Archivio mensile:luglio 2015

Ancora più liberi


Mi rendo conto che l’incontrarci nudi durante una delle nostre escursioni in montagna non è una cosa di tutti i giorni e chi ci incontra può non rimanerne indifferente. Possiamo prevedere una gamma di reazioni, da favorevoli a sfavorevoli; oppure le più varie risposte emozionali: sorpresa, shock, fastidio, irritazione, molestia, scandalo, perplessità, titubanza, imbarazzo, nervosismo, confusione, disagio, impaccio, timore, provocazione… ma anche curiosità, eccitazione, risveglio, sorriso, leggerezza, desiderio, emulazione, tranquillità, disinvoltura, serenità… Per ora non abbiamo visto reazioni chiaramente ostili o negative come la malcelata indignazione, i silenzi grevi di biasimo inespresso, i rimbrotti fra sé, gli sguardi impacciati, gli scotimenti di capo di severa reprimenda, come di fronte a una monelleria riprovevole: tanto più riprovevole in persone adulte, gesti al limite della tolleranza che le persone di buone maniere non oserebbero mai. Quale che sia la reazione che abbiamo suscitato, ciò dipende più dalla sensibilità e cultura dell’altra persona che da una nostra mirata intenzionalità (siamo escursionisti, e non artisti che si cercano un pubblico, che intenzionalmente voglio suscitare emozioni).

È vero che buone norme del conviver civile sono

  • non recarci fastidio reciproco,
  • non offendere il prossimo,
  • non arrecar danni

Incontrarci sui sentieri si colloca al livello più basso di questa scala, cioè al massimo si tratta di un fastidio tollerabile e temporaneo.

C’entra molto anche la nostra intenzionalità: poiché noi per primi siamo indifferenti allo sguardo degli altri (e l’abbiamo imparato escursione dopo escursione), altrettanto non partiamo dal presupposto che la nostra nudità voglia suscitare di proposito una qualche reazione negli altri, anzi: desideriamo che passi quasi inosservata, una cosa normale, una variante legittima nello stile di vita di ognuno. Possiamo solo immaginare le reazioni negli altri: ma il nostro comportamento non è nulla che possa esser inteso come offesa diretta o danno intenzionale. Essere nudi è una banale questione di vestiario. È una nostra opzione. Fisica innanzitutto, perché riguarda primariamente il benessere del corpo. Non c’entra la morale, l’ideologia, la cultura, l’ “osservanza delle norme minime di convivenza”, non è un gesto di protesta o di destabilizzazione dello status quo: non ha proprio nessuna intenzione, nessuna finalità nei confronti di altri e della società. È solamente un modo per godere di un benessere psicofisico elementare, naturale e alla immediata portata di tutti.

I fastidi causati dagli altri

Gli schiamazzi notturni, il volume di una radio, un motore lasciato acceso, centauri rabbiosi e fracassoni che sfrecciano a tutto gas sono esempi fra i tanti di fastidi quotidiani… sopportabili. Fa parte del vivere insieme sopportarci a vicenda, convinti che non viviamo in un mondo perfetto, ovattato, tutto crinoline e carillons. Più ci sopportiamo, e più viviamo bene insieme: dipende dai nostri “ammortizzatori”. Più accettiamo il modo di vivere (originale e diverso) dei nostri vicini, più ci sentiremo in diritto di fare accettare anche il nostro (altrettanto originale e diverso). Non esiste però una correlazione consequenziale fra le due cose, ma mi piace pensarlo.

Ci sono delle necessità che ci fanno chiudere un occhio (un passaggio a livello, il tosaerba, una gara ciclistica) e fastidi per noi che invece sono divertimenti per altri, come la musica di qualche discoteca che non ci fa chiudere occhio. Certo le persone hanno le proprie esigenze (e anche noi i nostri bisogni) e non sempre il confine fra necessità e divertimento è facilmente individuabile. Se sono un artista posso dipingere nudi a mio piacimento, se sono uno studente dell’artistico posso avere persino un/a modello/a che posa nudo/a in classe (anche se sono minorenne – a fini didattici sono possibili molte eccezioni. Ma le stesse eccezioni sono molto men tollerate nella vita reale). Se sono un fotografo, posso mettere in posa le mie modelle anche in piazza San Marco.

Il Primo emendamento, in nome della libertà di espressione, me ne dà facoltà. Questo in America. Vi immaginate qui in Italia, un nudista che si appella al compito fondamentale della Repubblica per far “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (Costituzione italiana, art. 3)?

Libertà e possibilità/potere

Allora esiste un altro potere che si è magnato l’articolo 3 della nostra Costituzione, “limitando di fatto la libertà” di me come persona, di cittadino, di individuo. Ammettiamo che questo potere sia la consuetudine, il costume, la tradizione condivisi dal 90% degli Italiani. Mi chiedo: che fastidio danno i mancini, le persone rosse di capelli, i grassi, i magri, i belli, i brutti?

Spesso ci vien da pensare a quanto potere, a quanto diritto possono avere gli altri di darmi impunemente fastidio. Un aforisma di Nietzsche (‟Si vuole la libertà finché non si ha ancora la potenza” Frammenti postumi 1887-1888, Milano 1971, p. 150) mi fa riflettere sulla correlazione fra libertà e possibilità, fra libertà e potere. La parola stessa libertà mi rimanda l’immagine di un uccello dalle ali colorate che volteggia nel cielo azzurro, “sopra le nuvole” come cantava Reinhard Mey nel 1974:

Sopra le nuvole la libertà è senza confini
Tutte le paure, le preoccupazioni – si dice –
Sono lasciate giù a terra e da qui
Quel che ci sembrava grande e importante
Diventa all’improvviso piccolo e insignificante.

La parola libertà può far riferimento a un desiderio, a un sogno che avevamo da bambini e sempre rimandato. Rimandato a quando finalmente avremmo avuto la possibilità di realizzarlo. Hegel ha tirato le somme di questa ricerca collettiva di una sempre maggiore liberta, dicendo che “la storia è storia di libertà”. Crescendo impariamo a commisurare i nostri desideri con le nostre possibilità, con le nostre risorse, il passo secondo la gamba; vediamo che gli altri possono, hanno più mezzi, e ci sembra siano perciostesso anche più liberi. Ci può far stridere i denti vedere che altri possono e noi no, solo perché evidentemente godono di privilegi, a riprova che pur vivendo in una società fondamentalmente egualitaria (nelle intenzioni, nei proclami), non siamo tutti uguali. Qualcuno ha più potere di altri, qualcuno è più libero di altri proprio a motivo di questo potere: la bilancia che vediamo nei tribunali alle spalle dei giudici ci appare come un’ingenua velleità. E allora reclamiamo eguaglianza, allora reclamiamo giustizia.

I have a dream quante volte ce lo siamo sentito ripetere! E ce lo siamo ripetuti noi stessi. E quanti sogni siamo riusciti a realizzare pur senza rubar niente a nessuno, senza esser prepotenti, senza passare sul cadavere di altri, semplicemente mettendo in campo le nostre personali risorse ed eventualmente l’aiuto, la cooperazione di chi abbiamo accanto e per buon tratto percorre la nostra medesima strada.

Libertà e normalità.

Normalità è un concetto relativo, una moda statistica. Non mi sento anormale nelle nostre escursioni in montagna. Sarà stravagante, originale, eccezionale, ma non anormale. Toccarsi la punta del naso con la lingua non è da tutti, ma non anormale. Non offensivo, non dannoso. Lo sono di più gli ammiccamenti maliziosi, francamente volgari, fastidiosamente indecenti di tanta pubblicità “creativa”, di tante opere “artistiche”, di romanzi che diventan bestsellers per la sequela di oscenità à la page.

Come posso sentirmi libero se i legislatori (!) pensano – se voglio praticare il nudismo – di mettermi dentro un camping recintato? “Così ti sentirai più protetto” pare sommessamente (mafiosamente) di udire. Come posso sentirmi libero e socialmente accettato se odo il malanimo di un mormorio alle spalle, se vedo indici puntati, il dalli all’untore, se il nudismo fa “notizia” come fosse un numero da circo? Le classi differenziali sono state abolite da tempo…

La nudità è…


La nudità è normale, anormale è il provarne fastidio!

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Nudismo, scelta totalizzante

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Escursionismo, nudismo e… zecche!


Cosa fa un escursionista quando si trova in una zona notoriamente invasa dalle zecche? Niente di particolare, si esamina frequentemente le gambe ed eventualmente anche il resto del corpo.

E se fosse nudo? Fa le stesse identiche cose solo che le può fare con maggiore semplicità e velocità.

Anche questo argomento, come già a suo tempo quello sulle vipere, merita un certo approfondimento.

Ricordo che, prima degli anni novanta, delle zecche ne avevo sentito parlare molto occasionalmente e mai avevo conosciuto qualcuno che, andando in montagna, si preoccupasse della questione, semplicemente il problema era inesistente.

Ad un certo punto sulle riviste di montagna sono apparsi i primi allarmi: articoli che parlavano di questi animaletti e di pericoli che ne derivavano. Cosa è successo? È successo che, vai a saperlo per quale motivo, a quel punto le zecche erano aumentate considerevolmente di numero infestando ampiamente vari e vasti areali di montagna, di più, in alcune zone risultavano portatrici di pericolose (per l’essere umano) malattie quali il Morbo di Lyme e la Tbe.

Da quel momento in avanti anche gli alpinisti hanno iniziato a preoccuparsi della questione e molti gli articoli che ancora oggi si ripetono su siti e blog ad ogni primavera. Alcuni di questi articoli sono superficiali ed eccessivamente allarmistici, altri sono fatti meglio, altri ancora sono ottimi e trattano ogni aspetto della questione; in tutti si riportano suggerimenti sul come proteggersi e, come al solito, tutti esaminano la tematica in modo condizionato, anche perché molti sono solo un bel copia e incolla di altri:

  1. Non camminare nell’erba alta
  2. Vestirsi con indumenti molto chiari
  3. Coprirsi completamente

Vogliamo andare un poco più oltre? Vogliamo esaminare a fondo questi suggerimenti e chiederci se siano realmente efficienti? C’è forse qualcosa di più e di meglio che possiamo fare?

