ripetutamente visitato pagine analoghe, non prendertela con la pagina in questione ma con te stesso e usa l’apposita funzione di Facebook per evitare che ti appaiano nuovamente.
  7. Ti appaiono attraverso le sponsorizzazioni di Facebook? Succede solo per le pagine che pagano la pubblicità di Facebook, non prendertela con loro ma con Facebook, oppure usa le funzionalità per bloccare la loro visualizzazione sulla tua bacheca (non ancora disponibili per tutti, ma lo saranno a breve).

“Quando ti iscrivi a Facebook ne accetti le regole!”

Anche questo è vero, ma … Intanto le regole devono essere giuste ed equilibrate (e quelle di Facebook, come vedremo, non lo sono), poi vanno applicate indiscriminatamente (e, come già visto, Facebook le applica con molta discriminazione), infine le regole non sono fatte per essere immutabili: le esigenze di un qualsiasi sistema crescono con il crescere della sua utenza e, sotto lo stimolo dell’utenza stessa, devono necessariamente essere in continua ridefinizione.

Condizioni d’uso delle Pagine Facebook

I contenuti pubblicati su una Pagina sono pubblici e visualizzabili da tutti coloro che possono vedere la Pagina.

Vero, la pagina è pubblica ma … Falso, il materiale delle pagine viene automaticamente caricato in bacheca di un utente solo dopo che le stesse sono state sottoscritte da quell’utente, per cui se la pagina è pubblica non lo è il materiale che vi viene pubblicato.

Ma lo si può reperire attraverso un a ricerca? Vero, ma se il motore di ricerca di Facebook non è capace di sviluppare una ricerca mirata e conforme alla chiave utilizzata non è certo colpa degli amministratori di una pagina. Mi risulta che su un qualsiasi motore di ricerca si trovi pornografia a palla anche facendo ricerche che con la pornografia nulla hanno a che vedere (provate, per esempio, a cercare “falegnamerie”) eppure nessun motore di ricerca pretende di cancellare tale materiale dalla rete, caso mai migliorano gli algoritmi dei propri filtri. E comunque trovarla non vuol dire che chiunque ne veda i suoi contenuti, per vederla intanto bisogna caricarla cliccando sopra la voce riportata nei risultati della ricerca che non sono anonimi, poi, una volta aperta (e a quel punto si può ben vedere il nome e la descrizione della pagina ancor prima di scorrerla, se non piacciono la si chiude) bisogna scorrerla e leggerla, infine, come già detto, per far sì che i suoi post appaiano sulla tua bacheca la devi sottoscrivere. Difficile parlare di atto casuale e involontario. Se qualcuno, dopo aver fatto tutto questo, si mette a fare delle segnalazioni (segnalare post a suo parere fuori dalle regole) evidentemente è perché sta operando in malafede e Facebook dovrebbe sanzionare lui invece dei contenuti delle pagine e i loro amministratori.

Ometto nella discesa dla passo (Foto E. Cinelli)

Standard della comunità di Facebook

Facebook offre alle persone di tutto il mondo la possibilità di pubblicare contenuti personali, vedere il mondo attraverso gli occhi di altre persone.

Eccetto che attraverso gli occhi dei nudisti. Forse che i nudisti non sono persone? Forse che non hanno il diritto di far vedere alle altre persone il loro mondo?

Per rispettare le esigenze e gli interessi di utenti di tutto il mondo,

Evidentemente si confonde “tutto” con “una parte”: le differenze di visione non possono essere addotte a giustificazione per le limitazioni operative, sta a chi non vuole vedere alcune cose evitare di andarle a vedere e fare in modo che non gli risultino visibili.

Facebook tutela le forme di espressione che rispettano gli standard della comunità illustrati in questa pagina.

Abbiamo già ampiamente dimostrato che tali standard sono errati e discriminatori, Facebook dovrebbe rivederli al più presto. Così come ha già in parte fatto per altre situazioni, perché non farlo anche per i nudisti?

Violenza e minacce

Non è consentito minacciare in modo verosimile altri utenti.

Argomento estraneo al contesto ma l’analisi dimostra come Facebook si comporti in modi differenziati e discriminanti: leggo quotidianamente espressioni minacciose più o meno forti contro i nudisti e il nudismo (ma non solo), espressioni che non vengono rimosse dalla moderazione di Facebook e che non danno luogo a provvedimenti disciplinari nei confronti di chi le formula.

Contenuti che incitano all’odio

Facebook non consente i contenuti che incitano all’odio, ma attua una distinzione tra contenuti seri e meno seri.

Premesso che questa regola non appare molto ben applicata visto che di tali contenuti se ne trovano a migliaia, perché la stessa distinzione non può essere fatta tra il nudo serio (nudismo) e il nudo meno serio (scherzi volgari, prese in giro, pornografia, eccetera)?

Se da un lato incoraggiamo gli utenti a mettere in discussione idee, eventi e linee di condotta, non consentiamo la discriminazione di persone in base a razza, etnia, nazionalità, religione, sesso, orientamento sessuale, disabilità o malattia.

E non è forse una discriminazione anche quella di impedire la libera espressione del nudismo, che di fatto è una scelta di vita e come tale assimilabile a una religione e a una cultura?

Contenuti grafici

Facebook è da molto tempo uno spazio di cui le persone si avvalgono per condividere le loro esperienze e sensibilizzare gli altri sui problemi che ritengono importanti.

Noi riteniamo molto importante il tema del nudismo, e non lo è solo per noi, lo è per la società intera visto che il nudismo è di certo la cura più efficiente per diversi problemi sociali: anoressia, bulimia, accettazione di se e del proprio corpo, devianze sessuali, pedofilia, educazione sessuale e tanto altro.

Talvolta questi problemi ed esperienze implicano contenuti visivi di pubblico interesse, come violazioni dei diritti umani e atti di terrorismo. In molti casi, le persone condividono questo tipo di contenuti per condannarli. Tuttavia, le immagini condivise per ragioni sadiche o per celebrare la violenza non trovano spazio sul nostro sito.

Perché la stessa distinzione non può essere fatta tra nudismo e pornografia?

Quando le persone condividono dei contenuti, ci aspettiamo che lo facciano in maniera responsabile.

E noi ci aspettiamo che Facebook si comporti a sua volta in maniera responsabile, ma, come dimostrato, non è così!

Ciò comporta scegliere con attenzione il pubblico a cui sono destinati i contenuti.

E si mettano a disposizione delle pagine e dei gruppi tutti gli strumenti atti a farlo, strumenti che già esistono visto che sono a disposizione nei profili personali.

Per i video con immagini forti, le persone devono informare il pubblico della natura degli stessi in modo da consentire loro di decidere consapevolmente se guardare il video.

Perché la stessa cosa non può essere fatta per il nudo?

Nudo e pornografia

Facebook applica una politica molto severa in materia di condivisione di contenuti pornografici e con riferimenti espliciti al sesso, specialmente nel caso in cui siano coinvolti dei minorenni.

Non mi risulta che lo faccia o, quantomeno, che lo faccia in modo efficiente: basta una semplice ricerca per rendersi conto di quanto materiale pornografico giri su Facebook (non riporto i link per non fare ipocritamente della pubblicità a tali pagine). Analogamente sussiste molto materiale che, pur non essendo pornografico, contiene più o meno espliciti riferimenti sessuali e risulta decisamente irrispettoso per la figura femminile, oltre che essere deleterio ai fini di una corretta educazione sociale dei giovani, ma anche dei meno giovani. La politica di limitazione di Facebook si basa solo ed esclusivamente sul nudo, venendosi così a creare dei veri e propri paradossi visto che per non farsi censurare una foto di un atto sessuale esplicito basta che non siano visibili il glande e la vulva, così, ad esempio, la foto di un pompino o di un cunnilingus risulta pubblicabile.

Ecco un palese esempio di come Facebook contravvenga alle sue stesse dichiarazioni: a sinistra una foto, non mia, che viene considerata lecita (ovviamente ne ho scelta una tra le più contenute e ho verificato a distanza di tempo che non fosse stata rimossa; mi scuso con l’autore se non pubblico i suoi crediti ma intanto non c’erano nemmeno nella pagina da cui ho preso la foto e poi non voglio fare pubblicità a tale pagina); a destra una, mia, che è stata considerata illecita, con la conseguenza della sua cancellazione e di quindici giorni di blocco ai post per il mio account.

facebook_nudismo

Foto pubblicabile su Facebook ………………………………………….. Foto non pubblicabile ?????

Imponiamo anche delle limitazioni alla pubblicazione di immagini di nudità.

Perché? Per altro “delle limitazioni” non starebbe a significare “il nudo è vietato”, ma solo che “non è sempre pubblicabile”.

