Scala delle difficoltà escursionistiche


Nell’arrampicata è da lungo tempo consuetudine dare ad ogni itinerario una valutazione delle difficoltà e nel tempo diverse sono le scale che si sono utilizzate, talvolta anche contemporaneamente e spesso con accese discussioni tra i sostenitori dell’una piuttosto che dell’altra. L’escursionismo per molti anni è rimasto immune a tale esigenza finché il numero di praticanti è aumentato considerevolmente e sempre più numerose sono diventati i prodotti editoriali che trattano di escursionismo, determinando la necessità di offrire ai lettori un’indicazione sulla difficoltà del percorso . Dopo le iniziative individuali dei vari relatori, al fine di uniformare i criteri è lo stesso Club Alpino Italiano (CAI) a definire e pubblicare una scala di valutazione delle difficoltà escursionistiche, scala alla quale dovrebbero far ricorso tutti i relatori.

Nelle mie prime relazioni escursionistiche avevo tralasciato la questione, poi, però, anche a seguito di alcune osservazioni e incomprensioni evidenziate dagli amici partecipanti alle escursioni di Mondo Nudo, ho deciso di dare sempre anche tale informazione. La prima occasione si è formulata con i lavori per la “Guida alla Val Braone e Rifugio Prandini”, ma nell’applicare la detta scala mi sono trovato di fronte a diverse perplessità: innanzitutto tra libri, riviste e siti web, perfino quelli delle sezioni CAI, non esiste identità nelle definizioni dei valori; poi si applicano troppi parametri ad un singolo valore cadendo in un’eccessiva generalizzazione; infine, e soprattutto, si mescolano tra loro parametri che, al contrario, sarebbe meglio tenere separati, in particolare dislivello e tipologia di sentiero (può il dislivello rendere più tecnicamente impegnativa un’escursione che si svolge solo su strada sterrata e può un sentiero stretto ed esposto diventare meno difficile perchè di limitato dislivello?). Da qui la decisione di studiare e utilizzare una scala mia personale che possa rendere più facile definire la valutazione di difficoltà di un itinerario escursionistico svincolandosi dalla soggettività sia di chi dà la valutazione sia di chi la interpreta e che risulti il più comprensibile possibile a chi la legge. Ecco, senza nessuna pretesa di ufficialità, il risultato.


In ogni escursione ci sono diversi fattori in gioco che possono incidere sulla percezione di difficoltà, mantenerli indistinti porta ad incomprensioni inficiando, di conseguenza, la valutazione. D’altra parte è anche piuttosto complicato, per non dire impossibile, dare ad ognuno di loro specifica evidenza, possiamo però notare che tali fattori sono sostanzialmente riconducibili a tre sole categorie: tecnica, ovvero la necessità di possedere abilità aggiuntive al solo naturale cammino, come, ad esempio, il saper arrampicare o il saper utilizzare un dissipatore; fisica, inerente la preparazione atletica necessaria ad affrontare un determinato percorso; psicologica, che non è afferente alla maggiore o minore motivazione del soggetto alla pratica del cammino, ma piuttosto a quelle condizioni materiali dell’itinerario che possono sollecitare reazioni di timore o addirittura paura, in sintesi l’esposizione al vuoto. Pertanto la valutazione che ho sviluppato consta di tre parti distinte: difficoltà puramente tecnica, difficoltà puramente fisica e difficoltà puramente psicologica.

Identificazione letteraria della difficoltà puramente tecnica dell’itinerario

Sebbene ci possano comunque essere degli aspetti soggettivi (“tutto è opinabile!”), questa è sicuramente la parte più semplice da oggettivare. Al fine di mantenere un parallelismo e facilitare la comprensione generale della mia valutazione, utilizza le stesse sigle della scala CAI, ma differenziandosi nelle definizioni di ogni livello (dalle quali sono stati tolti i riferimenti al dislivello e rivisti quelli alla tipologia del tracciato rendendoli meno confusi e più specifici).

