Divagando – Ai margini delle cose


(Ah! quanto vorrei tornare lì appresso e scivolarti intorno …)

Oggi ti scrivo sai? E ti scrivo perché un affetto non lo si prova ma lo s’indossa direttamente. Non c’è ragione a prescindere, ma sento tutto un gorgoglio, uno smottamento, un tellurico e tutto quel che frana diventa scrittura. Ti dirò cose meravigliose, ti dirò cose ingorde, ti annuncerò l’arrivo della tempesta e te la scatenerò quando più te l’aspetti. Sei bellissima, specie ai lati. Hai due orecchie perfette, conchiglie dal suono marino e dal sapore salmastro, anfore piene di schiume, tesori, pesciolini e Bernardi che lavorano alacremente su tutti quei bordi perimetrali che, levigati, formano le scodelle della tua fisionomia bordeggiante. Ah quanto vorrei tornare lì appresso e scivolarti intorno, costeggiando lubrico e muscolare, inumidendoti come una salvietta dalla cartilagine su, al soffice lobo giù. Costeggerei con l’avorio, come piace a te, serrando dolcemente qua fino a là, in una presa, in una dolce pressa allo sconquasso, fino alla fiamma che di ciò si alimenterà.

Non è tutto: amo i tuoi talloni, li reputo magici, insonni cuscini da stringere, ai quali appellarsi nelle notti uggiose ed inviolabili, quelle forme così rotondeggianti, un inno alla precisione, alla geometria più sfrenata che avverrà tra noi, un guardarli senza predicare, senza quell’ingordigia che sbrana anche il momento, creando, di un pasto da stuzzicare, un pasto mortale e trangugiatamente invissuto. I tuoi talloni per me, solo per me. Ma ci pensi che dono? Ma ci pensi quanto sia inutile la bocca, la lingua (se non per parlare, anzi, neanche), tutte le cose da dire e ridire negli anni (dette e stra-dette o stradette… che poi portano sempre lì)? Fammeli osservare amore, fa si che i miei occhi non continuino oltre, diciamo verso uno squallido polpaccio. Fa si che te li possa abbronzare con le capinere calde e radiose, impazzite: ora mi carico come batteria ed energizzo su di te.

Amo le tue narici e due sono perfino troppe che non vedo altri pertugi. Cosa vuoi che m’importi dell’interno, lo scoprirò (se dovrò) pian piano. Ora voglio sfiorare quei baratri di maestrale ad uscire, voglio sentirle sul mio collo sboffare di tutto il loro mugolìo, di tutta la loro arieggiante verità connaturata, di tutta l’esplosione d’intimità animale: siamo allo zoo e tu sei fiera, o no? Ma chi è che te le ha donate così … come dire … ecco, non si può dire (e qui, per un attimo eterno, si ritorna al limite che ha al parola).

A te non dirò altro, a te non dirò di più, a te non obbietterò che lo sterno, il tuo inguine, la tua bocca (se non a parole, sopporto solo le tue), a te il disgusto di essere coercitivi al banale. Diciamocelo chiaro una volta per tutte, in modo che sia confutabile rileggendo: amo le tue sopracciglia, le ciglia, le gote, il gomito l’omero, il radio, la palpebra eccetera, ma più di tutto amo quel che scrivo e per questo vengo con questa Mia che sei Tu.

Simone Belloni Pasquinelli

Informazioni su Emanuele Cinelli

Insegno per passione e per scelta, ho iniziato nello sport e poi l'ho fatto anche nel lavoro. Mi piace scrivere, sia in prosa che in versi, per questo ho creato i miei due blog e collaboro da tempo con riviste elettroniche. Pratico molto lo sport e in particolare quelli che mi permettono di stare a contatto con Madre Natura e, seguendo i suoi insegnamenti, lasciar respirare il mio corpo e il mio spirito.

Pubblicato il 7 marzo 2015, in Prosa con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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