Dìvide et ìmpera


Nudismo e naturismo

Una legge che regolamenta il turismo regionale nel suo complesso può includere anche disposizioni che riguardano il turismo naturista: è quel che fa per la prima volta la legge regionale della Lombardia nr. 27 del 1° ottobre 2015. La legge dispone che le pratiche naturiste debbano essere svolte in strutture turistiche. Solo a queste condizioni e modalità esse potranno essere “riconosciute”. Dunque, esse sono necessariamente limitate dalla disponibilità di strutture e da quel che offre la struttura stessa, e di conseguenza anche il “riconoscimento” è altrettanto limitato. A chiare parole non lo dice, ma sembra che il “riconoscimento” del turismo naturista, appunto perché possibile in determinate condizioni, lo renda impossibile qualora queste condizioni non ci sono. Se da una parte qualcuno può gioire di questo parziale riconoscimento, altri ritengono di essere esclusi perché il testo profila indirettamente quel che NON viene “riconosciuto” e cioè il nudismo nella sua più vasta accezione.

Per di più quel punto w) dell’art. 2 “riconosce” il naturismo, ma allo stesso tempo ritira questo riconoscimento, perché lo relega nelle strutture dedicate, attrezzate e opportunamente segnalate, rendendolo di fatto socialmente invisibile, messo in sicurezza, dopo averlo bellamente sfruttato come specchietto per allodole, come “attrattività” (neologismo usato a iosa nel testo della legge regionale). È come se ci fosse una legge che mi consentisse di stare nudo… ma soltanto fra le mura del bagno con le tende tirate. Che “permesso” è?

Mi pare poi anche mistificante considerare il turismo naturista come pratica salutista svolta a contatto con la natura! La natura che si può godere in una struttura ricettiva (ne riprendo l’elenco dall’art. 18: alberghi o hotel; residenze turistico-alberghiere; alberghi diffusi; condhotel; case per ferie; ostelli per la gioventù; foresterie lombarde; locande; case e appartamenti per vacanze; bed & breakfast; rifugi alpinistici, rifugi escursionistici e bivacchi fissi; aziende ricettive all’aria aperta) non è paragonabile a quanto ci offrono sentieri, spiagge, rive di fiumi e di laghi, campagna o anche solo e quotidianamente balconi e giardini di casa.

 

Il nudismo

L’attività nudista, nascendo da un’esigenza fisiologica e psicologica del singolo (rapporto e consapevolezza del proprio corpo, esposizione del corpo all’aria aperta, alla luce, alla temperatura in modalità e variabilità naturali, gestione sociale del pudore) ha peculiarità tali che non possono definirsi di tipo turistico o assimilabili, se non marginalmente per il fatto di dover raggiungere determinati luoghi – ma non tutte le modalità di fruizione prevedono necessariamente uno spostamento con un mezzo. Il nudista utilizza le strutture turistiche (anche non-naturiste) solo incidentalmente, logisticamente, come punti di appoggio, non come mete. Il nudista non fa del turismo. La sua attività è spontanea, corporale, sensoriale, esperienziale; è ricreativa e rigenerativa quanto può essere ricreativa l’attività fisica in sé; il godimento che ne trae è più di natura olistica che intellettuale, nel senso che è più rivolta all’interazione con l’ambiente, all’integrazione di fattori naturali esterni, alle reazioni biologiche, alle regolazioni spontanee del proprio organismo, alle modificazioni inconsce dell’umore e della sociabilità più che al godimento intellettuale di una componente estetica, di una conoscenza, di una finalità, di una affermazione di sé (“John was here”). Non ha bisogno di attrezzature, di supporti tecnici, di impianti (piscine, campi da bocce, piazzole per il tiro con l’arco…) Non attende le ferie.

Naturismo contro nudismo

Il giochetto dei politici (e di chi ci sta dietro) mi sembra chiaro: tranquillizzare i naturisti offrendo loro una possibilità lecita, una sicurezza, un permesso, una legittimazione per allontanarlo dalle pratiche nudiste libere. Una volta che il bisturi della legge ha inciso nel corpo sociale separando i turisti naturisti dai nudisti, sorgono differenze di interessi, competizioni, lotte di primogenitura. Messi al riparo, nel seno della legge, i naturisti si sentiranno talmente sicuri da reclamare per sé agli occhi dell’opinione pubblica (quello stesso pubblico generico a cui comunque continuano a non potersi mostrare nudi!) l’esclusiva di poter starsene nudi e “riconosciuti”, facendosi forte del fatto che, in quanto regolamentata, questa soluzione, per quanto imperfetta, offre anche le necessarie garanzie di “rispetto” verso i non-naturisti. Si tratta di un atteggiamento vittimistico usato dai naturisti per farsi compatire, avere ragione, trovarsi degli alleati e dei “difensori”.