Tutti i riferimenti vanno riferiti alle migliori condizioni ambientali estive, meteorologiche e di visibilità. Dato che la segnaletica può variare di molto nel corso del tempo la sua presenza e condizione non può essere considerata discriminante, dovendosi piuttosto fare riferimento all’evidenza fisica del percorso: l’escursionista deve preventivamente studiare lo stesso su cartina e relazione, magari portandosele anche appresso durante l’effettuazione dell’escursione.

  • T = turistico: si sviluppa interamente su strade, siano esse asfaltate, cementate o sterrate; può comprendere brevissimi (inizio e fine sono contemporaneamente visibili all’escursionista o quantomeno perfettamente intuibili) tratti di mulattiera o sentiero che collegano fra loro strade diverse o tagliano curve e tornanti; non presenta difficoltà d’individuazione del percorso.
  • E = escursionistico: si sviluppa principalmente su mulattiere o/e sentieri; non presenta difficoltà d’individuazione del percorso.
  • EE = per escursionisti esperti: ogni tipologia di percorso con difficoltà d’individuazione; in particolare si sviluppa su sentieri poco evidenti, tracce di passaggio o/e terreno vergine (ovvero privo di ogni traccia); può presentare anche limitati (non superiori al 10% del percorso), brevi (massimo 20 metri) e discontinui passaggi d’arrampicata (con difficoltà massima di secondo grado) o/e tratti su neve che non necessitano dell’utilizzo di una o più attrezzature specifiche per la sicurezza personale e/o di cordata (imbragatura, cordino, dissipatore, moschettoni, corda, ramponi, piccozza).
  • EA = per escursionisti esperti con attrezzatura: ogni tipologia di percorso che richieda l’utilizzo di una o più attrezzature specifiche per la sicurezza personale e di cordata (imbragatura, cordino, dissipatore, moschettoni, corda, ramponi, piccozza); in particolare si sviluppa su sentieri attrezzati, vie ferrate, nevai o ghiacciai.

Identificazione numerica della difficoltà puramente fisica

Fonti

Training Consultant / Fulvio Massini – La fatica

Albanesi.it / Fatica e corsa

Mypersonaltrainer / Dott. Francesco Grazzina – La fatica muscolare

Mypersonaltrainer – La potenza aerobica

Albanesi.it – Muro del trentesimo chilometro

Mypersonaltrainer – La Scala di Borg e la Percezione dello Sforzo

Calciatori.com – Percezione dello sforzo: le scale di valutazione di Borg

Training Consultant / Fulvio Massini – La Scala di Borg: Percezione dello Sforzo

Sport&Medicina / Stelvio Beraldo – La resistenza organica

Difficoltà fisica, ovvero quanta fatica faccio? Qui le cose si complicano notevolmente: seppure si possa in merito trovare molta documentazione, quella di origine medica è finalizzata a determinare le motivazioni della fatica e le sue eventuali evoluzioni patologiche, quella di origine sportiva è finalizzata a valutare, in un dato istante, la fatica e la sua percezione nel singolo individuo con l’obiettivo di aumentarne la prestazione. Io, al contrario, devo determinare quale possa essere il livello d’impegno fisico che un dato percorso vada a generare in un qualsiasi soggetto. Combinando lo studio della predetta documentazione con le mie personali osservazioni e intuizioni, penso d’essere arrivato ad una soluzione accettabile, sebbene pur sempre imperfetta (“tutto è perfettibile!”).

Dobbiamo necessariamente partire dalla considerazione che la fatica non è una sola, ce ne sono diverse che, di volta in volta, di soggetto in soggetto, si sommano fra loro in modo anche molto differente: generale, legata allo stato di salute del soggetto; mentale, legata allo stato motivazionale del soggetto (più si è motivati meno fatica si sente); psicologica, determinata da eventuali fattori stressanti per il soggetto; traumatica, determinata dall’avvenimento di infortuni; meccanica, dovuta alla mancata abitudine allo sforzo effettuato; neuromuscolare, genericamente dovuta dall’inadeguata idratazione e conseguente carenza di potassio; da deplezione di glicoceno (il classico muro dei maratoneti), legata all’esaurimento delle scorte di glicogeno, presente, però, solo sulle lunghe distanze; fisica pura, che dividiamo in generale (organica) e locale (muscolare).

