Secondo natura


Decenza e castità

Con la condanna della nudità passa l’ossessione del sesso, anzi ne è lo strumento (e lo straniamento). La decenza diviene metro del ben vivere, del buon costume, delle cose a modino. Sesso compulso e castità idealizzata sono gli estremi polari della medesima ossessione, del medesimo tabu, di un terreno ominoso costruito ad arte per indurci falsi timori e tenerci al guinzaglio in una insicurezza e disistima che ci impedisce di vedere con occhi neutri l’ovvietà e naturalità del sesso. In tal modo il sesso diventa innaturale, come tutti gli eccessi. Da una parte la mela proibita suscita un desiderio intemperante, siamo sempre sovraeccitati, inappagati, alla rincorsa insaziabile di un di più. Dall’altra passa una particolare concezione dell’attività sessuale, che, proprio perché “costruita”, messa addosso alla nostra natura, è ben lungi dall’ottenere gli effetti desiderati, accentua la dismisura, la sregolatezza, la perversione e, in buona parte, un certo innaturale disadattamento, un indotto disagio, una disistima di sé e del naturale affidamento alle nostre facoltà e capacità, un vago sentore di essere impari, inadatti, non all’altezza della bisogna… diventa un’impresa, un’avventura. Cui si accompagna un disvilimento del corpo, un disvalore della natura in sé, confrontata e contrapposta all’uomo e alle sue superbe conquiste e vittorie (“le magnifiche sorti” di cui parlava Leopardi), e quasi nemica, matrigna. Si dice che proprio tale distanza dalla natura sia ciò che più ci fa uomini.

Correre

Non so che gara sia questa: son cose più grandi di me; che presunzione stia alla base di tale cultura. Fatto sta che ci è rimasto l’anelito alla vittoria, il desiderio della sfida, come “campo” in cui esprimiamo il “meglio” di noi e ci spinge compulsivamente verso nuovi traguardi, ci spreme le forze verso la conquista di record sempre nuovi e più avanzati. (san Paolo 1Corinzi 9,24-27 – nei pressi di Corinto si svolgevano nell’antichità i Giochi Istmici, e dunque gli abitanti potevano ben comprendere la similitudine).

Non so chi abbia reinventato le olimpiadi della nuova era. Gli ideali olimpici ci sono entrati nel sangue, l’arena di lotta il nostro pane quotidiano, lo stadio la proiezione della nostra affermazione nella società, dell’aggregazione attorno al podio del vincitore, clacsonando come in corteo nuziale dietro il carro di trionfo di altri, dei campioni. Ci è entrata anche “l’universalità dello spirito olimpico”: le ferree regole del gioco sono una metafora delle regole della vita sociale. Seguendo il pedagogista Pierre de Coubertin si va attribuendo allo sport una specifica e globale funzione educativa. Non si capisce poi come a un certo punto la cura del corpo, l’allenamento quotidiano, la prestazione fisica allontanino l’attenzione dalla finalità primaria e si assoggetti il corpo, docile asinello da soma, a una disciplina ferrea finalizzata ai risultati. Gli ex-atleti divengono spesso maschere di se stessi, con rughe profonde nel viso, vari acciacchi dovunque e portano generalmente i segni di un precoce invecchiamento.

Mete

Dietro mi pare di intravedere una “volontà di potenza” (Wille zur Macht), uno ansito goethiano (Streben) che come un lievito fa fermentare la mente e trasforma idee, significati e valori facendocene quasi ubriacare. Uno slogan che ci sentiamo ripetere quotidianamente è “volere è potere”, e di fronte ai fallimenti, consolatoriamente ci andiamo ripetendo “almeno hai tentato”. Esistono dei rischi quando si tenta il passo oltre i limiti: ma sembra che proprio in questo spostamento dell’asticella consista la vera dignità umana. Di nuovo, consolatoriamente, ci assolviamo dicendo che comunque n’è valsa la pena.