È nostra intenzione rispettare il diritto delle persone di condividere contenuti importanti per loro,

Per un nudista le foto di nudismo sono contenuti assai importanti.

siano essi fotografie di una scultura come il David di Michelangelo o foto di famiglia di una madre che allatta al seno il figlio.

Le bugie hanno le gambe corte: proprio poco prima di ferragosto è stata chiusa una pagina dedicata ai quadri di nudismo! Questa regola esiste da tanto tempo eppure molti sono stati i casi di cancellazione di foto artistiche e di allattamento al seno, indipendentemente dalle motivazioni anche socialmente molto importanti (vedi le presentazioni di rilevanti mostre d’arte e la campagna di informazione USA sull’allattamento al seno). Diamo comunque per accertato che ora tali fotografie si possano pubblicare senza problemi, allora si spieghi quale sia la differenza tra una statua nuda e una persona nuda? Che forse i genitali di una statua sono diversi da quelli di una persona? Che forse i genitali di una persona possono uscire dalla foto e violentare chi li guarda? Che forse chi guarda una foto di nudo può entrare nella stessa e compiere atto di violenza sessuale? Beh certo, potrebbe masturbarsi, ma quale danno materiale ciò provoca a chi è raffigurato nella foto? E la differenza tra una mammella che allatta e una che prende il sole? La differenza tra un capezzolo maschile (liberamente pubblicabile) e uno femminile (non pubblicabile)?

Facbook vuole un perfetto controllo della questione? Benissimo è nel suo diritto: faccia come hanno fatto tanti altri social network (l’utente deve contrassegnare il materiale di nudo) o, meglio ancora, implementi nelle pagine gli strumenti già disponibili nei profili personali e che permettono di limitare la visione del materiale pubblicato. Semplice, efficiente, sicuro, democratico!

La storia NON insegna!


emamSi dice che la storia insegni all’uomo e l’aiuti a non ripetere gli stessi errori eppure dobbiamo notare diverse incongruenze.

Così come per anni venne derisa l’idea di un pianeta Terra rotondo, ancora oggi c’è chi continua ad accanirsi per contrastare e negare tutto ciò che a lui risulta inconcepibile.

Così come per anni vennero ripudiati coloro che affermavano la non centralità della Terra rispetto all’universo, ancora oggi vengono immancabilmente accusati di millanteria coloro che propongono idee e concetti che esulano, vanno oltre le convenzioni (credenze) del momento.

Così come ci fu un tempo in cui bastava poco per scatenare la caccia ai demoni e alle streghe, ancora oggi poco ci vuole per far nascere paure e fobie.

Ci vollero dodici anni per capire l’importanza antibatterica della penicillina, eppure ancora oggi c’è chi è pronto a rigettare le nuove proposte se non se ne dimostra la validità in pochi mesi.

Vennero considerati pazzi coloro che credevano nelle macchine atte a volare, eppure ancora oggi si assegna molto facilmente l’epiteto di ciarlatani a chi propone qualcosa di poco convenzionale.

L’utilizzo e la diffusione del treno o dell’automobile vennero a lungo inutilmente osteggiati, eppure ancora oggi c’è chi pensa di potersi opporre ad ogni innovazione.

Sconfessati dai fatti furono coloro che, a più riprese, improvvidamente sostennero l’inconsistenza delle voci sulle cospirazioni politiche, militari, religiose e sociali, eppure ancora oggi ci sono coloro che sostengono l’inesistenza delle lobbies, delle corporazioni di potere, delle azione di condizionamento sulle scelte governative ed economiche.

Gli eventi raccontano che le guerre hanno sempre portato più che altro distruzione e dolore, eppure ancora oggi molti sono coloro che sono pronti a scendere sul campo di battaglia.

Molti e lampanti gli esempi di come da sempre i sistemi e i poteri abbiano circuito e sobillato le masse, eppure si definiscono complottisti coloro che osano smascherare e denunciare le mistificazioni.

Infiniti gli esempi di come da sempre ogni sistema, ogni potere, ogni predicatore, ogni guru  abbia tirato l’acqua al proprio mulino, eppure molti, troppi, sono coloro che ancora danno credito e ragione solo e indistintamente ad una singola voce, a una singola fonte, a una singola corporazione.

Accertati sono gli imbrogli fatti dai sistemi e dai poteri, eppure ancora oggi tanti sono coloro che ragionano e si comportano come se sistemi e poteri siano immacolati e puri.

È forse da ritenersi che l’uomo piuttosto che imparare preferisce ostinatamente reiterare nei suoi stessi errori? Appare forse che l’uomo tenda a scegliere la strada più comoda e tranquillizzante (non mettersi in discussione e vivere di certezze) piuttosto che quella più difficile ma anche più redditizia (mettersi sempre in discussione e vivere di dubbi)? Uhm, forse dobbiamo proprio pensare che l’uomo, certi uomini, la maggioranza degli uomini, non vuole / non vogliono imparare dalla storia!

Rarissimamente esiste una solo, unica, insindacabile verità, il più delle volte la verità è composta da diverse sfaccettature che, alla fine, formano diverse verità, ognuna legata a un modo diverso di vedere le cose, ognuna generata dal diverso punto di partenza e dai diversi sistemi di sviluppo dell’analisi. Rifiutare le novità solo perché scombussolano il nostro vivere, il nostro credo, le nostre convinzioni è atto cieco e stupido, l’uomo saggio accetta ogni nuova fonte di discussione, mette in dubbio ogni propria convinzione, evolve continuamente nel pensiero e nell’azione, mette ognuno nella migliore condizione per esprimere la propria verità e per agire secondo essa.

 

 

 

L’arto fantasma


La memoria mi recupera d’un tratto una parola dagli anni della mia prima adolescenza: curiosismo. Parola udita in uno degli “incontri per adolescenti” al Centro Giovanile e mai più riudita (e non registrata dai ponderosi dizionari Tommaseo, Battaglia, De Mauro).

Di solito, specie nei ragazzi, si loda molto la curiosità come stimolo alla conoscenza. Ma qualcuno – al solito – ha messo dei limiti, una misura “saggia e prudente”, dei modi, delle chiavi di accesso, delle condizioni, degli incasellamenti preventivi. Così narcotizzata, la curiosità e la conoscenza sono banalizzate, devitalizzate, addomesticate, adulterate.

Il termine si riferiva – con un certo implicito rimprovero – alla curiosità naturale di ogni ragazzo verso le cose del sesso (del proprio e dell’altro) suscitate dallo sviluppo fisico che sta vivendo in prima persona. Ma subito una colata di gesso si prende l’incarico di tutto coprire, d’immobilizzare conoscenza, coscienza ed esperienza. Basta quell’ismo a bollare tutto di negatività, eccesso, indecenza, monelleria. E un ragazzo che s’è proposto d’esser “un bravo ragazzo, un ragazzo come si deve” (per essere degnamente accettato in famiglia, all’oratorio, in società) non può che seguire passivamente, acriticamente (i dubbi che ha pungolano solo lui, sono questione privata), esempi, insegnamenti e dottrina di chi “vuole solo il suo bene”. Salvo poi recuperarsi spazi e una qual forma d’equilibrio da pusterle inattese: da soli o con compagni fidati a “far brutte cose” (sesto comandamento!), a sormontare da soli, alla buona, lividi terrori, minacce apocalittiche, inferni di deboscia e lascivia; e bene o male, ognuno trova i modi per conoscere, sperimentare e crescer comunque.

Ma qualcosa di guasto, di marcio rimane e riemerge, si tramanda divenendo mentalità diffusa e corrente. Quella originaria, genuina, innocente curiosità non completamente soddisfatta, tenuta a bada con minacce e rimproveri, aggirata con sotterfugi clandestini, è ancora lì: arcigno guardiano il pudore, malizia morbosa dei film con soldatesse, zie ed infermiere.

Appeal di tanta pubblicità. Ho in mente due esempi:

1) Con consiglio da amico (per allontanare da noi anche il più remoto sospetto di una tendenza pedofila), ci è stato consigliato di togliere da un mio post un’immagine (vedila qui, ma si vede anche in altri siti) che illustrava il diverso atteggiamento dei bambini a proposito della “curiosità” morbosetta circa le parti del corpo che “è meglio” tenere nascoste alla vista degli altri: curiosità presente nei bambini (ragazzi e, dissimulata con vari artifici, anche in molti adulti) tessili, assente nei bambini (ragazzi e adulti) cresciuti in un ambiente nudo-naturista. Ma poi c’ho un fumino quando vedo lungo l’Adriatica la “sconcia” pubblicità che vedete qui sotto:

Pubblicità curiosa

2) Un’immagine pubblicitaria di Oliviero Toscani  (peraltro mai vista in Italia, ma esposta in una mostra in Germania) dispone in bell’ordine un profluvio di genitali, belli e brutti (?), da farne una vera abbuffata e saziare almeno momentaneamente gli appetiti dei più “curiosi” e affezionati cultori del genere.

