Nudo mi sento diverso


Quando ci mettiamo nudi, subito ci sentiamo diversi, quasi con un’altra identità, rispetto alla solita cui siamo abituati da vestiti. Non tanto per il senso di libertà, ma perché ci percepiamo, ci riscopriamo proprio un’altra persona fino ad allora come nascosta, ci sentiamo trasportati quasi in un altro mondo, punto zero di coordinate diverse che tracciano un nostro nuovo profilo.

Vedo la continuità del mio corpo, compatto e perfetto, così com’è fatto, per quello che è. Armonico in tutti i suoi organi: la mia salute, il mio equilibrio mentale. Mens sana…

Lo sguardo non è interrotto dal cambio colore fra la pelle e i bermuda, dal tessuto sintetico del costume da bagno – simboli di quanto noi si sia ancor a tutt’oggi ostaggio di altri, di una civiltà/società che proprio qui, col controllo della nostra intimità (dopo averla costruita come idea, differenziandola qualitativamente da altre parti del corpo e funzioni, attribuendole valori alti e profondi, ritenuti fondanti del relazionarci con gli altri) ci schiera sul palco dove al mercato si vendon gli schiavi, ci mette di noi stessi all’incanto: quanto siam disposti a pagare – sul piano sociale – per essere liberi dagli straccetti che dobbiamo portare, che immediatamente ci identificano come sudditi, inseriti in un sistema ben collaudato, che va bene per la stragrande maggioranza della società – che a questo punto diventa massa amorfa e plebea?

Se accettiam questo mercato, siam bell’e finiti. La natura ci ha fatti liberi, liberi corpi, libere menti. Il sole non fa differenze, batte su tutta la pelle, senza contare i centimetri, senza ombrar certe parti. Questa è la retta misura, dalla natura fissata, e non un nostro uso e costume. Una delle tante leggi non scritte, ma che pure egregiamente funzionano.

Più son consapevole della mia integrità e meno mi fa differenza l’esser nudo o vestito. E una volta recuperatomi quale mi vedo e mi sento, non temo lo sguardo curioso e stupito, l’esame indagatore, inquisitore, accusatore. Vistomi nudo una volta alla luce del sole, conservo di me questo concetto anche quando devo esser vestito. Certo son strambo! Piuttosto nudo rimango, che nulla ci perdo, piuttosto che prendere a prestito pudibondi straccetti per coprir le mie lubriche, volgari vergogne di ilota.

Integro e totale, libero e innocente, perché mamma m’ha fatto così, senza vendere a quarti il mio corpo al quieto viver civile, senza disegnarmi una mappa con zone decenti ed impure, senza peccati e desideri di trasgressione, sfido chiunque a dirmi che non sono nel giusto, nel mio giusto. Che tanto chiunque poi sa che non basta l’abito a coprirmi, a farmi frate con voti professi: appena qualcuno mi vede m’inquadra e sa che sono nudista, che mi sono indifferenti i vestiti; mistero come abbia fatto a superar le vergogne, il rossore spontaneo che a tutti di solito avvampa e tradisce. Perché quell’idea di me che poco a poco mi son costruito, conquistato vedendomi sempre più spesso nudo che sono e sempre rimango, non giudicato, non influenzato, incondizionato dallo sguardo pungente di anonimi altri, mi rimane negli occhi e parla di me: tranquillo, naturale, easy e disinvolto, senza le catene di stoffa che si portano tutti, i segni rossi di elastici che stringono gl’inguini e i fianchi.

Per noi stessi e per il mondo che ci circonda valgono pesi e misure diverse, ma da subito preferiamo quel che ci nasce dall’essere nudi perché più semplici e naturali – e tutto finisce lì, non esiste una rendicontazione sociale al nostro metterci nudi.

O sì? O siamo a tal punto condizionati? E perché non farcene un baffo?

Quella pelle luminosa che ora comincia ad abbronzarsi è nostra, è l’involucro esterno del nostro corpo e di tutto noi stessi. Nulla di più, nulla di meno di quel che noi siamo: corpi ed essenze, percezioni e concetti.

Perfetti così? Senza canoni estetici che cuban le pance rotonde, bilance che pesano il grasso in eccesso, pliche di pelle che ridondano in vita, sessi mosci messi fuori discorso, cicatrici che narran di nostre avventure. Il corpo nudo ci parla, tatuaggio di sé.

In mente ribollon pensieri, alcuni si tacitano, altri si seguono perché ancora immaturi, altri ancora son nuovi, evidenti e convincenti come un’intuizione. Lo sguardo ci percorre la pelle dalle spalle alla pancia, e poi giù sino al sesso, alle gambe. Ed è tutto. Son tutto.

Chi sono? Che mai, libero, trionfante nel sole, mi son sentito così! Se parte della nostra identità è calibrata sulla percezione che altri hanno di noi – o tale presumiamo per vera – allora, scandagliati da come gli altri pensiamo ci vedono, presentando ufficiale rapporto di noi, mettendo in non cale il giudizio (donde e comunque provenga, qual più qual meno ostentato), ci ritorna una foto di noi, pubblica, veritiera, impietosa (e quanto evidenti tutti i nostri difetti!)

Un lavorio della mente incessante valuta e scarta, accoglie e sospende, riflette sugli stessi giudizi, filtra persino i criteri e alla fine lascia perdere tutto di fronte al fatto compiuto, eloquente, evidente che siamo da nudi chi siamo per vero, ad un livello di vero che da soli tra noi, innanzitutto per noi, nel corpo scopriamo. E alla fine non si può giudicare… o lasciar che altri ci puntino il dito.

A noi rimane il senso nuovo che abbiamo di noi. Giudice unico la luce del sole – che non fa differenze (e non fa i nostri stessi distinguo). E come ci vediamo indorati di luce, coccolati dal suo tepore, così imponiamo al pensiero di porsi con la sua scienza da parte, perché non ci stiam riscattando da schiavi al mercato, né noi da noi stessi abbiamo offerto il nostro corpo sub asta al miglior offerente nell’arengo sociale. Siam noi, così come siamo. Punto e stop.

Eppure questo pórci nudi sul palco al mercato c’insegna tanto di noi, e sfidiamo a viso aperto chi ci vede come pòrci nudi nel brago. Corpi dediti al vizio e alla deboscia, in vendita quasi carcame e bestiame. E allora, sarà col vivere nostro e il fare concreto che recuperiam dal nostro profondo una dignità naturale che val più d’ogni lucubrar di sistemi sociali perfetti, di principi morali imposti con astuzia o con dolo, di utopie che chiunque a suo libito si può progettare.

Mi guardo, nudo nel sole, in un giorno dei miei, sul balcone di casa. E mi sento al mio posto. In testa una percezione quadrata di me, del mio corpo sano e vivente, senza ipoteche e pannolini da pesa.

Il traffico che sento per strada mi riporta crudamente al presente. Non odio il volgo profano (dei tessili) ma lasciatemi nudo a pensare, a vedermi chi sono, ad ascoltare pensieri che mi nascon da soli e mi cambian le viste.

Da nudo mi sento diverso, non so chi, non so quanto. Ma quanto più vero, ma quanto più me!

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 8 marzo 2015, in Atteggiamenti sociali, Motivazioni del nudismo con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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