#TappaUnica3V, un viaggio nel tempo


Martedì 8 marzo

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Voci di spensierati ragazzi si aggirano nel bosco, l’azzurro grigiastro delle camicie di tela, il blu variegato e stinto dei jeans, al collo fazzolettoni marroni con righe gialle chiusi sul davanti da un anello di cuoio intrecciato. Corse e rincorse, riunioni cantanti, il cerchio del pranzo, ancora corse, ancora giochi, ancora voci e risa. Il colore delle mille note che salgono al cielo, il sapore della gioia che inonda il bosco, la sensazione d’una socialità semplice eppur perfetta.

Un salto nel tempo, una grande casa nascosta nel fitto di uno scuro bosco, una ripida grigia acciottolata salita, un pesante nero cancello di ferro, decine di persone sedute ai tavoli del licenzino, parole, parole, ancora parole. Un ragazzino s’aggira tra i tavoli, in mano la piccola chiara bottiglietta della preziosa gazzosa, piccoli sorsi per apprezzarne il più a lungo possibile il dolce sapore, i nonni sorridono osservando il loro nipote, tenui sussurri per gratificarne l’educato comportamento.

IMG_8636Cambia la scena, il bosco si fa più chiaro, il tronco robusto di tanti castagni, di sopra, fra le mille tonalità del marrone, l’azzurro d’un cielo ora visibile, poi il verde dell’erica che costella i fianchi d’una piana sterrata stradina, una bionda bimba avanza barcollando sulle deboli gambine, una sorridente ragazza la tiene per mano mentre dietro due robusti occhiali il fratello le osserva correndo qualche passo avanti a loro. Una lucente signora li controlla da debita distanza, una nera macchina fotografica con pozzetto e doppia ottica nasconde il grosso viso di un corpulento signore, sul viso un grande sorriso, grandi mani che sanno essere dolci carezza. Una piccola pozza stagnate, un grande portone di legno adduce ad un portico di grosse multicolorate lastre di porfido, grosse squadrate colonne sostengono un tetto di legno, sulla sinistra un largo e verde terrazzo erboso al cui margine un basso muretto funge da parapetto, sulla destra una serie di piccole porte danno su scure stanze fumose, un caminetto, un tavolo, alcune signore che preparano panini, una cambusa ricolma di bibite di vario genere, fiaschi di vino, brocche dell’acqua raccolta dal pozzo. All’esterno, sul fondo del porticato, una serie di tavoli, attorno ad essi persone sedute. Ciq, cei, tri, quater, mura! Ad un tavolo quattro persone, in piedi, un piede sulla sedia, le mani ai bordi del tavolo, veloci, molto veloci, ad incrocio le mani si alzano per abbassarsi immediatamente sul legno e le dita compongono dei numeri che vengono nel contempo urlati dalle voci: la mora, un gioco molto in voga, simpatico e coinvolgente.

Il cammino di oggi mi porta in luoghi che conosco fin dalla mia più tenera età e la mia mente veleggia tra i mille ricordi: i giochi di scout al Goletto, le giornate coi nonni al bar dell’Alpino condotto da alcuni parenti, le passeggiate di famiglia alla cascina della Margherita dove altri parenti servivano i convenuti, lo zio che gioca alla Mora insieme ai cugini suoi e di mio padre, la raccolta dei prelibati Marroni o la ricerca di altrettanto gustosi funghi, la felicità di splendide giornate, la spensieratezza di un fanciullo.

IMG_8641Poi m’addentro in luoghi meno noti e il pensiero necessariamente si rivolge all’individuazione del giusto percorso fra le tante diramazioni del sentiero. Agli occhi non sfuggono comunque i mille piccoli segni del bosco e della natura, le sfumature di marrone e di giallo delle secche foglie che scricchiolano sotto i piedi inondano il corpo di piacevoli fremiti, il contrastante vivido colore dei fiori il cui tenue profumo s’insinua nelle nari trasformandosi in lievissime scariche elettriche che inebriano il cervello, l’azzurro grigiastro di un cielo nuvoloso che a sprazzi appare tra le fronde degli alberi. Il grigio asfalto della strada di Muratello, di nuovo il chiaro marrone dei sentieri e delle strade sterrate, alcune cascine compaiono a ripetizione rompendo la splendida monotonia dei colori e dei sapori di un inverno autunnale, castagni, tanti castagni, bellissimi castagni. Un verdissimo prato circonda l’ennesima cascina, la scura acqua della Pozza del Sarisì, il conosciuto bianco azzurro del sentiero 3V, la ripida e scabrosa discesa che porta al roccolo del Monte Salena. La cascina di San Vito, ricordi d’una conviviale riunione, colori di camicie in lana, pantaloni alla zuava, calzettoni rossi e pesanti scarponi in cuoio, voci e parole, risa e canti, suoni e vibrazioni, il calore dell’amicizia.