Non camminare nell’erba alta

Simpatico consiglio, prego tutti i comuni di falciare regolarmente l’erba lungo i sentieri! I sentieri di montagna possono si essere delle larghe e frequentate autostrade pedonali sulle quali la presenza dell’erba è assodatamente pari a zero (ammesso che ci si cammini proprio nel mezzo, che hai lati l’erba c’è sempre e comunque), possono però anche essere delle più o meno flebili tracce nell’erba, anzi direi che il più delle volte sono così. Tra l’altro le zecche le troviamo anche sugli arbusti.

Vestirsi con indumenti molto chiari

Un abbigliamento chiaro permette di vedere subito la zecca (che ha un colore nero) che eventualmente vi si deposita sopra. Allora tutto semplice? Non direi: se vado in una zona prima devo informarmi sull’eventuale presenza di zecche (e per ragioni turistiche raramente tale informazione è facilmente reperibile) e in caso affermativo devo andarmi a comprare un apposito abbigliamento da montagna; piccolo grande problema, l’abbigliamento da montagna è solitamente di colore scuro e se devio su capi da corsa in montagna, dove è più facile trovare qualcosa di chiaro, vengo a mancare alla regola del coprirsi il più estesamente possibile. Vado da un sarto e mi faccio cucire abbigliamento su misura? Certo è fattibile, altrettanto certamente nessuno lo fa. Mi creo una leggerissima tuta bianca da infilare sopra i vestiti? Anche questo è fattibile, altrettanto certamente è scomodo. Insomma la vedo dura a meno che… cosa c’è di chiaro che tutti abbiamo a disposizione senza costi aggiuntivi? Semplice la nostra pelle! Beh, magari per alcuni non è propriamente chiara, ma si sa, per ogni cosa ci sono dei limiti e la loro presenza di certo non invalida la soluzione.

Coprirsi completamente

Beh, le zecche vi si attaccano addosso anche se siete vestiti e una copertura perfettamente sigillante potrebbe solo essere qualcosa di ermetico, tipo scafandro da palombaro, ossia un qualcosa che non esiste e non potrebbe nemmeno esistere. Diciamo allora coprirsi per bene al fine di ridurre il numero di zecche che eventualmente, camminando lungo i vestiti (eh, sì, perché fanno anche questo), possano arrivare alla nostra pelle. Cosa vuol dire coprirsi per bene? Significa indossare maglia a maniche lunghe, pantaloni lunghi, calze alte, ghette da ghiaccio per chiudere al meglio l’accesso alle scarpe e al sotto dei pantaloni. Uhm, la vedo dura camminare per ore, magari con un caldo torrido o comunque in una giornata, così agghindati. Ricordatevi poi che prima di togliere i vestiti li dovete esaminare e spazzolare per bene (da farsi ovviamente prima ancora di entrare in casa, rifugio, bivacco e via dicendo): se c’è qualche zecca questa potrebbe saltare sulla vostra pelle nel momento che li togliete, oppure vagarsene per casa alla ricerca di un animale (e l’uomo, benché alcuni l’abbiano dimentica o vogliano per più o meno oscure ragioni farlo dimenticare, appartiene al regno animale) a cui attaccarsi. Se poi malauguratamente la zecca ha trovato un pertugio (e al novanta percento lo trova) ed è arrivata alla vostra pelle ve ne accorgerete soltanto molte ore dopo, quando la zecca ormai avrà quasi sicuramente già infilato il suo rostro nella vostra epidermide, a quel punto la sua rimozione ne provocherà la morte, inoltre sarà complicata e insicura: se per errore lasciate il rostro nella pelle sono possibili infezioni; se per errore provocate il rigurgito della zecca questo potrebbe essere sangue ormai infetto che entra nel vostro corpo.

Visto quanto sopra, perché inventarsi soluzioni certamente efficaci eppure scomode o addirittura improponibili, poco o nulla efficienti? L’efficacia senza l’efficienza è inutile, eccovi qualcosa di efficace e anche efficiente: la nudità!

Abbiamo già detto che sulla nostra pelle, anche se piuttosto abbronzata, il nero di una zecca è immediatamente visibile, standocene beatamente nudi e controllandoci frequentemente la zecca la vediamo se non proprio nel momento stesso che ci salta addosso quantomeno ancor prima che infili il suo rostro nella nostra pelle, rimuoverla sarà molto facile e molto sicuro, in più lascerà salva la vita della zecca.

Concludo con altre utili informazioni sulla zecca, vi renderete conto che l’allarmismo è immotivato ed è anche facile ridurre di molto il rischio di incontrarle.

  • Le zecche non sono presenti nell’intero areale montano.
  • Le zecche infette sono presenti solo in limitate zone dell’Italia.
  • Le zecche in genere le si trovano in ambienti umidi e ombreggiati.
  • Le zecche le troviamo solo nella fascia altimetrica che va dal livello del mare ai 1500 metri.
  • La trasmigrazione dall’erba all’uomo in genere avviene solo in due precisi momenti dell’anno:
    • da inizio aprile a metà giugno quando le ninfe appena nate devono alimentarsi adeguatamente per avviare le loro maturazione;
    • da fine settembre a fine ottobre quando le zecche femmina ormai adulte devono pensare alla riproduzione.
  • Ci sono 24 ore di tempo, calcolate dal momento del morso e non della trasmigrazione, per rimuovere la zecca e restare sufficientemente tranquilli anche se la stessa fosse infetta.
  • Le zecche non sono esseri immondi, trovarsele addosso può essere fastidioso ma non deve dare luogo a reazioni inusitate.

Clicca qui per dettagli tecnici sulla zecca e sul come rimuoverla, è una pagina specifica sicuramente precisa, anche se pure lei condizionata a considerare solo il vestirsi come arma di prevenzione e abbiamo visto che non lo è, anzi, per quanto possa sembrare paradossale è più preventivo lo stare nudi che il vestirsi estesamente.

Ancora una volta possiamo sicuramente affermare che…

Vestiti è bello, nudi è meglio!

Nudità e libertà


La libertà di essere, di vivere e di mostrarsi nudi è insita nel concetto stesso di nudità, talmente la nudità è condizionata, regolata, fatto eccezionale nella nostra cultura.

Liberarsi dai vestiti – e farlo come consapevole, totale atto di libertà – aiuta l’individuo a pensarsi più libero. E aiuta la libertà a espandersi un poco in campi interdetti. La nudità è bandita dal viver sociale: per contro, finché non avremo raggiunto anche questa libertà (e la responsabilità di autogestircela, secondo modalità che non ledano nessuno), non potremo neppure dire completamente libera la nostra società.

Leggi degli uomini

Sulla visione pubblica del corpo nudo vigono tabù che, seppur non sanciti da leggi scritte, hanno tuttavia un loro vigore, trovano il consenso dei più, e affondan radici in una lunga tradizione. Fino a ieri – tanto da ricordarcelo pure noi – si bacchettavano i mancini; salutando ci si toglieva il cappello… Comunemente si pensa che la legge abbia accolto il sentire comune (il “buon senso”), l’aspettativa generale, ma non sempre è così. L’iter di una legge fino alla sua approvazione è un percorso in cui si confrontano mentalità spesso antagoniste, interessi di parte, rappresentazioni futuribili e dati reali. La sua approvazione è una composizione tra forze (ideologie, motivazioni, esigenze, necessità, esperienze…) e non sempre riesce a regolare la materia in modo equo, “sopra le parti”. Ad esempio, sembra che spetti al singolo proteggere “il pubblico” dalla visione della propria nudità, così da non poter essere veduto in bagno, o mentre prende il sole nel proprio giardino. La presupposizione che passa è che la nudità offenda la sensibilità altrui, che dalla visione del corpo nudo il pubblico possa riceverne un danno oggettivo.

Passa anche un altro messaggio: “se c’è un divieto, un motivo ci sarà”. Questo motivo è più spesso dato per scontato, sottinteso, generalmente accettato e condiviso, ma nessuno l’ha mai spiegato a chiare lettere, e i tentativi di spiegazione si perdono nelle nebulosità irraggiungibili della scala di Giacobbe. In questa messinscena retorica, se uno s’impunta a voler capire, ad esigere una spiegazione razionale, si mette dalla parte dell’ingenuo, di chi vuol saper troppo: si è già delegittimato da sé (“i bambini ben educati certe domande nemmeno le fanno!”). «Vuolsi così colà dove si puote | ciò che si vuole, e più non dimandare».

Allora m’impunto!

Perché a furia di pregiudizi, preconcetti, cose assodate, giudizi preventivi, zone di sicurezza, atteggiamenti prudenziali, timori vaghi di sovvertimenti sociali, catastrofi, rivoluzioni, sgretolamenti ci vien costruito attorno, a mo’ di corazza, un assetto che deforma, disvia, distorce l’ordine semplice e franco che vige in natura, che ha leggi più eterne del marmo, aere perennius “più perenni del bronzo”.

Leggi della natura

Non so se la mia libertà come persona mi viene dalla natura o dal pensiero-ideologia-cultura vigente nella mia società. La natura “ragiona” con mente diversa, non per concetti che in quadrano a un modo il vero reale. Non so quanto affidamento dare allo slogan «la natura non sbaglia», perché la natura non è usa a porsi domande su tutto, a giudicare in base a valori, a una morale, a un uso. È ben strano che un costume, un uso (in latino mos, moris) sia stato promosso a ethos, a “morale”, cioè a una legge di coscienza (se non è invenzione anche questa).

Ho però un dato: che nella natura mi sento me stesso, non imbrigliato da leggi o costumi, dalle regole che reggono la convivenza sociale. E questa mia “libertà naturale” non c’è legge o consuetudine che me la possa negare, nemmeno il “consenso dei molti”: e che? Siamo uomini o siam pecorume?

Allora mi chiedo: dove si colloca la mia libertà personale, in che cosa consiste, come si esplica?