Questa “alleanza” col pubblico generico non-naturista verrà certamente vista ed accolta con favore dal resto della società, perché senza osare pretenderlo è messo al sicuro da eventuali cattivi incontri.

I naturisti che preferiscono i centri, per parte loro, sicuramente si sentiranno in qualche modo privilegiati, dalla parte del giusto e per primi, per mantenere il proprio privilegio e la propria giusta causa, saranno contrari alle pratiche nudiste libere e selvagge, fuori da regole e condizioni, e le combatteranno, non ammetteranno che qualcuno sia nudo senza le limitazioni che essi hanno accettato (e che ritengono giuste, il giusto prezzo da pagare al resto della società), avranno la conferma (errata) che quelle pratiche comportino comunque un certo rischio, siano al limite della legalità, malignamente e malevolmente sicuri che chi le pratica prima o poi verrà pizzicato dall’art. 726 cp. Rientra in tal modo dalla finestra e vien fatto valere l’assunto del codice penale secondo cui la visione del nudo dal vivo possa in qualche modo offendere i non-naturisti e soprattutto i bambini.

 

Indebita estensione

La legge dunque, riconoscendo da una parte il turismo naturista, consegna dall’altra i nudisti selvaggi ai rigori dell’art. 726. Articolo che, bypassato per i centri, viene tacitamente esteso e rinvigorito: se l’unica nudità ammessa è quella protetta e segnalata all’interno dei centri, la nudità libera, ipso facto, è bandita e inammissibile; in pratica si interpreta a senso unico quel che l’articolo del codice penale definiva in termini ampi e generici (e cioè che lo stare nudi “in un luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico” è un “atto contrario alla decenza”). In deroga a questo e sotto condizione, la legge “riconosce” questi stessi atti come ammissibili, al punto da considerarli una “attrattività” per il turismo e una risorsa per l’economia. L’articolo del codice penale è stato aggirato escludendo il pubblico, ma così facendo non si fa altro appunto che confermare che quegli atti siano indecenti e non debbano essere visti. Da una parte dunque, proprio recintando i centri, si riconferma che quel che fanno i naturisti nei centri sono “atti contrari alla decenza” (l’unica differenza è che sono ammessi perché non sono visibili dal “pubblico”); dall’altra che quegli stessi atti non sono indecenti per i naturisti, al punto che l’argomento della presenza di bambini (sempre impugnato come dirimente e decisivo), viene inspiegabilmente ignorato, neutralizzato, perdendo ogni valore ed efficacia.

È questa legislazione indiretta che è pericolosa per il nudismo: non si legifera direttamente in materia, ma quel che viene disposto da un lato, agisce in absentia dall’altro, nel senso che ora, abbandonata la possibilità di valutare caso per caso l’“indecenza” di un atto, si lascia intendere che tutto il resto (non citato), non rientrando nei criteri di accettabilità “turistica”, ne sia contrario. In altre parole – e qui sta la mostra dei muscoli – poiché il nudismo libero non è considerato un’attrattività turistica, forti dell’appiglio del codice penale, viene ulteriormente sanzionato e stigmatizzato perché indecente. Se si fanno delle eccezioni, il resto viene confermato e rafforzato.

Rileggendo l’articolo del codice penale sotto la lente del “riconoscimento” fatto dalla legge regionale, appare evidente che quei medesimi atti sono sì indecenti ma cessano di esserlo a determinate condizioni: sono indecenti se a compierli sono innanzitutto coloro che non accettano tali condizioni (i nudisti), dividendo così tra “osservanti” e “non-osservanti” quanti amano la nudità. La legge regionale, con l’imposizione delle condizioni, riafferma tutto il vigore dell’articolo del codice penale lungo lo spartiacque della decenza, ma “assolve” (= “riconosce”) coloro che accettano le sue regole. La legge in sostanza divide la società in tre gruppi di persone che non possono “per definizione” convivere, né manco vedersi: i naturisti, il “pubblico” e poi i nudisti (che proprio non hanno più diritto di esistere).

