Socializzare la nudità


Ognuno ha un rapporto personale con la nudità (sia con la propria – condivisa o meno – sia con quella di altri). È un fatto privato e di solito non se ne parla.

Da qui alcune riflessioni:

  • Pudore nel linguaggio. Se ci fosse più trasparenza, la nudità sarebbe più accettata, ma viene tenuta segreta, coperta, come se il solo parlarne andasse di pari passo con l’essere o il mostrarsi effettivamente nudi; come se il pudore che si ha socialmente per certe parti del corpo tabuizzasse anche alcune aree semantiche nel discorso, nell’interazione linguistica con altri.

Aprire centri per nudisti, campeggi, spiagge riservate, organizzare crociere esclusive non è la soluzione. È come aver ingrandito la stanza da bagno e ammettervi solo quelli che la pensano come noi, e magari hanno una tessera.

 

  • Socializzare la nudità, a cominciare dalla propria (l’unica che abbiamo il potere, la libertà di gestire), non è permettere di spionarci da buco della serratura (dove allora la porta conserverebbe tutto il suo significato e ragion d’essere), ma togliere qualsiasi bisogno o pulsione a curiosare le intimità (?) degli altri.

Il passo che abbiamo compiuto verso il nudismo ha cambiato man mano la percezione che abbiamo di noi stessi, del nostro corpo, dei rapporti sociali; abbiamo modificato il “fantasma” concettuale che ci profila e mediante il quale ci rapportiamo con la società – ovvero, abbiamo constatato che tale cambiamento è avvenuto spontaneamente.

 

  • Socializzare la nostra privata nudità vuol dire socializzare noi stessi, nella nostra completezza, con le nostre imperfezioni, non temere esami e pagelle di teorici esaminatori.

Il passo successivo è la condivisione con altri, con tutti gli altri, con tutta la società, a cominciare dal nostro ambiente più immediato (familiari, vicini, colleghi…) della nostra nuova identità, la nuova percezione che abbiamo di noi, come corpo e come persone, con la sicurezza provvisoria di tutte le cose che sono in continua evoluzione.
Fra le quattro pareti di casa, chiunque può essere qualunque cosa, o semplicemente una persona come tante, come tutti – e son fatti suoi, e tutto finisce lì. Ma l’esigenza di confrontarci con gli altri emerge prima o poi: perché siamo stufi che la gente pensi di noi quel che non siamo, oppure perché sentiamo l’esigenza di annunciarlo come cosa positiva per tutti, come una conquista da condividere (penso alla spinta che muove artisti, musicisti, letterati, sportivi, politici… e persone normali).

  • Molto spesso sentiamo il bisogno di socializzare il nostro privato (salute, preoccupazioni familiari, situazioni sul lavoro; ma anche soddisfazioni, progetti, traguardi, cose di cui andiam fieri o che ci fanno sentire unici e noi stessi così come siamo).

Socializzare, mostrare apertamente la nostra nudità, una volta convinti della sua fondamentale e connaturata innocenza, della sua incensurabile essenza sotto ogni punto di vista (da quello estetico a quello morale); mostrare quanto per sua natura sia spoglia di pregiudizi, schemi mentali, diffamazioni, falsi pudori, oscurantismi (almeno per noi che l’essere nudi non fa né caldo né freddo) è un passo inevitabile e necessario. Per la nostra crescita come persone, sempre più consapevoli di sé e delle interrelazioni con gli altri. Altrimenti a noi per primi – proprio a noi che non ci crediamo e la vorremmo abolita per tutti – torna utile una qualsiasi foglia di fico da usar come alibi e ne confermiamo valore, efficacia e finalità. Nascondere come fatto privato la nostra nudità (e l’esser nudisti – senza che questo diventi col tempo un’etichetta dietro cui nasconderci ancora una volta) sarebbe come dormire nudi, praticare la nudità fra le pareti domestiche, passare le ferie in un villaggio nudista, mantenendo vivo quell’arcano timore d’esser veduti che tanto ci ha condizionato sino a ieri.

Ma tutto, evidentemente con prudenza e cum grano salis. E senza atteggiarci, senza trombe e vessilli, senza volerci troppo distinguere o ritenerci un gradino più su. Altrimenti noi stessi riproporremmo le stesse distanze che abbiamo superato, le stesse fratture che abbiamo saldato, erigeremmo nuovi muri dentro di noi al posto di quelli che abbiamo demolito; vanificheremmo tutte le buone intenzioni che animano la nostra apertura verso gli altri, la nostra volontà o bisogno di dialogo; annulleremmo il feedback positivo che ci viene dagli altri e che è alla base della nostra identità sociale e del nostro ruolo all’interno della comunità in cui viviamo.

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 27 giugno 2015, in Atteggiamenti sociali con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. Una piccola grande conquista. Socializzare la nudità. Beh voglio raccontare, in maniera estremamente sintetica, dei miei vicini. Non ho mai fatto mistero del mio essere naturista e nudista, senza tuttavia mai ostentare. Ma in questi giorni, complice forse la temperatura elevata, dopo sguardi di timida curiosità, e la mia frequente presenza nudo in casa e sul mio ampio terrazzo, finalmente il mio vicino si è liberato di quel fatidico pezzetto di stoffa!!!! Ancora un po’ imbarazzato, scappa dentro e fuori, suscitandomi autentica simpatia. Ma sono altrettanto autenticamente felice per lui e per questa doppia conquista, la mia e la sua!

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  2. La gente non è pronta. Scommetto che molti ti dicono così, la nudità in taluni fa venire in mente atti lussuriosi, di solito nei soggetti più repressi. In effetti la nostra società è molto chiusa, almeno in apparenza, perchè basta uscire dagli italici confini per accorgersi che forse le cose stanno diversamente.

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