Da vero nudista…


Da vero nudista non ho nulla da nascondere, nemmeno il fatto di esserlo.

E sempre mi meraviglio di come la mente sappia collegare e condensare in un aforisma mille pensieri vaganti, piluccati da varie esperienze, conoscenze, escursioni ed incontri.

L’aforisma mette a nudo che mi nascondevo dietro ad un dito e non avevo ancor del tutto capito, né ero pronto a mettere in pratica nei fatti quel poco di certo che avevo capito. Svela a me stesso le mie ipocrisie, mi toglie l’ultima foglia di fico, le fette di salame dagli occhi.

Spesso sono reticente a dire pacificamente che sono nudista: minimizzo, ometto, ripulisco attentamente quel che dico da ogni possibile rischiosa allusione. Come se la soglia del pudore si fosse spostata più in là: dal livello fisico e visibile a quello verbale, comunicativo, ideale, concettuale, relazionale. In effetti, da una parte il pudore nasconde dietro le quinte della rappresentazione di noi stessi in pubblico una parte di noi (la regia, le prove, le apprensioni, il trac), dall’altra siamo specialisti nel dribblare l’argomento, come avessimo timore di comprometterci, di rimetterci la faccia. E quasi abbiam più pudore a dire che a fare, più a dichiararci che a mostrarci.

L’aforisma mi ha rivoltato come un calzino (magia delle cose segrete che si mestano nell’inconscio e si danno poi a vedere urgenti e perentorie, ma altrettanto univoce e ferme). Mi ha messo di fronte a uno specchio: sono coerente? di che cosa ho paura? che altri si facciano un’idea negativa di me? Ah! Ecco scoperto dove si arresta la mia convinzione! Ancora la benedetta bilancia: sempre a pesarmi ogni mezz’etto, e il tocco di fard, come prima che vada in onda il talk show. Ancora non mi son liberato dalla “schiavitù sociale” simboleggiata dal portare una toga e per il quieto vivere mi chino ossequioso al costume; mi mordo le labbra in supina osservanza ed accetto l’immagine che la società mi ha confezionato ritagliandomela addosso (king size). Il corpo di carne s’è trasformato in corpo sociale (scippato quello reale e personale), mappato con le sue “zone di rispetto”, “privacy”, osceno e tabù.

Che ci perdo?

Che ci perdo se sanno che sono nudista? Soltanto il falso fantasma, la maschera sconcia adatta alla scena; lo scudo a modo di stemma che mi son disegnato dice all’universo chi sono, il fantoccio che agito durante la recita e che ogni giorno io stesso da me mi confermo. E confermando lo approvo. Confermo pure come legittima la separazione fra “vizi privati e pubbliche virtù”. Accetto come “vizio”, come eccentrica stravaganza al limite della legalità (quasi da carnevale), godermi attimi miei, di vita reale ma solo nell’intimo del privato di casa, del club privé, del campeggio recintato da siepi, per non urtarmi troppo con la società (per ben che vada: indulgente, tollerante, permissiva, laica…). Lo ammetto, sono pigro: non salgo sui tetti a proclamare convinzioni e virtù, non scendo in piazza a predicare un nuovo vangelo, non vado in tivù.

 

Il nudo: l’estetica subdola dell’osceno

Il nudo attira gli sguardi, perché così si vuole funzioni. Il nudo fa ancora notizia, fa vendere: non si rinuncerà tanto facilmente a questa gallina dalle uova d’oro. Magari con pretesti di tipo morale, con frasi fatte che nulla spiegano, avvolte nella nebbia dell’ovvietà autoreferenziale, del truismo da corto circuito semantico, del reticente eufemismo – e della pigrizia (di nuovo) che a volte può prenderci quando vogliamo approfondire le cose. Come avessimo veduto il volto della Gorgone, il pensiero si pietrifica, non scalfisce il muro di quel che si spaccia per “buon senso comune”. Una “civiltà” millenaria ci ha completamente ridisegnati nel corpo e nella mente, bisturi alla mano. Risultato: caricature di noi stessi, oscenamente brutti, al limite dell’inguardabile, talmente siamo rifatti.

Ovvietà

Ho imparato la lezione: no, non dirò pubblicamente che sono nudista, ma nel caso farò capire:

  • che è un’ovvietà naturale che più non si può,
  • che non è qualcosa che si deve capire, un costume che si deve imitare come un’effimera moda, o un percorso iniziatico per degni eletti,
  • che come tutti, ho il mio “buon senso”, e non devo spiegarmi, difendermi, giustificarmi, render ragione di fronte a un tribunale fittizio, che da me mi sono inventato come fosse reale,
  • che non ce l’ho con nessuno,
  • ma che semplicemente faccio a modo mio, come natura da sempre m’insegna, semplice e lindo, nudo nato così come sono e mi voglio.

Non critico, ma nemmeno accetto di essere come gli altri mi vogliono o vorrebbero impormi di essere.

Così come sono

Sono naturalmente orgoglioso di come mamma m’ha fatto. Di più non dimando.

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 10 settembre 2015, in Atteggiamenti sociali con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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