Archivio mensile:novembre 2015

#TappaUnica3V, un fine settimana di scarico


Dopo diversi test anche piuttosto impegnativi e che hanno lasciato qualche piccolo segno nelle gambe mi serviva un momento di scarico e allora…

Domenica 29 novembre tranquilla escursione in compagnia di mia moglie a pochi chilometri da casa: salita al Dragoncello partendo da Botticino Mattina e passando per Ghiacciarolo, San Gallo e San Vito. 930 metri di dislivello per cinque ore e dieci minuti di cammino fra salita e discesa.

Lunedì 30 novembre mi porto con la macchina fino a Cariadeghe (parcheggio degli Alpini) e da qui effettuo il periplo della zona passando per tutte le principali cime che la circondano: Ucia, Dragoncello e San Bartolomeo. Giornata stupenda e nessuno in giro, peccato le forti, costanti e freddissime folate di vento che mi hanno costretto a starmene sempre vestito. Dislivello totale 649 metri, con un continuo su e giù distruttivo per le gambe anche per la presenza di tratti molto ripidi sia in salita che in discesa. Tempi di percorrenza: dal parcheggio alla vetta del monte Ucia 50 minuti (contro le due ore della tabella, l’unica su tutto il percorso; 358 metri di salita); dal monte Ucia al monte Dragoncello venticinque minuti di discesa (248 metri di dislivello) e quindici di salita (174 metri); dal Dragoncello a San Bartolomeo cinquantatré minuti (218 metri per quaranta minuti di discesa e 117 metri per tredici minuti di salita): da San Bartolomeo al parcheggio dieci minuti (123 metri di discesa); totale 2 ore e trentatré minuti.

#TappaUnica3V, un importantissimo test


Da sempre amo starmene solo con me stesso, adoro trovarmi solo in mezzo alle montagne, mi sento libero e leggero mentre vagabondo senza meta e senza responsabilità camminando nell’immensità dei pascoli alpini o nell’apparente piccolezza di una tetra boscaglia, così come in ognuno degli altri mille ambienti diversi che la montagna contiene e offre.

Da molto tempo ho imparato a guardare in me e far scivolare la mia essenza all’interno della montagna, fondere tutto me stesso con lo spirito della montagna, diventare, come scrissi tanti anni addietro, roccia nella roccia, prato nel prato, fiore nei fiori, montagna nella montagna.

Da qualche anno ho raggiunto un nuovo livello di consapevolezza che mi ha permesso d’integrarmi nella montagna senza la benché minima difesa, senza la pur minima barriera del più leggero vestiario tecnico sportivo, del più ridotto vestiario da corsa, di percorrere la montagna esattamente così come la percorrono tutti gli altri animali che in essa vivono: nudo!

Da sempre mi piace camminare, eppure sto scoprendo un’arte, l’arte del cammino e come ogni artista impazientemente attendo il momento di potermi nuovamente esprimere. Mancano ancora tanti mesi a quando dovrò partire per il mio ultimo obiettivo e già fremo dal desiderio d’essere in marcia, vorrei che il tempo svanisse tutto d’un colpo ed essere già a luglio 2016. D’altra parte i primi test effettuati, se da un lato m’hanno rassicurato sulla mia possibilità di farcela, dall’altro mi hanno anche evidenziato alcuni aspetti sui quali è bene che lavori ed allora ecco che i test e gli allenamenti si ripetono con estrema regolarità, ad essi mi sottopongo senza fatica, ad essi mi dedico come fossero un lavoro senza per questo patirne in nessun modo, senza sofferenza alcuna, senza patemi e senza stress, tutt’altro.

IMG_8073Domenica 22 novembre

Altra esplorazione in compagnia di mia moglie, indi camminata in relativo rilassamento. Prima di partire, però, devo raccogliere le tante foglie che il vento della sera precedente ha fatto cadere in giardino: un ottimo riscaldamento e un utile compendio alla leggera faticata che mi aspetta. Finalmente si parte e con un breve viaggio in macchina siamo a Lodrino Cocca, punto di partenza per l’escursione che ci vede impegnati prima nel risalire il ripido pendio della Costa Nibbia, poi quello della Punta Reai dove ci attende un leggero strato di neve che ha ricoperto i più abbondanti resti di una recente grandinata. Dalla Punta Reai si procede in cresta con un lungo tratto che presenta una certa esposizione sui pendii erbosi che scendono sui due versanti, accentuata dalla neve che rende un poco scivoloso il cammino. Una breve risalita ci porta in vetta alla Punta Orosei, da qui ripida discesa e ancora per cresta, leggermente meno esile della precedente, arriviamo alla Passata Vallazzo. L’intenzione era quella di procedere fino alla Corna di Sonclino ma il sentiero risulta troppo stressante per mia moglie e, comunque, siamo troppo in ritardo per cui decidiamo di scendere. Per la comoda stradina della variante bassa arriviamo al fondo valle dove ritroviamo una temperatura più confortevole e trovato un posto comodo per fermarsi ci concediamo il meritato frugale pasto.

Dislivello 684 metri, ore 4 e qualcosa.

Lunedì 23 novembre

IMG_8077Oggi mi sono programmato un test di durata, sveglia alle sei e trenta minuti dopo sono già in cammino, si perché stavolta parto a piedi da casa. È ancora buio, sono senza torcia e pioviggina ma il cammino è comunque agevole visto che sto percorrendo la strada asfaltata chiamata “Gavardina” che da Prevalle porta a Gavardo. Un’ora dopo sono sul sentiero che sale verso Tesio che raggiungo velocemente nonostante la neve che ricopre il terreno. Da qui risalgo al monte Tre Cornelli dal quale mi godo una splendida visione sul Lago di Garda.

Dopo una breve sosta sfruttata per mandare un messaggio a mia moglie, mi rimetto in cammino per scendere il versante opposto a quello di salita. Il paino sarebbe quello di seguire la strada che porta a Serle e da li salire a Cariadeghe, però un tarlo che da tempo mi rode dentro mi spinge a cercare una via più diretta: seguo una strada sterrata che muove in direzione opportuna e al suo termine un cacciatore mi conferma sull’esistenza di una via che porta direttamente a Cariadeghe. Purtroppo la mia soddisfazione presto si scontra con la realtà di un sentiero invaso dalla vegetazione e dai rovi, è solo grazie alla stagione autunnale che riesco a passare indenne anche i tratti più spessi ed è solo grazie alla mia notevole esperienza di terreno vergine che riesco a trovare la giusta strada, sebbene la costante presenza della rete dell’ex polveriera dia comunque un buon aiuto. Arrivato a Cariadeghe senza esitazione imbocco la strada che sale verso l’inizio della cresta del Monte Ucia, man mano che salgo l’aria si fa più gelida e il cielo sempre più tenebroso, arrivato al roccolo posto all’inizio della cresta decido di ritornare a valle, anche perché mi sono reso conto di essere stato particolarmente ottimista coi tempi di marcia: come minimo per fare il giro preventivato, che dopo l’Ucia vorrebbe la salita al Dragoncello per poi rientrare a Cariadeghe, mi servirebbero due o tre ore più di quelle calcolate e più di quelle che ho a disposizione.

Eccomi a Serle e prendo la via per Tesio con l’intenzione di scendere a Gavardo per un sentiero segnato parallelo a quello percorso in salita e a me ancora sconosciuto. Un errore di valutazione mi porta invece su un sentiero in cui le segnalazioni svaniscono presto ma dopo il punto in cui il ritorno risultava ancora comodo per cui decido di scendere a naso. Cammina, cammina, prima per stradina sterrata poi per mulattiera, prima verso Serle, poi verso Gavardo, arrivo ad una vecchia casa dalla quale imbocco una stradina con segnalazioni di qualche corsa. Cambiando continuamente direzione, con un zig zag vagante nel bosco e tanti cambi si sentiero alla fine sono a Marguzzo un piccolo gruppo di case che sovrasta Paitone. Imbocco la strada asfaltata che scende a Paitone finché trovo una mulattiera con segni di corsa e, nella convinzione di tagliare la strada, la imbocco deciso. Invece la mulattiera cambia totalmente direzione e ritorna verso Gavardo portandomi a Pospesio. Il paesino sarebbe proprio di fronte alla strada che porta a Prevalle ma non conosco un passaggio diretto tra le cave per cui seguo la strada asfaltata che mi riporta a Paitone da dove posso finalmente imboccare la certa e nota strada di casa.