Come prima cosa togliamo di mezzo alcune di queste fatiche (generale, mentale, psicologica, traumatica e meccanica ) azzerandole mediante l’individuazione di un ben preciso soggetto di riferimento, ovvero l’escursionista ideale: soggetto che sia motivato al cammino che deve affrontare, che non sia dallo stesso intimorito o in altro modo psicologicamente stressato, che sia intorno al suo peso forma, che sia e durante l’escursione permanga in una condizione fisica ottimale, che abbia confidenza con la distanza e il dislivello da percorrere. Ogni situazione anche di poco sotto i parametri indicati come ideali alzerà la percezione di fatica: ogni escursionista deve ben sapere questo e deve sapersi giudicare con obiettività.

Eliminiamo anche la fatica neuromuscolare e quella da deplezione di glicogeno dando per scontato che in nostro soggetto di riferimento sabbia gestirsi correttamente, ovvero si idrati con dovizia e mantenga una velocità di cammino costantemente adeguata al suo allenamento. (determinabile in una frequenza cardiaca pari al 65% di quella massima: empiricamente calcolabile con la formula “220 meno l’età del soggetto”).

Per l’idratazione è difficile dare un univoco parametro di riferimento (litri all’ora) dato che dipende dalla temperatura, dall’insolazione, dall’abbigliamento e dal vento; in linea di massima diciamo che dev’essere sempre presente una quantomeno leggera sudorazione e non dev’esserci sensazione di bocca secca.

La velocità di progressione è, al contrario, facilmente rilevabile attraverso tre modalità: chilometri all’ora, metri di dislivello al minuto e frequenza cardiaca. Noi, però, non dobbiamo definire la velocità di progressione in se stessa quanto la sua conformità all’allenamento e dobbiamo definirlo in modo indipendente da uno specifico soggetto. Le prime due modalità risultano scomode in quanto richiederebbero che ogni escursionista facesse periodicamente degli specifici test sulla sua massima velocità di progressione in date condizioni, troppo complesso. Possiamo, invece, sicuramente utilizzare la terza (oggi facilmente rilevabile attraverso gli apposti cardiofrequenzimetri o le app per i cellulari) che, essendo nel suo valore massimo una costante genetica influenzata solo dall’età, è facilmente definibile: dovrà costantemente risultare attorno al 65% di quella massima (ci sono varie formule per calcolarla empiricamente, una delle più usate è 220 meno l’età; su Internet si trovano anche specifici calcolatori; per un calcolo più attendibile è meglio rivolgersi a un personal trainer o a un istruttore di Fitness), chiaro che se camino molto piano e la frequenza cardiaca scende fino ad approssimarsi al valore a riposo la fatica diminuisce, mentre se cammino più velocemente e la frequenza sale oltre il 70% di quella massima la fatica cresce.

Rimane la fatica fisica. Questa è indotta dalla concentrazione di lattato nel sangue, la quale è proporzionale alla velocità di cammino, mentre il tempo di cammino agisce sulla produzione totale di lattato. L’area definita dai due parametri può essere vista come misura della fatica fatta. Avendo già normalizzato la velocità di cammino (frequenza cardiaca pari al 65% di quella massima) l’unica variabile che appare rimanere in gioco è il tempo. Se questo è vero per il cammino su terreno uniforme (come, per l’appunto, le strade asfaltate su cui si corrono le maratone da cui derivano il maggior numero di studi letti), in assenza di studi specifici al riguardo (o almeno non sono stato in grado di reperibili) per esperienza personale mi sento di poter affermare che non lo è, invece, per il cammino su terreni accidentati, specie quando il terreno si approssima all’aspetto di una scalinata, e/o inclinati: alla fatica del cammino in sé stesso si assomma la fatica di dovere ad ogni passo sollevare il nostro corpo facendogli man mano guadagnare quota. Ecco che quando si procede su terreno ad alti gradini, sia in salita che in discesa, entra in gioco la forza massima dei quadricipiti, mentre nelle salite particolarmente ripide e con terreno liscio (prati, terra, neve), dove la lunghezza del passo si accorcia notevolmente e si lavora molto con la sola parte anteriore del piede, viene particolarmente sollecitata la forza massima dei polpacci. Purtroppo, come già detto, non sono stato in grado di trovare studi specifici per cui ho individuato io stesso dei parametri che ritengo attendibili e oggettivabili: la pendenza, la discontinuità dell’inclinazione e l’uniformità del terreno.

