Divagando – Ode ad Orfeo


(Sapevi forse del mio poetar dal vero?)

Qual mondo svegliasti con le tue odi? Qual parer rivisse nei tuoi leggiadri e sapienti detti? Come per mano portasti in giro eluse parole a fiorir del vento, cosicché possano essere cantate nello spirar leggero della tua anima lontana. Obliasti l’amore rincontrato, l’antico sapore del beffeggiar greve di tal parola. La obliasti saputa. Le concedesti il rinnegato piacer di viver sola e nella leggiadria di un volgar apparire. Tu, Orfeo, tu mi chiedesti mille perché nascosti, e tu sapevi vita, morir e miraculia. Sapevi forse di me qualcosa? Sapevi forse del mio poetar dal vero? Non lo affermasti, di più incitasti lo spirito a ritornar alla natività desueta di chi per lui perì iracondo. Di colui che visse cento volte tal peccato e ne infamò per altre cento con la tua morte.

Io ti urlo Orfeo, ma urlo il tuo peccato non tal nomigna. E tu lo avesti sulla croce della vita che ti finì dodici anni orsono, arrivandoti pedestre, scalza e tardiva come natura maligna. Questa è quella che cantasti in odi tanto sublimi e ricordasti al poetame dell’Untore, quanto potea mancar a loro che privi furono di qualsiasi lode. Inforcasti parole morte, con la vivacità del ripristino vitale. Sodalizzasti e creasti l’antropofaga fedeltà carnale, sconquassando all’infinito modo il tuo citar blasfemo ed il peregrinar fu dolce nel tuo mare. Il mare degli ulivi salmastri, delle ciocche d’aglio e delle ginestre palesi gialle, ove l’andar di mulattiere cocea li sassi al sol. Tu fosti vita nell’infanzia rubata, tu raccogliesti forze ostili in Careneide, ove confessasti in meglio quel che ti credesti. Tu ebbi il coraggio umano d’esser debole con beltà e non fosti che consapevole di tal virtù… “sia il debole uomo quanto meno lo sia umana sapienza”…

Urlo Orfeo, urlo parole stanche come fossero rinnegate e mie. Urlo che di mancanza sono e mi dolea l’altrui sparita vita tanto quanto gioì la mia. E l’inconsapevole incombea altrove, nell’effimero destino di colui che sa e muove. Colui che fu, che è, e che rimarrà l’eterno. Colui che chiese ed ottenne il tuo viso luminoso ad irradiar lassù. Nei confini finiti ove si raccolgono nembi di spirito ed il riviver pare eterno. Vibrerà qualcosa sulla lingua che parea inferma. Brillerà qualcosa che l’apparir rese etereo per sempre. Ma brillerà! Credimi Orfeo, credimi quaggiù ove potea il mio piede più che l’anima che volge altrove. Credimi, mai mentirei. Mi muoia per sempre la maledizione della parola che non ti dissi se non quando ormai fosti, mi muoia per sempre il sorriso schivo che donai alla tua persona e muoian per sempre i fiori che colsi nel tuo giardino, nella vita di quella pagina rimasta.

Simone Belloni Pasquinelli

Informazioni su Emanuele Cinelli

Insegno per passione e per scelta, ho iniziato nello sport e poi l'ho fatto anche nel lavoro. Mi piace scrivere, sia in prosa che in versi, per questo ho creato i miei due blog e collaboro da tempo con riviste elettroniche. Pratico molto lo sport e in particolare quelli che mi permettono di stare a contatto con Madre Natura e, seguendo i suoi insegnamenti, lasciar respirare il mio corpo e il mio spirito.

Pubblicato il 2 settembre 2014, in Prosa con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. bellissimi…..

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