Alla fine ho superato un dislivello totale di novecentocinquanta metri in salita e altrettanti in discesa, ho percorso all’incirca quaranta chilometri, ho camminato senza sosta per sei ore e dieci ad un passo che qualcuno definirebbe una corsa, bevendo meno di un litro di acqua e mangiando solo due biscotti, le gambe rientrano a casa senza segni di fatica, solo i piedi un poco accaldati dai tanti chilometri su fondo asfaltato. Un buon allenamento e un test decisamente significativo e importante, certo il tempo di marcia è pur sempre un settimo di quello che dovrò fare, ma l’ho fatto ad una velocità tripla rispetto a quella che dovrò tenere durante la TappaUnica3V.

Sempre le mie passate attività sportive mi hanno donato piaceri esaltanti, soddisfazioni notevoli, grandi gratificazioni, eppure c’è un qualcosa di nuovo che questo progetto sta donandomi, un qualcosa che fatico a descrivere, anzi, con difficoltà riesco persino a circoscrivere, un qualcosa che rende tutto ancor più forte, ancor più intimo, ancor più stimolante. Sarà forse per i tanti significativi messaggi che vado inquadrando poter e voler trasmettere attraverso il mio lungo nudo e solitario cammino, messaggi di forza e di speranza, messaggi per i diabetici, per i nudisti, per chi nudista non è, a ben vedere messaggi per chiunque. Messaggi, dunque, per la società intera, una società che mostra sempre più i segni di una profonda debolezza, una società che, pertanto, deve necessariamente rimettersi in discussione, che deve reimparare valori quali la tolleranza, il rispetto, l’accettazione dell’altro, valori che sono propri dello stile di vita nudista, valori indissolubilmente necessari per addivenire al nudo sociale e pertanto valori che più facilmente e velocemente si possono acquisire attraverso l’abbandono generalizzato e diffuso delle vesti. Nudo istruttivo, nudo educativo, nudo rigenerativo, nudo per debellare la violenza e l’intolleranza che recenti fatti hanno ferocemente portato alla ribalta.

Giro delle Colombine (Maniva – BS)


  • Zona: Collio Val Trompia (BS)
  • Punto di partenza e arrivo: Giogo del Maniva (1664m)
  • Quota massima: Monte Colombine (2214m)
  • Dislivello totale (considerando anche i vari sali scendi): 695m
  • Tempo: 6 ore
  • Segnaletica: paline e segni bianco azzurri del sentiero 3V “Silvano Cinelli”
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E3P
IMG_7996

Tutta la cresta dal Monte Dasdana al Monte Colombine

Panoramica cresta erbosa con qualche breve tratto roccioso che si sviluppa in destra orografica della parte terminale della Val Trompia, separandola dalla Val Camonica. Attrattiva particolare è data dai resti di opere militari della Grande Guerra. Coincide interamente con la parte più alta e più a nord del sentiero 3V, percorrendone all’andata la variante alta e al ritorno la variante bassa.

Sebbene si possa portarsi in auto ben più sopra, si consiglia la partenza dal Giogo del Maniva sia per fruire dell’appoggio logistico dei ristoranti e bar presenti in zona, sia per allungare un poco il piacere del cammino altrimenti molto contenuto.

Relazione

Dal piazzale del Maniva ci portiamo sul lato Triumplino dell’Albergo Maniva dove si prende una stradina sterrata che, parallela alla sottostante strada asfaltata, si alza ripidamente sotto un dosso erboso con grande croce di metallo, per poi tagliare a mezza costa il versante occidentale del Monte Maniva e pervenire, poco sopra l’albergo Bonardi, alla strada asfaltata del Crocedomini (1760m; 20 minuti). Seguiamo detta strada fino a quando una stradina militare si stacca sulla sinistra aggirando un dosso erboso sovrastato da una casetta in cemento. Si segue questa strada per poche decine di metri, in corrispondenza della casetta si prende a destra un sentierino che ripidamente si alza verso il crinale erboso che separa la strada militare dalla strada asfaltata. Seguendo il crinale erboso in breve si perviene alla strada del Crocedomini che si segue fin quando svolta decisamente a sinistra. Proprio sulla curva, sulla destra si prende uno sterrato che s’inoltra nel largo pendio erboso delle Calve dei Zocchi che risaliamo interamente mirando all’evidente stazione a monte della seggiovia (Dasdanino, 2088m; 1ora e 10 minuti, 1:30 totale).

01

La postazione d’artiglieria sotto la vetta del Dasdana

Scendendo per larga strada sterrata si perviene in pochissimi minuti alla sella del Passo del Dasdana (2070m), una breve ripida salita ci riporta sulla strada asfaltata del Crocedomini che attraversiamo e subito abbandoniamo per prendere un sentiero che risale l’evidente cresta Est del Monte Dasdana. Superata la prima ripida metà della cresta si perviene ad un tratto pianeggiante al termine del quale s’incontra un’interessante postazione d’artiglieria per mezzi di medio calibro. La oltrepassiamo e prendiamo la parte finale della cresta pervenendo alla vetta del Monte Dasdana (2191m; 30 minuti, 2:00 totale).

Dalla vetta scendiamo pochi metri sul versante opposto portandoci all’interno della trincea che percorre tutto il versante camuno del monte, la seguiamo verso sinistra pervenendo ad una sella erbosa. Da qui la trincea svolta a destra e scende verso i laghi di Ravenola, noi invece proseguiamo lungo il crinale risalendo ad un primo dosso erboso (Prima Colombina, 2195m; 15 minuti, 2:15 totale). Scendiamo alla successiva sella per risalire il secondo dosso erboso (Seconda Colombina, 2183m; 15 minuti, 2:30 totale). Passando accanto ad un alto traliccio dell’alta tensione, si scende un ripido pendio e si perviene ad altra ben più larga sella dove ci immettiamo su una larga mulattiera militare che seguiamo in leggera salita traversando il versante meridionale del Monte Colombine. Poco prima del crinale meridionale, la mulattiera svolta a destra con stretto tornante, per poi salire con un paio di curve la parte terminale del Monte Colombine (2214m; 30 minuti, 3:00 totale), punto più alto del sentiero 3V e di questa escursione (larga piazzola d’artiglieria).

02

A centro foto il Goletto di Cludona visto dal Monte Colombine

Ritornando brevemente sui propri passi si scende lungo il crinale meridionale del monte puntando verso destra a una zona di rocce che si superano sulla sinistra senza particolari difficoltà. Si prosegue per piatte lastronate di roccia al termine delle quali si scende un breve caminetto roccioso a cui segue un ripido pendio erboso solcato da varie tracce di passaggio. Una piana dorsale ci porta ad alzarci brevemente su di un dosso erboso (Terza Colombina, 2201m), continuando lungo il crinale si supera anche la Quarta e ultima Colombina (2107m) scendendo infine verso ovest in direzione dell’ormai evidente sella del Goletto di Cludona (2031m) a cui perveniamo velocemente senza via obbligata (30 minuti; 3:30 totale).

Seguendo verso est una strada sterrata con alternanza di salita e discesa si traversa alla base dei vari spuntoni rocciosi che costellano il versante meridionale delle Colombine. Giunti al Pian delle Baste, oltrepassiamo sulla nostra destra i ruderi della caserma militare (1936m) e, con breve salita, raggiungiamo la strada asfaltata del Crocedomini (1 ora e 30 minuti; 5:00 totale). Per questa risaliamo al vicino passo del Dasdana da dove, seguendo lo stesso percorso fatto all’andata, prima ci portiamo alla stazione a monte della seggiovia, poi scendiamo le Calve dei Zocchi, seguendo la strada del Crocedomini oltrepassiamo l’albergo Bonardi e, per la stradina sterrata che si stacca a sinistra in corrispondenza del tornante che precede tale albergo, rientriamo al parcheggio del Giogo del Maniva (1 ora, 6:00 totale).

