Decente / indecente


e

Durante la recente visita di un capo di stato a Roma, alcune statue nei corridoi del Campidoglio sono state protette alla vista con pannelli provvisori. Le stature raffiguravano corpi umani nudi o coperti parzialmente da un drappo, raffiguravano antiche divinità greche. Molto imbarazzo ha creato anche la statua equestre di Marco Aurelio (vestito). Ehmbè, per quale motivo? I genitali del cavallo erano troppo visibili!

Mi chiedo se questi atteggiamenti non possano far pensare a una ossessione, a una continua allusione e successiva negazione, a un lavorio della mente, a un tira-e-molla dei sentimenti che portano a stress, a eccessi, a tormenti compulsivi, senza utilità, né sbocchi, né speranza di soluzione. Se anche lo sono, non mi riguardano, non voglio mi riguardino. Da nudista, insieme ai vestiti, mi sono spogliato anche di questi paludamenti artificiosi, di forme-pensiero, di concettualizzazioni che sento come camicie di forza, che sento come indebita oppressione, ossequio sociale inopportuno, se mi costa lo straniamento da quel che mi sono e mi sento.

Il vino e la carne

Eppure sono atteggiamenti e comportamenti rispettabilissimi: ognuno è libero di vivere come più gli piace. Finché non li voglia imporre agli altri, facendoli passare dalla porta di servizio dell’etichetta, del cerimoniale, della piaggeria e persino della morale. Il fatto anche solo di accettare questa ufficialità di facciata è sintomatico di quanto come cultura siamo succubi di un potere che riteniamo più grande.

Se a un pranzo ufficiale non servo il vino, la carne (maiale o cavallo che sia), può essere un bel gesto verso un musulmano, un vegetariano, un ebreo, un rispetto delle loro usanze e leggi. Ma non rispetto usanze e leggi dell’altra metà degli invitati. Beva chi vuole, mangi chi vuole: questo mi sembra equilibrato rispetto. Ma neanche! Questo benedetto “rispetto” che ci farebbe vergognare se fosse violato! Il nostro punto lo dobbiamo tenere. E vergognarci di noi stessi semmai che cediamo. Con questo strampalato rispetto costruiamo attorno a noi stessi una gabbia, in cui ci richiudiamo da soli, come le statue del Campidoglio.

La semplice possibilità

La motivazione della copertura delle statue viene giustificata come atto di riguardo verso l’ospite che avrebbe potuto turbarsi alla loro vista. I giornali dicono “giusta forma di rispetto” (Corriere della sera del 26 gennaio).

Il fatto che i nudi abbiano anche solo potuto offendere o urtare la sensibilità, la moralità, il quadro dei valori di riferimento dell’ospite straniero è stato motivo sufficiente a far prendere provvedimenti. Questa possibilità è esattamente la stessa prevista dall’art 726: la Corte di Cassazione la interpreta come implicita nella lettera stessa dell’articolo. Un atto indecente è implicitamente offensivo, perturbante. In questo l’articolo è tautologico e rimanda ad una referenzialità quanto mai vaga e non-definita. Avendo usato il termine decenza, il codice rimanda al significato stesso della parola la sostanza, la configurazione del reato. Il quadro ideale di che cosa sia decenza è talmente autoimpositivo che non ammette eccezioni, defezioni e sono superflue le definizioni: è di riferimento universale, va nella direzione di un modello ideale

La decenza ab ovo

Decet Romanum Pontificem così inizia la bolla di scomunica di papa Leone X contro Martin Lutero (3 gennaio 1521). («È giusto / si addice / è esplicito dovere / rientra nell’ambito delle sue prerogative / nessuno si faccia meraviglia se il Romano Pontefice, […] insorga molto duramente contro tali persone ed i loro seguaci».)

Decet, in latino, la dice lunga (ciò che è adatto, opportuno, che si confà, conviene, è ammesso-riconosciuto-approvato-condiviso-gradito-atteso-richiesto, nulla osta, d’accordo, è come-si-deve), anzi corta (nebuloso e posticcio com’è il suo significato) su che cosa si debba intendere per decenza, infatti lascia al senso comune riempirlo di significati contingenti e congiunturali, circostanziali e occasionali, col variare dei luoghi e dei tempi, delle mode, delle situazioni, dei galatei, dei singoli e dei gruppi. E chi ha il potere può servirsi della propria discrezionalità per riempire la decenza di contenuti ad hoc, preconfezionati, ideologici, finalizzati a un certo scopo.