Pubblicità Toscani

Sessi a gogo

Mi confermo nell’opinione che il pudore non sia altro che timore ominoso d’una trasgressione, col suo strascico di sensi di colpa, paralisi, blocchi, rallentamenti nel percorso di crescita. Mi verrebbe da consigliare: ma facciamola questa abbuffata bavosa di sessi (e di sesso), se ci basta una buona volta a calmarci! Ma non è così! La curiosità adolescenziale violentemente amputata è diventata un arto fantasma, non può più ricrescere, rimarrà sempre insoddisfatta.

Ma c’è una via d’uscita: la pratica quotidiana e condivisa del nudismo. Rimette in sesto mille balordaggini che ci trasciniamo da quand’eravamo ragazzi, ma fanno tutt’oggi “cultura”, diritto, costume, buone maniere, convenzione e compromesso del viver civile…

Le ricette del “Cuoco Nudo”: Petto di pollo alla Marietta


Ricetta ideata da mia moglie.

Ingredienti (per quattro persone)

1 petto di pollo intero; 1 mango maturo; 1 bicchiere di vino bianco fermo; due manciate di bacche di rosa canina essiccate; 1 bustina di zenzero in polvere (o dello zenzero fresco da macinare); sale; pepe nero; olio extravergine di oliva.

Preparazione

Mettete in ammollo in acqua fredda le bacche di rosa canina. Lavate, pulite e asciugate il petto di pollo, poi liberatelo dall’osso e dividetelo in quattro fettine. Lavate e asciugate il mango; liberate la polpa dal nocciolo e tagliatela a pezzettini non troppo piccoli.

In un largo tegame versate un cucchiaio d’olio extravergine d’oliva, mettete al fuoco moderato e quando l’olio è caldo, ma non troppo, abbassate la fiamma e adagiatevi la carne e le bacche che di rosa canina. Fate rosolare per bene finche la parte superiore inizia a sbiancare e quella inferiore prende colore, a questo punto con una paletta girate delicatamente i petti, aggiungete i pezzi di mango, il vino e abbondante zenzero macinato. Lasciate completare la cottura della carne a fuoco molto basso; la frutta si deve quasi completamente sciogliere, formando un fondo di cottura denso e compatto.

Impiattate e servite subito, accompagnando con un’insalatina fresca condita con arance e ananas.

Il buon automobilista


Potranno sembrare cose banali eppure, viste le tante ore passate e che passo ancora sulla strada, posso affermare con assoluta certezza che pochi sono coloro che ne rispettano alcune e rari quelli che le rispettano tutte.

Un tempo bastava semplicemente rispettare il Codice della Strada per potersi ritenere dei perfetti automobilisti, oggi, invece, il traffico caotico, nervoso e congestionato richiede ulteriori doti e premure, oggi il buon automobilista è colui che…

Usa gli indicatori di direzione e li utilizza per anticipare l’intenzione di svoltare, non per segnalare l’azione quando ormai è prossima o già in corso.

Esegue il più velocemente possibile tutte le manovre che comportino un inevitabile intralcio agli altri.

Se deve entrare in un cancello, non si blocca in mezzo alla strada in attesa che questo si apra, ma accosta a destra e si rimette in marcia quando il cancello è fermo (eventualmente bloccandolo se, essendo lo stesso automatico, teme di non riuscire a ripartire e passare prima della sua chiusura).

Dovendo affrontare un viaggio su percorsi a lui sconosciuti, si studia per bene il percorso a casa o in ufficio fruendo di uno dei tanti mezzi oggi all’uopo disponibili.

Se, giungendo a un incrocio o a una rotonda, non sa quale direzione prendere non si ferma nel mezzo degli stessi, ma qualche decina di metri prima (o dopo) e i cartelli segnaletici (o il navigatore) li controlla andandoci a piedi.

Se deve fermarsi in mezzo alla strada per svoltare a sinistra, evita di mettersi anche solo leggermente di traverso, ma si tiene ben parallelo alla strada da cui proviene al fine di non ostacolare il regolare avanzamento degli altri mezzi.

Buon automobilista 2

Per non intralciare inutilmente il regolare scorrimento del traffico, procede ad andatura molto prossima al limite massimo di velocità. Qualora per causa di forza maggiore (foratura, forte carico, indecisione sulla strada, leggero malessere) non possa farlo tiene rigorosamente la destra e appena possibile si ferma ripetutamente per lasciar passare coloro che si sono accodati.

Non sorpassa mai le auto incolonnate in una coda (palese dimostrazione di maleducazione): tutti hanno fretta, a tutti infastidisce dover stare in coda, nessuno è più importante degli altri, non si è gli unici che si sta lavorando.

Immettendosi, mediante apposita corsia di accelerazione, in una strada trafficata o addirittura bloccata non si porta (nel tentativo di rubare spazio, altra manifesta dimostrazione di maleducazione) fino in fondo a tale corsia per forzare l’entrata (rallentando ulteriormente l’andatura della coda), ma si ferma all’inizio della stessa, accostando a sinistra parallelo alla linea di flusso principale per ben vedere la situazione nello specchietto retrovisore, ed entra in corsia quanto prima possibile (in genere, se non si forza l’ingresso, chi arriva ci concede la precedenza).

Buon automobilista 1

Quando il traffico è bloccato e la coda procede a velocità ridottissima, mantiene qualche metro di distanza dalla vettura che lo precede onde evitare brusche frenate; in caso di blocco dell’andatura riparte contestualmente alla vettura che lo precede (attendere che si creino un centinaio di metri o anche più darà sì a se stessi la possibilità di fare un pezzo più lungo ma ha anche l’inaccettabile effetto di allungare la coda: immaginate se tutti si comportassero allo stesso modo, le code sarebbero infinite). Nella stessa situazione di traffico ma trovandosi dalla parte di chi ha la precedenza, approssimandosi a un incrocio o a un inserimento lascia entrare una vettura (UNA) di quelle che attendono di potersi inserire.

Non si ferma alla rotatoria quando questa è libera: l’ingresso in rotatoria raramente è uno stop, di solito è solo un dare la precedenza. D’altro canto qualsiasi sia la sua direzione di arrivo non si immette in rotatoria direttamente, ma rallenta considerevolmente la propria velocità: la rotatoria non è il diretto proseguimento della propria strada, ma una nuova strada. Infine percorre la rotatoria a velocità ridotta (tipicamente venti / trenta chilometri all’ora) onde rispettare la funzione specifica della rotatoria: consentire un celere smaltimento degli accessi.

Direi che come esempi possono bastare, d’altronde per essere esaustivi servirebbe un elenco infinito di situazioni. Allora sintetizziamo il tutto così…

Il buon automobilista tiene sempre conto di non essere l’unico sulla strada e va oltre le regole scritte mettendo in atto tutta quella serie di accorgimenti e comportamenti atti a permettere un agevole scorrimento del traffico, anche se questo può talvolta voler dire rinunciare ai propri diritti: il diritto della comunità (buon scorrimento del traffico) ha la precedenza sul diritto del singolo (“mi spetta di passare prima”, “devo svoltare”, “si sta aprendo il cancello”, “ho il diritto di andare alla velocità desiderata”, eccetera).

Nudismo e… Facebook


IMG_1714Cosa fa un nudista su Facebook? Semplice, quello che fanno tutti gli altri: mantiene la connessione con gli amici più o meno lontani, condivide le proprie gioie e le proprie delusioni, carica fotografie che lo rappresentano, visita le pagine relative alle cose che lo appassionano, si tiene informato sugli eventi del mondo e via dicendo.

C’è, però, una differenza tra un nudista e gli altri, quasi tutti gli altri: il nudista non può liberamente pubblicare ciò che più lo rappresenta. A breve un articolo che esamina la questione nel dettaglio.

La deresponsabilizzazione: “cum grano salis!”


canalinoTempo fa scrissi un articolo sulla deresponsabilizzazione che restò però circoscritto all’ambito specifico della scuola e del rapporto scuola – studenti. Ora voglio riprendere l’argomento allargandolo agli altri contesti o, per la precisione, decontestualizzandolo.

“Cum grano salis”, un tempo questa locuzione era molto usata e indicava l’agire con cognizione di causa o, quantomeno, con un briciolo di cervello. Si usava per indicare quella persona che sapeva gestire gli eventi differenziando fra loro i diversi livelli di pericolo, ad esempio l’alpinista che sapeva quando usare la corda di sicurezza e quando poterne fare a meno, oppure il ciclista che capiva quando il caschetto era indispensabile e quando no, l’automobilista che sapeva gestire correttamente la velocità dell’autovettura adeguandola alle condizioni proprie, della strada e del traffico e via dicendo.