03

I ruderi della caserma al Pian delle Baste

Scala delle difficoltà escursionistiche


Nell’arrampicata è da lungo tempo consuetudine dare ad ogni itinerario una valutazione delle difficoltà e nel tempo diverse sono le scale che si sono utilizzate, talvolta anche contemporaneamente e spesso con accese discussioni tra i sostenitori dell’una piuttosto che dell’altra. L’escursionismo per molti anni è rimasto immune a tale esigenza finché il numero di praticanti è aumentato considerevolmente e sempre più numerose sono diventati i prodotti editoriali che trattano di escursionismo, determinando la necessità di offrire ai lettori un’indicazione sulla difficoltà del percorso . Dopo le iniziative individuali dei vari relatori, al fine di uniformare i criteri è lo stesso Club Alpino Italiano (CAI) a definire e pubblicare una scala di valutazione delle difficoltà escursionistiche, scala alla quale dovrebbero far ricorso tutti i relatori.

Nelle mie prime relazioni escursionistiche avevo tralasciato la questione, poi, però, anche a seguito di alcune osservazioni e incomprensioni evidenziate dagli amici partecipanti alle escursioni di Mondo Nudo, ho deciso di dare sempre anche tale informazione. La prima occasione si è formulata con i lavori per la “Guida alla Val Braone e Rifugio Prandini”, ma nell’applicare la detta scala mi sono trovato di fronte a diverse perplessità: innanzitutto tra libri, riviste e siti web, perfino quelli delle sezioni CAI, non esiste identità nelle definizioni dei valori; poi si applicano troppi parametri ad un singolo valore cadendo in un’eccessiva generalizzazione; infine, e soprattutto, si mescolano tra loro parametri che, al contrario, sarebbe meglio tenere separati, in particolare dislivello e tipologia di sentiero (può il dislivello rendere più tecnicamente impegnativa un’escursione che si svolge solo su strada sterrata e può un sentiero stretto ed esposto diventare meno difficile perchè di limitato dislivello?). Da qui la decisione di studiare e utilizzare una scala mia personale che possa rendere più facile definire la valutazione di difficoltà di un itinerario escursionistico svincolandosi dalla soggettività sia di chi dà la valutazione sia di chi la interpreta e che risulti il più comprensibile possibile a chi la legge. Ecco, senza nessuna pretesa di ufficialità, il risultato.


In ogni escursione ci sono diversi fattori in gioco che possono incidere sulla percezione di difficoltà, mantenerli indistinti porta ad incomprensioni inficiando, di conseguenza, la valutazione. D’altra parte è anche piuttosto complicato, per non dire impossibile, dare ad ognuno di loro specifica evidenza, possiamo però notare che tali fattori sono sostanzialmente riconducibili a tre sole categorie: tecnica, ovvero la necessità di possedere abilità aggiuntive al solo naturale cammino, come, ad esempio, il saper arrampicare o il saper utilizzare un dissipatore; fisica, inerente la preparazione atletica necessaria ad affrontare un determinato percorso; psicologica, che non è afferente alla maggiore o minore motivazione del soggetto alla pratica del cammino, ma piuttosto a quelle condizioni materiali dell’itinerario che possono sollecitare reazioni di timore o addirittura paura, in sintesi l’esposizione al vuoto. Pertanto la valutazione che ho sviluppato consta di tre parti distinte: difficoltà puramente tecnica, difficoltà puramente fisica e difficoltà puramente psicologica.

Identificazione letteraria della difficoltà puramente tecnica dell’itinerario

Sebbene ci possano comunque essere degli aspetti soggettivi (“tutto è opinabile!”), questa è sicuramente la parte più semplice da oggettivare. Al fine di mantenere un parallelismo e facilitare la comprensione generale della mia valutazione, utilizza le stesse sigle della scala CAI, ma differenziandosi nelle definizioni di ogni livello (dalle quali sono stati tolti i riferimenti al dislivello e rivisti quelli alla tipologia del tracciato rendendoli meno confusi e più specifici).

Tutti i riferimenti vanno riferiti alle migliori condizioni ambientali estive, meteorologiche e di visibilità. Dato che la segnaletica può variare di molto nel corso del tempo la sua presenza e condizione non può essere considerata discriminante, dovendosi piuttosto fare riferimento all’evidenza fisica del percorso: l’escursionista deve preventivamente studiare lo stesso su cartina e relazione, magari portandosele anche appresso durante l’effettuazione dell’escursione.

  • T = turistico: si sviluppa interamente su strade, siano esse asfaltate, cementate o sterrate; può comprendere brevissimi (inizio e fine sono contemporaneamente visibili all’escursionista o quantomeno perfettamente intuibili) tratti di mulattiera o sentiero che collegano fra loro strade diverse o tagliano curve e tornanti; non presenta difficoltà d’individuazione del percorso.
  • E = escursionistico: si sviluppa principalmente su mulattiere o/e sentieri; non presenta difficoltà d’individuazione del percorso.
  • EE = per escursionisti esperti: ogni tipologia di percorso con difficoltà d’individuazione; in particolare si sviluppa su sentieri poco evidenti, tracce di passaggio o/e terreno vergine (ovvero privo di ogni traccia); può presentare anche limitati (non superiori al 10% del percorso), brevi (massimo 20 metri) e discontinui passaggi d’arrampicata (con difficoltà massima di secondo grado) o/e tratti su neve che non necessitano dell’utilizzo di una o più attrezzature specifiche per la sicurezza personale e/o di cordata (imbragatura, cordino, dissipatore, moschettoni, corda, ramponi, piccozza).
  • EA = per escursionisti esperti con attrezzatura: ogni tipologia di percorso che richieda l’utilizzo di una o più attrezzature specifiche per la sicurezza personale e di cordata (imbragatura, cordino, dissipatore, moschettoni, corda, ramponi, piccozza); in particolare si sviluppa su sentieri attrezzati, vie ferrate, nevai o ghiacciai.

Identificazione numerica della difficoltà puramente fisica

Fonti

Training Consultant / Fulvio Massini – La fatica

Albanesi.it / Fatica e corsa

Mypersonaltrainer / Dott. Francesco Grazzina – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – La potenza aerobica

Albanesi.it – Muro del trentesimo chilometro

Mypersonaltrainer – La Scala di Borg e la Percezione dello Sforzo

Calciatori.com – Percezione dello sforzo: le scale di valutazione di Borg

Training Consultant / Fulvio Massini – La Scala di Borg: Percezione dello Sforzo

Sport&Medicina / Stelvio Beraldo – La resistenza organica

Difficoltà fisica, ovvero quanta fatica faccio? Qui le cose si complicano notevolmente: seppure si possa in merito trovare molta documentazione, quella di origine medica è finalizzata a determinare le motivazioni della fatica e le sue eventuali evoluzioni patologiche, quella di origine sportiva è finalizzata a valutare, in un dato istante, la fatica e la sua percezione nel singolo individuo con l’obiettivo di aumentarne la prestazione. Io, al contrario, devo determinare quale possa essere il livello d’impegno fisico che un dato percorso vada a generare in un qualsiasi soggetto. Combinando lo studio della predetta documentazione con le mie personali osservazioni e intuizioni, penso d’essere arrivato ad una soluzione accettabile, sebbene pur sempre imperfetta (“tutto è perfettibile!”).