Una libertà naturale

Il mio sguardo passa come un coltello a tagliare nella carta parole che per il fatto d’esser d’inchiostro non posson pretender di valere di più di quanto m’è inscritto nei geni, come ologramma in ogni mia cellula. Non so se è “libertà” per il fatto stesso che è oltre un limite, od oltre un potere, oltre paletti ben piantati. Qui cessano sensi e valori, concetti e parole surclassati da un “essere” che non può venir definito, da una “natura” che nessuna scienza potrà mai inquadrare. Ma è di questa vita che voglio godere, e voglio che anche il mio corpo ne goda, nudo di ogni vestito, bombicino o concettuale che sia: di carne, di ossa, di sangue. Non abbiam nulla da insegnare a madre natura… o, presumidos, siam convinti invece che sì?

Difendersi dal caldo: evidenza oggettiva!


Moglie al lavoro, a casa da solo, che faccio? Passo il pomeriggio ancora al computer? Noooooo! MI addormento davanti al televisore? Noooo! Le foglie già raccolta stamattina, l’auto lavata ieri l’altro, i piani formativi di scuola sono pronti devo solo caricarli sul web e ora fa troppo caldo per farlo. Beh, perchè non farsi una camminatina qua attorno? Si ecco l’idea giusta, c’è un sentiero del Budellone, il monte sopra Prevalle, che non ho ancora fatto, andiamo.

Ovviamente, visto il caldo, mi vesto assai leggero (i soli pantaloncini da corsa, quelli del tipo più piccolo) e parto. Per arrivare all’inizio del sentiero ci sono venti minuti d’asfalto per le vie del paese, passano veloci e senza problemi, ho già impostato un buon passo. Arrivo al sentiero e inizia la salita: ripida e al sole. Mi aspettavo un poco più di ventilazione invece… niente, una calura infernale.

Dopo una mezz’ora di sentiero sono esausto, la temperatura del corpo è salita e non ho acqua con me per calmarla. Un minuto di pausa in uno dei pochi punti ombreggiati, il sollievo d’uno spiffero d’aria e riprendo il cammino, ma dopo cento metri sono al punto di prima. Che fare? Semplice, tolgo i pantaloncini e resto nudo, tempo trenta secondi e sono rimesso a nuovo, tant’è che se prima stavo meditando di rinunciare alla salita e imboccare la via del ritorno, ora riprendo la direzione della vetta.

C’è poco da fare, nudi è meglio!

Strane incongruenze


Ripensando agli eventi, alle situazioni, ai comportamenti osservati nel corso della mia ormai lunga vita e che l’hanno caratterizzata ho percepito un ché di strano, qualcosa che non quadra, un evoluzione non lineare del tutto, insomma… delle starne, stranissime incongruenze!

Ovviamente faccio esplicito riferimento alla realtà italiana e solo a quella.

Fase 1

altri_dicono_wpQuarantacinque anni addietro il sesso era il diavolo, guai a parlarne in pubblico ma anche in privato c’erano fortissime limitazioni; assolutamente fuori regola il sesso prematrimoniale, anche se i giovani del momento già iniziavano a violare il sistema pur dovendo affrontare mille peripezie per aggirare le limitazioni imposte dai genitori alle uscite serali e al restare soli; inconcepibile e severamente riguardati atteggiamenti quali il bacio sulla bocca in pubblico, il lasciar intravvedere le mutande o il reggiseno, le scollature, le gonne a mezza coscia e via dicendo. Eppure… eppure in spiaggia o in piscina si usava il costume da bagno di tipo sportivo, quello a mutandina per intenderci; molti giovani infilavano nel costume un bel pezzettone di garza o cotone al fine di far risaltare ancor di più il proprio pene; le ragazze rigettavano il costume intero o il bikini di larghe dimensioni per un minuto costume a due pezzi e qualche anno dopo spingevano con successo il topless; le donne proponevano la minigonna; anche fuori dalla spiaggia con il caldo molti uomini giravano a dorso nudo; dall’albergo alla spiaggia ci si andava già in costume; in montagna ci si metteva a dorso nudo (reggiseno per le donne) anche con temperatura più basse per contrastare il riscaldamento provocato dallo sforzo del camminare; i nudisti imponevano alla società la loro presenza senza tante remore e remissioni.

Fase 2

Lo zainoOggi il sesso è normalissima parte della vita sociale di ogni persona, lecito parlarne sia in privato che in pubblico, i media lo trattano spesso a qualsiasi orario del giorno; quasi tutti hanno fatto e fanno sesso prima del matrimonio, spesso con la consapevolezza se non addirittura il consenso e l’appoggio educativo dei genitori; più nessuno si scandalizza se vede un ragazzo e una ragazza che si baciano sulla bocca (esiste limitazione nei casi omosessuali, ma questo è altro discorso che esula dal contesto attuale); analogamente è diventato del tutto normale vedere spuntare dai pantaloni le mutande (o addirittura un bel pezzo dei glutei) e dalle camicette il reggiseno; i vestiti si sono fatti più minuti, leggeri, trasparenti e/o attillati. Eppure… eppure in spiaggia o in piscina i giovani (ma anche meno giovani) uomini usano scomodissimi e insensati bragoni al ginocchio (cinta rigorosamente a mezzo culo, però); molte donne, giovani comprese, tornano verso il bikini di larghe misure o il costume intero, le gonne non proprio mini; il topless, che stava prendendo piede negli anni 80/90, è pressoché svanito (all’estero si è attivata una notevole campagna per la liberazione del capezzolo, in Italia viene non solo ignorata ma addirittura contestata con commenti decisamente maschilisti e anche poco educati); fuori dalla spiaggia di uomini a dorso nudo se ne vedono pochissimi e in genere solo quelli della mia età, quelli che, per l’appunto, a ciò si erano abituati tanto tempo addietro; prolificano le ordinanze che vietano di girare in costume sui lungo mare, lungo lago o per le vie di un paese di mare o di lago; in montagna uomini a dorso nudo o donne in reggiseno sono diventate mosche bianche, tutti con indosso i loro bei capi tecnici che, per quanto leggeri siano, sono pur sempre meno confortevoli e traspiranti della nuda pelle (provato di persona); i nudisti, dopo aver cambiato il loro nome in naturisti per risultare meno evidenti, si autoimpongono limitazioni che vanno ben oltre le limitazioni imposte dalla legge italiana, hanno rinunciato a colonizzare nuove zone, si nascondono, quasi si vergognano di preferire la nudità allo stare vestiti.

Conclusione

Ovviamente non ho messe tutte le evidenze esistenti, credo che gli esempi fatti siano più che esaustivi: perché da un lato si è diventati più liberi, spontanei e naturali, mentre dall’altro ci si è richiusi a riccio annullando di fatto molte delle conquiste relative al corpo fatte dai giovani degli anni 60 e 70? Perché?

Innnncommprensibile!

Liberate il vostro corpo, libererete la vostra mente.

Vestiti è bello, nudi è meglio!

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Giro del Frerone (Breno – BS)


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Isolata cuspide calcarea nel mezzo del batolite magmatico dell’Adamello, il Monte Frerone presenta caratteristiche assai diverse sui suoi tre versanti: l’orientale a ripidi prati che dalla vetta scendono verso la valle di Cadino, il meridionale in parte di ripide pareti rocciose e in parte di uno scuro pendio di frana che sovrasta una ridente valletta erbosa, quello settentrionale che cade a picco con franose bianche pareti sulla val Braone. A dividere i tre versanti le creste: quella ovest breve e franosa di scarso interesse; quella sud est e quella nord est ben più lunghe e interessanti.

IMG_7650La cresta settentrionale, obiettivo di questo itinerario, inizia al Passo del Frerone e, senza particolari difficoltà, sale alla vetta superando ripidissime balze erbose ed esponendo all’ebrezza di qualche tratto a picco sula sottostante Val Braone. Nel suo tratto mediano s’incontrano le stelle alpine ed è possibile incrociare anche la marmotta che, vigile sentinella, ci osserva con cauto interesse dalla sommità di qualche masso di cresta.

IMG_7643Le marmotte sono anche molto presenti al Passo di Val Fredda e nel tratto immediatamente successivo, se salite di primo mattino, quando la zona e silente e solitaria, potreste vederle che vi attraversano la strada o che corrono nei prati al vostro fianco.

Il dislivello e il tempo di percorrenza rientrano nella media di un escursionismo attivo; le difficoltà tecniche, come detto, sono pressoché pari a zero, fatto salvo qualche esposto passaggio lungo la cresta e quattro brevi e facili tratti attrezzati con cordina metallica e pioli in ferro nella discesa dalla vetta verso il Paso di Val Fredda. Faticoso nella sua parte terminale (quella della cresta del Frerone) dove è richiesto anche passo fermo e assenza di vertigini, per il resto si procede su ottimi sentieri ben segnalati. La prima parte del percorso, quella che dalla Bazena ci porta al bivio con il sentiero per il rifugio Gheza, dopo la prima mezz’ora di cammino è pressoché costantemente pianeggiante.

Dati

IMG_7665Punto di partenza: Rifugio Tassara in Bazena – Breno (BS); bel rifugio collocato sulla strada asfaltata che, passando per l’arcinoto Passo di Crocedomini, collega Breno a Bagolino e da qui al Lago d’Idro; facile da individuare, con comodo e ampio piazzale sterrato per il parcheggio delle auto.

Quota di partenza: 1799 metri

Quota massima: 2673 metri

Dislivello: 964 metri

Tempo totale: 6 ore – 1,40 ore dalla Bazena al Passo di Val Fredda, 1,20 ore dal Passo di Val Fredda al Passo del Frerone, 1 ora per la cresta, 40 minuti per ridiscendere al Passo di Val Fredda con il sentiero normale, 1,20 ore per ritornare alla Bazena.

IMG_7666Segnaletica: tutto l’itinerario è ben segnalato con segni in vernice bianco rossi, varie le paline segnaletiche del CAI; da Bazena al bivio con il sentiero per il rifugio Gheza segnavia 1 dell’Alta Via dell’Adamello, che si sovrappone al 18 per il Lago della Vacca; dal bivio al Passo del Frerone segnavia 38; lungo la cresta nessun segnavia numerico; la discesa al Passo di Val Fredda lungo il percorso normale del Frerone è indicata con il segnavia 89a.