È innegabile che una tale mentalità tradisca un generale scontento di sé e della vita. Oppure che tale scontento sia indotto artificialmente, che diventi una moda lamentarsi. Diete, sport e cosmesi possono essere lo specchio che ci dice di quanto siamo scontenti del nostro corpo. La pornografia lo spettacolo con cui idealizziamo le nostre prestazioni, giudicando insufficiente, troppo poco per noi, la “normalità secondo natura”. Perché noi ci meritiamo di più, perché noi valiamo.

Limoni?

Questo modo di pensare collettivo ci tira il collo con il senso dell’onore, del dovere, della dignità, del rispetto di sé, del “debito” che si ha nei confronti della società di dare il meglio di noi per il progresso comune.

Chiaro che il “regresso” alla natura non sia visto di buon occhio:

primo: sembra giudicare negativamente il progresso, lo sforzo meritevole dell’umanità intera di affrancarsi dalle remore che ci impone la biologia; da ciò deriva un’ingratitudine verso quanti hanno speso tempo e denaro, profuso capacità e intuizioni per il progresso della scienza, della tecnica, del pensiero, dell’arte…

secondo: non sfruttiamo appieno le nostre capacità e ciò equivale a uno spreco a una perdita secca e netta

terzo: chi dirige il progresso si vede privato dei soggetti che lo portano avanti, che col contributo personale favoriscono il miglioramento sociale, la cultura e la civiltà.

Chi dirige il progresso non apprezza le critiche al proprio operato, presume di far giusto (proprio per il concorso e consenso di tante menti e persone, per lo sforzo collettivo ed unanime), è pronto a correggersi solo se scopre da sé errori di impostazione, debolezze di funzionamento; pronto a includere avanguardie e dissidenze, per timore di lasciare oppositori all’esterno della propria cittadella sicura. Ritenendo a priori di far giusto, di far del proprio meglio, non può accettare critiche esterne, né quinte colonne al proprio interno. Il modello teorico seguito è ritenuto logico e saldo, a prova di contraddizione: una macchina ben oliata e funzionale al perseguimento dello scopo per cui è stata concepita.

Altrimenti?

Un cordone sanitario di parole e di definizioni, di astrazioni e convenzioni, di simboli e significati attribuiti imprimono nel corpo, nella natura, il nostro marchio e col tempo lo plasmano e lo finalizzano all’obiettivo prefissato. E squalifichiamo le impostazioni che abbiamo per natura, che nonostante tutto ci fanno funzionare, star sani e vivere quel che siamo. A riprova, ricerchiamo naturalità, misura, normalità nei momenti di crisi. Deridiamo la nostra presunzione d’essere la misura di tutte le cose, la severa alterigia dell’“uomo vitruviano”. Denudiamo il corpo, prima che dei vestiti, degli abiti di pensiero con cui l’abbiamo paludato, agghindato a una funzione, a un significato, a una cerimonia, di una bardatura atta a tirar una carretta imposta dal viver sociale. Riscopriamo d’un tratto uno stato “di natura” e ci riconosciamo spontaneamente, ci sentiamo liberi: non ci importa elencare ciò da cui ci siamo liberati. Ci riproponiamo di non rifare l’errore di attribuire alla nudità significati, valori, concezioni e comportamenti perché ci reingabbieremmo in prigioni che sono ancora le nostre. È quel che fa ad esempio l’esibizione “frenata” del nudo nella pubblicità, quel che è così evidente negli ideali di bellezza di Miss Mondo.

In natura non c’è una foglia uguale ad un’altra, eppure le foglie del tiglio son diverse da quelle dell’edera, ogni leopardo ha le sue macchie, zebre e tigri le loro strisce… ogni persona ha una faccia diversa, unica, che differenzia un individuo da un altro: quel tanto diversi da esser distinti; quel tanto di uguali che ci fa pur prossimi e simili.