Oggi non esiste più il “cum grano salis”, oggi si è estremizzato il tutto riducendo le cose ad un solo livello: quello del massimo pericolo. Non esiste più il libero arbitrio ma solo l’obbligo perentorio alle protezioni: l’alpinista deve sempre usare la corda, chi fa le vie ferrate deve sempre usare il dissipatore, il ciclista o il fantino o lo sciatore devono sempre usare il caschetto, se vai con i pattini ti devi assolutamente corazzare come un antico cavaliere della tavola rotonda, l’automobilista deve andare sempre e solo piano, eccetera. Una vera è propria caccia alle streghe dove poco importa se non sai cosa voglia dire andare in montagna, se non conosci la differenza tra un sentiero attrezzato e una via ferrata, se non sai cosa sia la tecnica di progressione in arrampicata, se non conosci il codice della strada, se non hai idea di cosa sia la traiettoria di curva, se nessuno ti ha insegnato a cavalcare, a che servono queste cose, a che serve perdere tempo per imparare: tanto ci sono le protezioni!

Il sistema dal canto suo, sotto l’influenza delle assicurazioni e del pensiero debole, incrementa tale modo di vedere, così istituzioni e aziende praticano lo scaricabarile, molte persone (s)ragionano pensando solo in funzione dell’aspetto emotivo, gli adulti si sono dati alla furbizia (chiedere il risarcimento di qualsiasi danno anche se causato dalla propria ignoranza e incuria al grido di “tanto c’hanno l’assicurazione”) e i giovani non solo apprendono tali insulsi atteggiamenti, ma, costantemente vigilati per cui privati di ogni autodeterminazione, diventano adulti irresponsabili, adulti incapaci di fare scelte “cum grano salis!”.

A questo punto la domanda sorge spontanea: come finirà la società se si continua con questo giro vizioso?

 

 

Cornuti e mazziati


Solo chi lo vive può sperimentarlo e non tutti coloro che lo sperimentano se ne rendono conto.

Viviamo in un sistema criminale che, interessato solo a mantenere in vita se stesso e le sue posizioni di potere, dominato dai soli fini economici, conscio di utilizzare metodi obsoleti, conscio del fatto che esistano metodi diversi, conscio che questi ultimi siano molto spesso più efficienti dei primi, continua imperterrito non solo ad utilizzare i primi, ma a imbrogliare le persone per convincerle che le sue azioni sono le migliori e le uniche possibili. E non si ferma qui, si spinge a suggerire atteggiamenti protettivi che il sistema stesso porta a violare, atteggiamenti che non sarebbero necessari se il sistema utilizzasse le altre e più nuove metodiche.

Viviamo in un sistema che millanta dedizione alla ricerca e invece s’è fossilizzato sulle posizioni, spesso ormai più che decennali, a lui più convenienti, condizionando ricerca e ricercatori affinché non possano o non riescano a lavorare su nuovi percorsi che non siano quelli previsti e ammessi dal sistema, chi lo fa viene immancabilmente denigrato e distrutto dalla gogna mediatica che il sistema e solo il sistema, grazie alla complicità altrettanto criminale dei media ligi al potere, ha la possibilità e la facoltà di generare.

Purtroppo tra gli operatori e l’utenza del sistema pochi sono coloro che osano denunciare questo stato, molti, al contrario, addirittura lo difendono a spada tratta.

Nel caso degli operatori tre sono gli scenari ipotizzabili…

  1. Sono all’oscuro dell’esistenza delle altre e migliori metodiche, scenario, però, che ormai risulta difficilmente sostenibile e, comunque starebbe a indicare che tali operatori non adempiono al loro dovere deontologico: tenersi informati costantemente e al meglio.
  2. Sono veramente convinti che la metodica a loro indicata dal sistema e da loro pertanto utilizzata sia l’unica possibile o quantomeno la migliore, scenario certamente possibile ma, oggi come oggi, comunque da collegarsi al punto precedente (mancata informazione) o a uno dei due successivi.
  3. Sono complici del sistema, scenario che è ormai notoriamente vero per alcuni, talvolta diversi, casi, non voglio credere che lo sia per tutti, non lo ritengo nemmeno ipotizzabile.
  4. Sono ricattati, vessati, intimoriti dal sistema, e anche questo scenario sappiamo essere vero ed è quello che coinvolge la maggior parte degli operatori.

È veramente deludente, oltre che deprimente, sapere che ciò succeda e rendersi conto che, da utenti, ci si debba affidare ad un sistema siffatto, a operatori che sono o disinformati o complici o ricattati dal sistema.

Ed eccoci quindi all’utenza. Perché l’utente deve difendere un sistema che gli manca di rispetto e lo imbroglia continuamente?

Materialmente direi che gli scenari sono gli stessi già visti per gli operatori, cambiano solo le motivazioni e le dinamiche…

  1. Sebbene oggi l’informazione sia facilmente accessibile è evidente che per l’utente possa sussistere la possibilità di non poterla ottenere o recepire, specie se consideriamo che un sistema siffatto, proprio al fine di non farsi scoprire, si adopera affinché l’informazione non arrivi all’utenza o ci arrivi deformata, oppure fa in modo che ci sia chi, operatore o utente, semini zizzania e confonda le idee.
  2. Parlando per principio dovremmo dire che chiunque non si ribelli a un sistema corrotto e imbroglione si renda complice di quel sistema (e di sicuro lo sono quegli utenti che pur sapendo o essendo in grado di sapere prendono volontariamente le difese del sistema e diffondono  informazioni false e tendenziose), però dobbiamo tener conto che una parte più o meno consistente dell’utenza potrebbe anche non rendersi effettivamente conto d’essere imbrogliata e che sussiste un ulteriore scenario.
  3. È certo che la maggioranza dell’utenza si trovi ad essere se non proprio ricattata quantomeno intimorita e vessata dal sistema, direttamente o, più facilmente, attraverso i suoi operatori (questi lo possono fare sia coscientemente che inconsciamente, il che non giustifica nulla ma è pur sempre importante comprendere i modus operandi del sistema), verso i quali l’utenza soffre di un comprensibile stato di remissione e dipendenza.

Cosciente che ci siano tanti altri esempi, ben sapendo che esistono situazioni ben più critiche, visto che è mia abitudine parlare solo di ciò che ben conosco chiudo con un esplicativo esempio pratico scegliendolo tra gli eventi che mi ha coinvolto molto da vicino.

Un malato di tumore viene sottoposto ad una metodologia notoriamente distruttiva, la chemioterapia, una metodologia che si basa sull’idea, oggi decisamente inaccettabile in quanto si è palesemente dimostrato che così non avviene (anche se, a dire il vero, la logica stessa lo doveva far sospettare), che un veleno possa distruggere solo o quantomeno prima le cellule malate. Nessuno gli sottopone l’idea che oggi sussistano altre metodologie, certo meno sperimentate (per forza, il sistema ha tutto l’interesse a non sperimentarle) ma che ai dati di fatto risultano meno o per nulla distruttive e altrettanto se non più efficienti. Sarebbe un suo diritto avere tali informazioni, ma no, niente, non le può ottenere e se per puro caso le ottiene per conto suo e prova a parlarne con i medici ne ottiene solo risposte elusive, spesso rabbiose e talvolta minacciose. Ma andiamo avanti che fin qui siamo solo nella parte del cornuto, dove è il mazziato? Arriva, arriva.

Inizia la chemioterapia e insieme a questa il malato è sottoposto a tutta una serie di visite, esami, terapie di supporto (eh sì, terapie di supporto, perché è evidente, loro lo sanno che la chemioterapia distrugge l’organismo, non te l’hanno magari detto in forma palese ma lo sanno benissimo, e così ti danno una nutrita serie di terapie per tentare la compensazione dei danni provocati dalla chemio). Ovviamente il tutto non può esser fatto in un’unica sede e in un unico momento, no, devi impegnare buona parte del tuo tempo per correre da un ambulatorio all’altro, da un esame all’altro, tra il medico generico (perché ci vogliono le ricette, e queste, pur se siamo nella società dell’informatica, pur se le amministrazioni si vantano di essersi informatizzate, non si possono fare per via elettronica) e la farmacia, quando poi non si dimenticano delle regole (il medico non può fare la ricetta se non ha il piano terapeutico, che va redatto dallo specialista, e la farmacia non può dare le medicine se non c’è la ricetta) e allora al malato tocca rifare il giro. Ovviamente questo comporta che tu debba uscire spesso di casa (seppure non esista esenzione dalla visita del medico del lavoro per il tumore e se questo non ti trova in casa poi sono se non proprio casini comunque altri fastidi e perdite di tempo) e andare in mezzo alla gente (in farmacia può andarci anche un altro, ma le visite e gli esami no, li devi fare tu stesso). Ma le tue difese autoimmunitarie sono ormai già distrutte o quantomeno destabilizzate ed è, così, facile trovarsi con qualche acciacco supplementare: mal di gola, raffreddore, febbre e via dicendo. Lo dici ai medici che ti seguono e… “ma lei lo sa che deve tenersi riguardato? non deve uscire di casa, non deve stare dove c’è tanta gente!” Ahó, ma mi pigliate per i fondelli? Siete voi che mi costringete a uscire di casa, a stare in mezzo alla gente, siete voi che, pur avendo alternative valide e non distruttive, mi imponete una metodologia (non la chiamo ne cura ne terapia perché di fatto non è né l’una né l’altra cosa) distruttiva! Ed ecco il mazziato!