Note: partendo di mattina quasi tutto il tratto fino al Passo di Val Fredda risulterà in ombra, la restante parte del percorso è invece esposta al sole e priva di ogni forma di protezione anche solo parziale dallo stesso; escludendo l’abbeveratoio presente in Bazena, lungo il percorso non c’è modo di rifornirsi d’acqua; ovviamente si può usufruire del Rifugio Tassara per procurarsi il beveraggio necessario. La prima parte del percorso si sovrappone a un interessantissimo sentiero botanico costellato di diverse tavole sinottiche (in bianco e nero) sulla flora alpina, purtroppo le stesse non sempre risultano accostate alle essenze che documentano.

Relazione

Come già indicato si parte dal rifugio Tassara in Bazena (Breno – BS) dove un largo piazzale permette un facile e comodo parcheggio per l’autovettura. Sul lato est del piazzale delle targhe segnaletiche indicano la direzione da prendere: una strada sterrata che si dirige verso nord alzandosi con buona pendenza tra i pascoli e le conifere.

Aggirato il primo dosso si perviene a un breve tratto pianeggiante, sulla sinistra un abbeveratoio e una bacheca indicano l’inizio del sentiero botanico, sulla destra la strada si fa cementata e ripidissima. Possiamo prendere sia l’uno che l’altro dei due percorsi, il sentiero botanico sale molto più dolcemente, e si ricongiunge alla strada sopra il secondo dosso, dove la stessa spiana un poco (attenzione, quando il sentiero esce dal bosco ci si trova poco sopra la strada cementata, non seguire la stradina erbosa che, in lieve salita, riporta su detta strada, ma tenere a sinistra per sentierino con gradii in legno che poi diviene stradine erbosa; arrivati sopra il dosso alcune tracce portano brevemente alla strada ed è consigliabile seguirle: il sentiero botanico qui effettua un lungo traverso in mezza salita tenendosi nel bosco sotto e a sinistra della strada). Traversando alti sopra un casinetto, la strada prosegue per un poco a mezzacosta, poi una secca curva a destra immette su una breve ripida salita cementata che possiamo evitare tenendoci alla sua destra per il sentierino erboso del percorso botanico.

IMG_7636Alla fine dello strappo entriamo nell’ampia e verde conca della Val Fredda, davanti a noi ben evidente l’omonima malga, in alto sopra di essa a sinistra il Monte Frerone, a destra il Monte Cadino e fra loro la netta incavatura del Passo di Val Fredda a cui dobbiamo arrivare. Ben visibile lungo tutto il versante destro della conca il segno del sentiero da seguire.

Seguendo la direzione indicata da una grossa freccia bianco rossa disegnata su un masso a terra, prendiamo alla nostra destra il sentiero che con lieve salita porta alla base del Monte Mattoni di cui taglieremo, in discesa, il versante occidentale per arrivare pochi metri sotto il Passo Cadino. Da qui si procede in piano sul fianco occidentale del Monte Cadino, fino ad arrivare al Passo Val Fredda.

IMG_7641Dal passo si scende una cinquantina di metri sul versante opposto per poi procedere in piano tra dossi erbosi popolati da diverse marmotte. Dopo una curva ci troviamo davanti la targa segnaletica del Rifugio Gheza che ci indica di prendere un sentierino a sinistra. Si sale un erto dosso erboso. La salita presto s’attenua e si procede verso nord con poca fatica seguendo l’abbondante segnaletica e i segni di passaggio. Ancora qualche strappo alternato ad altri traversi verso l’ormai ben visibile Cima di Terre Fredde che, però, teniamo a distanza per deviare a sinistra e salire, con ultimo ripido tratto, alla larga e piatta sella del Passo del Frerone. Grandiosa la visuale sulla Val di Braone da un lato e la Valle di Cadino dall’altro, molte le cime ben visibili, prima fra tutte la chiara pala del Pizzo Badile.

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IMG_7657Prendiamo a destra (sud ovest) puntando a dei paletti in legno con segnaletica bianco rossa. Seguendo la cresta del Frerone ci si tiene alla sua sinistra (versante Cadino) lungo uno stretto ma evidente sentiero che ci porta alla sommità del primo dosso di cresta. Si segue per pochissimo la cresta e poi si traversa in piano per erbe tenendosi al di sotto di una piccola frana, oltre la quale si sale direttamente il ripido pendio erboso per riprendere la cresta poco a monte del secondo risalto di cresta. Proseguendo sul filo di cresta, ora costantemente erboso e mai affilatissimo, con discreta esposizione sulla Val di Braone, camminando fra le stelle alpine ci si porta alla base della ripidissima pala erbosa di vetta che risaliamo direttamente seguendo l’evidente solco del sentiero. Al termine della salita un breve tratto pianeggiante ci porta in vetta (segnale per le rilevazioni cartografiche).

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IMG_7670Procedendo in direzione opposta a quella d’arrivo, prendiamo sul filo di cresta un evidente piano sentiero. Ben presto questo inizia ad abbassarsi tagliando a mezza costa una vasta frana di terra e sassi. Giungi dalla parte opposta della frana ci si abbassa brevemente a destra, poi si taglia nuovamente la frana ritornando verso nord, altri due tornanti e siamo alla base della frana, da qui si prosegue verso sud nell’alveo di una conca erbosa che porta sulla pala erbosa dell’alta Val Bona. Qui il sentiero continua evidente e con alcuni tornanti ci riporta alla base del Frerone. Un lungo traverso pianeggiante supera le pareti (qualche breve e facile tratto attrezzato con coordina metallica e qualche piolo di ferro), infine per erbe si raggiunge il sentiero di salita nei pressi del Passo di Val Fredda. Da qui si rientra alle auto seguendo lo stesso percorso fatto in salita.

ON2015: 12 luglio, escursione al Dosso Alto


IMG_3836Avevo qualche titubanza in merito a questo evento: Maniva, Cima Caldoline e anche lo stesso Dosso Alto sono luoghi molto frequentati ed è ancora presto per proporre la nudità anche sui sentieri affollati. D’altra parte ho scelto un itinerario atipico, un percorso che ho individuato e ipotizzato tanti anni addietro, un sentiero di cui nessuno mi ha mai parlato, sebbene ne abbia trovato in Internet una relazione (ma una sola e questo mi lascia comunque un bello spiraglio di fiducia).

Al ritrovo al Gioco del Maniva le facce di alcuni dei miei compagni sono perplesse: in zona ci saranno un migliaio di persone. Perplessità che si rinforza arrivati al Passo del Dosso Alto, dove lasciamo le vetture: molte le auto già presenti in zona e c’è un continuo via vai di persone che, a piedi, arrivano dal Maniva; con una giornata come quella di oggi, cielo sereno e caldo, i sentieri della zona saranno tutti super affollati.

IMG_3841Per imboccare il nostro sentiero dovremmo scendere circa un chilometro lungo la strada asfaltata con certo dispiacere per le piante dei piedi, allora m’invento un traversone sui prati con ripida discesa per un canalino erboso che ci permette di tagliere fuori tutta la strada e il passaggio dalla Malga del Dosso Alto. A poche centinaia di metri dal passo possiamo già spogliarci.

Il sentiero, contrariamente a quanto avevo rilevato da Internet, è senza segnaletica, comunque molto evidente: i tracciati creati dagli alpini per la prima guerra mondiale sono ampi e ben lavorati, il recupero allo stato brado è lento e molto lungo. S’inizia con un comodo traversone a mezza costa che ci porta man mano ad alzarci sulla Valle della Berga che scende ripida sotto di noi in direzione di Bagolino. Qui il gruppo si allunga sensibilmente: siamo in tanti oggi, diciotto persone più un cane, record assoluto per le escursioni di Mondo Nudo.

IMG_7683Parliamo del gruppo, un bel gruppo di persone provenienti da tutta l’alta Italia: tre dal Piemonte, uno dal Veneto, quattro dall’Alto Adige, dieci dalla Lombardia e di questi ultimi quattro arrivano da fuori provincia. Invero doveva esserci anche un amico da Trieste, ma all’ultimo ha dovuto rinunciare per contrarietà familiari: i coniugi sono spesso il freno più forte alla pratica della libertà del corpo, comprensibile che per amor di famiglia una persona preferisca rinunciare piuttosto che litigare, c’è però da chiedersi perché sia quasi sempre chi agogna alla nudità a doverlo fare, c’è da chiedersi perché il coniuge tessile raramente accetti o proponga un compromesso, perché quasi sempre pretenda che sia l’altro a prostrarsi e cedere, e, badate bene, non è questione di uomo o donna che le cose si ripetono identiche sia in una direzione che nell’altra. Matureremo? Vista in senso generale e generico la vedo dura, anzi negli ultimi quindici anni ho notato un forte peggioramento nel rapporto di coppia, una volta c’era sì la gelosia che forse oggi tende a calare, ma una volta c’era anche un senso di reciproco rispetto, di comunione e accordo, di mutua ammissione degli spazi personali, oggi vedo solo possesso, rigido e totalizzante possesso: le cose si fanno solo insieme. Purtroppo lo scotto da pagare è che al primo litigio ci si lascia, anziché affrontare la questione e trovare l’accordo (che poi può benissimo essere nel cedimento dell’uno verso l’altro, mutuo cedimento, una volta l’uno, l’altra volta l’altro) ognuno per la propria strada. Beh, si, tendenzialmente è anche legato all’altra brutta abitudine che ho visto diffondersi a macchia d’olio: la spasmodica ricerca delle scappatoie, di trucchi per aggirare le difficoltà, di strade traverse, irrilevante quanto poco edificanti esse siano, che permettano di evitare d’affrontare i problemi della vita.

IMG_3868Torniamo a noi, torniamo al gruppo. Dicevamo un bel gruppo, numeroso, interregionale, possiamo anche aggiungerci eterogeneo: sei donne e dodici uomini; età dai trenta ai sessant’anni, con una bambina di quattro anni; due vestiti, un topless, quindici nudi. Un gruppo siffatto crea di suo un ambiente protetto, invita a restare liberi anche nell’incontro con altre persone: le odierne forti perplessità iniziali vengono quasi subito attenuate e ben presto annegate.