Dobbiamo necessariamente partire dalla considerazione che la fatica non è una sola, ce ne sono diverse che, di volta in volta, di soggetto in soggetto, si sommano fra loro in modo anche molto differente: generale, legata allo stato di salute del soggetto; mentale, legata allo stato motivazionale del soggetto (più si è motivati meno fatica si sente); psicologica, determinata da eventuali fattori stressanti per il soggetto; traumatica, determinata dall’avvenimento di infortuni; meccanica, dovuta alla mancata abitudine allo sforzo effettuato; neuromuscolare, genericamente dovuta dall’inadeguata idratazione e conseguente carenza di potassio; da deplezione di glicoceno (il classico muro dei maratoneti), legata all’esaurimento delle scorte di glicogeno, presente, però, solo sulle lunghe distanze; fisica pura, che dividiamo in generale (organica) e locale (muscolare).

Come prima cosa togliamo di mezzo alcune di queste fatiche (generale, mentale, psicologica, traumatica e meccanica ) azzerandole mediante l’individuazione di un ben preciso soggetto di riferimento, ovvero l’escursionista ideale: soggetto che sia motivato al cammino che deve affrontare, che non sia dallo stesso intimorito o in altro modo psicologicamente stressato, che sia intorno al suo peso forma, che sia e durante l’escursione permanga in una condizione fisica ottimale, che abbia confidenza con la distanza e il dislivello da percorrere. Ogni situazione anche di poco sotto i parametri indicati come ideali alzerà la percezione di fatica: ogni escursionista deve ben sapere questo e deve sapersi giudicare con obiettività.

Eliminiamo anche la fatica neuromuscolare e quella da deplezione di glicogeno dando per scontato che in nostro soggetto di riferimento sabbia gestirsi correttamente, ovvero si idrati con dovizia e mantenga una velocità di cammino costantemente adeguata al suo allenamento. (determinabile in una frequenza cardiaca pari al 65% di quella massima: empiricamente calcolabile con la formula “220 meno l’età del soggetto”).

Per l’idratazione è difficile dare un univoco parametro di riferimento (litri all’ora) dato che dipende dalla temperatura, dall’insolazione, dall’abbigliamento e dal vento; in linea di massima diciamo che dev’essere sempre presente una quantomeno leggera sudorazione e non dev’esserci sensazione di bocca secca.

La velocità di progressione è, al contrario, facilmente rilevabile attraverso tre modalità: chilometri all’ora, metri di dislivello al minuto e frequenza cardiaca. Noi, però, non dobbiamo definire la velocità di progressione in se stessa quanto la sua conformità all’allenamento e dobbiamo definirlo in modo indipendente da uno specifico soggetto. Le prime due modalità risultano scomode in quanto richiederebbero che ogni escursionista facesse periodicamente degli specifici test sulla sua massima velocità di progressione in date condizioni, troppo complesso. Possiamo, invece, sicuramente utilizzare la terza (oggi facilmente rilevabile attraverso gli apposti cardiofrequenzimetri o le app per i cellulari) che, essendo nel suo valore massimo una costante genetica influenzata solo dall’età, è facilmente definibile: dovrà costantemente risultare attorno al 65% di quella massima (ci sono varie formule per calcolarla empiricamente, una delle più usate è 220 meno l’età; su Internet si trovano anche specifici calcolatori; per un calcolo più attendibile è meglio rivolgersi a un personal trainer o a un istruttore di Fitness), chiaro che se camino molto piano e la frequenza cardiaca scende fino ad approssimarsi al valore a riposo la fatica diminuisce, mentre se cammino più velocemente e la frequenza sale oltre il 70% di quella massima la fatica cresce.

Rimane la fatica fisica. Questa è indotta dalla concentrazione di lattato nel sangue, la quale è proporzionale alla velocità di cammino, mentre il tempo di cammino agisce sulla produzione totale di lattato. L’area definita dai due parametri può essere vista come misura della fatica fatta. Avendo già normalizzato la velocità di cammino (frequenza cardiaca pari al 65% di quella massima) l’unica variabile che appare rimanere in gioco è il tempo. Se questo è vero per il cammino su terreno uniforme (come, per l’appunto, le strade asfaltate su cui si corrono le maratone da cui derivano il maggior numero di studi letti), in assenza di studi specifici al riguardo (o almeno non sono stato in grado di reperibili) per esperienza personale mi sento di poter affermare che non lo è, invece, per il cammino su terreni accidentati, specie quando il terreno si approssima all’aspetto di una scalinata, e/o inclinati: alla fatica del cammino in sé stesso si assomma la fatica di dovere ad ogni passo sollevare il nostro corpo facendogli man mano guadagnare quota. Ecco che quando si procede su terreno ad alti gradini, sia in salita che in discesa, entra in gioco la forza massima dei quadricipiti, mentre nelle salite particolarmente ripide e con terreno liscio (prati, terra, neve), dove la lunghezza del passo si accorcia notevolmente e si lavora molto con la sola parte anteriore del piede, viene particolarmente sollecitata la forza massima dei polpacci. Purtroppo, come già detto, non sono stato in grado di trovare studi specifici per cui ho individuato io stesso dei parametri che ritengo attendibili e oggettivabili: la pendenza, la discontinuità dell’inclinazione e l’uniformità del terreno.

Certamente il calcolo della pendenza reale (che nessuna delle mappe on-line che ho ad oggi provato riporta in automatico, se non attraverso una visualizzazione del profilo sempre falsata dall’utilizzo di scale differenti per dislivello e lunghezza piana) non è semplicissimo visto che quasi sempre l’inclinazione del nostro percorso avrà delle continue variazioni; in ambito alpinistico ed escursionistico, si aggira la questione facendo riferimento al solo dislivello, ma questo apporta una eccessiva generalizzazione (a livello muscolare è ben diverso farsi 400 metri di dislivello a pendenza del 10% che al 70%) e per questo io preferisco far riferimento alla pendenza media (semplice calcolo trigonometrico avente come fattori la lunghezza in proiezione piana e il dislivello), tenendo conto che il suo valore risulterà sensibilmente differente (solitamente inferiore) a quello reale. Il dislivello è un parametro facilmente misurabile sia a tavolino, grazie alle carte topografiche stampate (potenzialmente precise ma complicate e tediose da utilizzare) e alle mappe on-line (semplici da utilizzare e veloci ma, per quanto abbia sperimentato, assai imprecise, specie su percorsi lunghi e con alternanza di salite e discese), che in pratica, mediante i GPS. Più complicato è rilevare l’esatta lunghezza in proiezione piana (raramente un itinerario segue una linea retta e non tutte le curve possono essere riportate sulle carte topografiche e sulle mappe on-line alla loro tipica scala di rappresentazione), ma alla fine possiamo pur sempre considerare valida la distanza approssimativa che riusciamo a calcolare, specie quella che ci viene automaticamente computata dalle mappe on-line appositamente realizzate (o adattate) per le esigenze di chi organizza o certifica le gare di corsa in montagna e i trail.

Oops, abbiamo detto che il tempo è la variabile principale per la determinazione della fatica: più si cammina più si fa fatica. A questo punto, visto che dobbiamo oggettivare la valutazione di fatica e, quindi, dobbiamo definire, per ogni percorso, un preciso tempo di percorrenza, a quale velocità lo calcoliamo? Certo, quella che corrisponde a una frequenza cardiaca pari al 65 percento della massima, ma una persona molto allenata a parità di frequenza va più veloce di una poco allenata e allora a chi dobbiamo fare riferimento? L’escursionista medio, come si usa dire, ma a che velocità viaggia l’escursionista medio? Per altro, la velocità è ovviamente variabile visto che parliamo di montagna (in relazione alla pendenza ma anche alla tipologia del terreno e alla difficoltà tecnica dei passaggi) e allora? Allora…

uhm, bel problema, ci devo ragionare sopra…

Dopo le dovute spiegazioni veniamo alla classificazione.

ATTENZIONE: nella classificazione che segue la determinazione dei parametri è incompleta, in particolare sto cercando di capire come gestire la variabilità dell’inclinazione, l’inserimento di discese e i percorsi principalmente o totalmente in discesa.