Anzi, doppiamente mazziato perché prima o poi, e più prima che poi, la chemio ti rende inabile a spostarti in autonomia e così qualcuno ti deve accompagnare, presumibilmente il compagno di vita. Ed ecco che ci si trova in due a perdere giornate di lavoro: già uno è malato, e di una malattia che di certo non è una passeggiata, e il sistema gli ci aggiunge anche la perdita forzata di una fetta più o meno consistente del sostentamento economico familiare. Che dire? Un sistema proprio a misura di malato! Altro che libro bianco della sanità, altro che dibattito pubblico sulla sanità, altro che libertà di cura, si certo belle cose, ma se partono già viziate a che servono? Io, vista l’opportunità fornita per tramite del libro bianco della Regione Lombardia, ci ho provato comunque a scrivergli, vedremo!

P.S.

Ovviamente ognuno è libero di pensarla come vuole in merito alle metodologie, ivi comprese quelle di cura di cui parlo nell’esempio, ma non ha il diritto, nemmeno se è un operatore o il sistema stesso, di obbligare e limitare gli altri a seguire quelle metodiche da lui considerate valide, a tacerne l’esistenza e celarne la consistenza: il sistema e altri per suo conto non possono arrogarsi il diritto di decidere per  noi, suo compito è quello di metterci a disposizione tutte le metodiche esistenti fornendoci tutte le relative informazioni complete e incondizionate, poi noi e solo noi possiamo e dobbiamo scegliere!

Dialogo col sordo


N.B.

Il racconto che segue non è di pura fantasia ma scaturisce dall’unione e dal mescolamento di alcune discussioni reali che ho avuto occasione di seguire attraverso i social network o i commenti agli articoli sulle riviste on-line o, ancora, in viva voce. Ovviamente le frasi sono leggermente rielaborate, vuoi per eliminare locuzioni scurrili, vuoi per migliorarne la sintassi e la leggibilità, oppure, quando prese dalla forma verbale, per renderle più adatte alla forma scritta.


Brumosa giornata, seduto sotto il mio gazebo osservo l’acqua che cola dai suoi bordi. Un rivolo sta creando una piccola buca nel morbido terreno, riempiendola di acqua. Alcuni merli ci girano attorno nella speranza di vederci galleggiare qualcosa di commestibile, nervosi si muovono avanti e indietro, uno sguardo alla piccola pozzanghera d’acqua, una ruspata alle foglie poco lontane, uno scrollone per liberarsi dall’acqua in eccesso.

Poco lontano due persone (che chiameremo Alfa e Beta) si sono accomodate sotto la veranda del bar. Beta si versa da bere, aggiusta le cuffiette di un lettore MP3 e si mette placidamente ad ascoltare le musiche preferite. Alfa appoggia un portatile sul tavolino, lo accende e digita qualcosa sulla tastiera, dalle sue azioni comprendo che sta effettuando una ricerca. Improvvisamente quest’ultimo smette di operare sul computer, emette alcuni suoni di disapprovazione e una smorfia si stampa sul suo viso. Si allunga verso l’altra persona e la scuote violentemente per richiamarne la sua attenzione: “Ehi, guardi qui, guardi le porcate che fanno sti giudici!”

Strappato bruscamente dai suoi pensieri, Beta, senza togliersi le cuffiette, si sporge verso il tavolino e lancia uno sguardo distratto al monitor del computer leggendo ad alta voce: “Nudisti, caso archiviato: per il giudice non è stato commesso nessun atto osceno”. Un attimo di pausa, rivolge lo sguardo a chi l’ha così maldestramente disturbato e con serio cipiglio gli risponde: “Beh, e che c’è di strano?”

“Ma che dice!” ribatte Alfa, “Non sarà per caso uno di loro?”

“Eh, sì, sono proprio un nudista” afferma tranquillamente Beta.

Alfa: “I nudisti sono dei pervertiti, mi fanno schifo e dovrebbero sparire dalla faccia della terra.”

Beta: “Veda qui, l’articolo si conclude con la richiesta da parte dei nudisti di una differenziazione tra chi si limita a stare nudo e chi compie atti osceni in luogo pubblico.”

Alfa: “Ma le pare logica questa cosa? Le sembra opportuno che ora a noi savi tocchi di pagare i militi per fare vigilanza ai luoghi di perdizione?”

Beta: “A parte che i nudisti pagano le tasse come tutti gli altri e, pertanto, hanno il diritto di chiedere la protezione delle forze dell’ordine, se certa gente fosse giusto un po’ meno sesso maniaca il problema non si porrebbe proprio.”

Alfa: “La gente normale vuole frequentare le spiagge in santa pace, vuole poterci portare i propri figli o nipoti, non può trovarsi in mezzo a una setta di fanatici con il papagno di fuori.”

Beta: “Guardi che tra i nudisti ci sono molte famiglie, i bambini sono gli ultimi ad aver problemi con il nudo, anzi.”

Alfa: “Spesso trattasi di persone avanti con gli anni, tra i quali si annida una percentuale non quantificata di guardoni, esibizionisti o di gente che lascia dietro di sé una sporcizia notevole.”

img_0835.jpgBeta: “A dire il vero i guardoni se ne stanno ben vestiti e nascosti e, insieme agli esibizionisti, circolano anche nelle spiagge tessili. Per quanto riguarda la sporcizia le faccio notare che nelle spiagge e nei luoghi nudisti non ne troverà affatto, anzi noi ci portiamo via anche la rumenta dei non nudisti.”

Alfa: “Beta, lei mi porta esperienze personali del tutto interessate, io invece le posso far vedere tutte le ordinanze di quei comuni che non ne possono più di gente come voi. Le hanno fatte solo per i nudisti e per gli zingari. Questi sono i fatti.”

Beta: “Comodo liquidare l’altrui opinione come interessata, non lo è anche la sua?”

Alfa: “Non volendo, per ovvi motivi, frequentare quegli ambienti, mi baso su quello che leggo e che sento.”

Beta: “E cosa legge? Quante sono le sue fonti?”

Alfa: “Le ordinanze sono fatti molto concreti.”

Beta: “Le ordinanze sono sì concrete, ma intanto arrivano si è no alla decina e poi non dimostrano assolutamente la malignità del nudismo e dei nudisti. Se andiamo a fondo dei fatti possiamo scoprire che sono state determinate quasi tutte da scene di prostituzione e di esibizionismo, due cose che nell’ambito nudista non sono tollerate. Prostitute ed esibizionisti non sono interessati a stare nudi costantemente per cui diventa difficile beccarli e allora, inopinatamente, si proibisce il nudo. Per altro ci sono amministrazioni locali e regionali che hanno approvato il nudismo.”

Alfa: “Forse i sindaci di paesi morti sotto il punto di vista turistico per fare cassa e per disperazione punteranno ad aprire ai nudisti, ma poi dovranno accorgersi di aver fatto una cavolata immane, di aver fatto scappare i turisti sani.”

Beta: “Sicuro?”

Alfa: “Non dico che i nudisti siano tutti depravati cronici, non mi permetterei mai, dico solo che sia una mania determinata da problemi interiori irrisolti. Il nudismo non può diventare la normalità, nemmeno in una società che ormai fa sposare gli uomini con gli uomini, che permette le adozioni gay, che dà la cittadinanza, le case e il diritto di voto agli extracomunitari. I nostri figli o nipoti un giorno ci chiederanno: ma come avete fatto?”

Beta: “Invero da lei ho solo sentito affermare, senza nessun distinguo, la depravazione dei nudisti, comunque è assolutamente libero di avere le sue idee, nel contempo, però, non può imporle agli altri.”

Alfa: “Mi scusi neh, lei e i suoi sporchi amici accampate solo inaccettabili idee preconfezionate, io invece mi permetto di dissentire portando delle motivazioni reali. Non ha speranze. Resti pure in questo pantano… il mondo sta provando a migliorare nonostante posizioni come la sua.”

A questo punto una ragazza che era rimasta all’interno del bar si affaccia all’uscio e, rivolta ad Alfa: “Non ti ho mai sentito parlare così tanto.”