Bene, eravamo rimasti al lungo traversone iniziale. Ad un certo punto il sentiero quasi svanisce e si biforca, con occhio critico e la relazione in mente è facile comprendere che bisogna seguire il ramo in salita, una salita leggera, tipica delle mulattiere militari, resa però più complesso dal franamento di alcune parti e dalle alte erbe che ricoprono per intero questo tratto. Dopo una decina di tornanti si perviene alla linea di crinale affacciandosi su un ampio e verdissimo pendio, che la traccia, ora più evidente, traversa in piano. Alcune piccole frane complicano sensibilmente il cammino. A metà di questo traversone Franca, una nuova amica arrivata dall’estremo confine italo francese e abituata alle facili camminate della Provenza, si sente troppo affaticata per continuare: si ferma e con lei si fermano Alberto (suo mentore per l’occasione) e Stefano (amico di Alberto e in macchina con loro). Faccio la spola tra il grosso del gruppo, già ben più avanti, e questo gruppetto bloccato, alla fine si decide che loro rientrino alla vettura e gli altri, sebbene profondamente dispiaciuti, proseguano nella loro escursione.

IMG_3885Dopo i tratti franati il sentiero torna a farsi bello ed evidente, passiamo ciò che resta di una postazione di guardia e il pensiero viaggia spontaneo a quei tempi: questa era una terza linea ma il lavoro di allestimento è stato pur sempre duro e talvolta anche pericoloso. Poco dopo si aggira una costola della montagna, poi una piccola valletta, altra costola con muro di confine delle malghe e… un ambiente affascinate appare al nostro sguardo: in basso la piccola malga di Ciumela, tutt’attorno dolci declivi di verde pascolo formanti serie di dossi che come onde nel mare smuovono il terreno, sopra di noi un cielo terso dall’azzurro profondo si contrappone mirabilmente alle mille tonalità di verde del pascolo, un profondo silenzio copre col suo rumoroso mantello l’intero areale, all’orizzonte si distinguono monti noti e altri meno noti o addirittura ignoti, come bambini felicemente proviamo a individuarli e dargli nome: Cima Ora, il forte di Cima Ora, Monte Suello, il Monte Baldo, il Pizzoccolo, Cima Meghè, il Baremone, Monte Telegrafo, il Bruffione, e via dicendo.

IMG_3898Ripreso fiato, con gli occhi pieni di colori e immagini, riprendiamo il cammino oltrepassando la malga. Icontriamo un primo segnavia in vernice, indica di seguire nell’erba una traccia che scende, scende troppo però, per cui decidiamo di abbandonarla e puntare direttamente al crinale che ci sovrasta. Giunti sul crinale ritroviamo l’evidente traccia e una buona segnaletica: si segue più o meno fedelmente il crinale, tratti piani si alternano ad altri di salita, lo sguardo cade a capofitto sulla valle del Caffaro e sull’abitato di Bagolino, ora appare il Cornone del Blumone, in fianco ad esso la Cime del Listino, più lontano il Re di Castello e il Monte Fumo.

Risaliamo un piccolo dosso con alcuni mughi e d’improvviso incontriamo lui, l’emblema della montagna, il fiore forse più conosciuto tra gli escursionisti, lei, la magica, bellissima, evocativa Stella Alpina. Sono anni che non ne vedevo, ora a distanza di pochi giorni le incontro ben due volte: stupendo! Se la prima volta erano poche e striminzite, oggi sono più vigorose, non grandi, che poi veramente grandi le si vedono solo se coltivate, ma robuste e sode, soprattutto oggi sono tante, a decine, forse superano anche il centinaio. Alcune isolate, altre in coppia, altre ancora a formare più o meno ricchi gruppetti, impossibile passare senza fermarsi ad ammirarle, impossibile esimersi dal fotografarle, siamo in forte ritardo sulla tabella di marcia ma che importa, il tempo è stupendo, al buio mancano ancora parecchie ore, godersi la montagna e i suoi piccoli tesori è, a tali condizioni, piacere irrinunciabile.

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L’ultima balza, quella della vetta, appare piuttosto ripida, il sentiero l’affronta con alcuni intelligenti diagonali e, quasi senza accorgersene, ecco che ci si trova sulla cresta sommitale, una sottile traccia in bilico tra i ripidi pendii erbosi del versante orientale e le scoscese rupi di quello occidentale. Sotto di noi il Giogo del Maniva con il suo ampio piazzale e i tre alberghi, distintamente si nota l’intenso affollamento sebbene le voci e i rumori quassù arrivino molto attenuati, appena percettibili. Alzando lo sguardo ecco il Rifugio Bonardi, poi i prati del Dasdana, le Colombine, Il Crestoso, il Muffetto e la montagna dei bresciani, il Monte Guglielmo.

IMG_7687Alla base di quest’ultima salita Mara manifesta evidente l’effetto della fatica e sale molto lentamente con dolori e crampi. Attesa e assistita da Emanuele e Pierangelo procede con calma e frequenti pause, inutilmente i compagni, che non si erano avveduti del problema, li attendono sulla vetta del monte: i pochi metri finali richiedono a Mara e ai suo due “infermieri” una buona mezz’ora. Il gruppo di testa, dopo la rituale foto di vetta, decide così di scendere un poco e trovare un posto riparato al vento che sta battendo la cresta sommitale. Vento amico del cammino, piacevole sollievo in una giornata torrida come quella odierna, al contempo possibile fastidio durante la lunga sosta del pranzo.

Il gruppo finalmente si riunisce, appollaiati su un dosso erboso, costantemente visitati da miriade di piccoli insetti abitanti dei pascoli alpini, consumiamo il nostro meritatissimo seppur frugale pasto. Al termine Vittorio ci intrattiene con l’ormai abituale lettura, oggi ha deciso ci incantarci misurandosi in una prova esemplare: ben ventitré pagine. Ovviamente prova largamente superata!

Si riparte e in breve siamo alle macchine, lungo la discesa l’unico incontro, come sempre tranquillo e cordiale, di oggi con altro escursionista: un giovane infermiere che sta velocissimo (sarà di ritorno al parcheggio ancor prima che noi si riparta) salendo alla vetta.

IMG_3940Una sosta al bar del Maniva per salutarci dinnanzi a una bibita e poi via, ognuno a casa propria. Io con gli occhi e la mente pieni di immagini meravigliose, di momenti incommensurabili, della voglia di ripetersi al più presto, della speranza di rivedere un gruppo tanto numeroso ed eterogeneo, della certezza che potremo presto assaporare senza limiti la gioia del nostro doppio stile di vita: montagna e nudo. Penso di poter affermare che gli stessi sentimenti erano nello spirito dei miei compagni di giornata: Vittorio, Marco, Francesca, Luise, Angelo, Alberto, Franca, Alessandro, Mara, Pierangelo, Riccardo, Aurora, Stefan, Attilio, Paola, Stefano, Riccardo. Grazie a tutti voi amici carissimi, grazie alla montagna, grazie agli altri amanti dell’alpe, grazie a coloro che vorranno prossimamente unirsi a noi, vestiti o nudi che siano. Grazie!


12 luglio 2015, Dosso Alto, Collio Val Trompia (BS), sesta escursione di questa stagione nell’ambito del programma “Orgogliosamente Nudi”. Trecento novanta metri di dislivello, partenza dai 1764 metri del Passo del Dosso Alto e arrivo ai 2064 metri del Dosso Alto. Partiti all’incirca alle 11, rientrati alle macchine attorno alle 16.30. 7 ore e mezza in giro per il monte, 7 ore nel più piacevole e più confortevole abbigliamento: la nostra sola pelle.

Album fotografico

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Escursionismo, quale abbigliamento (2)?


Portamento dello zainoNiente paura, non ho intenzione di propinarvi argomentazioni ormai trite e ritrite, considerazioni e suggerimenti che tornano periodicamente in auge nel periodo estivo: una semplice ricerca su Internet vi metterà a disposizione decine di pagine. Io voglio andare un poco oltre i tipici suggerimenti che vengono elaborati da tutti coloro che, a vario titolo e con varie competenze, espongono pubblicamente le loro analisi e le loro opinioni in merito alla scelta dell’abbigliamento per le escursioni in montagna.

Visto l’elevato numero di articoli sul tema ci si potrebbe chiedere “quale spazio c’è per andare oltre?” Alla stragrande maggioranza delle persone apparirà inesistente tale spazio, eppure esiste, c’è una piccola nicchia che mai viene presa in considerazione, vuoi perché, per abitudine e condizionamento sociale, proprio la si ignora, vuoi perché, sempre per abitudine e condizionamento, la si ritiene per vari versi inaccettabile.

“Qual è, allora, questa nicchia?” chiederete voi. Il mio lettore fedele avrà certamente già capito a cosa mi riferisco, per gli altri una domanda forse rivelatrice: cosa fate quando, durante l’escursione, la temperatura man mano sale e rende l’abbigliamento indossato eccessivo?

Cogito ergo dubitoFacile, no, credo di poter affermare con assoluta certezza che tutti abbiate sostanzialmente risposto, “mi spoglio”. Certo, quando il nostro corpo inizia a surriscaldarsi e i suoi sensori termici trasmettono al cervello l’informazione relativa, questo, il cervello, reagisce inducendoci a togliere di dosso l’eccedenza del vestiario. Bene e qual è il limite estremo dell’azione di svestimento? Quanto possiamo spogliarci? Qui credo che le risposte inizino a differenziarsi un poco: da chi, probabilmente facendo riferimento alla cultura alpinistica di qualche decennio addietro, afferma essere pantaloni e camicia, a chi più modernamente parla di pantaloncini e maglietta; da chi arriva alla canottiera a chi si spinge fino al torso nudo per i maschi e il reggiseno per le donne; poi c’è chi ammette anche il costume da bagno sebbene risulti assai scomodo e fastidioso per il lungo cammino; pochissimi o nessuno, avranno risposto la nudità. Perché?

La nudità è certamente una forma di abbigliamento e può benissimo adottarsi anche in montagna, perché la si esclude a priori? La risposta potrebbe sembrare palese, eppure posso testimoniare sulla base di un’ormai estesa esperienza personale che le motivazioni sono assai varie e poche volte ricadono in quello che si potrebbe pensare: il nudo pubblico è illegale, illecito, sconveniente, peccato, ricerca sessuale.