  • 1 = non faticoso: massimo 1 ora di cammino, pendenza anche costante con media fino al 10% (alias 6 gradi di inclinazione), terreno uniforme.
  • 2 = poco faticoso: massimo 3 ore di cammino, pendenza incostante con media fino al 25% (alias 14 gradi di inclinazione) e terreno al massimo non uniforme.
  • 3 = faticoso: massimo 6 ore di cammino, pendenza media fino al 25% (alias 14 gradi di inclinazione) e terreno al massimo con limitate/brevi scalinature.
  • 4 = molto faticoso: massimo 12 ore di cammino, pendenza media fino al 50% (alias 23 gradi di inclinazione).
  • 5 = particolarmente faticoso: massimo 20 ore di cammino, pendenza media fino al 100% (alias 45 gradi di inclinazione).
  • 6 = eccezionalmente faticoso: oltre le 20 ore di cammino o pendenza media superiore al 100% (alias 45 gradi di inclinazione).

Identificazione letterale della difficoltà puramente psicologica

Anche qui le cose, seppur più semplici che altrove, sono tutt’altro che immediate: l’abitudine all’esposizione le rende meno attiva mentre eventuali patologie, siano esse fisiche (ad esempio la vertigine parossistica posizionale) che psicologiche (ad esempio il terrore del vuoto), possono far diventare critico un passaggio che per altri è assolutamente banale. Si risolve oggettivando la valutazione, ovvero riferendola non alle proprie sensazioni personali ma alla condizione materiale del passaggio/percorso, pertanto parliamo di esposizione solo quando sussistono lungo il percorso uno o più tratti sovrastanti pareti rocciose verticali/strapiombanti o prati con fortissima inclinazione (valutazione soggettiva che andiamo ad oggettivare ponendola a 60 gradi *valore provvisorio in via di verifica*). Ovviamente si abbina solo ai percorsi di tipo escursionistico (E o EE): un itinerario turistico evidentemente mai potrà avere tratti esposti, mentre un itinerario attrezzato sempre presenterà esposizione ed è pertanto superfluo darne un’indicazione specifica.

  • P = protetto: totale assenza di esposizione o esposizione annullata da un sentiero molto largo o da parapetti robusti, stabili e alti (parapetti in cemento o ringhiere metalliche in ottimo stato di conservazione e saldamente fissati al terreno).
  • EP = esposto con protezione: esposizione attenuata da un sentiero largo e ben tracciato o da una fitta vegetazione di poco sottostante il sentiero o da leggeri ma comunque affidabili parapetti (corde o pali in buono stato di conservazione e saldamente fissati al terreno), sul lato a monte e disponibile un’affidabile cordina (metallica o in fibra) alla quale potersi attaccare con le mani (lungi dal ridurre l’esposizione limita sensibilmente il senso di esposizione).
  • E = esposto: come sopra ma senza parapetti e senza la cordina passamano.
  • CP = critico ma con protezione: esposizione senza attenuazione o attenuata da parapetti per nulla affidabili (corde o pali vecchi e marci, parzialmente danneggiati o malamente fissati al terreno), sul lato a monte e disponibile un’affidabile cordina (metallica o in fibra) alla quale potersi attaccare con le mani (lungi dal ridurre l’esposizione limita sensibilmente il senso di esposizione).
  • C = critico: come sopra ma senza la cordina passamano.

Dato che è certamente differente affrontare un singolo breve tratto esposto piuttosto che tanti tratti esposti o un singolo ma lungo tratto esposto, alle indicazioni E, EP, C e CP andiamo ad abbinare un’ulteriore indicazione che tenga conto di tale aspetto.

ATTENZIONE: nella classificazione che segue la determinazione dei parametri è provvisoria.

  • l = leggera esposizione: esiste un singolo e breve (massimo 2 metri) tratto esposto oppure i tratti esposti, pur sempre brevi e nella loro somma pari o inferiori al 10% della lunghezza del percorso, sono talmente distanziati tra loro da poterli definire singoli (almeno 30 minuti tra l’uno e l’altro);
  • m = media esposizione: i tratti esposti, pur sempre brevi (massimo 2 metri cadauno), sono superiori al 10% della lunghezza del percorso, ma comunque inferiori al 30%, e distanziati tra loro (almeno 30 minuti tra l’uno e l’altro);
  • f = forte esposizione: i tratti esposti nella loro somma superano il 30% della lunghezza del percorso oppure sono vicini tra loro (meno di 30 minuti tra l’uno e l’altro) oppure c’è un singolo tratto esposto ma lungo (oltre i 2 metri).

#TappaUnica3V: test psicogeno :)


Domenica 15 novembre

Stando alle previsioni meteo dovrebbe essere una bella giornata, ancora con il buio sono all’inizio della Val d’Inzino, obiettivo della giornata salire la ferrata dell’Almana. Dovrò farla verso la fine del giro per cui presumibilmente in condizioni di affaticamento, allora voglio farla anche oggi in stato di cottura e cosa m’invento? Salita a tutta della Val d’Inzino!

Alla Croce di Marone arrivo con i quadricipiti che non ne vogliono più sapere di spingere. Recuperando un poco nel tratto di discesa che dalla Croce di Marone porta alla Forcella di Sale mi avvicino alla ferrata. Alla Forcella di Sale le indicazioni sono ambigue, tutt’attorno solo prati recintati e cancelli chiusi. A ben guardare, lontano, in alto, sopra un verde prato, si vede qualcosa che somiglia a un cartello dipinto a strisce bianco azzurre. Risolvo chiedendo informazioni a due signori che, casualmente, passano in auto uscendo da una baita poco sopra. “Per l’Almana vada di là” “Ma non si sale anche direttamente da qua?” “Si, si può salire anche da qua, ma è pericoloso, vada di là” “Grazie, io devo però salire proprio da qua, di la ci scendo”.

La salita si fa subito molto ripida, poi, passando sul versante che da verso il Lago d’Iseo, anche l’esposizione aumenta considerevolmente,  anche se attenuata dal salire sulla linea di massima pendenza per canalini erbosi e qualche rotta roccetta. Improvvisamente un lungo traverso, una comoda cengia, una cordina metallica e un albero sul lato a valle infondono sicurezza, ma poco dopo la cengia muore su un altro ripidissimo ed esposto pendio erboso: qui la cordina farebbe decisamente più comodo.

Ancora linea di massima pendenza e presto sono in cresta, una bellissima e panoramica cresta erbosa solcata da un ottimo sentiero. Senza ulteriori difficoltà, con alcuni ripidi saliscendi eccomi  in vetta all’Almana. In questa parte del mio itinerario, ogni pur breve tratto di salita mi procurava fitte dolorose ai quadricipiti, ma sono qui, in vetta, alla fine sono salito e l’ho fatto senza particolari difficoltà pur essendo in stato di grande affaticamento muscolare. Ottimo anche questa variante alta è confermata.

Tanto per completezza e curiosità, riporto qui la tabella dei tempi di marcia di questa uscita, di questa  esplorazione preparata e condotta anche anche come primo vero e proprio test, anzi doppio test: fisico e… psicogeno 🙂

Tratto

Tempo di tabella

ore

 

Mio tempo

ore

Inzino – Croce di Marone per Val d’Inzino

2:20

1:30

Croce di Marone – Forcella di Sale

0:50

0:21

Forcella di Sale – Punta Almana per 3V var. alta

1:15

0:44

Punta Almana – Forcella di Sale per via soccorso

0:40

0:20

Forcella di Sale – Inzino per Valle delle Casere

1:50

1:01


Totale


6:50


3:56

IMG_8033

Passo di Spino: la “ferrata” sale tra quelle rocce.

Lunedì 16 novembre

Mi manca ancora una variante alta, la cresta del Dossone di Facqua sopra Lumezzane, pertanto eccomi qui, alla sua base, con le gambe che non ne vogliono sapere di spingere. Un preoccupato cacciatore mi chiede se so dove sto andando, se sono al corrente che c’è da arrampicare, lo tranquillizzo e procedo.