Alfa: “Sto cercando di salvare il mondo delle brutte abitudini che ha preso, forse tu poi mi puoi capire: ti immagini se la spiaggia fosse invasa da questa gente? Avremmo fatto prima a chiudere.”

Beta: “Non c’è peggior sordo… e qui chiudo.”

Alfa: “Si fa presto a fare così quando non si hanno argomenti da portare.”

Beta: “È certo che sia mancanza di argomenti?”

Alfa: “Qualsiasi cosa sia è un problema suo. Le persone savie si criticano su tutto, io non ho mai rifiutato nessuna critica, anche quando la trovavo ingiusta.”

Non invido coloro che vivono di sole certezze perché si perdono la possibilità di conoscere, imparare e crescere.

Emanuele Cinelli

Reclami


Reclamo la libertà di stracciarmi le vesti di fronte alle infamie, alle assurdità, alle bestemmie che per millenni ci hanno negato l’accesso ad una dimensione di sincerità con noi stessi, ad una verità ovvia e reale che non si regge su logiche, dogmi o sillogismi, ad un rapporto col nostro corpo “sociale”( = che si mostra e agisce in società) paludato delle plumbee, cupe vesti del conformismo, del perbenismo, dell’oscurantismo.

Reclamo la spigliatezza, la “spogliatezza” da ogni cappa ideologica che mi rafferma il corpo nella prigione vestimentale, convinto come sono che tutto quanto mi succede nel corpo, dall’epidermide ai fluidi più segreti, si trasforma in coscienza di sé, in conferma ed assesto della nostra identità, in àncora della nostra naturale (!) esistenza. E non vorrei mai confinare e pudicamente nascondere la dimensione “spirituale” entro schemi razionalistici, retorici, classificatorii, categorizzanti, consolatorii, assiomatizzanti. Come se l’unica esistenza possibile fosse quella convenzionale, quella che si è venuta storicamente affermando, quella ufficialmente, razionalmente, scientificamente, pubblicamente riconosciuta (e spontaneamente, irriflessivamente condivisa, o imposta col ricatto, l’onere e l’inevitabilità di far parte di una società). In quest’ambito siam tutti filosofi, abbiam tutti la nostra santa opinione, inviolabile, come attributo intrinseco della persona, dell’essere uomini.

Ma io non voglio più esser vestito da pagliaccio o Pierrot, ma solo della luce che il sole mi dona, della pelle abbronzata che testimonia di una vita sana all’aperto, di un modo di vita attivo, dinamico, arioso, perché così arieggio anche la mente. Non ho in mente eterei sofismi, mistiche ebbrezze, estatiche contemplazioni, ma il viver quotidiano e oggettivo, palpabile, com’è concreto, vivo e vitale il corpo in cui vivo e che mi delimita nella giusta, naturale misura.

Le vesti mi misurano violentemente, mi limitano la percezione della mia integrità naturale, imponendomene una fittizia e uguale per tutti. Cui prodest? O me lo si spiega bene e mi convincete, o faccio di testa mia, da pecora nera, secondo Natura (che pare ne sappia più di tutta la scienza e esperienza, più di ogni pratica e grammatica).

Perché infatti – come si diceva poc’anzi – “una volta provato non ne puoi più farne a meno”? Perché ci si vorrebbe tutti liberi da questa mascherata, da questa “castità-modestia-castigatezza-costumatezza” di facciata che ci portiam sin dall’asilo? Quando l’ho scelta? quando l’ho chiesta? come mai ci son dentro? come mai è ormai questo il costume di tutti?

Non siam tutti uguali. Reclamo la completa libertà di accesso al nostro corpo, la tranquilla accettazione della sua apparenza in pubblico, legittimato dalle leggi non scritte della Natura, ma che ciascuno ha inscritte in ciò che lo fa creatura.

Reclamo di essere fiore baciato dal sole, bottinato da api operose, franco e leggero come mai non son stato.

Parliamo della Dacia Sandero


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C’è chi, cambiando continuamente autovettura, si trova agevolato all’acquisto di una nuova automobile. C’è chi, invece, come il sottoscritto, l’auto la cambia proprio quando non ne può più fare a meno e, a ogni nuovo acquisto, subisce l’effetto di varie preoccupazioni: quale sarà l’auto più giusta, avrà quello che mi serve, capiterò per caso nel classico prodotto sfigato e via dicendo. Dubbi che diventano anche più pressanti quanto la vettura attualmente posseduta ha sempre funzionato alla grande e ancora funziona egregiamente, ha il solo difetto di avere ormai fatto tantissima strada (per la precisione oltre i trecentomila chilometri) e di necessitare ogni anno di tutta una serie di piccoli interventi di manutenzione che producono una spesa non più accettabile. Ecco che allora uno si decide che forse è il momento di cambiarla.

Bene, anzi, male: partono le paturnie e inizia l’accorata ricerca della nuova vettura.

Caso vuole che non potendo investire grosse cifre le scelte si restringano alquanto e, giunta l’ennesima necessità di manutenzione per una spesa quasi pari a quella dell’eventuale anticipo della nuova vettura, visto per caso in strada e piaciuto assai il nuovo modello di quella che risultava essere la più papabile, definito che tra le concorrenti è quella che dispone del bagagliaio più capiente (caratteristica per me fondamentale), sentito i positivi pareri di alcuni amici che già ce l’hanno, scatta la decisione e in due giorni l’acquisto è formulato. Due mesi di trepida attesa ma poi eccola qui, bella, fiammante, con quell’odore di nuovo che si percepisce da lontano.

In un mese e mezzo già sono superati i tremila chilometri e il giudizio si è fatto netto: scelta azzeccata! Certo non è l’auto sportiva a cui ero abituato, non è l’auto sportiva che avrei desiderato, ma per tanti altri aspetti non mi fa rimpiangere la vecchia per cui… bella così e andiamo avanti.

Attesi altri tre mesi e superati i novemila chilometri, usando la vettura in tanti situazioni e condizioni diverse, dalla città all’autostrada, dal sole alla pioggia battente, dal caldo al freddo, dall’auto scarica all’auto molto carica (sia in peso che in volume che in ambedue le cose contemporaneamente), di giorno come di notte, su strade di pianura e su strade di montagna, in salita e in discesa, ecco raccolti altri spunti e fatte tutte le necessarie considerazioni, ora posso produrre il mio personalissimo test drive.

Non sono un pilota professionista, comunque sono uno che di chilometri sulle spalle ne ha parecchi: guido da 40 anni, l’ho fatto anche per lavoro, mi è sempre piaciuto guidare, avrei voluto fare il pilota di rally. Insomma, pur senza pretese, credo che le mie valutazioni possano ritenersi attendibili, d’altra parte non scenderò nel merito di considerazioni strettamente motoristiche o in altro modo tecniche, saranno osservazioni relative a quanto una qualsiasi persona può rilevare. Unico appunto che mi si può fare e che mi faccio anticipandolo io stesso: magari qualcuno dei problemini segnalati è più legato alla mia singola vettura che alla produzione in generale di quest’auto ma… intanto ritengo assai difficile che dei difetti possano esistere su un’unica singola vettura e, comunque, sono poi pur sempre indice di un qualche debolezza nel processo di controllo.

Dati specifici

Trattandosi di un test drive è necessari innanzitutto chiarire, al di là della marca e del modello già precisati nel titolo, di quale vettura si stia parlando.

Ritenendo che, se veramente si volesse diffondere l’idea del risparmio e dell’ecologia, le auto a GPL dovrebbero andare solo a GPL, l’auto è stata usata quasi esclusivamente con alimentazione a GPL e pertanto il test è riferito a tale carburante.

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Dacia Sandero Laureate 1200 75CV, alimentata a benzina e GPL (impianto originale preinstallato in casa madre), acquistata a gennaio 2014 e consegnata a fine marzo 2014 (quindi ultimo modello attualmente prodotto), 5 porte, cambio manuale, corredata di fendinebbia (di serie), luci diurne (sempre di serie su questo allestimento), chiusura elettrica centralizzata con telecomando (anch’essa di serie), regolazione elettrica specchietti retrovisori esterni (di serie), allarme volumetrico (aggiunto all’acquisto essendo un optional, comunque montato in concessionaria ancora prima del mio ritiro dell’auto nuova), paraspruzzi anteriori e posteriori (optional fatto aggiungere all’atto dell’acquisto), deflettori anti turbolenza sui finestrini anteriori (anche questi un optional che ho scelto fin da subito), autoradio classica con Bluetooth integrato per il cellulare (di serie), comandi al volante per volume radio e per rispondere a una chiamata in arrivo o annullarla (di serie). Mancano, invece, il climatizzatore (era previsto ma non l’ho voluto) e il navigatore (optional che non ho scelto).