IMG_8687Riparto, ancora sentieri sconosciuti impegnano gli occhi e la testa nella ricerca del giusto tracciato senza per questo distoglierli dall’osservare le gialle primule che inondano in terreno, dei bianchi dente di cane, delle violette nelle due varianti più tipiche, quella viola e quella bianca, il grigio delle rupi che sovrastano la mia testa. Un placido cavallo mi osserva passare, la sorda esplosione di mine da cava, una sorgente, le case di Botticino e di Rezzato si disperdono a vista d’occhio alla base del monte. Santa Lucia, ripida risalita al crinale del Monte Poffa, lo sguardo divaga verso le nevi del Monte Baldo, un mare di grigiastre nuvole nasconde il Lago di Garda. Due foto e poi via, il lungo traverso con vista ai laghetti di San Polo, il verde largo costone del Trinale, una discesa a picco sulle case di Sant’Eufemia, il sordo tremolante calore di muscoli che iniziano a chiedere un poco di riposo. Sentiero numero 12, di nuovo a mezza costa, tornano ricordi d’infanzia, le storie di mio padre che da ragazzo qui veniva a cercare i funghi, le rade visite ai parenti del Buren, la casa dove mio padre viveva ai tempi della guerra, una casa che ho potuto vedere una sola volta restandone talmente colpito d’averla spesso negli occhi, nella mente e nell’animo, ormai diroccata e dispersa nel bosco, mi riprometto di venire a cercarla, promessa, promessa.

Rieccomi all’Alpino, ancora sentiero 3V, ancora il bianco delle nevi e l’azzurro dei cieli riuniti insieme a fare i colori di Brescia, a creare quei segni atti a indicarmi la strada. Medaglioni, la ripida strada acciottolata di via San Gaetanino. Rumori di auto, rientro alla città, asfalto e cemento, cemento e asfalto, semafori, motorini, bicilette, auto, suoni di clacson, sfrigolio di freni, colori d’una civiltà invero civilmente persa, sapori amari, sensazioni fredde e stridenti, contrasto forte coi boschi fra i quali ho vagabondato per quasi cinque ore, con la natura che mi ha a lungo inebriato, peccato non averla potuta assorbire nella nuda pelle, appuntamento però solo rimandato, siamo alla metà di marzo, presto le temperature saliranno e potremo lanciare alle ortiche i nostri vestiti, ridare alla pelle il suo naturale respiro, sentire il solletico dell’aria che scivola nei pori, assaporare il calore dei raggi solari, osservare il nostro vero colore. A presto, a presto, o splendida natura, natura del monte, natura vegetale, natura animale, natura dell’uomo, normale natura del nostro corpo.

La macchina, ritorno a casa, la doccia, frugale pasto, la mente al giorno, il pensiero alla prossima escursione, la pelle fremente nella certezza di un imminente regalo di libertà. A presto!

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P.S.

Che magnifico giro, cerchiamo le cose belle lontano da casa e poi loro sono a due passi da noi. Bresciani, provatelo, al cammino o di corsa, merita. Merita veramente. Al più presto ne farò la relazione, devo prima verificare alcune varianti che, togliendo due ripide intermedie salite, lo renderanno più agevole. Ah, come minimo sono trenta chilometri (un giro similare, il tratto Gottardo-San Vito è in comune, riportato su un sito di MTB riporta trentatré chilometri), il dislivello dipende da dove si parte, salendo in auto al Gottardo o a San Vito è limitatissimo. Io l’ho fatto in cinque ore esatte (con partenza e arrivo a Brescia, quindi con massimo dislivello e qualche chilometro in più), direi che ad un passo normale e concedendosi una bella sosta a metà giro (San Vito) si debbano mettere in conto almeno otto ore, meglio ancora nove.

Informazioni su Emanuele Cinelli

Insegno per passione e per scelta, ho iniziato nello sport e poi l'ho fatto anche nel lavoro. Mi piace scrivere, sia in prosa che in versi, per questo ho creato i miei due blog e collaboro da tempo con riviste elettroniche. Pratico molto lo sport e in particolare quelli che mi permettono di stare a contatto con Madre Natura e, seguendo i suoi insegnamenti, lasciar respirare il mio corpo e il mio spirito.

Pubblicato il 12 marzo 2016, in Eventi sportivi, Racconti di sport con tag , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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