Eccomi al passaggio della “Streta”, uno stretto camino roccioso alto all’incirca cinque metri posto al di sopra di un basamento di rocce rotte a suo volta alto cinque metri. In totale una decina di metri di arrampicata, stavolta di vera arrampicata: lo zaino struscia contro le rocce infastidendomi alquanto, gli appigli sono tanti ma svasati, c’è una vecchia corda di nylon ma non infonde fiducia e poi perchè non godermi questa breve arrampicata?

Qualche istante di attenta valutazione è necessario per superare la stretta, ma alla fine eccomi sopra.

Il resto della cresta, presenta ancora un paio di passaggi di arrampicata, molto più semplici, per il resto è  sostanzialmente banale.

Aggiudicata anche questa: esteticamente molto bella, segue la logica del filo di cresta, mentre la variante bassa risulta assai più lunga, più faticosa e molto meno interessante.

Con queste due ultime uscite come prima cosa mi sono reso conto che dovrò fare un bel lavoro di resistenza per i quadricipiti, poi  che coi tempi di marcia sono già perfettamente allineato, infine ho concluso le esplorazioni delle parti più tecniche, quelle esplorazioni che volevo fare a tutti i costi prima che iniziasse a nevicare. Ora, dopo aver dato certezza al percorso che seguirò, mi posso dedicare con più calma allo studio dei tratti di semplice camminata e agli allenamenti, già mi sono studiato una nutrita serie di itinerari dalle dieci alle ventiquattro ore di cammino.

IMG_8057

Alla base della “Streta”

#TappaUnica3V: s’inizia a fare sul serio


Domenica 8 novembre

Un’altra giornata di sereno e temperatura gradevole. Sempre con mia moglie e un paio di amici, Attilio e Paola, saliamo a Monte Campione, l’intenzione mia è quella di seguire la variante bassa per portarmi alla Foppa del Mercato e da queste visionare le famose creste dei Corni del Diavolo di cui mi è stato riportato essere esposte e pericolose per poi far decidere a mia moglie se tornare percorrendole. Qualcosa, però, è in agguato e cambierà radicalmente i piani di giornata.

Andando a memoria, ad un bivio con segnalazione poco chiara, invece di seguire il percorso stabilito prendo una breve variante e ci troviamo alla larga sella che separa il Monte Muffetto dal Corno di Mura, ovvero sulla linea di cresta. Va beh, ormai ci siamo, balliamo. Si va per la variante alta.

Procediamo abbastanza veloci, sotto i tempi di tabella e sotto anche quelli che ho calcolato per me, ottimo. La prima parte della cresta è un bel rotondo displuvio erboso, abbastanza largo da non creare problemi anche se i pendii ai suoi lati sono piuttosto ripidi. Poi arriviamo al tratto critico: prati ripidissimi scivolano verso la Val Trompia, alte pareti rocciose sprofondano sul lato camuno, si forma in alcuni di noi un forte senso di vuoto e il passo si fa più accorto e meno veloce. Scavalcato il monte Rosello eccoci al primo dei corni veri e propri, il lato che osserviamo è fatto solo da ripidi prati che si risalgono senza particolari problemi, poco sotto la vetta una evidente traccia taglia a mezzacosta e ci porta sull’opposto versante alla base di un tratto roccioso. Lascio i compagni al sicuro su un tratto piano della cresta e velocemente provo a salire le roccette che portano alla vetta da noi evitata: nulla di particolare, salgo e scendo praticamente di corsa, ottimo.

Ripartiamo, superiamo alcuni saltini rocciosi, saliamo il successivo corno, lo scendiamo zigzagando tra rocce e terra, ancora un breve risalita e… ecco la Foppa del Mercato, a cui si perviene velocemente e facilmente scendendo per meno ripido pendio d’erba.

Il diavolo è vinto!

Per dovere di cronaca, il ritorno all’auto lo facciamo per la variante bassa, dopo una bella pausa pranzo sotto le spoglie fronde di un grande faggio nei pressi della malga Rosello di Sopra: che colori e che bel momento.

IMG_8024

I corni del Diavolo dalla Foppa del Mercato

Lunedì 9 novembre

Ancora sereno. Di buon’ora arrivo al Maniva con l’intenzione di portarmi al Passo di Prael, salire la Corna Blacca, poi il Dosso Alto e scendere per la sua cresta nordovest. Ho le ore contate e, giunto poco oltre il Passo delle Portole, mi rendo conto che non riuscirei a fare tutto il giro: mantenendo l’idea originale rischierei di non poter visionare la cresta del Dosso Alto, che è la cosa che più mi interessa.

Variazione di programma: a passo spedito salgo fino alla base della pala della Corna Blacca per affaticarmi un poco poi ritorno sui miei passi cronometrando i tempi per verificare se posso starci nei miei calcoli. Rientrato al Passo del Dosso Alto senza sosta risalgo, finalmente nudo, verso la vetta dell’omonima cima, dove mi concedo una breve sosta ber godermi il vasto panorama e rifocillarmi un poco.

La cresta è però meglio farla vestito, almeno per questa prima esplorazione. Rimessi i vestiti mi affaccio sul ripidissimo versante di discesa e, seguendo la direzione data dalla tabella segnaletica, inizio a scendere. Sotto di me il baratro, anche se il pendio è rotto da mille zolle, devo scendere con molta circospezione, troppa, non può essere la strada giusta. Alla mia destra la tonda linea di cresta si staglia contro il cielo, delle tracce tagliano a mezza costa verso di essa, andiamo a vedere cosa c’è dall’altra parte. Eccola, un largo sentierino solca un ancor ripido prato ma molto più abbordabile e, soprattutto, molto meno esposto: la via giusta è da questa parte.

Scendo ora più velocemente e in pochi minuti sono alla forcella che adduce alla cresta vera e propria. Un primo saltino roccioso si supera facilmente tenendosi sulle zolle erbose alla sua destra dove un grosso mugo dà protezione e attenua notevolmente il senso di esposizione. Alla sua base faccio per scattare una foto e… ma dov’è la macchina fotografica? Azz, l’ho lasciata in vetta. Deposito lo zaino e risalgo, recupero la macchina fotografica e poi di nuovo giù, stavolta iniziando subito sulla via giusta. La prima discesa l’avevo fatta in venti minuti, troppi, ragionevolmente troppi, questa seconda la faccio in cinque minuti, ora si che si ragiona.

Secondo saltino roccioso, più delicato ed esposto, anche se per un solo singolo passo devo girarmi faccia monte. Ora le rocce sono terminate, scendo un pendio erboso dove fra varie tracce fatico a trovare quella giusta, alla fine finalmente un segno in vernice risolve ogni dubbio. Breve risalita e sono alla forcella Battaini dalla quale il percorso so procedere solo per facili pendii erbosi.  mi convince della fattibilità della cresta anche in notturna, decido comunque di rivedere la mia tabella di marcia per farla ancora col chiaro.

Seguo ora di nuovo la cresta, dopo poco giungo a un bivio, a destra una traccia poco evidente taglia in diagonale il ripido pendio erboso, a sinistra una traccia ben più evidente segue la cresta. In assenza di segnalazioni decido per la sinistra. Errore, dopo aver faticosamente superato due dossi, dopo una ripidissima discesa su erba e terra mi trovo davanti un esteso campo di fitti mughi senza passaggio. Evidentemente dovevo andare a destra. Risalgo il ripidissimo pendio di erba e terra, risupero i due dossi ed eccomi al bivio. Con un poco di attenzione per l’erba molto scivolosa effettuo il traverso, poi la traccia prende a scendere sulla linea di massima pendenza. La seguo, non ci sono segni però conosco il monte e so che sotto di me c’è una mulattiera militare e che lungo di essa si svolge la parte bassa di questo tratto del 3V. Un paletto in legno con segno bianco rosso: sono sulla giusta via e poco dopo eccomi sulla mulattiera militare che velocemente mi riporta alla macchina.

Dovrò certamente tornare a farla per prenderci confidenza, togliere qualche sasso pericolosamente instabile e imparare i giusti passaggi, ma si farà: fattibile anche in notturna, decido comunque di rivedere la mia tabella di marcia per farla ancora col chiaro.