Certamente il calcolo della pendenza reale (che nessuna delle mappe on-line che ho ad oggi provato riporta in automatico, se non attraverso una visualizzazione del profilo sempre falsata dall’utilizzo di scale differenti per dislivello e lunghezza piana) non è semplicissimo visto che quasi sempre l’inclinazione del nostro percorso avrà delle continue variazioni; in ambito alpinistico ed escursionistico, si aggira la questione facendo riferimento al solo dislivello, ma questo apporta una eccessiva generalizzazione (a livello muscolare è ben diverso farsi 400 metri di dislivello a pendenza del 10% che al 70%) e per questo io preferisco far riferimento alla pendenza media (semplice calcolo trigonometrico avente come fattori la lunghezza in proiezione piana e il dislivello), tenendo conto che il suo valore risulterà sensibilmente differente (solitamente inferiore) a quello reale. Il dislivello è un parametro facilmente misurabile sia a tavolino, grazie alle carte topografiche stampate (potenzialmente precise ma complicate e tediose da utilizzare) e alle mappe on-line (semplici da utilizzare e veloci ma, per quanto abbia sperimentato, assai imprecise, specie su percorsi lunghi e con alternanza di salite e discese), che in pratica, mediante i GPS. Più complicato è rilevare l’esatta lunghezza in proiezione piana (raramente un itinerario segue una linea retta e non tutte le curve possono essere riportate sulle carte topografiche e sulle mappe on-line alla loro tipica scala di rappresentazione), ma alla fine possiamo pur sempre considerare valida la distanza approssimativa che riusciamo a calcolare, specie quella che ci viene automaticamente computata dalle mappe on-line appositamente realizzate (o adattate) per le esigenze di chi organizza o certifica le gare di corsa in montagna e i trail.

Oops, abbiamo detto che il tempo è la variabile principale per la determinazione della fatica: più si cammina più si fa fatica. A questo punto, visto che dobbiamo oggettivare la valutazione di fatica e, quindi, dobbiamo definire, per ogni percorso, un preciso tempo di percorrenza, a quale velocità lo calcoliamo? Certo, quella che corrisponde a una frequenza cardiaca pari al 65 percento della massima, ma una persona molto allenata a parità di frequenza va più veloce di una poco allenata e allora a chi dobbiamo fare riferimento? L’escursionista medio, come si usa dire, ma a che velocità viaggia l’escursionista medio? Per altro, la velocità è ovviamente variabile visto che parliamo di montagna (in relazione alla pendenza ma anche alla tipologia del terreno e alla difficoltà tecnica dei passaggi) e allora? Allora…

uhm, bel problema, ci devo ragionare sopra…

Dopo le dovute spiegazioni veniamo alla classificazione.

ATTENZIONE: nella classificazione che segue la determinazione dei parametri è incompleta, in particolare sto cercando di capire come gestire la variabilità dell’inclinazione, l’inserimento di discese e i percorsi principalmente o totalmente in discesa.

  • 1 = non faticoso: massimo 1 ora di cammino, pendenza anche costante con media fino al 10% (alias 6 gradi di inclinazione), terreno uniforme.
  • 2 = poco faticoso: massimo 3 ore di cammino, pendenza incostante con media fino al 25% (alias 14 gradi di inclinazione) e terreno al massimo non uniforme.
  • 3 = faticoso: massimo 6 ore di cammino, pendenza media fino al 25% (alias 14 gradi di inclinazione) e terreno al massimo con limitate/brevi scalinature.
  • 4 = molto faticoso: massimo 12 ore di cammino, pendenza media fino al 50% (alias 23 gradi di inclinazione).
  • 5 = particolarmente faticoso: massimo 20 ore di cammino, pendenza media fino al 100% (alias 45 gradi di inclinazione).
  • 6 = eccezionalmente faticoso: oltre le 20 ore di cammino o pendenza media superiore al 100% (alias 45 gradi di inclinazione).

