Archivio mensile:aprile 2016

Laicità


Togliendoci i vestiti immediatamente ci sono caduti anche dei veli che ci impedivano una più chiara comprensione di noi, del nostro corpo e del rapporto che abbiamo con la società e del ruolo che la società può avere nel condizionarci.

C’è forse voluto un po’ di coraggio la prima volta nel fare quel passo e poi tutta la costruzione che ci gravava sugli occhi, nella mente, nella coscienza si è dissolta come d’incanto. A conferma che, se vogliamo, spetta solo a noi recuperarci schietti e autentici come un impulso irrefrenabile da un certo punto in poi ci ha spinto ad essere. Una volta riconosciute, non siamo più stati in grado di sopportare le ipocrisie, di perpetuarle perché in certa parte ce ne sentivamo anche complici. Mi sono chiesto mille volte perché il nudo fosse visto come minaccia. Una volta nudista, ho ben visto che di sovvertire la società non me n’importava proprio nulla, e tutto quell’alone di mistero, di misticismo, di ineffabilità si è sciolto come la neve di luglio.

Vedo che da quando sono nudista sono cambiato moltissimo, come mentalità e come comportamento. Ho cambiato identità, come avessi recuperato qualcosa di me che mi era stato scippato, turlupinandomi con i laccetti di mille voci sussurrate, di ammonimenti e minacce. Ha vinto la mia testa dura. Ed ora sono contento. Gli altri facciano pure come vogliono: ne han facoltà, siamo in un paese libero e democratico. E per dirla fino in fondo: anche laico. Sì, perché i terrori del confessionale possono piegare la schiena a chiunque, se non si vedono alternative. E un sistema morale, storicamente consolidato e imperante (per il solo gusto dell’imperio, del dominio su altre persone, sulle coscienze, sulle menti – per poi riservarsi il privilegio di fare di nascosto quel che in palese si vieta) può agire sulle persone in modo totalizzante, plagiarle e piegarle, indottrinarle, martellare con slogan le menti fino a far perdere l’uso della critica e della ragione. Perché questo è stato fatto. E ce ne ricordiamo benissimo tutti.

E prendo un solo esempio. Ritorno ad Adamo ed Eva. Nei giorni scorsi, per puro caso e inaspettatamente, m’è capitato di rileggere l’episodio della Genesi. E mi sono sorpreso di un fatto che non avevo mai notato prima: e cioè che Adamo ed Eva provano vergogna della propria nudità nei confronti di Dio, ma non tra di loro! Un pensiero dopo l’altro ne ho tratto delle conseguenze: se una persona accetta Dio – liberissimo di farlo! ci mancherebbe – ne accetta il programma morale o quel che la Chiesa ha stabilito sia consono e giusto. Il catechismo riguarda i credenti, non chi a questo Dio (o alla miriade di altri) non crede. La società, che dall’Illuminismo si è costruita nella laicità, non può assumere per proprio il codice morale di un raggruppamento religioso. Se un cattolico, un buddista o chi altro non sopporta la vista di altre persone nude, in uno stato che si vuol definire laico, non può imporre loro il proprio sistema di valori, credenze, convinzioni. L’agire moralmente secondo un codice morale è una scelta che riguarda la persona, non lo stato. Lo stato ha le sue leggi – che dovrebbero essere ispirate a laicità. L’art. 726 del codice penale che punisce gli atti contro la decenza non è ispirato a laicità, perché prende a riferimento e assume come proprie le posizioni di un gruppo religioso, come ne fosse il difensore o la diretta emanazione politica (per uno stato laico dovrebbe essere indifferente quanto esso possa essere numeroso) Addirittura giunge all’aberrazione giuridica che punisce preliminarmente (e solo in questo caso!) la possibilità che possa accadere questa eventualità, punendo anche il solo fatto che qualcuno possa essere visto nudo dal pubblico: prevenire è meglio che curare!

Se la Bibbia stessa mi dice che Adamo ed Eva non provavano vergogna della propria nudità, come mai in seguito si è generalizzata la vergogna che essi provavano verso Dio anche nei confronti reciproci? Lo stato laico tiene fuori dai rapporti politico-sociali fra i cittadini il rapporto personale che questi hanno con Dio. Perché dunque la legge ha accolto come reato una generalizzazione che non esisteva nemmeno nelle fonti stesse della religione? Esiste un potere più grande della religione stessa? Parrebbe proprio di sì!

#QuindiciDiciotto, visita al museo della Guerra Bianca di Temù


Foto di Mara Fracella

Foto di Mara Fracella

Dopo una lunga attesa è arrivata la prima uscita del programma QuindiciDiciotto: la visita al Museo della Guerra Bianca di Temù. Nonostante una intensa e lunga campagna pubblicitaria a Temù ci troviamo solo in dodici, undici adulti e una bambina, comunque un bel gruppo con persone che arrivano da diverse località del nord-est italiano: due dal lago Maggiore, quattro dal bresciano, tre da Bolzano, uno da Padova e uno, nuovo amico degli eventi di Mondo Nudo, da Trieste, si, si, dalla lontana Trieste.

Alle dieci in punto siamo all’ingresso del museo e ci riceve, con ampio sorriso, una simpatica signora: “benvenuti, stavamo giusto guardando il vostro sito, non eravamo riusciti a farlo prima, che sorpresa, curiosa cosa, ci siamo fatti anche delle risate!” Ci presentiamo, si unisce al gruppo anche la persona che era seduta al computer e che sarà la nostra guida nella visita, la signora ci sommerge di domande, il suo lieve turbamento iniziale lascia immediatamente posto a una interessata curiosità, parliamo affabilmente del nostro camminare nudi, dello stile “vestiti facoltativi” che, nel limite del possibile, è regola di ogni evento di Mondo Nudo, della nostra conseguente richiesta, avanzata già da tempo, al primo contatto per posta elettronica, di poter stare nudi anche durante la visita al museo e che, sostanzialmente, pareva e parrebbe essere accolta e fattibile.

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Foto di Mara Fracella

Arriva il Direttore del Museo e la simpatica signora gli spiega (uhm, mi sembrava d’essere stato già chiaro nelle mail) la questione del nudo, non ha ancora finito di parlare che l’altro immediatamente esordisce con un “no, assolutamente no, qui nudi non ci entrate, non mi pare atteggiamento consono al contesto del museo, al suo intento culturale”. Senza voler contestare il suo diritto a negarci il nudo, a fronte di una negazione assoluta e non motivata (“il perché decidetelo voi”), cerchiamo comunque d’impostare un dialogo se non altro per motivare i nostri perché, purtroppo è stata eretta una barriera insormontabile, l’unico avvicinamento rilevabile sta nel concederci il diritto di andarcene senza dover pagare nulla visto che sono stati loro a comprendere male le mie richieste (“pensavamo a dei costumi”). “Siamo qui per visitare il museo e non per poter stare nudi”, purtroppo mi lascio scappare l’occasione per evidenziare che noi nudi ci viviamo (concetto fondamentale per far comprendere perché si cerca di poterlo fare ogni qual volta se ne presenti la pur minima possibilità, ad esempio in tutte quelle occasioni in cui, come oggi, una struttura viene aperta apposta per noi, specie se, come in questa occasione, a pagamento), “di certo restiamo”.

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Foto di Mara Fracella

Inizia la visita, si parte con un lungo, forse troppo lungo visto che siamo in piedi e desiderosi di vedere i vari reperti, seppur interessante preambolo della guida. Finalmente s’inizia la visita vera e propria e la guida inizia ad illustrarci il forno campale per il pane. Segue l’illustrazione della baracca, superbo esempio di geniale architettura militare, al cui interno fanno bella mostra di sé vari oggetti tra i quali due brandine da ufficiale e due stufe, una grande in muratura e un’altra più piccola in metallo. Passiamo alle armi, un cannone, un mortaio e diversi proietti, dai più piccoli ai più grandi, da quelli più semplici ai più complessi e micidiali shrapnel. Al piano superiore si possono ammirare gli abiti delle sentinelle, sia austriache che italiane, le slitte, i ricoveri dei cani, le foto delle mute di cani all’opera sul ghiacciaio, varie suppellettili e oggetti di vita quotidiana, una stazione di funicolare, i reticolati e le postazioni dei fucilieri. A chiudere il percorso una nera stanza con una tomba, alcune foto e dei versi che parlano della miseria della guerra, che ne rievocano l’assurdità, che invitano a meditare e scorrono nel cuore come fredde lame di coltello, nella mente come assordanti reiterativi suoni, sulla pelle come gelida aria del monte.

Trenta minuti di filmato sui luoghi della guerra in Adamello e la visita vede il suo epilogo; tremanti, vuoi per le immagini viste, vuoi per il freddo glaciale delle stanze museali (“l’abbiano fatto apposta per farci rimanere in ogni caso vestiti?”) salutiamo la guida e la signora (il direttore se n’è andato da tempo, senza salutarci) e lesti usciamo verso il sole che risplende. Restiamo sulla piazza il tempo necessario a riportare le nostre membra a temperatura vivibile, poi ci appressiamo ala pizzeria che si trova d’innanzi al museo. Restiamo a tavola a lungo, chiacchieriamo di varie cose, soprattutto di nudo e della speranza di vederlo finalmente riconosciuto per quello che è: uno status di normalità!

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Foto di Mara Fracella

Si sono fatte le quattro del pomeriggio, è ora di mettersi in marcia per il lungo rientro a casa, negli occhi persistono le immagini dei reperti e delle foto della Grande Guerra sul fronte Adamellino, nella mente i pensieri evocati da tali immagini e dalle parole di coloro che tale guerra l’hanno vissuta in prima linea, nel cuore l’intenzione di adoperarsi affinché il mondo possa vivere in pace, obiettivo per il quale lo stile di vita nudista, l’accettazione del nudo, il rispetto dell’altrui desiderio di nudità che nessun danno apporta a chi la vede e la subisce, sono senza dubbio passaggi fondamentali. Come ha ben dimostrato la giornata odierna ancora lunga è la strada da fare, ancora molti gli scogli da superare, ma non demordiamo, continueremo a lavorare e… ci arriveremo, all’una, la normale nudità, come all’altra cosa, la pace mondiale… ci ar…ri…ve…re…mo!

Fate anche voi la vostra parte, partecipate alle nostre uscite, nudi o vestiti non importa, ben volentieri accogliamo tra le nostre fila anche i titubanti e perfino i reticenti. Venite!

La prossima uscita: Giro delle Colombine.

Il programma completo.

Foto di Mara Fracella

Foto di Mara Fracella

#TappaUnica3V, breve intervallo


Dopo un breve periodo di stasi totale dedicato a rilanciarmi sul lavoro, con il morale sensibilmente risollevato dai primi lievissimi vagiti di ripresa, rieccomi in cammino sulle sempre più vivide tracce di TappaUnica3V. Per ora solo due uscite leggere, ma presto dovrò necessariamente passare alle prove di lunghezza e di regolarità le cui tabelle di marcia sono da tempo già posate sul mio tavolo.

Sabato 16 aprile

IMG_9067Allenamento condiviso con gli amici di Mondo Nudo che ricalca uno dei giri già fatti in solitaria: partenza da Caino, salita all’Eremo di San Giorgio per il sentiero 383, discesa al Passo del Cavallo seguendo il 3V, lieve risalita a Boatica e da qui rientro in discesa al punto di partenza.

Al venerdì sera registro una sola partecipazione, avendo (ovviamente) accettato un piccolo incarico di lavoro per il tardo pomeriggio mi accordo con Alessandro per anticipare l’orario di ritrovo ed accorciare l’escursione: invece di scendere al Passo del Cavallo andremo a prendere il sentiero 385 che ritorna direttamente a Caino percorrendo il crinale del Monte Tromet.

La mattina è fresca ma il cielo terso promette bene e infatti, anche con la complicità di un passo piuttosto sostenuto, dopo una mezz’ora di cammino possiamo liberarci dei vestiti. Velocemente risaliamo anche l’ultima ripida balza e perveniamo alla cresta spartiacque tra la valle di Nave e quella di Lumezzane, anch’essa incredibilmente deserta, per la quale in breve siamo all’eremo. Breve pausa per goderci l’ampio panorama che, grazie alla limpida giornata, spazia fino al Lago di Garda e al Monte Baldo, poi ci rimettiamo in cammino.

Salvo due brevi parziali rivestimenti, nudi camminiamo fin quasi al fondo valle, godendoci le piacevoli sensazioni dell’aria e del sole sull’intera pelle, mentre il corpo ci ringrazia per avergli finalmente ridonato il suo più ampio e naturale respiro, è un vero peccato doversi rivestire!

Domenica 17 aprile

IMG_9079Ogni promessa è debito e ora eccoci qua, io e mia moglie a seguire il bel giro dell’itinerario 503 di Gavardo. A differenza di ieri il cielo è grigiastro e a sprazzi compare anche la pioggia, poche grosse gocce che a fatica oltrepassano il mantello foglioso del bosco ma che comunque contribuiscono a mantenere bassa la temperatura.

I chilometri si sommano ai chilometri, salita poi discesa, di nuovo salita, ripidissima asfaltata salita che mette alla prova la resistenza delle gambe e dello spirito. Seduti al bordo di verdi prati, per tetto le fronde di alcuni alberi, ci fermiamo a mangiare qualcosa e poi via di nuovo in camino per l’ultimo tratto di salita a riprendere il sentiero percorso in mattinata. Discesa e, dopo aver percorso un totale di tredici chilometri, siamo di nuovo a Gavardo.

#TappaUnica3V, finalmente libero!


IMG_9056Fine settimana leggero, eppure importante: come ho già scritto in queste ultime settimane, a causa di problemi economici, sono piombato in uno stato di depressione e avevo iniziato a pensare di mollare tutto, ma mi sono accorto che gli allenamenti che sto facendo, oltre a darmi carica e grinta, mi concedono un attimo di stacco permettendomi di meglio ragionare sulle azioni da intraprendere per superare questo brutto momento, ecco che TappaUnica3V assume un ulteriore imprevisto significato: ancora di salvataggio!

P.S.

Avevo giurato a me stesso di non cedere più alla tentazione di fare polemica, ma vista la recente espulsione che un gruppo di Facebook ha comminato a mia sorella rea di aver condiviso alcuni mie articoli (dove le foto interne mostravano nudità ma non quella riportata nei post sul gruppo), a titolo educativo, mi sento in dovere di pubblicare questa breve precisazione, spero possa essere l’ultima.

Più sotto appaiono due foto in cui sono palesemente nudo, se qualcuno ha qualcosa da recriminare in merito… cresci e matura: Tesio di Serle, un luogo dove ogni domenica tante famiglie si ritrovano a fare il picnic, ecco il cartello sulla porta del bagno chimico in loco installato (presumibilmente lo stesso appeso alla porta di ogni bagno chimico installato da questa azienda in ogni luogo pubblico).

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Torniamo a noi…

Sabato 2 aprile

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Al risveglio, contrariamente al previsto, la mattina si presente coperta e freddina per cui ripongo nello zaino l’abbigliamento leggero (sperando di poterlo poi comunque utilizzare) e recupero dall’armadio quello più pesante che indosso direttamente. In serata ho un impegno e devo risparmiarmi pertanto il percorso programmato per oggi è, rispetto ai propositi, leggero: solo venti chilometri per millecinquecento metri di dislivello con un tempo di tabella totale tra le otto e le nove ore.

Alle sette parto da casa e dopo mezz’ora sono a San Michele di Gardone Val Trompia da dove inizia l’escursione. L’avvio è facilitato da una prima parte su strada con pendenze leggere e quando arrivo alla salita il mio fisico è pronto supportarla: sebbene ci siano tratti estremamente ripidi e nonostante un passo abbastanza sostenuto supero i primi duecento metri di dislivello senza la minima necessità di riprendere fiato. La temperatura s’è un poco alzata e, con la complicità dello sforzo, è da un po’ che soffro il caldo: maglia e pantaloni finiscono nello zaino e… finalmente libero!

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Riappropriatosi del suo naturale respiro il mio corpo quasi immediatamente smette di sudare e riprende il suo magico colloquio con l’ambiente che lo circonda, che piacevolezza poter nuovamente marciare senza nulla addosso se non quel minimo che, purtroppo, risulta indispensabile: scarpe e zaino. Cammino nel bosco e i miei peli vibrano all’unisono con gli steli dell’erba, la mia pelle cattura tutte le frequenze che mi circondano: gli inni delle foglie mosse dal flebile vento, l’ondulazione più o meno frenetica provocata dal canto di un’invisibile allodola, il calore del più esile raggio di sole che filtra tra le fronde degli alberi che mi sovrastano. Immerso in questa straordinaria valanga di sensazioni nudo procedo sulla stradina che ora ha preso il posto del sentiero, alla mia sinistra s’intravvede un lembo di cielo e un’ombra veloce lo percorre a lunghi balzi, riconosco la sagoma del capriolo, mi blocco, si blocca, ci osserviamo, lentamente estraggo la macchina fotografica dalla sua custodia, la boscaglia lo mimetizza, attendo nella speranza che scenda ad attraversare la stradina, così non avviene, dopo alcuni lunghi minuti lentamente si allontana restando nel fitto del bosco e solo l’immagine fissata nella mia mente può rievocare questo fantastico incontro.

Riprendo il cammino, la stradina si fa strada sterrata, costeggio una casa che appare isolata ma è solo la prima di un piccolo nucleo abitativo dolcemente immerso nel bosco. Non c’è anima viva, tutto tace e allora continuo il mio naturale cammino, calzo i pantaloncini solo quando percepisco la vicinanza alla chiesetta di Sant’Urbano posta su una strada che, seppur sterrata, è di traffico frequente. Per farlo malamente appoggio lo zaino ad un albero e questo scivola a valle iniziando a rotolare nell’erto pendio ricoperto di foglie secche, senza pensarci più di tanto mollo quanto ho in mano e mi lancio, nudo, all’inseguimento, dopo una ventina di metri riesco a raggiungerlo e nel piegarmi per fermarlo un piede s’incastra in qualcosa, salto mortale e ripiombo a terra proprio sullo zaino, le gambe infilate sotto un piccolo tronco caduto a terra che ostruisce il passaggio, mani e le ginocchia appoggiate allo stesso, lo zaino fermo appoggiato al mio fianco sinistro: manco a farlo apposta sarei riuscito a tanto e tanto bene!

Lestamente risalgo alla strada, solo qualche lieve escoriazione testimonia l’acrobatica impresa, metto i pantaloncini e riprendo il mio cammino verso l’ancora lontana meta. Un lungo tratto di strada che alterna tratti cementati ad altri sterrati, come avevo previsto qui incontro un gruppo di giovani imbacuccati a più non posso, palese sui loro visi la sofferenza di un corpo che non respira, di un caldo soffocante: “come cacchio fanno a camminare in quello stato?” Va beh, tante teste tante crape dice un famoso proverbio, fedele al mio credo “che ognuno sia libero di vestirsi come più gli garba” cordialmente saluto e procedo oltre. Arrivo alla fine della lunga discesa, abbandono la strada principale per imboccare quella che mi porterà verso la base della cresta sud-est del Monte Pizzoccolo, tre macchine parcheggiate m’inducono a restare con i pantaloncini. Avrei fatto meglio a toglierli: senza incontrare persona arrivo sudaticcio alla base della cresta. Velocissimamente ne supero un primo breve tratto e m’avvedo che nessuno la sta percorrendo indi decido di ridonare fiato al corpo: i pantaloncini tornano nello zaino.

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In poco più della metà del tempo di tabella sono all’ultima balza che precede la vetta, a malincuore rimetto i pantaloncini che ormai dovrò tenere indosso fino a casa: la via di discesa (Pizzoccolo, Passo Spino, Rifugio Spino, San Michele) è molto frequentata, un uomo solo nudo ad oggi, purtroppo, sarebbe qui malamente inteso… purtroppo e… per ora!

Domenica 3 aprile

IMG_9058Tanto per non stare fermo e per rintuzzare la brevità dell’uscita di ieri, oggi una breve piacevolissima escursione in compagnia di mia moglie sui monti di casa. Si va piano ma neanche troppo, restiamo perfettamente nelle tabelle, e in ogni caso anche questo è utile al mio allenamento: mi prepara psicologicamente al blando ritmo che dovrò tenere durante il giro finale.

Il mio corpo deve purtroppo subire nuovamente la gogna del vestiario, fortunatamente fin da subito solo i leggerissimi pantaloncini da corsa con sottilissima mutandina integrata che mi solleva quantomeno dall’uso della più classica e disastrosa mutanda. In cambio posso riassaporare il piacere d’una bella sosta pranzo al culmine della salita, per giunta in compagnia e mangiando cibi normali al posto delle insane barrette. Ci è mancata solo una bella birretta o, meglio ancora, un mezzino di buon vino rosso. Rimedieremo!

Ne han fatto una fiera


el paradiso terrestre

La similitudine tra la figura dell’arcangelo Michele che con una spada infuocata ci nega il ritorno al paradiso terrestre e il pudore che ci vieta (o ci regola) il soddisfacimento di un desiderio/bisogno/istinto naturale, non può che collegare in parallelo la nascita del pudore con la nascita del peccato e la conseguente cacciata dal paradiso terrestre.

Non so perché la frase del “tentatore” «sarete come dèi» sia interpretata come la forza stessa della tentazione nefasta e al contrario le analoghe parole di Gesù «voi siete dèi» (Giovanni 10, 34, citando il Salmo 82, 6) siano invece il nucleo del kerygma Christi (“proclamazione del Cristo”) e punto di svolta del nuovo patto tra il credente e Dio stesso.

 

Una scoperta rivoluzionaria

Essere come dèi poteva essere inteso come “creatori (di vita) al pari di Dio”: lo scoprirsi consapevoli della capacità generativa implicava una ristrutturazione della concezione morale, una nuova “conoscenza del bene e del male”. Ciò poteva portare a una negazione di Dio, minaccia intollerabile e inaccettabile da chi deteneva il potere magico-religioso (la casta sacerdotale) e un atto fortemente destabilizzante dell’ordine sociale. La nuova conoscenza fu allora incapsulata ideologicamente entro le tenaglie del “peccato”: un peccato di superbia, fomite di ribellione e disordini. La nuova conoscenza riguardava l’uso del corpo e degli organi della riproduzione, la cui funzione veniva disvelata “scientificamente”. Non potendo negare come eresia tale evidenza, si corse ai ripari inventando la nudità: come una persona “senz’armi” veniva detta nuda, così, accostandosi alla generazione bisognava andare armati, difesi ideologicamente da aberrazioni ed eccessi (come ad esempio unirsi per fini edonistici e non procreativi. Facendo appello alla “natura” animale fu reintrodotto lo schema concettuale secondo cui l’accoppiamento dovesse essere sempre fecondo. In qualche modo bisognava gestire il fatto che, a differenza degli animali, l’uomo aveva perduto il periodo di estro).

Mitologie

Il racconto “mitico” della Genesi si incaricò di dare una spiegazione coerente e un filo logico alla rivoluzione che ha rappresentato la scoperta del ruolo del maschio nella generazione. Nel giardino dell’Eden non si conoscono né morte, né generazione. I progenitori sono due a simboleggiare tutta l’umanità. Ma perché già uomo e donna, se il dimorfismo sessuale non aveva ragion d’essere? Solo per la “compagnia”? O già in questa parola si può celare in nucleo di un programma che facendo leva (pretestuosamente) sull’affettività, preludeva al concetto di unione ideale durevole ed esclusiva? Il racconto elaborato a posteriori, e fortemente astratto, tipizzato, generalizzato, cerca di dare un senso, di spiegare quel che è avvenuto e soprattutto di impostare pragmaticamente la struttura sociale, dando ragione delle durezze prescrittive. I racconti eziologici sono tutti così.

Ipersessualizzazione

Costringere l’attività sessuale (considerandola esclusivamente a fini procreativi – con esclusione di pratiche “innaturali”) entro i confini di un’unione esclusiva e duratura non poteva che significare costrizione, coazione a ripetere. E costrizione significa che necessariamente si creeranno mille scappatoie, si inventeranno mille evasioni, si produrranno mille fissazioni, nasceranno mille deviazioni, regressioni… così come mille forme di compensazione, di sublimazione e mille “meriti”, mille esemplarità.

Ipersessualizzazione come effetto procurato dell’invenzione di un frutto proibito. Ma la mela è solo la punta dell’iceberg della “trovata”: se la “tentazione” può essere soddisfatta col momentaneo godimento orgasmico, la “programmazione” comportamentale va molto più in là: suo obiettivo è la procreazione e la monetizzazione della vita e del reale.

Se si aggiunge che la scoperta del ruolo del maschio nella generazione ha comportato il passaggio dal matriarcato al patriarcato, con una generale laicizzazione della mentalità magico-animistica, con l’introduzione del concetto di “valore” (cioè di “attribuzione di senso” a cose che prima non ne avevano) e di ricchezza (e suo mantenimento e trasmissione “legittima”) si arriva al quadro della struttura sociale che perdura sinora.

In una società nomade neolitica basata sulla pastorizia il numero dei capi equivale ipso facto a ricchezza (pastore di popoli  è un epiteto omerico riferito ai re). In una società patriarcale ordinata in tribù, variamente suddivise e articolate, ma con leggi e usanze che tutti condividono, la forza/potere nel primeggiare, dominare, contrastare anche ideologicamente le popolazioni vicine fa leva sul numero e sull’endogamia (una specie di selezione razziale a rinforzo di caratteri identitari – il numero sarebbe a garanzia di difetti solitamente riscontrati nelle piccole comunità chiuse). Cosa c’è di più appetibile che qualcosa di proibito: se ne fa una questione di orgoglio personale: nei casi di adulterio è punita la donna. In tal modo il maschio è confermato nel suo ruolo dominante, nel suo comportamento pur “irregolare” e quasi lodato. Punire la donna equivale a confermare la sua posizione inferiore e priva di ogni diritto – persino quello di procreare figli illegittimi -, perché altrimenti le leggi non avrebbero senso.

Che cos’è la nudità.

La nudità è diventata perciò il portale della sessualità, caricandola di significati pesanti e estranei. Si tratta non più di uno stato di natura neutro, ma di una trasposizione simbolica, e come tale usabile e manipolabile a piacimento (soprattutto a fini di lucro, di controllo, di privilegio, di egemonia).

Ecco dunque che la scoperta di Adamo ed Eva di essere nudi è indissolubilmente legata all’attività sessuale e generativa. Ma a questo punto intervengono i veli e i mantelli del pudore a sospendere ogni stimolo istintuale (chiamato d’ora in poi tentazione), riconducendolo entro l’alveo prescrittivo di un ordine, di un progetto e di un senso (definito naturale). Le unioni extraconiugali non producono ricchezza, inutile perciò allettare, tentare con le “arti di Eva”. La seduzione del nudo nella pubblicità, pur con passaggi funambolici, allude non troppo simbolicamente all’equazione sesso = ricchezza, e si spiega con la mira al potere, al prestigio, all’ostentazione della ricchezza.

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