IMG_1692Piuttosto che le suddette reazioni, quando parlo o propongo l’escursionismo in nudità provoco invece giuste e comprensibili (come per ogni cosa senza conoscenza e sperimentazione è ovvio che possano nascere dei dubbi) osservazioni e preoccupazioni: le scottature, le zecche, le vipere, le spine, le abrasioni varie, il pericolo in genere, talvolta l’imbarazzo, il fastidio (qui sono nello specifico gli uomini e si riferiscono al fastidio del pene ciondolante) e, più raramente, l’igiene.

Una parte di risposta risulta comune a molte di queste osservazioni: l’esistenza di situazioni limitanti non rende impossibile una data condizione, piuttosto determina solo la necessità di valutare tali situazioni e adattarsi alle stesse in modo opportuno. Avviene così per qualsiasi forma di abbigliamento e attrezzatura: nessuno si sogna di partire da casa calzando i ramponi perché da qualche parte nel monte ci sono i ghiacciai, nessuno si sogna di mantenere indosso abiti pesanti perché da qualche parte dell’alpe potrebbe esserci una violenta bufera. Tant’è vero che tutti gli articoli all’inizio citati ritengono inutile mettere e tenere nello zaino sempre tutto l’abbigliamento e tutta l’attrezzatura esistente, insistono piuttosto sull’opportunità e la necessità di selezionarli di volta in volta in ragione della località scelta, delle previsioni meteo, della stagione e via dicendo. Perché, quindi, escludere dal novero dell’equipaggiamento lo stadio della nudità? Tutti oggi esaltano la regola dell’abbigliamento a cipolla, orbene qual è lo stadio finale della cipolla? Il nudo cuore, la nudità!

Veniamo alla formulazione di risposte più specifiche in relazione alle singole preocucpazioni.

Scottature

Vero, il sole in montagna è meno filtrato e i raggi ultravioletti arrivano più forti, procurarsi delle scottature è pertanto assai più facile che in pianura o al mare ed è assai più facile che queste scottature possano essere anche piuttosto gravi. Mi risulta, però, che esistano le creme solari e che oggi queste abbiano raggiunto altissimi livelli di protezione, siamo a fattori di schermatura quasi totale. Qual è allora il problema? Semplicemente inesistente, dovrete solo usarne di più e stare più attenti a spalmarla per bene ovunque, ripetendo l’applicazione con una certa frequenza (anche se le attuali creme da sole sono resistenti al sudore col passare delle ore vengono assorbite dalla pelle e diminuisce il loro potere schermante). Diciamo anche che con l’aumento dell’abbronzatura, effetto certo dell’andare nudi in montagna usando adeguatamente la protezione delle creme solari, diminuisce anche il rischio delle scottature.

Ah, i genitali sono pressoché immuni alle scottature da sole, specie se ci si espone camminando.

Zecche

Serissimo problema questo, specie per quelle zone dove tali animaletti risultano infetti e, quindi, potenziali portatori di malattie anche gravi (Morbo di Lyme e Tbe in particolare). D’altra parte salvo scafandrarsi ermeticamente le zecche si attaccano ai nostri vestiti e risalendo lungo gli stessi prima o poi uno spiraglio per arrivare alla nostra pelle lo trovano, fosse anche quando i vestiti li dobbiamo (e prima o poi dovremo pur farlo) togliere per cambiarci o andare a letto. Tant’è che ho notizia di molti attaccati anche da un elevato numero di zecche pur essendo stati vestiti di tutto punto, io stesso mi sono trovato una zecca all’inguine ed ero vestito. Va anche detto che le zecche infette sono presenti solo in limitate zone dell’Italia, che le zecche in genere le si trovano solo in ambienti umidi e ombreggiati, che le troviamo solo nella fascia altimetrica che va dal livello del mare ai 1500 metri, che la trasmigrazione dall’erba all’uomo avviene solo da aprile a giugno (invero anche nel primo autunno ma con minore intensità). Inoltre ci sono 24 ore di tempo (dal morso e questo avviene anche qualche ora dopo la trasmigrazione su di noi) per rimuovere la zecca e restare tranquilli anche se la stessa fosse infetta. Infine… La zecca è nera, la nostra pelle è sostanzialmente molto più chiara, se mentre camminiamo ogni tanto ci fermiamo e ci diamo una controllatina la vediamo subito e la possiamo togliere ancor prima che ci abbia morsi, indi rimozione molto più semplice e sicura.

Vipere

Ho scritto già un esauriente articolo sulla questione (Nudismo e… vipere!) mi limito qui a dire che è un problema più teorico che reale.

Spine

Va beh, intanto posso dire che mi sono preso belle spinate anche quando ero vestito e poi nulla vieta all’occorrenza di coprirsi per il tempo strettamente necessario a superare l’ostacolo.

Abrasioni varie

Stesso identico discorso fatto per le spine, identico!

Pericolo in genere

Idem come sopra.

Imbarazzo

Quante volte avete fatto cose che inizialmente vi hanno messo in imbarazzo? Sono assolutamente certo che risponderete “molte”: colloqui di lavoro, visite mediche, al ristorante, dovendo parlare in pubblico, esami e via dicendo. Eppure… eppure avete affrontato comunque le situazioni e continuate a farlo, in alcuni, forse molti, casi il reiterarsi della situazione ha determinato la sparizione dell’imbarazzo, ovvero la vostra crescita emotiva e psicologica. Bene, stando nudi otterrete lo stesso effetto benefico e con un tempo di adattamento assai più rapido di quello di tutte le altre situazioni imbarazzanti. Perché negarsi una tale possibilità di crescita personale? Perché negarsi la soddisfazione di un cammino più agevole, libero e salutare solo per la paura di provare un poco di imbarazzo alla prima esperienza? Perché?

Pene ciondolante

Vi danno fastidio le braccia a ciondoloni? No, sicuro che no, ci siete abituati e non gli date più peso. Lo stesso avviene per il pene, si forse alla prima esperienza potreste inizialmente sentirvelo sbattere ritmicamente sulle cosce, ma nel giro di pochi minuti, la concentrazione sul cammino e l’abitudine alla sensazione, fanno svanire l’eventuale fastidio e per sempre.

Igiene

Partiamo da un assunto fondamentale: i genitali sono le parti più pulite di tutto il nostro corpo, eventuali contatti con tali zone sono assolutamente immuni da problemi sanitari. Certo se qualcuno ha delle malattie veneree il discorso cambia, è altresì evidente che costoro saranno sicuramente indotti ad una maggiore attenzione, attueranno un’igiene personale più minuziosa o addirittura rinunceranno alla nudità fino alla guarigione. Per altro chi sta nudo pone sempre un telo sopra le eventuali sedute. Contatto con gli agenti patogeni esterni, quali sabbia, erba, pietre, batteri vaganti nell’aere? Come tutti i medici ripetono in continuazione l’abitudine diffusa dalla pubblicità degli igienizzanti è invero più dannosa che utile: il nostro corpo è di sua natura ben capace di autodifendersi da tali agenti patogeni, perde tale proprietà quando lo abituiamo ad un ambiente quasi sterile; la nudità, al contrario, mantiene al massimo livello l’efficienza del nostro corpo nell’autodifendersi dagli agenti patogeni.

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In montagna vestiti è pur sempre bello, nessuno lo nega, posso in ogni caso affermare con assoluta certezza, e con me lo possono fare diversi altri, che nudi è certamente meglio. Purtroppo lo potete sperimentare e comprendere solo provandoci: le prime volte forse le sensazioni saranno pressoché simili a quelle provate da vestiti dato che il vostro corpo e la vostra mente sono fortemente condizionati allo stato di vestito, dategli il tempo necessario a recuperare lo stato innato e permettervi di percepire la differenza (variabile da persona a persona in relazione a quanto sta nuda e a quanto forte è il suo condizionamento mentale, la sua iniziale diffidenza verso la nudità, in ogni caso da qualche giorno a qualche settimana).

Vestiti è bello, nudi è meglio, poi ognuno faccia la sua scelta, l’importante è che chi sceglie di stare vestito rispetti la scelta di chi decide di stare nudo e gli permetta di farlo senza limitazioni di spazio e di tempo, così come questi ultimi rispettano la scelta di chi preferisce stare vestito e gli permettono di farlo senza limitazioni di spazio e di tempo. La convivenza e la condivisone di spazio e tempo sono assolutamente possibili e certamente meglio della netta separazione tra le parti.

Orgogliosamente Nudi: echi, spontanei, dalla stampa


Dopo l’arrivo nel gruppo di alcuni tessili che sono ora nostri fedeli amici, dopo la positività dei sempre più frequenti incontri con altri escursionisti, dopo l’appoggio più o meno formale di alcuni Sindaci, dopo l’amicizia nata con chi gestisce un rifugio, ora arriva questo articolo spontaneo (nel senso che ne io ne gli amici che mi seguono abbiamo richiesto).

Che dire: sebbene la situazione sembri ferma, invero si muove, eccome se si muove, e ad ogni movimento crescono le possibilità di altri movimenti.

Mondo Nudo, dopo averlo fatto in privato, ringrazia anche pubblicamente la Redazione di Altrimondi per questo suo bell’articolo sul nostro programma “Orgogliosamente Nudi”.

Grazie!

Altrimondi > Tutti “Orgogliosamente nudi” in montagna

 

Quadro che non quadra


IMG_0635Vado a casa d’altri e devo restare vestito perchè è giusto adeguarsi alle abitudini di chi ci accoglie.

Vengono gli altri a casa mia e devo vestirmi per evitare di mettere in imbarazzo chi viene a trovarmi.

Bah, c’è qualcosa che non quadra in questo: alla fine son sempre e solo io a dover modificare il mio atteggiamento per far piacere agli altri. No, così funziona male, così più che parlare di rispetto si deve parlare di onnubilazione, la mia!

Perchè non usare una regola che contempli la reciprocità?

Meglio ancora…

Perchè non possiamo semplicemente essere noi stessi sempre, comunque e ovunque?