Test Drive

Partiamo da quelli che, a mio parere, sono i punti di forza di questa vettura…

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  •  Il motore è poco rumoroso.
  • Ottima la tenuta di strada; ho provato a spingerla per testare l’ESC e l’ASR ma, dovendo rispettare comunque il codice della strada, non mi è risuscito di farli intervenire.
  • Si guida piacevolmente.
  • Rodaggio limitato (3000km).
  • Dopo il rodaggio ha un comportamento abbastanza dinamico e sportivo, ovviamente nei limiti di una vettura che non nasce per essere sportiva.
  • Volante di dimensioni contenute, con tre razze non eccessivamente voluminose ma che danno una buona rigidità allo stesso.
  • Sterzo preciso e leggero, con un ottimo rapporto tra rotazione del volante e diametro della sterzata.
  • Frenata efficiente eppure molto morbida anche nelle inchiodate.
  • Cambio molto preciso.
  • La strumentazione è ben visibile.
  • Presenza del contagiri.
  • Comandi ottimamente accessibili, quasi tutti sulle tre leve al volante.
  • All’accensione vettura commutazione automatica da benzina a GPL.
  • Commutazione benzina/GPL e GPL/benzina molto semplice e immediata.
  • La visibilità, sia essa anteriore che posteriore che laterale, è ottima.
  • Frantumazione del getto lavavetri anteriore.
  • Lavavetri posteriore a caduta.
  • Sedili confortevoli.
  • Regolazione in altezza del sedile conducente.
  • Comoda la seduta per il passeggero posteriore centrale.
  • Doppio airbag posti anteriori.
  • Regolazione in verticale delle cinture di sicurezza anteriori.
  • Alloggiamento per fissare la cintura di sicurezza posteriore centrale quando inutilizzata.
  • Cintura di sicurezza posteriore centrale con sistema di avvolgimento automatico quando inutilizzata.
  • Aeratori laterali e centrali di facile utilizzo e finemente regolabili.
  • Comoda regolazione dell’inclinazione dei fari anteriori.
  • Ampi specchietti retrovisori esterni.
  • Sistema automatico e manuale per il bloccaggio delle portiere anche senza telecomando.
  • Spazio interno trasversale decisamente abbondante, sia anteriormente che posteriormente.
  • Spazio interno longitudinale ottimo per i posti anteriori.
  • Rivestimenti interni eleganti e (apparentemente) molto robusti.
  • Vani portaoggetti anche sulle portiere posteriori.
  • Vani portaoggetti sulle portiere di ampia dimensione: ci sta comodamente una bottiglia di acqua da un litro e mezzo.
  • Alloggiamento per libretto e penna nel vano portadocumenti sotto plancia.
  • Bagagliaio enorme, per quello che ho potuto rilevare il più elevato per questa classe d’auto.
  • Bagagliaio con profilo interno lineare e regolare (che corrisponde a un’elevata facilità di disposizione del carico).
  • Schienale posteriore abbattibile e separato in due parti (1/3 e 2/3 della larghezza seduta posteriore).
  • Sul sedile posteriore è presente un doppio attacco Isofix per i seggiolini porta bimbi.
  • Tunnel centrale di altezza contenuta.
  • Indicatore acustico di mancato spegnimento fari allo spegnimento dell’auto.
  • Il raccordo di riempimento del serbatoio GPL ha l’adattatore incorporato.

Ora le debolezze (non li chiamo difetti dato che, tutto sommato, non li vedo come veri e propri difetti); ovviamente comprendo che dietro ad ogni aspetto possano esserci delle scelte precise determinate da motivazioni economiche o pratiche, infatti non è un elenco critico, sono solo le mie personalissime osservazioni basate sulla mia soggettività…

  • Serbatoio del GPL troppo piccolo: una ventina di litri in più farebbero decisamente comodo.
  • Si rileva, specie nella fase di rodaggio ma anche dopo, una eccessiva tendenza allo spegnimento all’accensione, alla partenza da fermo e, talvolta, anche nel fermarsi.
  • Troppo corte le prime due marce: la seconda va inserita non appena ci si mette in movimento e questo crea situazioni pericolose visto che ci si trova costretti a cambiare proprio mentre si è in mezzo all’incrocio, momento in cui, al contrario, la progressione del mezzo dovrebbe essere fluida e continua.
  • Il display del computer di bordo fornisce una sola indicazione (ora, chilometri effettuati, chilometraggio parziale, temperatura esterna) alla volta.
  • Il sensore della temperatura esterna subisce troppo l’influenza della carrozzerie riscaldata dal sole: all’accessione la temperatura indicata è più alta di quella reale e servono diversi chilometri prima di ottenere un indicazione attendibile.
  • Assenza dell’allarme acustico per eccesso di velocità.
  • I pulsanti al volante per il controllo del cellulare sono poco visibili creando qualche difficoltà fintanto che non si impara per bene la loro posizione e, soprattutto, la loro funzione.
  • Il meccanismo di ritorno automatico della leva frecce troppo vicino all’angolo zero del volante.
  • Il selettore GPL/Benzina ha un posizionamento purtroppo poco funzionale (per guardarlo è necessario abbassare la testa), oserei dire che risulta addirittura pericoloso in quanto per poter controllare le relative segnalazioni bisogna distogliere completamente lo sguardo dalla strada.
  • La commutazione delle spie del livello GPL non è immediata: tipicamente si spegne l’auto con l’indicazione di un livello e alla riaccensione il livello indicato è quello inferiore.
  • Se l’auto si spegne mentre l’alimentazione è a GPL, 9 volte su 10 alla riaccensione l’alimentazione rimane impostata su benzina e non esiste un allarme sonoro che avvisa del fatto.
  • In salita il suggeritore di cambiata, non essendo abbinato a un inclinometro, entra in loop: suggerisce di passare alla marcia superiore, cambiate e subito suggerisce di passare alla marcia inferiore, cambiate e subito suggerisce di tornare alla marcia superiore e così via.
  • Il montante anteriore sinistro (cosa che purtroppo si rileva oggi in diverse autovetture) nell’attuazione di una curva o nell’affrontare un incrocio riesce a nascondere alla vista una persona o addirittura un’auto che si trovino davanti a sinistra del guidatore.
  • Il cappuccio di copertura della vite di regolazione del freno a mano esce di sede dopo pochi utilizzi del freno a mano.
  • Sul regolatore di temperatura i pallini rossi più piccoli (minimo riscaldamento) invero corrispondono a un’emissione di aria fredda.
  • IMG_6777L’aria calda si ottiene velocemente solo mettendo il regolatore al massimo e poi scendendo progressivamente.
  • Con il caldo l’aria fredda esce calda per diversi (troppi) chilometri.
  • L’indicatore di posizione sui tre selettori della climatizzazione è poco visibile di giorno.
  • Manca l’aeratore posteriore.
  • Oltre i centodieci chilometri diventa un po’ troppo rumorosa (sembrerebbe un problema aereodinamico): per sentire la radio è necessario alzare il volume oltre il livello 25, anche fino a 30.
  • Dai novanta chilometri all’ora in su risulta, per via del rumore prodotto dall’aria che entra dal finestrino, molto fastidioso viaggiare coi finestrini aperti.
  • Sedili poco avvolgenti.
  • Mancano gli airbag posti posteriori.
  • All’accensione dei fendinebbia anteriori non si spengono automaticamente gli anabbaglianti (pochi lo sanno e lo fanno, ma gli anabbaglianti lasciati accesi di fatto rendono inutili i fendinebbia).
  • Lo sgancio per la regolazione avanti/indietro del sedile a volte non sgancia perfettamente.
  • Lo spazio interno longitudinale risulta un poco sacrificato per i posti posteriori, in particolare per piedi e ginocchia.
  • Il passeggero posteriore può trovarsi in difficoltà per uscire dalla vettura: i piedi s’incastrano prima nel piede esterno del sedile anteriore, poi nel bordo inferiore della portiera o/e nel montante centrale della vettura.
  • Il passeggero posteriore centrale ha uno spazio per i piedi piuttosto infastidito e limitato dal tunnel centrale.
  • I poggiatesta anteriori sono scomodi per le persone di bassa statura (sotto il metro e sessanta).
  • Le guarnizioni delle portiere non sono incollate e tendono facilmente a sfilarsi, sarebbe quantomeno opportuno fare in modo che il punto di giunzione non si trovi posizionato proprio dove, nel salire e scendere dalla vettura, ci si trova a passare con i piedi.
  • La panca dei sedili posteriori è in pezzo singolo, il che rende possibile l’abbattimento parziale dello schienale con presenza di terzo passeggero solo lasciando la panca al suo posto perdendo così qualche metro cubo di spazio dato che lo schienale resta sensibilmente inclinato verso l’alto, inoltre alla risistemazione della panca risulta difficile riposizionare i moduli di aggancio delle cinture di sicurezza (salvo non ci si faccia aiutare da una seconda persona).
  • Il tappetino sul lato guidatore è troppo corto, ma soprattutto presenta il battitacco mal posizionato: troppo arretrato, così il tacco della scarpa s’incastra nel profilo del battitacco creando pericolosi bloccaggi del piede.
  • I bottoni di aggancio del tappetino sono troppo precisi risultando molto duri e difficilissimi da sganciare con il rischio (come successo a me) di strappare il tappetino stesso, molto sottile e, quindi, delicato.
  • Il vano svuota tasche sul cruscotto andrebbe corredato di un tappetino in silicone o in gomma ruvida (per evitare che gli oggetti in esso deposti si muovano avanti e indietro durante le curve).
  • L’accesso al vano portaoggetti collocato sul tunnel centrale è infastidito dalla leva del freno a mano.
  • Gli agganci del ripiano che copre il bagagliaio sono ricavati direttamente dal corpo stesso del ripiano e risultano molto delicati: uno si è rotto praticamente subito (pur restando operativo).
  • Il pianale del bagagliaio è libero sul lato posteriore (lato apertura) consentendo ad eventuali oggetti di piccole dimensioni di finire sotto lo stesso.
  • La coibentazione termica dell’abitacolo è deboluccia, specie il caldo dell’estate crea un ambiente decisamente poco confortevole: la temperatura sale moltissimo e, per diversi chilometri, si è soggetti a un forte senso di oppressione, oltre che respirare a fatica.
  • Manca l’apertura manuale centralizzata.
  • Nonostante a catalogo sia disponibile un telecomando unico (portiere e allarme), alla consegna della vettura mi sono trovato quello doppio, uno per le portiere e uno per l’allarme, che si rileva decisamente scomodo (anche se ciò permette facilmente di chiudere la vettura senza attivare l’allarme, cosa utile qualora si lasci l’auto parcheggiata per diversi giorni senza poterla vedere o sentire).
  • La segnalazione di attivazione o disattivazione dell’allarme volumetrico è solo visiva (lampeggio degli indicatori di direzione).
  • Il telecomando dell’allarme ha i pulsanti troppo superficiali ed è facile attivarlo (poco grave) o disattivarlo (gravissimo) senza accorgersene, anche perché la segnalazione, come già detto, non è sonora.
  • Alzando il volume della radio ad un certo punto i toni bassi diventano esagerati e predominanti.
  • Il microfono per il vivavoce del telefono trasmette un effetto eco.