Ridefinizioni e contraddizioni

Non so fin quanto senza intenzione (perché oramai la politica non è più l’arte del dialogo, della ricerca della pacifica, civile convivenza fra tutti, ma il campo d’azione per furberie ed interessi “di parte”), dando un contentino ai “moderati” (i naturisti) si va a colpire indirettamente i nudisti. Chiaramente, i primi, come cani docili e fedeli, grati di un bocconcino che non si aspettavano, indifferenti alle ragioni e ai diritti di altri non considerati, sentendosi protetti e dalla parte del giusto, difenderanno le ragioni del proprio “padrone” (tanto benevolo), contro i secondi, indecenti, e eccessivi nelle loro richieste.

La legge definisce e sancisce una differenza che in natura non esiste e che il nudismo intende superare: la differenza fra nudi e vestiti. È una differenza culturale e non naturale. Se un legislatore mi fa una legge in cui prevede strutture per naturisti e li sottrae alla vista di chi naturista non è, sottolinea una differenza e una distinzione che in natura non c’è. Tanto è vero che psicologicamente fa più danno la secretazione e segregazione del nudo che la sua libera manifestazione. Infatti: da che cosa ci si sente liberi appena facciamo questo passo e ci spogliamo? Di che cosa ci rendiamo più consapevoli, se non del condizionamento sociale, culturale, morale che si oppone alla nuda semplicità della natura? Una natura libera dalle ragnatele dei nostri civili, moderni, scientifici pensieri, valori, comportamenti.

Nelle nostre escursioni miste infatti il nudo è accolto tranquillamente, così come chi si spoglia accetta tranquillamente chi preferisce rimanere vestito. Altrimenti si giungerebbe a una situazione paradossale – ormai consueta nei centri:

  • dove la nudità è imposta perché continuamente “rosicchiata” da chi preferisce comunque rimanere vestito
  • dove gli “irriducibili” (ad es. gli adolescenti) stanno per la maggior parte del tempo in bermuda e bikini per sentirsi a proprio agio e relazionarsi “normalmente”.

Il “turismo naturista”

E perché condizionare lo stesso “turismo naturista” alla specializzazione delle strutture ricettive? Così come per il turismo classico le strutture ricettive sono un punto secondario rispetto all’attrattività di un luogo che ne merita la visita, non vedo come possa essere la presenza della struttura naturista in sé a richiamare il turista, a meno di considerala appunto come condizione esclusiva per la pratica del naturismo. L’attrattiva turistica di un luogo precede la disponibilità delle strutture ricettive presenti (l’Everest ne è un esempio); e la qualità e specializzazione delle strutture stesse possono essere componente dell’attrattività turistica indipendentemente dal contesto geografico o culturale del territorio (vedi le spa, i centri benessere, le strutture per naturisti).

Un litorale, un fiume, un monte possono essere mete turistiche e meritare una visita (da nudi o da vestiti, con o senza strutture ricettive). La pratica nudista, a differenza del turismo naturista, può svolgersi anche in luoghi senza strutture ricettive, anche senza spostarsi da casa, non è limitata a periodi dell’anno o alle ferie.

Il turismo naturista ha messo in chiaro il discrimine vero, il grimaldello che apre magicamente tutte le porte: Tutti gli ostacoli si possono superare se l’attività porta un beneficio economico (chiamiamolo pure profitto), altrimenti il mettersi nudi rimane una pratica indecente. Gli operatori turistici “specializzati” e i turisti naturisti vedranno come una minaccia innanzitutto economica il nudismo “libero”.

 

Un diritto personale e naturale

Non vorrei che il “turismo naturista” riconosciuto dalla recente legge diventasse l’unica possibilità anche per il nudismo. Che la politica consegni agli operatori lo strozzo dell’esclusiva, cancellando di fatto il nudismo libero o imponendo delle condizioni economiche, una tassa minima, o una specie di “licenza-nudismo” per un diritto personale e naturale.

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 13 ottobre 2015, in Atteggiamenti sociali, Motivazioni del nudismo con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 4 commenti.