Il riscatto del corpo


Noi e il nostro corpo

Le esperienze concrete di nudità vissuta e condivisa mi fan sempre più convinto – per come mi par d’intuire – che si tratta di una specie di rivincita del corpo. Una rivincita su tutti i divieti che finora ha subìto, sulle catene di una prigione fisica e mentale, sul terrorismo ideologico che ci ha tenuto a regime fin dall’infanzia.

E finalmente! – senza acrimonie, senza vendette – semplicemente ci riprendiamo quel che è nostro: quel corpo nel quale si fonda e poi è la nostra più salda e concreta identità.

Sull’altra sponda, varcato il guado, tutto appare diverso e più chiaro. Guardando all’indietro ci potrebbe assalire un senso di rabbia, la voglia di rivalsa per quanto abbiamo dovuto in silenzio subire, il risarcimento per l’ingiustizia patita (a pro di un sistema che sembra posto ab aeterno, consolidato dagli anni, tramandato di generazione in generazione, ma che ormai non è più all’altezza delle persone, delle libertà naturali che rivendicano a se stesse, dei nuovi spazi che giorno per giorno vengono rosicchiati dal nuovo che avanza… irreversibilmente. Sorprendentemente).

 

Ego e società

La nudità è una conquista individuale, una maturazione ed evoluzione personale, un nuovo equilibrio, un ancoramento nella materialità fisica, biologica, mentale, una saldezza del proprio io (di’ pure “del proprio ego”: quella spinta verso il sociale, quel doppio filo che ci lega alla società, quella plasmabilità con cui adattiamo il nostro più intimo essere, la percezione di noi, la percezione che vogliamo gli altri abbian di noi alle condizioni di vita che man mano si mutano e richiedono che riaccordiamo le corde che maggiormente sono state sollecitate nell’eseguire la partitura che ci eravamo scelta – o che ci è stata assegnata). Quell’ego che non smetterà mai di prefiggersi mete di un passo più in là, per non esser sommerso, soffocato, inaridito dalle mille banalità quotidiane, nell’insipidezza del frullato che ci beviamo nei giorni, che uniforma gesti, parole, persone.

Il riscatto

Mi viene in mente, come colpo di martello sull’incudine, la parola riscatto: il recupero di un noi stessi che abbiam dato in pegno alla convivenza e convenienza civile e che ora risentiam come furto, come estorsione ed inganno. Non so come si fa a gestire le masse: probabilmente le greggi han bisogno di cani… Ma la domanda si pone a un livello più a monte: ottima cosa far parte di un gruppo, di una società. Ma come gruppo di eguali. Non che qualcuno debba fare la pecora ed altri il pastore.

Pari tra pari

Rivendico, riscatto a me stesso come persona l’esser par inter pares (“pari tra pari”) senza imperio né giudizio: altra via lederebbe la mia personale sovranità, la mia dignità di persona. Da questo danno accertato è legittimo difendersi.

Accetto un minimo di convenzionalità, di cortesia e buona educazione. Comportamenti che facilitano, fluidificano il conviver fra molti. Non per questo rinuncio a riprendermi quel che il costume (una maggioranza omologante ed esclusiva – o così o pomì) mi impone. Il rispetto verso un comportamento della maggioranza vale – in democrazia – tanto quanto il rispetto verso il comportamento di una minoranza. Anzi: qui è il banco di prova della vera democrazia. Qui porrei il limite fra la mia libertà e quella degli altri (il limite cioè del dolo e del danno che col mio comportamento arreco agli altri): una minoranza che non si sente tollerata per forza di cose, ma a buon diritto può continuare ad esser se stessa. Pubblicamente.

Maggioranza e minoranza

Probabilmente – per gusto, tradizione e mille altri motivi – noi nudisti saremo sempre una minoranza (e quando saremo maggioranza non esisterà forse più nemmeno la parola, il concetto che ora ci contraddistingue). Ma una minoranza di tutto rispetto.

Una maggioranza ha un potere omologante molto forte, ma ciò è anche la spia di una sua intrinseca insicurezza e debolezza: se una maggioranza si sente minacciata da una minoranza, rivela i suoi punti deboli, le crepe che potrebbero scardinarla. Ci può far piacere saperlo, ma per ora ci basta non esser omologati dal più forte, dalla costrizione di un costume, dal bisogno di seguire una moda. Abbiamo l’energia per sentirci e mantenerci diversi, anche senza continuamente contarci, che i diritti che abbiamo in democrazia non si vendono a peso.

Monte Asino, un’importante conferma


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Zona di Contatto: incontro di due escursionisti, l’uno nudo e l’altro vestito (foto di Alessandro)

Bene, in questa straordinaria giornata abbiamo avuto anche questo e siamo orgogliosi di poter affermare che sia l’azione del dialogare che i contenuti del dialogo sono stati, dopo un esordio in parte negativo (un caso su cinque ma pur sempre un’evidenza di forte disappunto, anche se poi si è trasformato radicalmente), assolutamente positivi, una conferma a quello che andiamo dicendo e facendo, un importante rinforzo alle nostre condizioni e alla nostra azione.

Un cielo quasi perfettamente azzurro e un sole splendente ci accolgono al Passo di Croce Domini (Breno – BS), conosciutissimo valico frequentato ogni anno da migliaia di motociclisti impegnati in uno dei tre possibili giri che passano da qui. Al momento del ritrovo la temperatura è freschino ma le condizioni atmosferiche lasciano presagire che presto si alzerà adeguatamente e ci consentirà, anche in ragione dello sforzo fisico del cammino, di liberarci da ogni copertura tessile.

Con un ormai purtroppo cronico ritardo sull’orario previsto, ci mettiamo in cammino imboccando proprio d’innanzi al rifugio una ripida stradina sterrata con freccia segnaletica ”Alta via del Caffaro”. Non sapevo che questo itinerario, da me conosciuto come vecchia traccia, fosse stato segnalato e la novità un poco mi preoccupa facendomi presupporre una frequentazione del percorso inadatta ai nostri presupposti di nudità, ma ormai siamo qui, ci sarebbe la possibilità di cambiare percorso ma perché? Ormai abbiamo raccolto tanti di quei segnali di pacifica convivenza che possiamo anche pensare di spingerci un poco più in là e frequentare sentieri un poco meno solitari. Siamo in ballo, balliamo. Avremo forse così la possibilità di ottenere quella risposta sonora di cui nella precedente relazione lamentavo la mancanza, cerchiamola, creiamola!

IMG_7621Dopo un centinaio di ripidi metri abbandoniamo la stradina per imboccare sulla sinistra il sentiero che ci porterà sulla vetta del Monte Bazena da dove potremo prendere l’aerea cresta erbosa che separa la piccola conca di Malga Bazenino dalla Val Fredda. Ripidissimamente si sale seguendo fedelmente il crinale meridionale del Monte Bazena, dietro di noi lo sguardo, limitato solo verso nord, si allarga sempre più sulle montagne e le valli che ci circondano, in ordine da ovest verso est si distinguono chiaramente: il Monte Misa, la Valle di Cadino, il Monte Gera, la Valle Bazenina, la Val Sanguinera, il Monte Mignolo, il Monte Molter, il Monte Crocedomini, la Punta dell’Auccia, i radar del Dasdana, il Crestoso, il Muffetto, la Valle di Croce Domini, La Val Camonica, la Presolana. Sotto di noi, costate presenza (e lo resterà per tutto il giro), il rifugio Croce Domini e il suo affollatissimo piazzale.

Alzatici sufficientemente rispetto al rifugio e vista l’assenza totale di altri escursionisti ci liberiamo delle vesti per continuare il cammino in piena e comoda libertà epidermica, vorremmo liberarci anche dello zaino ma purtroppo questo non è possibile: il montagna a queste quote, siamo prossimi ai duemila metri, il tempo cambia facilmente e rapidamente, la sicurezza impone di avere al seguito sempre e comunque l’abbigliamento necessario per affrontare ogni situazione climatica, questo può trovare posto solo nello zaino il quale, per ora, non ha autonomia di movimento e va necessariamente portato a spalle.

Dato che questa parte di sentiero è anche a me sconosciuta, mi tengo in testa al gruppo, distanziato di qualche centinaio di metri in modo da poter anticipare adeguatamente eventuali difficoltà di percorso o tecniche ed evitare agli altri perdite di tempo e fatica aggiuntiva. Infatti ad un certo punto il sentiero diventa molto stretto e ci sono alcuni metri a picco su di un ripido e franoso canalone, quindi mi fermo per dare assistenza a chi ne avesse eventualmente bisogno. Il gruppo s’è sgranato alquanto e si sono creati tre distinti drappelli, arriva il primo e passa senza problemi, arriva il secondo più numeroso e nel quale c’è anche la bimba di quattro anni, ma anche questa passa senza battere ciglio (in effetti si sta dimostrando un’alpinista in piena regola e sostengo la potremo in futuro vedere impegnata in imprese ben più impegnative).

All’appello mancano ancora tre persone, ma al loro posto arrivano altri due escursionisti, un uomo e una donna, dalla mia posizione non li potevo vedere e nemmeno loro potevano vedere me prima dell’improvviso incontro, come successo in ogni altra occasione ci salutiamo e passano via tranquillamente. Resto fermo nella mia delicata, sono a mezza costa su un ripido prato, posizione in attesa degli ultimi tre miei compagni, fra essi una persona alla sua seconda escursione in montagna e con calzature poco adeguate devo per forza aspettare. Ma non arrivano, sono rimasti molto indietro, al loro posto, invece, sbuca un’altra coppia, prima arriva lui, poi lei. Anche questi mi passano via salutandomi cordialmente però… però poco dopo sento una voce maschile che, chiaramente rivolto alla sua compagna, dice “quello è un esibizionista!” Immediatamente mi giro e faccio le mie rimostranze: “guardi che si sbaglia, se fossi un esibizionista sarei laggiù sul piazzale, oppure in città, non qui in un posto isolato e solitario”. “Lei è un esibizionista” ribatte l’altro. “Ok, va bene, se per lei è così, allora è così, anche se credo di essere ben certo di quello che sono”. La signora a questo punto dice al marito “Lascia perdere” e tutto finisce lì, loro manco s’erano fermati e sono ormai abbastanza lontani, fra poco noteranno i miei compagni, pure loro nudi, e probabilmente capiranno la realtà della situazione, come poi loro stessi ci diranno essere effettivamente successo. Tutto sommato, pensandoci bene, trovarsi una persona nuda, sola e ferma in un punto di passaggio obbligato, per giunta molto stretto, può ben dare adito a qualche perplessità.