Sulla Treccani la voce “Decenza” mi rimanda a “Pubblica decenza”: come a dire che una decenza privata o personale è un concetto che non può aver senso.

Ma in Inghilterra…

La direttrice di una scuola inglese in una lettera dello scorso 20 gennaio [qui l’articolo dal DailyMail], invitava i genitori a non accompagnare i bambini a scuola in abito inappropriato e inaccettabile (pigiama e pantofole). Ed ecco le motivazioni:

«Sono certa che concorderete con me che è importante per tutti noi dare ai bambini un buon esempio di che cosa appropriato e accettabile in tutti gli aspetti della vita, non solo dal punto di vista della loro sicurezza e benessere generale, ma anche come preparazione alla loro vita di adulti. Grazie per la vostra collaborazione nel cercare di elevare le aspirazioni dei nostri bambini.»

Qualcuno può tirare in ballo che quella dell’insegnante è una professione a 360 gradi, quasi una missione, che la società in cui si vive può essere intesa come una società educante. Forse in Gran Bretagna i dirigenti scolastici hanno competenze maggiori che da noi, e possono superare i cancelli della scuola; e poi in fondo si tratta solo di un invito alla cooperazione in nome di una “sana e buona educazione” e non di un Diktat.

In un solo giorno l’articolo ha avuto più di 1500 commenti. Ciò vuol dire che la “decenza” ha una copertura semantica molto elastica. Oppure è un concetto che è in continuo movimento e non ha più un assestamento sicuro ed univoco (come nella società vittoriana o di Downton Abbey).

 

Decenza ed educazione

La lettera lascia immaginare un modello di società e di rapporti fra adulti e bambini: da una parte gli uni che danno il buon esempio affinché gli altri possano attingere ad aspirazioni più elevate. Mi pare sia un modello teorico e astratto – ma senza troppa meraviglia: ne grondano del resto i manuali di pedagogia -: una società ideale, una vita da serra, come in uno spot pubblicitario: tutto pulito, buoni sentimenti, sole californiano, prati verdi sul retro della casa e il bianco smagliante di lenzuola che profumano di bucato. Sono contento che i nostri bambini non debbano indossare una divisa per andare a scuola, che siano spontanei e scatenati e non inquadrati come balilla, pronti a obbedire come marinaretti. Vedranno da sé quali sono le personali aspirazioni, sceglieranno da sé gli esempi che più li convincono. Che tipo di persona vogliono diventare… o non piuttosto allontanarsi da ogni modello, essere uguale e diverso quanto a genio gli va? L’escursione fra l’eguale e il diverso sarà sempre il discrimine lungo cui camminare, l’equilibrio che li porterà ad essere individui in una società, il luogo in cui serve attenzione e energia, prudenza e abilità. Che reclameranno diritti cominciando ad agire in prima persona, che assumeranno doveri e responsabilità senza sentirsene in obbligo o portati dalla corrente.

L'uomo vitruviano di Leonardo

L’uomo vitruviano di Leonardo

I poli opposti

In linea generale l’abbigliamento è un aspetto superficiale della persona (o almeno per chi non vuole essere monaco per onor dell’abito), e per conseguenza la nudità – il grado zero del vestito – un fatto banale, anzi persino decente. Voglio dire: chi non attribuisce al vestito i significati che solitamente gli vengono associati (status sociale, professione, ostentazione, occultamento, maschera) riesce a gestire la propria nudità di fronte agli altri in modo neutro, indifferente, scevro da qualsiasi intenzione o contenuto. E si sente al proprio posto, quadrato nel cerchio e ben piantato come l’uomo vitruviano, una persona, appunto, come-si-deve.

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 28 gennaio 2016, in Arti varie e artisti, Atteggiamenti sociali con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. Il rispetto dell’altro esige innanzitutto il rispetto di se stessi, mancando il secondo è inesistente il primo, alias rinunciando al nostro pensiero e uso manchiamo indissolubilmente di rispetto a noi e quindi agli altri.

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