Suggerimento

Una modifica ai telecomandi a cui penso da tempo e trovo strano che nessun produttore ancora ci abbia pensato.

Inserire un sistema meccanico o ottico che tenga memoria della chiusura della vettura e dell’attivazione dell’allarme. Spesso tali azioni vengono compiute meccanicamente e, dopo pochi minuti, allontanatisi dalla vettura, viene il dubbio se le si è fatte o meno. Con la modifica indicata, invece di dover tornare indietro quantomeno fino a distanza utile per azionare il telecomando, basterebbe un’occhiata allo stesso.

Valutazione

  • Guida: 9,5
  • Silenziosità: 10 a fermo o bassa velocità, 8 in autostrada (120/130km/h)
  • Confort: 7, gioca al ribasso la cattiva coibentazione termica al caldo, altrimenti sarebbe un 9
  • Estetica: 8,5 certo il gusto personale gioca molto, l’auto è carina ed elegante ma, a mio parere, la linea di base è troppo squadrata
  • Costo: 10, in assoluto l’auto meno cara nel suo settore
  • Rapporto costo qualità: 9, senza incidere sul costo si potrebbero sicuramente curare di più alcuni piccoli dettagli (vedi test drive).
  • Assistenza prevendita: 10 (concessionaria Manelli di Brescia); gentili, disponibili, informazione completa
  • Assistenza post vendita: 9,5 (stessa concessionaria di cui sopra), l’unica pecca rilevata è quella di dover ripetere la descrizione del problema qualora lo stesso non possa essere risolto subito ma si debba ritornare

Collage

Passione nudismo


montagna_nuda2“Lo so che lei ha la passione per il nudismo.”

Chissà quante volte me l’avevano detto e non ci avevo mai dato peso, chissà perché quel giorno, invece, quella frase è risuonata in me a lungo, dandomi una sensazione di stranezza, qualcosa che mi ha indotto a ragionare e pensare. Ragionandoci ho compreso che non era stata la frase in se e per se a suonarmi male, ma piuttosto una sola delle parole in essa contenuta, una parola che ho sentito estranea al mio essere, avulsa al mio stile, insignificante o addirittura inadatta a specificare come io abbia scelto di vivere.

Perché questa mia reazione? Perché questo mio fastidio?

Al momento non sapevo dare una risposta, ma poi ho metabolizzato e capito: direste voi, ad esempio, che alimentarsi è una passione? No di certo, mangiare può essere una passione (e anche una malattia), alimentarsi no, alimentarsi è un’esigenza fisiologica. Analogamente il nudo può essere una passione (e anche una malattia), il nudismo no, il nudismo è un’esigenza fisiologica e uno stile di vita.

Dal vocabolario: “Passione – Sofferenza fisica o spirituale. Momento o motivo della vita affettiva caratterizzato da uno stato di violenta e persistente emozione, specialmente in quanto riconducibile a un ambito erotico-sentimentale in contrasto con le esigenze della razionalità e dell’obiettività. Qualsiasi atteggiamento o comportamento assunto passivamente nell’ambito della vita morale o anche intellettiva. Vivace inclinazione per lo più lodevole o comunque non riprovevole”.

Or dunque, il nudismo…

  1. Mi provoca si sofferenza fisica e spirituale (la sofferenza di dover stare troppo tempo e troppo spesso vestito) questo, però, non è causa diretta del nudismo, ma piuttosto scaturisce dal fatto che il nudismo non è più una condizione sociale di norma e ancora stenta a ritornarci.
  2. Non riguarda la mia vita affettiva, né tantomeno l’ambito erotico-sentimentale ed è tutt’altro che in contrasto con le esigenze di razionalità e obiettività, se non per colpa di una società corrotta nella visione del corpo e della natura.
  3. È senz’ombra di dubbio un atteggiamento e, soprattutto, un comportamento, ma è assunto tutt’altro che passivamente.
  4. Si di inclinazione si può parlare ed è anche lodevole, ma si va ben oltre. Inclinazione è il sentirsi portati verso un atteggiamento e non ne implica l’applicazione materiale, il nudismo, invece, lo si vive quotidianamente sia a livello mentale che pratico.

Il nudismo è totalizzanteÈ ben vero che ci sono nudisti che dichiarano di non sentire l’esigenza di stare nudi, che per loro nudi o vestiti non fa differenza, ma è questo sufficiente motivo per dire che la nudità non sia un’esigenza fisiologica?

No, non lo è e il motivo è semplice: direste che l’alimentazione non è un’esigenza fisiologica visto che ci sono persone che non sentono l’esigenza di mangiare? No! Le persone di cui sopra, per varie e lecite motivazioni, intanto il più delle volte si mettono nude solo poche giornate all’anno e poi o comunque, sono contemporaneamente assoggettate a delle esigenze più forti di quella del nudo, oppure (o congiuntamente) non si sono ancora totalmente liberate dai condizionamenti della società tessile.

La riprova materiale del fatto che il nudismo sia un’esigenza fisiologica, sta in quello che tutti i nudisti affermano: “una volta provato non ne puoi più farne a meno”. Questo avviene non di certo perché ci si crea un condizionamento psicologico alla nudità (infatti basta una sola giornata di nudo per poi percepire l’esigenza del nudo), caso mai accade perché ci si libera dai condizionamenti della società tessile e la pelle recupera la sua fisiologica sensibilità infantile, una sensibilità che è stata alterata e ridotta dall’abitudine di vestirsi. A seguito di tale rieducazione epidermica si riprende a percepire, così come fa l’infante, il fastidio del vestito contro la pelle.

Bisogna poi considerare che essendo i testicoli e le ovaie molto sensibili alle variazioni di temperatura e, nel contempo, necessitando di una temperatura il più costante possibile, la natura ha collocato i nostri sensori del caldo principalmente nei genitali. Ecco che coprire i genitali è proprio un’abitudine anti fisiologica: imbrogliamo i nostri sensori e alteriamo la loro funzione naturale. Il fatto che col freddo ci si debba comunque coprire non sta a significare che lo stare nudi non sia un’esigenza fisiologica, vuol solo dire che in quel momento s’instaura un’altra esigenza fisiologica più rilevante: evitare l’assideramento o, comunque, un eccessivo raffreddamento del corpo.

Il nudista non si mette nudo appena può, bensì si veste quando non può farne a meno.

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Chiacchierando con… Matteo Pedersoli


Dopo un poco di pausa, finalmente ritorno con una delle mie interviste agli atleti e uomini delle acque interne,

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