DSC04472Finalmente arrivano anche gli ultimi del gruppo e anch’io posso ripartire. Avanzo velocemente e in breve, facilitato anche dal percorso ormai piano, recupero la testa del gruppo. Vedo che i quattro altri escursionisti si sono pure loro riuniti e sono poco più avanti di noi, dai miei compagni vengo a sapere che alla fine con loro non ci sono stati problemi, anzi hanno pure chiesto informazioni a quello di loro che era completamente vestito: “ma sono per caso dei naturisti? Sono quarant’anni che andiamo in montagna e non avevamo mai visto una cosa del genere”. Attilio risponde ottimamente: “Di più, sono persone che stanno nude ventiquattr’ore al giorno, per cui lo fanno anche in montagna”. Bello, un primo segnale di avvicinamento verbale, di interessamento immediatamente mi viene il desiderio di raggiungerli per riprendere il discorso lasciato in sospeso e che ora sono certo avrebbe una piega totalmente diversa, gli obblighi di gruppo mi frenano e lascio perdere.

Continuiamo in gruppo il nostro cammino seguendo il largo e piano crinale erboso che dal Monte Bazena porta al Monte Paletti. Mentre scendiamo ad una evidente forcella (il Passo di Bazenina) un altro escursionista arriva dalla parte opposta, io con un primo piccolo gruppo di compagni ho già valicato la forcella prima che questa persona vi giunga, s’incontra con Vittorio, in quel momento rimasto solo e vedo che i due si mettono pacificamente a chiacchierare e lo fanno a lungo. Nel frattempo arrivano anche gli altri e tutti riprendono il loro cammino nelle rispettive direzioni. Da Vittorio sapremo che la persona incontrata si è interessata al nostro stile escursionistico ed ha espressamente affermato “se a voi va bene così, va bene anche a me”. Superrrr!

DSC04496Siamo molto in ritardo sulla tabella di marcia, davanti a noi ancora una breve ma ripida salita priva di sentiero, ritengo necessario proporre una modifica al percorso, anche per non mettere ancor più in difficoltà Daniela che vedo camminare male, oltre che molto lentamente e con continue soste: una netta traccia percorre il versante meridionale del Monte Asino di Bazenina, mi offro per accompagnare Daniela lungo questo percorso mentre gli altri possono proseguire su quello predefinito. Con un poco di dispiacere alla fine si conviene tutti di restare uniti e chi vorrà potrà eventualmente salire alla vetta dall’altro versante durante la sosta del pranzo. Si riparte lungo la traccia che, sebbene da lontano risultasse netta, invero è flebile e a tratti svanisce completamente. Alcuni duri ghiaioni creano qualche problema a Daniela, ma alla fine siamo dall’altra parte e ci si para davanti un meraviglioso prato fiorito, il luogo ideale per la sosta pranzo.

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DSC04592Dopo mangiato Vittorio ci incanta nuovamente con la sua abilità di lettore, rinforzando oltre misura l’emozione di una giornata di libera immersione nella natura. Poi si rientra a valle allungando un poco il percorso per ritardare al massimo il rientro alla confusione della strada asfaltata.

Siamo al bar del rifugio, in me una speranza si fa manifesta: “che bello se quelle persone che abbiamo incontrato nella prima parte della giornata capitino qua, mi piacerebbe proprio risentire la loro opinione, specie quella di chi mi ha apostrofato come esibizionista”.

A volte i desideri ottengono il piacere di esaudirsi e oggi è una di quelle volte: proprio quando stiamo per lasciare il nostro tavolo e andare a pagare il conto ecco che arrivano quelle persone e si siedono proprio davanti alla cassa. Vittorio dietro di me li saluta e sento affermare “vestiti un po’ meglio”. “Beh, dai è già qualcosa”, mi giro e mi avvicino anch’io a loro, saluto e inizia una piacevole conversazione fatta di domande: “ma perché?”, “mi sentirei a disagio”, “tutto che ciondola, non vi dà fastidio?”. Cordialmente rispondiamo ad ogni singola domanda arrivando ad un fantastico “ci proverò”.

DSC04536Saldato il nostro conto usciamo sul piazzale per gli ultimi saluti, ad un certo punto dietro di me sento una voce ormai nota che chiede “ma di dove siete?” Mi giro e gli spiego che arriviamo da diverse parti dell’Italia Nord Orientale, Angelo li suggerisce di andare a visitare il mio blog e lui risponde affermativamente. Mi viene in mente che ho ancora qualche bigliettino da visita in tasca e subito glie ne consegno uno.

Che dire la giornata è stata magnifica, ma la sua conclusione è stata straordinaria. Ora spero solo di poter vedere quella persona e magari anche i suoi compagni ad una delle nostre prossime escursioni, poco importa se resterà vestita, quello che per ora è più importante è dimostrare praticamente che la pacifica condivisione degli spazi è molto più che solo ipotizzabile.

Mancava il feedback vocale, ora abbiamo anche quello ed è sicuramente di sporne a proseguire sulla strada intrapresa: l’esempio è la nostra strategia migliore, con l’orgoglioso esempio possiamo ottenere spazio e successo, basta aver paura, basta con una retorica forma di rispetto, avanti a (quasi, si quasi perché per ora è ovviamente meglio evitare di mettersi nudi nella folla) tutta!


28 giugno 2015, escursione al Monte Asino di Bazenina lungo la cresta che contorna la conca della Malga di Bazenina.

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Luogo splendido, percorso panoramico e meritevole, molti variopinti fori, qualche marmotta, verdi pascoli a perdita d’occhio, visioni ampie e coinvolgenti, prima parte (dal rifugio alla forcella del Passo di Bazenina) su sentiero ora perfettamente tracciato e segnalato, seconda parte (dal Passo di Bazenina al versante meridionale del Monte Asino) un lungo mezza costa per IMG_7629flebile traccia tutto sommato comunque facile da mantenere, ultima parte comoda discesa per prati verso la vicina e ben visibile strada asfaltata, senza raggiungerla si traversa poco sopra in direzione dell’evidente Malga Banzenina che si raggiunge rialzandosi sul versante opposto. Una strada sterrata porta al rifugio Croce Domini. 255 metri di dislivello condensati nella prima ora di cammino, poi solo alternanza di piano e discesa.

Certamente è più accattivante, anche se più faticoso, l’intero percorso di cresta che prevede una breve risalita dopo il Passo di Bazenina (78 metri) ancora lungo il sentiero segnato “Alta via del Caffaro” per poi prendere le tracce di sentiero che solcano la cresta nord ovest del Monte Asino di Bazenina e proseguono in discesa per il suo crinale sud (radi segni).

Grazie agli amici che mi hanno splendidamente accompagnato: Vittorio, Marco, Francesca, Luise, Attilio, Paola, Alessandro, Stefan, Christine, Pierangelo, Angelo, Daniela.

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Guarda l’album fotografico dell’evento

Divagando – Come fosse come


(La rovina del mondo è approfittare di mille occasioni d’oro!)

Le nascoste virtù fanno riferimento alle incomprensibili visioni mattutine o serali quando, come squali, i nostri pensieri fanno irruzione nelle viscere del presente, della memoria e dell’avvenire; intanto non resta che sentire i loro dolci passi che, come crema, rendono edulcorato l’esistere, parola blasfema ed impervia che rimane solo e giusto quando non si può che insistere per “pendere” qualcosa che ci appartiene.

Non di banda musicale per fermare i suonatori. Come se la luna incantasse ed il sole facesse vedere: questo aggiungo ai miei sogni. Osservo e mi dilungo inutilmente e non raccolgo nulla: insomma sempre la stessa solfa. Ma le vele portano doni ed il vento fa da riscontro ai sentimenti dell’uomo, così persi, così selvaggi da sembrare ridicoli. Non è la solita partita quella che si gioca in casa nostra: pochi se ne sono accorti, alcuni addirittura se ne sono andati cercando nei mari altro che sentire! … Altro che passioni!

Vanno e vengono le famosissime melodie come, se non fermarsi in questi mari, fosse solo appartarsi nei luoghi più vari. Che dire di Lei! La rovina del mondo è approfittare di mille occasioni d’oro! La piena consapevolezza e la malinconia conducono a strade disperate dove è impossibile ritrovarsi come se nulla fosse mai accaduto. E’ meglio forse provare? Non è meglio navigare “sotto” le stelle che in loro compagnia? Che cose tristi che dicono … E pensare che avevo fatto già tutti i miei calcoli.

Continuo un estenuante cammino all’insegna della sicura vittoria o della reale sconfitta. Basta! Quello che voglio è un mondo dove correre e saltare, far piangere e far dormire! Corrono anche le macchine, le persone, ma tutto resta fermo come olio su una fetta di pane: mi accorgo che è inutile dilungarsi in analisi della contemporaneità e delle maschere: la vita è circoscritta sempre da due idiomi: dura e bella.

E’ vietato andare avanti, è vietato rovinarsi se non davanti a chi, sempre come mare, da senso a tutti i moti dell’animo. Chiedo aiuto a chi ci sta a pensare e perdono chi mi sa perdonare; per ora, visto che non cambia niente! Acconsente, posso dirlo, e si ritrova chi lavora per mestiere come se fosse perdere anni ed anni. Sì! Gli anni diventano inutilmente pochi e tanti utilmente come concorrenti affamati. La vittoria è vicina, bellissima, truce, imperdibile.

Affezionati come siamo, non impugniamo né rose, né spine di questo tempo. Siamo i soliti conservatori dell’esigenza timida, sfruttata e riciclata, trasformata in un’orda di minuti-secondi selvaggi, tesi allo sbranamento, alla antropofagia, alla misantropia. Ridiamo e saremo felici o piangeremo e saremo tristi?

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