Archivio mensile:febbraio 2015

Stavo solo scherzando!


La città confusaCortile di un palazzo, alcuni ragazzi stanno giocando. Ad un certo punto due di loro iniziano a spintonarsi, uno sbatte contro un muro e allora tira un pugno alla spalla dell’altro, questo risponde a sua volta con un pugno al quale ne seguono altri. Un signore che stava sistemando il giardino che contorna il cortile abbandona il proprio mestiere e si avvicina ai due ragazzi per sedare la rissa. Questi, sostenuti dai loro compagni, rimbrottano, mostrandosi stupiti dell’intervento: “ma noi stavamo solo scherzando!” Peccato che, scherzando, uno dei due alcuni mesi dopo finisca per restare gravemente menomato.

Ingresso di una scuola, un ragazzo con fare minaccioso si fa consegnare la merendina da un compagno. Un professore che ha visto l’accaduto interviene per imporre la restituzione del mal tolto, e la risposta, indignata e presupponente: “eh che palle, stavo solo scherzando!” Peccato che l’anno successivo, così tanto per scherzo, il bulletto venga condannato a diversi anni di galera.

Officina di un’azienda, alcuni giovani apprendisti si avvicinano a un collega, altrettanto giovane, gli calano i pantaloni, appoggiano la pistola dell’aria compressa alle mutande nella zona anale e sparano aria provocando delle gravi ferite alla vittima della loro azione. Ai carabinieri che li interrogano, in questo sostenuti dai loro genitori, rispondono: “non l’abbiamo fatto apposta, era solo uno scherzo!” Peccato che pochi mesi dopo, gli stessi apprendisti, con analogo scherzo, mandino un altro giovane collega all’obitorio.

Una ragazza obesa cammina lungo una spiaggia, un gruppo di ragazzi la osserva e…: “ehilà, cicciona, copriti che è meglio”. Alcune persone nei pressi, sentendo l’accaduto richiamano i ragazzi a un comportamento più rispettoso e la risposta: “che cazzo volete, fatevi gli affari vostri, abbiamo il diritto di scherzare!” Peccato che la ragazza in questione abbia una grave malattia che le altera il ciclo metabolico e le impedisce di mantenersi nel peso forma. Peccato che alcuni di questi ragazzi alcuni anni dopo, sempre scherzando, finiscano col violentare una ragazza perché “è una troia, indossa sempre i leggins, non porta il reggiseno… noi siamo uomini, non possiamo resistere a certe provocazioni e se lo meritava.”

Cogito ergo dubitoFacebook, articolo sull’escursionismo in nudità, qualcuno succintamente commenta “sulla neve lo vedi come ti diventa l’uccello ahahahah”. Colui che ha postato il link all’articolo cortesemente risponde con spiegazioni circostanziate e il primo controbatte: “suvvia non prendiamo tutto seriamente, stavo solo scherzando!” Peccato che pare sia lecito scherzare solo sul nudismo e nessuno si sogni di scherzare su tutte quelle situazioni assurde provocate dallo stare vestiti, ad esempio nessuno scherzi sul come finiscano i genitali dopo ore di essicazione solare costretti in un costume magari anche sintetico, oppure sulle palle raggrinzite dopo ore di piscina con il costume indosso, o ancora sulla proliferazione di batteri provocata dal costume indossato in una sauna, o… o… o. Peccato che il nudismo sia una cosa molto seria sulla quale però molti, troppi, si sentono in diritto di scherzare. Peccato che affermazioni del genere vengano spesso fatte non scherzando ma con convinzione e serietà.

Azione e reazione, ovvero ad ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale e contraria, conosciutissima legge della fisica e della meccanica che vale anche per le relazioni sociali. Peccato che molti oggi non ne tengano conto, che molti siano coloro che mettono se stessi al di sopra gli altri, che danno importanza esclusiva alle proprie intenzioni rendendo nel contempo ininfluente la percezione delle stesse da parte degli altri, che non pensano alle conseguenze di un’azione prima di compierla. Inaccettabile questo, come intollerabile è che ci siano persone, tante, troppe, che, con la scusante dello scherzo o del “non l’ha fatto apposta”, giustificano coloro che compiono azioni prevedibilmente (potenzialmente o materialmente) dannose.

Si può, si deve scherzare, ma nei modi opportuni, nei tempi opportuni, nei contesti che lo consentono, con moderazione, con attenzione all’altrui percezione dello scherzo, nel rispetto degli altri e delle idee altrui, senza mai provocare danni di nessun genere. Non esiste danno, fisico o psichico, materiale o morale, diretto o indiretto, immediato o posticipato che si possa giustificare con la volontà di fare uno scherzo, con il fare scherzoso.

Ben venga lo scherzo, ma… attenzione!

Parasoli


Oltre la siepe che “il guardo esclude” il mondo naturale continua infinito.
Oltre i termini del pudore esiste l’incolto, il selvatico, lo stato brado.
Oltre le Colonne d’Ercole, i cippi d’Alessandro Magno: leoni e dragoni.
La terra dove arriva il tallone varcando il confine è ancora la stessa,
stessa è l’acqua vogando al di là dello stretto. Non ci son doganieri.
Una stanga mentale, spauracchi inventati, minacce pendenti.