Identificazione letterale della difficoltà puramente psicologica

Anche qui le cose, seppur più semplici che altrove, sono tutt’altro che immediate: l’abitudine all’esposizione le rende meno attiva mentre eventuali patologie, siano esse fisiche (ad esempio la vertigine parossistica posizionale) che psicologiche (ad esempio il terrore del vuoto), possono far diventare critico un passaggio che per altri è assolutamente banale. Si risolve oggettivando la valutazione, ovvero riferendola non alle proprie sensazioni personali ma alla condizione materiale del passaggio/percorso, pertanto parliamo di esposizione solo quando sussistono lungo il percorso uno o più tratti sovrastanti pareti rocciose verticali/strapiombanti o prati con fortissima inclinazione (valutazione soggettiva che andiamo ad oggettivare ponendola a 60 gradi *valore provvisorio in via di verifica*). Ovviamente si abbina solo ai percorsi di tipo escursionistico (E o EE): un itinerario turistico evidentemente mai potrà avere tratti esposti, mentre un itinerario attrezzato sempre presenterà esposizione ed è pertanto superfluo darne un’indicazione specifica.

  • P = protetto: totale assenza di esposizione o esposizione annullata da un sentiero molto largo o da parapetti robusti, stabili e alti (parapetti in cemento o ringhiere metalliche in ottimo stato di conservazione e saldamente fissati al terreno).
  • EP = esposto con protezione: esposizione attenuata da un sentiero largo e ben tracciato o da una fitta vegetazione di poco sottostante il sentiero o da leggeri ma comunque affidabili parapetti (corde o pali in buono stato di conservazione e saldamente fissati al terreno), sul lato a monte e disponibile un’affidabile cordina (metallica o in fibra) alla quale potersi attaccare con le mani (lungi dal ridurre l’esposizione limita sensibilmente il senso di esposizione).
  • E = esposto: come sopra ma senza parapetti e senza la cordina passamano.
  • CP = critico ma con protezione: esposizione senza attenuazione o attenuata da parapetti per nulla affidabili (corde o pali vecchi e marci, parzialmente danneggiati o malamente fissati al terreno), sul lato a monte e disponibile un’affidabile cordina (metallica o in fibra) alla quale potersi attaccare con le mani (lungi dal ridurre l’esposizione limita sensibilmente il senso di esposizione).
  • C = critico: come sopra ma senza la cordina passamano.

Dato che è certamente differente affrontare un singolo breve tratto esposto piuttosto che tanti tratti esposti o un singolo ma lungo tratto esposto, alle indicazioni E, EP, C e CP andiamo ad abbinare un’ulteriore indicazione che tenga conto di tale aspetto.

ATTENZIONE: nella classificazione che segue la determinazione dei parametri è provvisoria.

  • l = leggera esposizione: esiste un singolo e breve (massimo 2 metri) tratto esposto oppure i tratti esposti, pur sempre brevi e nella loro somma pari o inferiori al 10% della lunghezza del percorso, sono talmente distanziati tra loro da poterli definire singoli (almeno 30 minuti tra l’uno e l’altro);
  • m = media esposizione: i tratti esposti, pur sempre brevi (massimo 2 metri cadauno), sono superiori al 10% della lunghezza del percorso, ma comunque inferiori al 30%, e distanziati tra loro (almeno 30 minuti tra l’uno e l’altro);
  • f = forte esposizione: i tratti esposti nella loro somma superano il 30% della lunghezza del percorso oppure sono vicini tra loro (meno di 30 minuti tra l’uno e l’altro) oppure c’è un singolo tratto esposto ma lungo (oltre i 2 metri).

Informazioni su Emanuele Cinelli

Insegno per passione e per scelta, ho iniziato nello sport e poi l'ho fatto anche nel lavoro. Mi piace scrivere, sia in prosa che in versi, per questo ho creato i miei due blog e collaboro da tempo con riviste elettroniche. Pratico molto lo sport e in particolare quelli che mi permettono di stare a contatto con Madre Natura e, seguendo i suoi insegnamenti, lasciar respirare il mio corpo e il mio spirito.

Pubblicato il 22 novembre 2015, in Tecnica sportiva con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 12 commenti.

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