Divagando – Discorseggiando


(capita ai bambini ricchi di saggia incredulità)

Oggi vorrei essere un albero e non l’albero (che non è la stessa cosa). Vorrei far finta di essere assente nella presenza di una corteccia suprema che scaglia ogni analogia che forma attraverso il fatto di essere, mai come adesso, secolare. Vorrei che il fulmine mi centrasse e sconquassasse tutto quel che sono fuori, mandando le mille schegge nei dintorni del mondo odierno. Eccomi albero a sparpagliarle come parole sul tutto (appena colpito, basta chiedere), come petali a cadere dolcemente profumando, come proiettili ad infilare la propria ogiva qua e là deformandosi a vista o no.

Vorrei essere l’albero dai pochi rami secchi e scricchiolare con o senza intemperie. Mi farei udire per quello che sono, meravigliando sul momento le sue strane fonie (capita ai bambini ricchi di saggia incredulità) ed allo stesso tempo creando le facezie infinite delle proprie possibilità. Insomma parlerei al vento, solleticato d’esso, standomene con il petto proteso in balìa di ciò che mi pare e desiderando di non poter chiedere di meglio. Avrei la mia forma e non darei nell’occhio evitando ogni appartenenza e creando, a poco a poco, i cerchi della mia mappa che, come anelli, diventano cose speciali da infilarsi nelle dita a piacimento, oppure giochi di fumo che appesantiscono l’aria diventando sinistramente e tossico-logicamente parte d’essa. Non so, ecco sarei a piacimento. Il mio, sia chiaro.

Non conoscerei punti di vista ed avrei idea di tutto nella maniera più spiccia, ossia quella delle radici ben salde e conficcate sotto e movibili ovunque. Smuoverei il terreno senza ostacoli e mi nutrirei della pioggia soffrendo solo nella siccità unica alleata. Avrei le braccia sempre protese al cielo cercando un contatto celeste o un richiamo all’infinito che proverebbe il fatto della mia innocenza sulla terra. Ci sono posti al mondo dai quali non c’è via di fuga (ne sanno molto i girasoli) ma io darei l’idea di poterne fare a meno con tutti i fronzoli del mio atteggiamento statico. Sarei uguale a nessuno e simile a tutti. Sarei l’albero in questione (la testa è questione di alberi che dir si voglia o possa!) e tutti farebbero, di quest’ultima, l’unico discorso a vista su tutto quello che mi manca in una stagione o tutto quello che potrei concedere nell’altra. Mi farei i fatti miei ed a proposito di stagioni in corso, darei le parole all’unico Vivaldi che ne fischiettò un’opera intensa. Poi mi fermerei un attimo guardando perplesso altrove e vedendo, nel bailamme, tante cose più statiche di me nonostante le apparenze. Allora riderei e comincerei a scrivere i soliti anelli dandogli forme ancora più rotonde, cercando così di dissimulare qualcosa che non quadra.

P.S. Sen-ti-men-ta-li-tà: senti che sinusoidale!

Simone Belloni Pasquinelli

Informazioni su Emanuele Cinelli

Insegno per passione e per scelta, ho iniziato nello sport e poi l'ho fatto anche nel lavoro. Mi piace scrivere, sia in prosa che in versi, per questo ho creato i miei tre blog e collaboro da tempo con riviste elettroniche. Pratico molto lo sport, in particolare quelli che mi permettono di stare a contatto con la natura, seguendo i suoi insegnamenti ho imparato a lasciar respirare il mio corpo e il mio spirito.

Pubblicato il 13 febbraio 2015, in Prosa con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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