Il nudismo

Chiaro che il nudismo non sia visto di buon occhio. E non avendo argomenti razionali si prendono a prestito quelli morali, quelli del costume, della tradizione. È noto che il nudismo apre la via a una riconsiderazione di sé, del proprio corpo e del contesto socio-culturale in cui si vive. Disvela le trame del controllo sociale, i marchingegni della persuasione, le logiche del mantenimento del potere e della struttura sociale, e dello sfruttamento; l’uso della ricchezza a fini coercitivi e del denaro come mezzo di remunerazione e fidelizzazione dei singoli.

I nudisti son visti come cani sciolti, che anche solo per una minima ed innocua parte, non accettano le regole condivise di una “civile” e decente convivenza, vorrebbero sovvertirle. Minacciano di incrinare la stabilità sociale. Sono voci fuori dal coro, pecore fuori dal gregge. Ma ai nudisti non importa come vengono visti e concettualizzati dal resto della società. Considerano la propria scelta un fatto del tutto personale, una concezione legittima che discende dal consideraci esseri naturali prima che sociali, senza scopi di sovvertimento o rivoluzionari, senza il ricarico simbolico e ideologico con cui vengono inquadrati. Almeno nei momenti in cui possono stare nudi, non hanno altre mire o preoccupazioni che di godersi lo stato di natura. Ai gestori dei luna park questo non va giù! Ingrati nudisti!… dopo tutto quel che si fa, che è stato investito per il bene dell’umanità!

Quasi un’altra realtà

Il giorno in cui una persona si pone nudo a prendere il sole, scopre il vettore che lo trasporta in una realtà non codificata, non razionalizzata, non pensata, non traguardata dal teodolite cartesiano che la rassicura della sua consistenza, realtà e simbolicità. Un vettore nudo pur esso: il tepore del sole sulla pelle, la percezione di ogni refolo d’aria confermano di una presenza, di un 100% della nostra corporeità e reale fisicità. Non abbiam bisogno di pensieri per inquadrare la nostra presenza nel mondo. Siamo e basta. Semplicemente. Spontaneamente. Ridiventiamo animali, creature della natura, e questo è il compasso che ci delinea nella nostra rotondità e totalità, il regolo della nostra quadratura nel mondo, nella nostra sufficienza biologica, senza i vari altarini metafisici che ci siamo costruiti per dare un senso alla nostra esistenza. Esistiamo ad oltranza, ben al di là… o al di qua del cogito, ergo sum. Ed è questa riscoperta che ci dà agio nel nostro essere, nel nostro presente, nella nostra più sincera e semplice identità. Nella nostra indifferente nudità. Ed è una conquista, una conquista quasi inconsapevole, fatta col corpo, che a suo modo e a suo tempo arriva anche al pensiero, alla riconsiderazione della propria identità, così stridente ora, rispetto a quanto ci viene inculcato. Come ho sempre detto, non ce l’ho con nessuno. Ma che nessuno mi venga a impartire lezioni. La scelta che mi viene dalla natura è fuori da ogni laccio dell’umano pensiero, da ogni guinzaglio morale con cui mi si mena a passeggio, dalle briglie cui mi si vorrebbe aggiogare alla noria sociale.

Vivere nudi

Vivere nudi (Vivre nu, come direbbero gli amici francesi), con la luce del sole che mi colora la pelle, che mi profila la presenza reale e totale del corpo, che mi attira lo sguardo alla stranezza di certe parti non più coperte da “costumi” reali e metaforici, di natiche, inguini e pelvi non interrotte da tanga o bermuda, di corpi nudi, glorianti d’essere tali, essenziali, liberi e naturali, belli, insomma… senza il rinvio ossessivo e obbligato ad un sesso perverso, ossessivo, al postutto onanistico, a una casta astinenza, velo mortuario di un frutto appassito e grinzito.

Non m’importa se è chiedere troppo. Nego che esista qualcuno cui chiederlo, un potere costituito da cui esigerlo. È la mia natura, diritto innato con la persona. Non c’è una Roma padrona, né Stato che tenga.

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 19 febbraio 2016, in Atteggiamenti sociali con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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