Che invece è un luogo presigne[1], sublime, d’infinita espansione dell’essere mio.
Luogo d’esplorazione e meraviglia, di varia, mutevole, infinita consapevolezza.
Una frontiera taglia il mio passo nel mezzo, ma scompare quando sono al di là.
Al di là delle dicotomie, del divide et impera, dei segni di confine.
Quel passo ricompone il mondo in un tutto: il corpo a farmi da mappa.

Mi guardo la pelle indorata di sole, luce e calore fan rivivere il mondo.
Filtra un rosso bagliore da dietro le palpebre: la fonte ci accieca.
Come vivon le piante, gli animali e forse persino le pietre, così senz’altro anche noi.
Rosse come mele le gote, sana come bronzo la pelle, e sotto muscoli ed organi.
Fino a marzo rimane la neve sul lato del vago, dietro la siepe fitta di alloro,
l’erba vi cresce stentata e tardiva, non buttano i bulbi dei gigli, giacinti e nasturzi.

Ogni cosa si prende dalla luce il colore che meglio si addice: vivido, lucente.
Son pallide, malatine quelle costrette a viver nell’ombra, dietro una siepe di cinta,
non son così belle e virenti come l’aiuola assolata nell’arvense rigoglio.
Il sole fa bella ogni cosa e al brutto non ci vien da pensare, tutto è perfetto.
Il sole fa tutto mondo, dissecca le muffe e le melme, rasciuga umori e madori.

Pervio scorre il sangue nei vasi, non rallentato da cinte o stretto da lacci di gomma.
Ci scorre libera nel corpo la vita, dai pori trapassa il tepore, una brezza all’uopo rinfresca.
Nel suo giro molte siepi il sole raggira, persino il lato a tramontana.
Noi ci facciam parasoli.

 

 

[1] Latinismo: “al di là del segno, della misura; eccezionale, straordinario”

 

Divagando – Discorseggiando


(capita ai bambini ricchi di saggia incredulità)

Oggi vorrei essere un albero e non l’albero (che non è la stessa cosa). Vorrei far finta di essere assente nella presenza di una corteccia suprema che scaglia ogni analogia che forma attraverso il fatto di essere, mai come adesso, secolare. Vorrei che il fulmine mi centrasse e sconquassasse tutto quel che sono fuori, mandando le mille schegge nei dintorni del mondo odierno. Eccomi albero a sparpagliarle come parole sul tutto (appena colpito, basta chiedere), come petali a cadere dolcemente profumando, come proiettili ad infilare la propria ogiva qua e là deformandosi a vista o no.

Vorrei essere l’albero dai pochi rami secchi e scricchiolare con o senza intemperie. Mi farei udire per quello che sono, meravigliando sul momento le sue strane fonie (capita ai bambini ricchi di saggia incredulità) ed allo stesso tempo creando le facezie infinite delle proprie possibilità. Insomma parlerei al vento, solleticato d’esso, standomene con il petto proteso in balìa di ciò che mi pare e desiderando di non poter chiedere di meglio. Avrei la mia forma e non darei nell’occhio evitando ogni appartenenza e creando, a poco a poco, i cerchi della mia mappa che, come anelli, diventano cose speciali da infilarsi nelle dita a piacimento, oppure giochi di fumo che appesantiscono l’aria diventando sinistramente e tossico-logicamente parte d’essa. Non so, ecco sarei a piacimento. Il mio, sia chiaro.

Non conoscerei punti di vista ed avrei idea di tutto nella maniera più spiccia, ossia quella delle radici ben salde e conficcate sotto e movibili ovunque. Smuoverei il terreno senza ostacoli e mi nutrirei della pioggia soffrendo solo nella siccità unica alleata. Avrei le braccia sempre protese al cielo cercando un contatto celeste o un richiamo all’infinito che proverebbe il fatto della mia innocenza sulla terra. Ci sono posti al mondo dai quali non c’è via di fuga (ne sanno molto i girasoli) ma io darei l’idea di poterne fare a meno con tutti i fronzoli del mio atteggiamento statico. Sarei uguale a nessuno e simile a tutti. Sarei l’albero in questione (la testa è questione di alberi che dir si voglia o possa!) e tutti farebbero, di quest’ultima, l’unico discorso a vista su tutto quello che mi manca in una stagione o tutto quello che potrei concedere nell’altra. Mi farei i fatti miei ed a proposito di stagioni in corso, darei le parole all’unico Vivaldi che ne fischiettò un’opera intensa. Poi mi fermerei un attimo guardando perplesso altrove e vedendo, nel bailamme, tante cose più statiche di me nonostante le apparenze. Allora riderei e comincerei a scrivere i soliti anelli dandogli forme ancora più rotonde, cercando così di dissimulare qualcosa che non quadra.

P.S. Sen-ti-men-ta-li-tà: senti che sinusoidale!

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