Anche questa è fatta, dopo il diavolo anche l’orco è stato sconfitto!

IMG_8028

La parte alta della Cresta NO del Dosso Alto vista dal dosso erboso che sovrasta la sella Battaini

#TappaUnica3V, ne parlano anche alcuni giornali


Ecco i link agli articoli di Ubaldo Vallini pubblicati in data odierna dal Giornale di Brescia, uscito anche con la versione cartacea, e da Valle Sabbia non solo News.

Giornale di Brescia – “Giorno e notte sui 160 chilometri del 3V per ricordare il papà”

Vallesabbianews – “Il Tre Valli in 40 ore ricordando papà Silvano”

 

#TappaUnica3V: preparazione avviata


Dopo la fase di progetto si trattava di passare ai fatti e mi ci sono subito buttato a capofitto.

Quattro tratti del percorso mi esaltano ma nel contempo anche preoccupano, le quattro varianti alte più tecniche: cresta del Dossone di Facqua (Lumezzane), cresta NO del Dosso Alto (Maniva), cresta dei Corni del Diavolo (Monte Campione) e ferrata dell’Almana (Gardone VT). Quella del Dosso Alto la conosco per averla percorsa più volte, sia in salita che in discesa, d’inverno, però notizie di una frana mi allarmano e voglio verificare di persona, anche perchè il terreno estivo può essere ben diverso da quello invernale. Le altre sono a me totalmente sconosciute per cui una perlustrazione è d’obbligo.

Domenica 1 novembre

Prima uscita esplorativa, sono con mia moglie e, visto che mi sono subito reso conto che sarà comunque opportuno da parte mia prendere visione diretta dell’intero percorso, ho scelto un tratto che già conosco e che non mi dà preoccupazioni: le creste delle Colombine al Maniva.

Il cielo sereno ci dona una dolce temperatura, anche se sulle creste un forte vento un poco infastidisce. Conosco bene la parte alta del percorso, dal Passo del Dasdana in avanti, mentre quella inferiore, dal Maniva al Dasdana, l’ho fatta solo d’inverno con gli sci per cui parcheggio al Giogo del Maniva e da qui ci incamminiamo seguendo fedelmente la segnaletica del 3V, ehm, dov’è? Ecco che la decisione di partire da qui anziché, come solitamente viene fatto, dal Passo del Dasdana, si mostra subito azzeccata: sul piazzale non esistono indicazioni e solo sulla base del mio intuito, allenato da tanti anni di montagna anche su terreno vergine, trovo velocemente la giusta strada.

In breve perveniamo al tornante sulla strada del Crocedomini, poco sotto di noi l’albergo Bonardi. Il sentiero 3V scenderebbe ad esso per poi risalire lungo un’evidente stradina, risparmio a mia moglie l’inutile saliscendi, d’altronde questo pezzo è ben visibile da qui, e seguiamo la strada asfaltata finché la segnaletica ci porta su una vecchia strada militare. Cammina, cammina ad un certo punto mi accorgo che non c’è più segnaletica: ho evidentemente scavalcato senza accorgermene un bivio, al ritorno infatti verificherò l’esattezza dell’ipotesi e mi renderò conto del bivio mal segnalato. Per ora procediamo fino al termine della strada militare e, tagliando per versanti erbosi, mi riporto sul giusto percorso. Per il resto della giornata non si verificheranno altri inconvenienti, marciando sul filo di cresta di dubbi non ce ne possono essere.

Al rientro alla macchina, la tabella di marcia mi dà evidenza certa di quanto avevo già percepito man mano che l’escursione si sviluppava: nonostante l’involontaria deviazione in ogni tratta siamo stati sotto i tempi di marcia che ho calcolato per il mio giro, tempi già ridotti rispetto a quelli di tabella. Che dire?

“Sarà dura… camminare così piano, eheheh!”

IMG_7996

Le Colombine viste dalla vetta del Dasdana

L’alt che viene dall’alto


Nella nostra recente ricerca di un ristorante che ci ospitasse, mi è capitato di contattare un agriturismo in Franciacorta. È gestito da una cooperativa sociale di recupero di tossicodipendenti o portatori di altre disgrazie umane. Conosco alcuni dei dipendenti e mi lancio: dopo l’ultimo articolo (La reputazione) ero ben armato, anzi non avevo nemmeno bisogno di difender alcunché.

Effervescenze

Mi mostrano la sala da pranzo, si parla del menu, del numero di convitati, di come intenderemmo organizzare il pranzo, della durata. Infine, con la più perfetta faccia di bronzo, rilassata e da impunito dico che siamo un gruppo di escursionisti nudisti e che ci piacerebbe starcene nudi durante il pranzo. Vedo la faccia della mia accompagnatrice, una giovane mamma di circa trent’anni, che addirittura si illumina, la sorpresa è grande, la richiesta insolita, avverto vibrazioni, energie, qualcosa che si mette in moto e va su di giri. Lo sguardo e il sorriso non han nulla di giudicante, semmai di curiosità, di bella sorpresa, di qualcosa di insolito, di sempre atteso e che avviene come per magia. Mentre continuiamo a parlare arriva “la capa”, che conosco da lunga data, la coordinatrice factotum della cooperativa, una giovanissima donna, attiva, pratica, intelligente. Arrivo al punto clou della mia richiesta e noto la stessa reazione. Addirittura mi propone un incontro divulgativo della nostra attività, mi mostra una sala convegno. Anche lei è “presa bene”. Mi congedo da entrambe con la certezza di prossimi positivi sviluppi, innanzitutto per quanto riguarda il pranzo.

Mi arriva nel pomeriggio un messaggio mail in cui “la capa” mi ringrazia della visita e della richiesta, sta valutando come organizzare il pranzo, predisporre la sala per noi e altri piccoli dettagli. Tutto a gonfie vele.

Fermi tutti!

Prima di sera mi arriva un altro messaggio. Tutto annullato. Ne ha parlato con i dirigenti in alto (presidente della cooperativa, il delegato all’assistenza): data la presenza della “comunità” la struttura «non è il luogo adatto essendo comunque un luogo protetto vissuto in forte condivisione, la nudità è difficile da gestire».

Altra croce sopra!

Questo episodio riflette nel suo piccolo quel che succede nella società: da una parte ci sono le persone normali che lavorano, portano avanti la baracca, pensano con la propria testa senza troppi binari o paraocchi. Dall’altra “i dirigenti” che guidano il vapore, sanno dove andare, a quali mete condurci, tronfi di una divisa prussiana e alamari d’oro: certamente fan la cosa giusta per il bene di tutti, sono nel giusto, su questo non hanno il minimo dubbio. E poiché hanno responsabilità di comando, pensano prima al bene della società, dell’organizzazione, della cooperativa e alle sue finalità, della “comunità” che è stata loro affidata. Tutte cose sacrosantissime, per carità. Mettono da parte interessi, preferenze, gusti, propensioni personali e decidono secondo uno schema proiettivo, valutano le conseguenza che ne potrebbero derivare all’immagine della cooperativa, soppesano i paletti del proprio mandato. E fanno prevalere gli interessi (legittimi e santi) della cooperativa, non voglion rischiare quel minimo di cambiamento che come persone private probabilmente approverebbero. Prevalgono i pregiudizi diffusi, cristallizzati nel tempo, che hanno reso stabili e continuativi la cooperativa e la propria personale posizione, che garantiscono la propria carriera.

Le vestali della tradizione, dell’ordine e del pregiudizio

E così penso sia avvenuto, con modalità pressoché simili, anche nei contatti con altre strutture e ristoranti.

Episodi come questi mostrano lo scollamento fra “i gradi alti” e le persone singole e normali, che ragionano con la propria testa, che si vivono la vita senza sentirsi investite di responsabilità più grandi di loro, che non si occupano dei massimi sistemi, che non si propongono paladini di alcunché, che non s’impancan di nulla, che non si fanno vigilantes della morale pubblica, “sentinelle” inquadrate in piazza, crociati di un ordine che si perde più in alto si sale.

