Nudità e libertà


La libertà di essere, di vivere e di mostrarsi nudi è insita nel concetto stesso di nudità, talmente la nudità è condizionata, regolata, fatto eccezionale nella nostra cultura.

Liberarsi dai vestiti – e farlo come consapevole, totale atto di libertà – aiuta l’individuo a pensarsi più libero. E aiuta la libertà a espandersi un poco in campi interdetti. La nudità è bandita dal viver sociale: per contro, finché non avremo raggiunto anche questa libertà (e la responsabilità di autogestircela, secondo modalità che non ledano nessuno), non potremo neppure dire completamente libera la nostra società.

Leggi degli uomini

Sulla visione pubblica del corpo nudo vigono tabù che, seppur non sanciti da leggi scritte, hanno tuttavia un loro vigore, trovano il consenso dei più, e affondan radici in una lunga tradizione. Fino a ieri – tanto da ricordarcelo pure noi – si bacchettavano i mancini; salutando ci si toglieva il cappello… Comunemente si pensa che la legge abbia accolto il sentire comune (il “buon senso”), l’aspettativa generale, ma non sempre è così. L’iter di una legge fino alla sua approvazione è un percorso in cui si confrontano mentalità spesso antagoniste, interessi di parte, rappresentazioni futuribili e dati reali. La sua approvazione è una composizione tra forze (ideologie, motivazioni, esigenze, necessità, esperienze…) e non sempre riesce a regolare la materia in modo equo, “sopra le parti”. Ad esempio, sembra che spetti al singolo proteggere “il pubblico” dalla visione della propria nudità, così da non poter essere veduto in bagno, o mentre prende il sole nel proprio giardino. La presupposizione che passa è che la nudità offenda la sensibilità altrui, che dalla visione del corpo nudo il pubblico possa riceverne un danno oggettivo.

Passa anche un altro messaggio: “se c’è un divieto, un motivo ci sarà”. Questo motivo è più spesso dato per scontato, sottinteso, generalmente accettato e condiviso, ma nessuno l’ha mai spiegato a chiare lettere, e i tentativi di spiegazione si perdono nelle nebulosità irraggiungibili della scala di Giacobbe. In questa messinscena retorica, se uno s’impunta a voler capire, ad esigere una spiegazione razionale, si mette dalla parte dell’ingenuo, di chi vuol saper troppo: si è già delegittimato da sé (“i bambini ben educati certe domande nemmeno le fanno!”). «Vuolsi così colà dove si puote | ciò che si vuole, e più non dimandare».

Allora m’impunto!

Perché a furia di pregiudizi, preconcetti, cose assodate, giudizi preventivi, zone di sicurezza, atteggiamenti prudenziali, timori vaghi di sovvertimenti sociali, catastrofi, rivoluzioni, sgretolamenti ci vien costruito attorno, a mo’ di corazza, un assetto che deforma, disvia, distorce l’ordine semplice e franco che vige in natura, che ha leggi più eterne del marmo, aere perennius “più perenni del bronzo”.

Leggi della natura

Non so se la mia libertà come persona mi viene dalla natura o dal pensiero-ideologia-cultura vigente nella mia società. La natura “ragiona” con mente diversa, non per concetti che in quadrano a un modo il vero reale. Non so quanto affidamento dare allo slogan «la natura non sbaglia», perché la natura non è usa a porsi domande su tutto, a giudicare in base a valori, a una morale, a un uso. È ben strano che un costume, un uso (in latino mos, moris) sia stato promosso a ethos, a “morale”, cioè a una legge di coscienza (se non è invenzione anche questa).

Ho però un dato: che nella natura mi sento me stesso, non imbrigliato da leggi o costumi, dalle regole che reggono la convivenza sociale. E questa mia “libertà naturale” non c’è legge o consuetudine che me la possa negare, nemmeno il “consenso dei molti”: e che? Siamo uomini o siam pecorume?

Allora mi chiedo: dove si colloca la mia libertà personale, in che cosa consiste, come si esplica?

Una libertà naturale

Il mio sguardo passa come un coltello a tagliare nella carta parole che per il fatto d’esser d’inchiostro non posson pretender di valere di più di quanto m’è inscritto nei geni, come ologramma in ogni mia cellula. Non so se è “libertà” per il fatto stesso che è oltre un limite, od oltre un potere, oltre paletti ben piantati. Qui cessano sensi e valori, concetti e parole surclassati da un “essere” che non può venir definito, da una “natura” che nessuna scienza potrà mai inquadrare. Ma è di questa vita che voglio godere, e voglio che anche il mio corpo ne goda, nudo di ogni vestito, bombicino o concettuale che sia: di carne, di ossa, di sangue. Non abbiam nulla da insegnare a madre natura… o, presumidos, siam convinti invece che sì?

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri.

Pubblicato il 22 luglio 2015 su Atteggiamenti sociali. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 4 commenti.

  1. La prima volta che mi ritrovai davanti ad un uomo nudo in un contesto pubblico e non privato come possa essere una palestra o una sauna fu in Croatia, con un signore che passeggiava tranquillo appena fuori un campeggio nudista. La cosa non mi scandalizzò, per un certo verso mi divertì anche, questo è stato il mio primo contatto col nudismo se escludiamo quel film della Pantera Rosa in cui l’ispettore Clouseau/Peter Seller si ritrovò in un campeggio nudista (scena divertentissima). Passarono alcuni anni ed ebbi occasione per la prima volta di frequentare una spiaggia nudista in Spagna. In montagna, per quanto in passato le abbia frequentate parecchio, non mi è mai capitato di incontrare nudisti, io stesso se dovessi passeggiare sui monti nudo … non so se ne avrei il coraggio a causa del mio retaggio culturale, non tanto per me, quanto per chi potrei incontrare. Liberarsi di certi preconcetti che ti hanno accmpagnato tutta la vita non è facile. Io sono per la libertà più assoluta e ritengo che ognuno debba essere libero di fare ciò che vuole nel rispetto degli altri, ed è proprio qui che subentra il mio blocco, nudo è bello e va bene, ma se incontro qualcuno per cui non lo è, non è una violazione della sua libertà?

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    • Perchè mai dovrebbe essere una limitazione della sua libertà? Lui resta libero di stare vestito come gli pare e piace, lui resta libero di pensarla come vuole! Si usa troppo spesso e in modo arbitrario questa parola “libertà”, troppo spesso attribuendogli connotazioni che sono del tutto fuori luogo o comunque imprecise. Il fastidio per il nudo, come un qualsiasi altro fastidio, non è manifestazione di libertà ma piuttosto manifestazione di una malattia, quantomeno un malessere mentale e non esiste altro caso di malessere mentale che sia stato istituzionalizzato come status di norma. Attraverso la mia nudità aiuto e contribuisco a far evolvere e guarire da un male queste persone e, di conseguenza, la società intera, altro che limitazione di libertà, al contrario aumento la libertà delle persone che sono schiave di condizionamenti che, questi si, ne limitano la libertà.

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    • Vittorio Volpi

      Grazie, Ulisse,
      Sto cercando da qualche settimana di riflettere sul concetto di libertà: di dove finisce la mia e dove comincia quella degli altri. Ma non è facile ragionare per slogan, si finisce per semplificare troppo, per scheatizzare. Mi interessano invece i comportamenti reali, le reazioni reali di cui sono stato testimone. Al contrario di come si potrebbe pensare, invece di essere negative come ci aspetteremmo ragionando per schemi, le reazioni sono molto più varie, addirittura divertite, come dici anche tu. Dire che non fa più scandalo nulla è ragionare per schemi, per generalizzazioni: diciamo che anche molta della gente si sta interrogando su molte cose, specialmente sulle più incongruenti, con meno giustificazioni. Se vedere una parsona nuda, o meglio ancora un gruppo di persone nude e vestite, grandi e piccoli, lungo un sentiero di montagna non fa danno, anzi mi stimola a ragionare di più sul mio tempo presente, su come la società si sta evolgendo, allora alla prima occasione ci provo, mi metto in discussione, verifico il mio “retaggio culturale”. E questo non può fare che bene alla salute mentale, alla consapevolezza, alla conoscenza di sé e a come mi confronto con altri.
      Infine: come posso sapere preventivamente come la pensa un altro escursionista incontrato per caso. Io comincio a lavorare “pro domo mea”, altrimenti con tutti questi tentennamenti ci mostriamo talmente insicuri da far pensare che abbiamo la coda di paglia, che nascondiamo qualcosa. Quando invece è proprio la nostra solarità la nostra migliore carta da visita.
      A presto. Grazie per lo stimolo alla riflessione.

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  2. Mario Chigiotti

    Io credo che in realtà il “problema” della visione di un corpo nudo rifletta non un diffuso ed effettivo disagio interiore ma una “doverosa” reazione condizionata da una cultura costruita sulle fondamenta di un moralismo e di un perbenismo di comodo, atteggiamenti assunti a testimonianza di una “indiscussa” religiosità bimillenaria. Questa mia affermazione la vedo suffragata dal fatto che il nudismo, ad esempio, è comunemente accettato in tantissimi altri paesi che, a differenza nostra, non ospitano all’interno dei propri confini nazionali uno Stato allo stesso tempo politico e religioso. Io credo che questa realtà pesi molto sul comune atteggiamento esterno ma credo anche che in realtà l’ostracismo verso il nudo non sia affatto diffuso all’interno delle singole coscienze. Come al solito, l’ipocrisia regna sovrana laddove esistono condizionamenti sulla libera espressione di pensiero e di azione.

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