  1. Marco Cattaneo

    Non è così, tanto che si stanno approntando richieste di spiagge e fiumi e parchi e non sono previsti i tanto temuti recinti. Se anziché continuare a scrivere articoli approfondissi di persona con chi conosce cosa sta muovendosi, sapresti anche che il trekking potrebbe essere addirittura avvantaggiato ed uscire dal rischio di problematiche attualmente esistente così come il naturismo/nudismo libero. Nessuno vuole creare strutture, recinti, limitazioni o altro. Tutte le altre interpretazioni sono solo personali.

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    • Vittorio Volpi

      > Non è così.
      Mi fa piacere saperlo. Mi fa piacere sapere che le mie analisi e interpretazioni sono sbagliate, che la situazione è migliore di come la vedo. Staremo a vedere.

      > Tanto che si stanno approntando richieste di spiagge e fiumi e parchi e non sono previsti i tanto temuti recinti.
      Non so nulla di quel che si muove dietro le quinte. Come non so nulla di turco o di calcolo infinitesimale o di massoneria. Se mi sentissi in colpa per le cose che non so, sarei schiacciato dal peso di questa montagna, invece cerco di usare al meglio quel che so per aiutarmi a capire il mondo che mi circonda, attento a quel che fa l’altra gente. Soprattutto in quelle cose che mi possono riguardare da vicino. Come del resto vedo che così fan tutti. Il mio post non trattava di questo. Mi dice che sono male informato. Non dico di no. Nel post non parlo di cose che non conosco, ma cerco di vedere la situazione partendo da quel che è scritto nero su bianco in una legge. È legittimo farlo. È doveroso farlo, perché, giustamente o no, l’ignoranza della legge non è ammessa.

      > Se anziché continuare a scrivere articoli…
      Finché avrò qualcosa da dire, qualcosa che mi sembra significativo e utile alla discussione, lo dirò. Finché avrò uno spazio per dire la mia, lo userò. E parlerò di cose che conosco, che mi sembrano evidenti, che tutti possiamo capire al lume della ragione. Non smetterò di scrivere perché me lo dice lei, ma quando me lo chiederà chi mi ospita qui. E preferisco questo spazio rispetto ad altri perché qui sono libero di esprimere liberamente, autonomamente il mio pensiero, di cui sono il solo responsabile (come dice un box qui accanto: «Ogni articolo rappresenta la sola libera opinione del suo autore e non necessariamente quella dell’intera redazione del blog»). Non ho la pretesa che tutti i miei 28 lettori concordino con me: è troppo giusto che si abbiano idee diverse, che la pensiamo e la vediamo diversamente. Mi faccia capire che sbaglio e le darò ragione. Stiamo ancor tutti sempre imparando, e nessuno può pretendere di avere la verità in tasca, ma è certo che quattro occhi vedono meglio di due. E poi: «base di ogni buona armonia è il contrasto» (Enciclopedia Treccani vol. X, p. 882, alla voce colore). Io per parte mia dico la mia, dica altri che vuole e lo leggerò.

      > Tutte le altre interpretazioni sono solo personali.
      Vivaddio, certo che sono interpretazioni personali! Tutte le interpretazioni vengono da qualche persona! Perché tanta sorpresa? Come tutti del resto anch’io amo e ci tengo alle mie opinioni, sono farina del mio sacco. Ma vedo che le mie interpretazioni non le piacciono e le tiene prudentemente a distanza. Ok, prendo atto. Anzi, quasi me l’aspettavo.

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  2. Marco Cattaneo

    Vittorio siamo passati dal tu al lei…per carità va bene…Non ho mai detto che le tue interpretazioni non mi piacciono, semplicemente non le condivido perché nell’esprimerle analizzi le cose solo dal tuo punto di vista. Non hai mai cercato di andare oltre le tue teorie. Ma non è polemica la mia. Non ho la tua capacità dialettica nello scrivere per cui se vorrai, quando possibile, ne parleremo a voce, mi farebbe piacere!

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    • Vittorio Volpi

      Grazie, molto volentieri. Troveremo senz’altro la buona occasione. Il “lei” è una forma di rispetto per la carica che ricopre e io un semplice iscritto. Quanto alla “dialettica” mi preme innanzitutto essere chiaro, e se a volte posso essere tagliente, non lo faccio con intenzione o per ferire qualcuno. Esprimere chiramente i proprio pensiero mi pare una buona base per cominciare a dialogare. A presto.

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