 

La nostra barca

È meglio virare di bordo, prendere un’altra rotta e lasciare gli scogli lì dove sono, evitare le secche, e tener saldo il nostro timone.

La reputazione


Ultimamente m’è capitato di segnalare a un mio conoscente escursionista le nostre iniziative per l’anno prossimo. L’ho fatto in modo neutro, come segnalassi iniziative di escursionisti “normali”. Ho parlato soltanto di un’ “iniziativa insolita, soprattutto nell’abbigliamento”. Il link a Mondo Nudo avrebbe poi spiegato tutto.


Nudist’attivo

Ho continuato a chiedermi in questi giorni – mentre aspettavo un cenno di risposta, che non è ancora arrivato – se e quanto quel mio amico fosse stato sorpreso dalla mia segnalazione, se e quanto fosse cambiata l’idea che aveva di me. Cioè, in termini realistici, quanto mi fossi compromesso. Sì, effettivamente, deve essere stata una sorpresa non da poco scoprire che dietro una persona “per bene” si nascondeva un nudista. Si nascondeva? E quando mai? Non più! Non ho più voglia di nascondermi, di tenermi nascosto, di essere nudist’attivo (naktive, come dice il blog di Richard) come fosse qualcosa di sconveniente o addirittura illegale. Sia quel che sia, è troppo giusto che a chi mi conosce, non abbia nulla da nascondere. La nudità è da nascondere? Ancora? O si comincia a cambiare, oppure noi stessi confermiamo, legittimiamo il persistere di un costume che non approviamo più ma che noi stessi non abbiamo completamente abbandonato.

Convenzioni, divieti, tabu

Compromesso? Sì, senz’altro, se credessi che il costume e la sua osservanza plasmasse la mia identità. Invece plasma solo la mia maschera, una maschera di accettabilità sociale, che garantisce della mia affidabilità come soggetto utile alla società, proprio perché accetto costumi e convenzioni sociali. Quale potere degli altri mi accetto nella mia vita? È questo che vuol dire “reputazione”. Fino a qual grado? Quanto è la misura del compromesso? Sembra sia una virtù l’esser disponibili alla mediazione, al compromesso, all’accettazione degli altri. Non arrivo sino a tal punto. I linguisti dicono che anche la lingua che parliamo è una convenzione sociale. Esser nudista è dunque un po’ come parlare un tantino sgrammaticato, con termini insoliti… quasi quasi come usassi parolacce come intercalare o abbondassi in metafore osé. L’accettazione del costume comporta parallelamente la sua conferma, la sua sopravvivenza e trasmissione. E mi chiedevo: sono ancora così dipendente dall’opinione che gli altri hanno di me, dell’opinione che cerco di costruire agli occhi degli altri, della reputazione che voglio che mi circondi come un’aura che mi difenda? Dove sta la sincerità, la verità, l’onestà, il coraggio di essere e mostrarmi come sono e mi sento? E – non secondariamente – come natura mi ha fatto, o il Buon Dio.

E mi chiedevo: sono io che voglio che anche i miei amici continuino a considerarmi come prima? Cioè, come quella persona che ora non sono più, talmente mi sento cambiato, dopo il passo azzardato, dopo aver saltato a piè pari divieti e tabù, che ora vedo in frantumi e che traevano forza e solidità solo perché io li facevo valere. E come mai tutto ad un tratto non son più divieti e tabù, infrazioni al costume, indecenze, sconvenienze? Come mai non sento più il terrorismo che mi costringeva a chinare il capo, a “stare in riga”?

Il passo verso la libertà

Il salto che cambia la vita

Tamagochi

È curioso: Cadendo divieti e tabu, non mi sento “liberato” da essi, piuttosto è come fosser diventati assurdi, incomprensibili o non fossero mai esistiti; invece di opprimermi, di tagliarmi le spalle come uno zaino troppo pesante, sono svaporati, son divenuti inconsistenti, nomina muta (“muti nomi” come dice Umberto Eco del nome della rosa); mi sento in una condizione di normalità naturale, di linearità pulita e perfetta, senza aggettivi, senza i confini di una definizione, il cassetto di una categoria. Se sentissi di dover difendere ancora la mia reputazione, approverei quel che mi tiene in catene, l’ideologia, il ricatto, lo scotto da pagare per sentirmi membro di una società. Non voglio sentirmi membro anonimo, di serie, omologato, certificato, fatto con lo stampino, o con qualcuno che garantisce per me, che mi dà una patente perché ho superato gli esami. Della società faccio parte anch’io, a pieno diritto. Cambieran prima le leggi, prima di riuscire a cambiarmi la testa che ho. Le leggi son ridondanti, sempre in ritardo: la gente è sempre di un passo più avanti. Le teste di tutti son già più avanti, a veder di cambiare, di vivere al meglio, di goder della vita, per quanto la si possa capire, per quanto essa stessa si lasci comprendere e vivere.

#TappaUnica3V, la mia vs le altre!


Nel momento in cui ho ideato questo progetto non ne sapevo nulla, solo in seguito ho scoperto che…

Vero, il sentiero 3V è già stato fatto in tappa unica.

Verissimo, il sentiero 3V è già stato fatto in 40 ore e anche meno.

Vero anche che l’hanno già fatto pure altri diabetici.

Senza nulla togliere alle altre entusiasmanti, incredibili, esaltanti, impegnative tappe uniche è altrettanto vero che…

Mi mancano informazioni in merito ma potrei essere il primo sessantenne a fare questa esperienza.

Gli altri l’hanno fatto in gruppi più o meno numerosi, io lo farò da solo.

Gli altri hanno fruito di una estesa logistica organizzata con ampio dispendio di mezzi, io mi organizzerò tutto da solo con il minimo dispendio di mezzi.

Gli altri hanno seguito le più facili varianti basse, io seguirò le ben più impegnative varianti alte.

Gli altri erano tradizionalmente e pudicamente vestiti, io sarò quanto più possibile nudo.

Questa camminata io la faccio per me stesso, perchè ne ho voglia, perchè l’idea mi piace, pertanto è del tutto irrilevante se altri abbiano o meno fatto la stessa cosa prima di me.

Insomma, TappaUnica3V non è un’idea esclusiva, ma è di certo una modalità nuova e determinante, ricca di importanti o quantomeno utili messaggi sociali, una modalità che apre nuovi orizzonti, un sistema improntato alla massima sostenibilità del viaggio, al suo minimo impatto ambientale, all’annullamento pressoché totale delle barriere che, attraverso l’abito, tipicamente manteniamo erette tra noi e il mondo che ci circonda.

TappaUnica3V, vestiti è bello, nudi è meglio!

Leggi anche gli altri articoli di riferimento

MOUNTAIN SOUND

LA' DOVE VIVONO GLI ANIMALI

nude races

Copyright Enterprise Media LLC 2010-2017

Fools Journal

Magazine di cultura: letteratura, fotografia, arte, moda, queer life, eventi, musica, cinema, attualità

Aurora Gray Writer

Writer, dreamer, voracious reader and electric soul.

Gabriele Prandini

Informatico e Amministratore

Clothing Optional Trips

We share where we bare. Enjoy your trip.

silvia.del.vesco

graphic designer, photographer and fashion stylist

mammachestorie

Ciao, mi chiamo Filippo, ho 6 mesi e faccio il blogger

Matteo Giardini

… un palcoscenico alla letteratura! ...

Cristina Merlo

Counselor e Ipnotista

PRO LOCO VALLIO TERME

Promuoviamo il turismo a Vallio Terme eventi - sport - cultura - enogastronomia

I camosci bianchi

Blog di discussione sulla montagna, escursionismo, cultura e tradizioni alpine

Al di là del Buco

Verso la fine della guerra fredda (e pure calda) tra i sessi

The Naturist Page

Promoting social non-sexual Naturism & nudism

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: