Archivio mensile:maggio 2016

The Street, Fair


“We’re not out to pick fights; we’re out to set an example” Excellent this is the correct road / “Non vogliamo fare lotte ma solo dare l’esempio” grandiiiiiii Questa è la strada da seguire!

Eccole nuovamente all’opera, ecco un esempio d’intelligenza, altro che proporre o sostenere leggi castranti, altro che crearsi tare mentali su presunte offese agli altri: uscire a testa alta, uscire tra la gente, uscire certi della propria normalità, uscire e… dare l’esempio!

The Outdoor Co-ed Topless Pulp Fiction Appreciation Society

IMG_5756Happy Memorial Day, everyone.

This marks the (unofficial) start of summer, and with it the start of street fair season, when New Yorkers — if they don’t flee the city entirely on weekends — spend their weekends at these migratory festivals full of guilty-pleasure food (crepes! zeppoles! mozzarepas!) and miscellaneous tchotchkes (dental tools! chopstick art! old LPs!). The weather is invariably hot, usually humid, often stifling, and any man in the crowd can walk without his shirt on. But you never see women doing it. Never. And how is that fair?

So we took matters into our hands.

IMG_5744We visited the annual fair held on Broadway, up on the Upper West Side. There were half a dozen of us and hundreds of other pedestrians, and yes, we got our share of stares and double takes. But overall people were indifferent or at least trying to appear so. A…

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Leggi sul #nudismo: ci risiamo!


cartello1Dopo l’approvazione di un’iniqua (per quanto concerne il nudismo) legge regionale piemontese, dopo l’indicazione (con presupposti altrettanto invalidanti) ad occuparsene iscritta all’interno della più recente legge regionale lombarda sul turismo, ora arriva voce di una proposta di legge avanzata presso la regione Sardegna e… Ci risiamo, per l’ennesima volta si parte dal presupposto che il nudismo sia qualcosa da nascondere e isolare, cosa che sarebbe comprensibile se partisse da chi si oppone al nudismo ma diviene assolutamente inconcepibile dl momento che invece parte proprio da chi dovrebbe difendere e diffondere il nudismo (che non è lo stare nudi in spiaggia o in un prato o in un villaggio, ma è il vivere nudi): le associazioni naturiste.

Sinceramente mi sono stancato di fare analisi giuridiche (in Italia non esiste un effettivo divieto alla nudità in luoghi pubblici ma solo una convenzione giuridica, per giunta ormai disattesa da tutte le sentenze degli ultimi sedici anni), logiche (un qualcosa che si auto esilia dentro dei recinti è un qualcosa che si auto ritiene inopportuno, non conforme alle regole sociali, anormale), sintattiche (un “ma” nega sempre quanto è stato detto poco prima) e sarei molto tentato di lasciar perdere. Sinceramente sono profondamente deluso dal silenzio costante della maggioranza di quei (tanti) nudisti che vorrebbero vivere il nudismo come scelta di vita a fronte dell’aggressiva imposizione comportamentale di quelle (poche ma pur sempre troppe) persone (anzi dovrei dire naturisti visto che costoro così si definiscono) che il nudismo lo intendono come pochi attimi di nudità nella vita vestita o che non solo si sono lasciati soggiogare alle forche caudine di un sistema opportunistico (se sei obbligato a entrare in un villaggio e per farlo sei obbligato a tesserarti…), ma addirittura ne prendono spontaneamente le difese. Eppure ad oggi tutte le leggi (molto similari tra loro) più o meno recentemente emanate, lungi dall’apportare quello che secondo alcuni avrebbero avuto il merito di apportare (estensione delle opportunità di mettersi e stare nudi), quando è andata bene sono rimaste inattese (il tutto è rimasto com’era, ed è di poco rilievo l’annotazione di un aumento di presenze nell’unica spiaggia esistente: difficile attribuirle con certezza alla legge, anzi è probabile debbano attribuirsi a un migliore lavoro dell’associazione locale; quella spiaggia esisteva prima della legge, è rimasta quella e poco ci mancato che non venisse chiusa) , mentre in altri casi hanno dato luogo alla sparizione delle già limitatissime zone tollerate o autorizzate al nudo.

montagna_nuda2Certo la speranza (di un rinsavimento dei nudisti, naturisti e associazioni annesse) è l’ultima a morire, ma certe cose la mettono a dura prova, anzi durissima. Devo comunque merito e impegno ai pochi amici che, riconoscendo e apprezzando la qualità del mio lavoro, continuano fedelmente a seguirmi e allora eccomi nuovamente qua, ecco questo nuovo articolo, questo ennesimo tentativo di verità, logica e ovvietà: se lasciassi perdere innanzitutto ci rimetterei io stesso, io che, da vero nudista, voglio poter vivere nudo, e poi mi resterebbe sulla coscienza il peso di non aver adeguatamente difeso il nudismo, quello vero, l’unico che possa realmente definirsi nudismo (il suffisso ismo ha un significato preciso, indica una corrente di pensiero, un movimento filosofico o comportamentale, una scelta totalizzante e non un’azione occasionale per quanto più o meno ripetuta), quello che vede la nudità come stile di vita, quello che vorrebbe esplicarsi in ogni dove, quello che soffre per le attuali imposizioni e limitazioni, quello che non può e non vuole farsi rinchiudere all’interno di recinti, siano essi fisici che mentali.

La nudità è semplice, ecologica, naturale, sana, istruttiva, educativa, curativa, la nudità è normalità….

Viva la normalità!

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#TappaUnica3V: chiedi, chiedi, chiedi!


20151024_0010_def3VFin dal momento in cui ho annunciato l’intenzione di TappaUnica3V il suggerimento più frequento che ho ricevuto è stato quello di chiedere: “chiedi a chi l’ha già fatto”, “chiedi a chi corre i trail”, “chiedi a chi è abituato a percorrere lunghe distanze”, chiedi, chiedi, chiedi. Grazie, siete stati gentili e premurosi però…

Comprendo che viviamo in un’epoca in cui la norma è quella di percorrere sempre la strada più comoda e semplice anche a costo di scendere a compromessi, nell’era in cui alla formazione si è sostituita l’istruzione ad hoc, ovvero la specifica informazione utile a risolvere quel singolo problema. Si certo, comprendo queste e tante altre cose, però…

Sarò all’antica ma io preferisco ancora percorrere la più formativa strada della sperimentazione personale, dello studio, dell’analisi, dell’autocoscienza, l’unica strada che possa portare alla conoscenza, l’unica strada che possa darmi qualcosa e farmi crescere come escursionista, come sportivo, come persona. Grazie a questa metodica, e qui il grazie è grosso come una casa, ho potuto scoprire e imparare tante cose, non tanto su di me che a sessant’anni penso proprio di potermi conoscere a sufficienza (e caso mai TappaUNica3V mi sta dimostrando che è così), non tanto sulla montagna che quarantacinque anni di alpinismo qualcosa me l’hanno insegnato, quanto sulle nuove metodiche di allenamento, sull’evoluzione delle conoscenze in ambito alimentare sportivo, sui più correnti concetti di fisiologia sportiva, sui vari integratori, eccetera. Questo, insieme al piacere delle tante solitarie nude o vestite ore passate in montagna, è stato, è e sarà l’aspetto più rilevante e gratificante di questo mio stupendo viaggio.

Quindi… grazie, grazie per il vostro interessamento ma per favore smettetela, non insistete, lasciatemi sperimentare, studiare, conoscere, se proprio volete aiutarmi fatemi domande, fatemi parlare delle mie esperienze e nuove conoscenze di modo che le possa fissare e allargare.

Grazie!

Raduno Nazionale 2016 iNudisti


Si è fatto attendere, soprattutto si è fatta attendere la locandina, ma rieccolo, è di nuovo qui, eccovi il mitico, irresistibile, emozionante Raduno Nazionale de iNudisti.

Non siate timidi, partecipate! Anche se, purtroppo, la struttura in questione impone l’obbligo alla nudità, d’altro canto proprio questo può essere la giusta motivazione a liberarsi dell’inutile fardello di paure e timori inerenti il nostro corpo e la sua nudità, posso assicurarti che pochi secondi dopo esserti messo a nudo ti sentirai perfettamente a tuo agio e non ci penserai più, ani no, non vedrai l’ora di poterti nuovamente mettere in sana e naturale libertà.

Dal 10 al 12 giugno presso l’Oasi di Zello – Castel San Pietro Terme (BO)

Clicca sulla locandina per accedere alla discussione sul forum de iNudisti con tutti i dettagli sul raduno.

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#TappaUnica3V, la rivincita!


Dopo il fallimento della scorsa settimana avevo scritto che mi sarei presto preso la rivincita e l’ho fatto più che presto, subito. Il tappone che ho nominato “anello bassissimo del 3V” (Brescia, Maddalena, San Vito, Nave, Conche, Cocca, Dosso Vallero, Poffe, Monte Predosa, Scanfoia, Monte Palosso, Villa Carcina, Casa Pernice, Monte Magnoli, Quarone, Stella di Gussago, Monte Peso, Monte Picastello, Urago Mella; almeno cinquanta chilometri di lunghezza, almeno tremila metri di dislivello, più di sedici ore di cammino) è realizzato, non benissimo come speravo ma comunque bene, specie considerando che non ho avuto modo di fare allenamenti durante la settimana, che alcuni segnali indicavano un mio incompleto recupero dalla precedente fatica e che erano comparsi, proprio nelle ultime quarant’otto ore, dei fastidiosi bruciori di stomaco, ancora presenti al momento della partenza.

Certo la preparazione è stata comunque tanta e, visto il risultato, efficiente: alla luce dell’ultima importantissima esperienza ho rianalizzato gli aspetti che si sono evidenziati ancora imprecisi o inadeguati.

Piano di marcia

L’analisi altimetrica e le prove pratiche m’hanno dimostrato che il primo terzo dell’anello, corrispondente alla prima tappa del 3V, sia alquanto impegnativo e vada assolutamente affrontato con calma e intelligenza. Ho così rivisto il piano di marcia della scorsa settimana impostando, per la prima parte del percorso, tempi di cammino più comodi, sostanzialmente identici alle tabelle normali.

Preparazione energetico-alimentare

Un corretto regime alimentare è importante ma, a questi livelli d’impegno, da solo risulta insufficiente e occorre abbinargli, nei quindici giorni che precedono l’impegno, una fase preparatoria specifica con l’utilizzo di opportuni integratori.  Visto il costo di tali prodotti per ora mi sono limitato a sperimentare solo la gelatina da assumere nell’ora che precede la partenza: Enervit Pre Sport Arancia.

Integratore di minerali

Dopo aver positivamente sperimentato l’Enervit G Sport, su consiglio di due familiari sabato scorso l’avevo sostituito con l’Isostat Hydrate & Perform che s’era subito dimostrato sgradito al mio palato e, cosa assi importante, al mio stomaco. Casualmente sono incappato in alcuni articoli che consigliavano prodotti ipotonici al posto di quelli isotonici quindi, invece dell’Enervit (che avevo finito) ho comprato e testato l’HydraFit della NamedSport.

Al prodotto solubile è da tempo confermato l’abbinamento delle compresse Enervit GT Sport, pratiche, gradevoli, poco ingombranti.

Alimentazione

La questione dell’alimentazione durante il giro finale è aspetto assai delicato e importante, ci sto ragionando sopra fin dal primo momento in cui ho pensato a TappaUnica3V: vista la lunghezza dell’impegno dovrò necessariamente alimentarmi e l’alimentazione non potrà essere costituita solo da barrette energetiche ma dovrà prevedere anche qualcosa che possa alla bisogna spezzare la fame, d’altro canto non potrò appesantire troppo lo zaino e dovrò avere cibi facilmente digeribili. Sebbene i prodotti di questa tipologia li stia testando fin dalle prime uscite, visto che di certo non potrò arrivare a fare degli esperimenti proprio durante il giro finale, ho voluto studiarli più attentamente e sono andato a leggermi diversi articoli che trattano proprio di questo specifico argomento e dei relativi prodotti. Queste informazioni, insieme ad alcune bellissime infografiche presenti sul sito della Enervit, mi hanno aiutato se non ancora a fare delle precise scelte, quantomeno ad elaborare un loro piano d’utilizzo. Andando a fare rifornimento in una farmacia dove avevano messo in promozione questa tipologia di prodotti, ho trovato una marca che non conoscevo (Syform), alcune di queste barrette (Sybar Energy pasta di Mandorle Sesamo e Pistacchio e Energy Fruit Fragola) mi hanno ispirato fiducia: acquistate e provate insieme a quelle dell’Enervit (Power Sport Competiton Arancia e Power Crunchy Cookie)

Recupero

In tantissimi anni di montagna non ho mai sentito l’esigenza di curare in modo specifico il dopo uscita, nemmeno in occasione di uscite impegnative e di lunga durata. Qui però l’impegno si sta facendo decisamente superiore e, soprattutto, ripetitivo con ripetizioni a breve distanza (a giugno dovrò camminare ogni giorno), indispensabile dare al corpo tutto il supporto necessario per un recupero ottimale e rapido, quindi studiata per bene anche questa tipologia di prodotti e fatte le prime scelte da sperimentare: Enervit R2 Sport (il beverone con aminoacidi ramificati) e Enervit Power Sport Protein Bar gusto Ciok.

Calze

Lo sapevo che quelle in uso non erano le più adatte (facevano sudare troppo il piede ed essendo pelose raccoglievano strada facendo erba e terra che inevitabilmente finiva dentro la calza provocando irritazioni), ma andavo avanti ad usarle perché quelle sicuramente migliori che già avevo nel cassetto (e che usavo con le scarpe da corsa normali) alla prova pratica erano risultate troppo basse (tipo invisibile) per le scarpe da trail su percorsi molto lunghi (i malleoli scoperti venivano pizzicati e irritati dal pur morbido collarino della scarpa). Dopo la vescicona dell’ultima uscita, mi sono deciso a procurarmi due paia di calze dello stesso modello di queste ultime ma leggermente più alte: le asimmetriche Kalenji Kiprun Intensiv Light.

Per le premesse è tutto passiamo alla relazione.

Sabato 21 maggio ore 20.30, m’incammino da dove ho parcheggiato la macchina (abbastanza vicino al punto d’arrivo) e, attraversata la città, in circa quaranta minuti sono ala partenza del 3V. Una breve sosta per rilassare un attimo le gambe e partire all’orario impostato, un saluto alla città ormai immersa nel buio della notte e poi via.

Via San Gaetanino è ben illuminata posso procedere tranquillamente godendomi le luci e i suoni della città che man mano si fanno sempre più lontani e smorti. Fa caldo e presto i pantaloncini prendono il posto dei pantaloni e la pur leggera giacca finisce nello zaino facendomi restare con la sola maglia (senza maniche). Come da programma salgo con passo tranquillo idratandomi con dovizia, acqua semplice per ora (voglio sperimentare quello che fin dall’inizio avevo pensato come soluzione ottimale: alternare l’acqua pura, Acqua Maniva pH8, alla soluzione mineralizzata in una proporzione da definire, in questo giro sperimento quella di tre a uno). Arrivando ai medaglioni mi si para davanti uno scenario favoloso: la luna piena si staglia nel mezzo della stradina che ripidissima sale tra le case, obbligatorio godersi la scena e fare qualche scatto fotografico.

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Mantenendomi concentrato sul passo al fine di non allungarlo istintivamente, supero anche il molto meno ripido tratto di strada asfaltata e arrivo all’inizio del sentiero. Presto dovrò entrare nel bosco e la luce della luna verrà a mancare per cui prelevo dallo zaino la frontale, nel contempo ne approfitto per riporvi la maglia e i pantaloncini. Nudo riprendo il cammino, salgo con passo costante e cadenzato, superando agilmente la prima fascia al pulito, inizia il diagonale nel bosco, accendo la frontale e procedo. Ad un certo punto vedo una luce giallastra poco avanti a me, è a livello terreno, dietro ad essa due visi: sono un ragazzo e una ragazza che, incautamente vista la posizione immersa nel bosco, acceso un piccolo fuoco (non ha badato se fosse libero o meno) si stanno cuocendo qualcosa dinnanzi ad una tendina piantata proprio nel bel mezzo del sentiero, per passare oltre devo camminare nell’erba e… nelle spine, fortunatamente basse e rade.

Senz’altri incontri arrivo alla stazione a monte dell’ex funivia della Maddalena, fra poco dovrò passare accosto a due ristoranti per cui, malvolentieri tanto è spettacolare camminare nudi nella notte e nel monte, rimetto i pantaloncini che, proditoriamente, ritornano nello zaino una decina di minuti dopo. Sono al vertice della prima rilevante salita, da qui si procede a lungo con deboli sali e scendi alternati da tratti in piano, il giusto connubio per preparare il fisico e le gambe alla successiva importante discesa. Qui il sentiero lascia il posto a una strada bianca e, anche se in buona parte sono pur sempre nel bosco, posso spegnere la frontale godendomi il fascino estremo del camminare alla sola luce lunare. Inizia la discesa, il fitto bosco e il fango che ricopre il sentiero consigliano la riaccensione della frontale. Oltrepassata la Posa Sarisì all’improvviso nel fitto del bosco alla mia sinistra qualcosa di grosso si mette in movimento, per alcuni secondi è un gran fracasso di cespugli che vengono spostati o spezzati: cinghiale? Procedo oltre, senza problemi supero un tratto di complicata discesa e presto sono al Colle di San Vito, piccola pausa e poi giù per la Val Salena. È, questo, un tratto scuro anche in pieno giorno, la frontale (Led Lenser H7R.2), però, fa il suo lavoro alla grande: per garantirmi la copertura sull’intera notte la tengo al minimo di luminosità eppure il sentiero è illuminato perfettamente per una distanza e una larghezza di diversi metri.

Nave, eccomi a Nave, per attraversare l’abitato rimetto pantaloncini e maglietta, ritornano velocemente nello zaino non appena ne esco dalla parte opposta. Di nuovo sterrato, di nuovo procedo alla luce naturale della luna. Controllando attentamente l’andatura supero uno ad uno i vari ripidissimi strappi di salita, nella notte ormai fonda s’odono solo i canti di uccelli e l’abbaio di cani. Alla chiesetta di Sant’Antonio m’accoglie una luce accesa, è quella della cucina, non si vede nessuno però, solo un nutrito gruppo di scarponi fuori dall’uscio della camerata. Oltrepasso anche la Ca’ de la Ruer e inizio la faticosa salita del Monte Porno, qui sabato scorso sono iniziati i primi seri problemi muscolari, oggi, invece, va tutto al meglio: fatta eccezione per i lievi dolori di tensione ai muscoli posteriori della gamba, che già avevo prima di partire e che vanno man mano attenuandosi, tutto il resto gira al meglio. Man mano che mi alzo svaniscono le luci della valle e a un certo punto percepisco anche il silenzio totale. Che sensazione, un fascino indescrivibile, un’immersione totalizzante nella montagna di cui, grazie alla nudità, mi sento parte integrante: corpi identicamente (s)coperti, cuori che pulsano all’unisono, respiri che si fondono nell’unico grande respiro della Terra. Mi fermo e spengo la frontale per gustarmi a fondo questo momento, la luna, qui nascosta, illumina di fievole bluastro la superficie dei boschi e i crinali dei monti che mi circondano, meraviglioso e portentoso momento. Nella valle il verso di un allocco mi scuote dalla meditazione, riprendo il cammino.

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Sono le tre del mattino, mi trovo al bivio appena sotto il Santuario di Conche, l’aria inizia a farsi pungente e m’infilo la maglietta, poi di nuovo in discesa, la relativamente breve discesa verso la Cascina Cocca, alla quale segue la lunga e ripida salita che porta al Dosso Vallero. Poco prima di questa cima di nuovo il rumore di qualcosa che corre nella boscaglia, stavolta è vicinissimo e sembra venire verso di me, istintivamente mi scosto di qualche metro per poi immobilizzarmi dietro un alberello, il rumore si allontana e svanisce. Riprendo il cammino e in breve sono alla croce della vetta, da qui la vista si estende sulla bassa Val Trompia costellata di luci di ogni colore, seppure più tecnologica anche questa è una scena coinvolgente ed entusiasmante, la gusto per alcuni minuti scattando anche alcune fotografie. Riprendo il cammino godendomi questo lungo tratto di percorso che sabato scorso ho fatto mentalmente indisposto per il dolore e la fatica, la salita che m’era apparsa come interminabile e terribile ora m’appare relativamente breve e abbordabile, tant’è che, giunto alla Maison des Soins, decido di raggiungere la vetta del Monte Palosso (invero pochissimi metri di salita) per dare un’occhiata alle tre piazzole che facevano da basamento per i cannoni qui piazzate nella Grande Guerra. Inizia ad albeggiare e la temperatura si abbassa sensibilmente, complice la discreta pausa devo rimettermi non solo i pantaloni lunghi e la giacca leggera, ma anche la giacca più pesante.

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Inizio la discesa verso Villa Carcina, velocemente il giorno ha preso il posto della notte e la frontale è tornata a riposare nello zaino. Dopo una ventina di minuti mi sono adeguatamente riscaldato e posso togliere la giacca pesante. I picchi sono all’opera e mi accompagnano per lungo tratto, poi, avvicinandomi alle prime cascine, si rifanno presenti i rumori della valle: una moto che sale lungo le stradine, una motosega, il traffico della Val Trompia, le campane delle chiese, immersione nella cosiddetta civiltà. Arrivo al fondo valle, attraverso l’abitato di Villa Carcina e mi porto all’inizio del sentiero che sale a Villa Pernice dove riprenderò il tracciato del 3V. Salgo il primo pezzo, il sole ormai è uscito da dietro il crinale e i suoi effetti si fanno percepire, mi rispoglio completamente rimettendo, però, i pantaloncini che, purtroppo, da qui in avanti dovrò tenere indossati: altro indegno effetto della cosiddetta civiltà! Questo tratto non lo conosco e, stimolato dalle gambe ancora ottimamente rispondenti e dalla totale assenza di fatica, provo ad accelerare sensibilmente il passo. La salita è ripidissima e continua, eppure le mie gambe girano alla grande, stupen… no, altro che stupendo, scemo sono, ho esagerato e mi devo improvvisamente fermare con i quadricipiti doloranti. Forse è anche (o solo) colpa dell’aver assunto una barretta energetica proprio mentre affrontavo i primi metri di questa salita, ma tant’è ora devo rallentare e fare i conti con i dolori che mi obbligano a diverse frequenti fermate. Nel frattempo mi ha raggiunto una persona del posto, solitamente le escursioni le fa a cavallo, ma oggi ha deciso di salire a piedi per allenarsi un poco. Camminiamo fianco a fianco fino a Casa Pernice, mi racconta tante cose interessanti, tra queste anche la conferma che il rumore sentito sotto la vetta del Dosso Vallero era sicuramente un cinghiale in fuga, così, penso, cinghiale era anche quello che aveva provocato similari rumori mentre scendevo verso San Vito.

Casa Pernice è raggiunta ci troviamo sul filo del lungo crinale che chiude in destra orografica la bassa Val Trompia, ancora due parole e poi il mio occasionale compagno riprende la strada di ritorno verso Villa mentre io m’incammino sulla parte finale del sentiero 3V. In breve sono all’Uccellanda Magnoli, qui tempo addietro era stato chiuso il passaggio, ora solo un palo di traverso a mezzo metro da terra funge da ostacolo, potrei scavalcarlo facilmente ma, per sicurezza, decido di seguire la variante che mi è stata indicata da una persona del posto incontrata pochi minuti prima: una stradina sterrata che divalla a destra appena prima dell’uccellanda per andare a prendere una strada cementata che taglia a mezza costa questa parte della montagna. In breve sono di nuovo sul 3V e posso verificare l’ostruzione insuperabile del cancellino che adduce dal basso al roccolo dell’Uccellanda Magnoli: bene ho fatto a prendere la deviazione. Con attenzione affronto la ripida salita che porta alla vetta del Monte Magnoli riuscendo così ad evitare di aggravare l’intossicazione ai quadricipiti: ho ancora parecchi chilometri e tre salite che seppur brevi sono comunque ripide. Senza interruzione lascio alle mie spalle la Sella dell’Oca, la cascina Quarone di Sopra, quella di Quarone di Sotto, la lunga sterrata che scende verso Gussago (qui nel fitto di una cespugliosa boscaglia vicinissimo percepisco un grugnito: altro cinghiale?), l’interminabile e tediosa strada asfaltata dei Camandoli e sono alla sella della Forcella di Gussago. Prima di affrontare la salita per il Santuario della Stella mi concedo una bella pausa di riposo reintegrando abbondantemente i sali minerali e l’idratazione.

Anche la Stella è superata, poi tocca al Monte Peso e, ultima ciliegina, il Picastello, sulla cui salita le gambe girano ancora talmente bene che è il fiato a impormi un rallentamento. Ultima discesa e sono a Urago Mella, da qui ancora dieci minuti di piano cammino (i peggiori di tutto il giro: caldo soffocante, sole e traffico cittadino) e sono alla macchina. Cambio le scarpe, indosso la maglietta, preparo e bevo il preparato a base di aminoacidi, verifico se mia mamma è in casa (appositamente ho parcheggiato proprio sotto casa sua) e poi, vista la sua assenza, via verso casa per una bella doccia seguita da un massaggio gelato alle gambe, pastaciuttona e riposo. Ehm, riposo, dopo un paio d’ore scattano i crampi, sebbene limitati a piccole zone delle gambe, li uni richiamano gli altri e per un’oretta devo stare ben attento a come mi muovo. Mancano ancora tre ore all’ora di cena, vado a letto mi faccio una sonora dormita, le due ore di sonno più belle di tutta la mia vita eheheh

Considerazioni finali

L’allenamento è certamente buono e se si trattasse di fare il giro completo nei normali tempi di tabella potrei dire d’essere pronto, visto però che dovrò abbassare il tempo del diciassette per cento e appurato che a fronte di tratti tabellati con manica larga ce ne sono altri dove la manica è stata alquanto stretta, devo potenziarmi ancora un poco per acquisire sia velocità che resistenza: a giugno dovrò assolutamente camminare tutti i giorni, almeno dieci chilometri al giorno, alternandoli con tappe di venti/trenta chilometri e i tapponi oltre i cinquanta chilometri; dovrò anche lavorare con delle ripetute in salita, ce n’è giusto una vicinissimo a casa mia che ben si presta allo scopo.

Per il piano di marcia si conferma la necessità di tenere più larghi quelli iniziali e restringere più in alto, sfruttando soprattutto i piani e le discese più semplici per rientrare nelle quaranta ore totali.

Per l’aspetto della preparazione energetico alimentare pre impegno è difficile stabilire se l’apposita gelatina sia stata effettivamente utile (bisognerebbe poter tornare indietro nel tempo e ripetere il giro senza l’assunzione di tale integrazione), ma quello che conta è che posso con certezza affermare che male non ha fatto. Vista la lunghezza dello sforzo in cui sarò impegnato ci si potrebbe chiedere se tale integrazione possa essere effettivamente necessaria, come detto, però, la prima parte del percorso è quella più impegnativa e, quindi, quella più importante ai fini del successo complessivo, poterla superare con il minimo danno fisico diviene fondamentale per cui… gelatine pre sforzo confermate! Al limite potrei sperimentare quelle di altre marche.

Anche gli altri integratori provati vanno tutti molto bene e li confermo per il giro finale, devo solo verificare il loro dosaggio e la loro distribuzione durante lo sforzo.

Molto positivo è stato il test del solubile mineralizzante HydroFit della NamedSport ed è confermato il suo utilizzo, come pure estremamente efficiente e quindi confermato è il suo utilizzo in alternanza all’acqua pura (come detto Acqua Maniva pH8) nel rapporto uno a tre (un litro di soluzione mineralizzata e tre di acqua pura).

Calze, ottime le nuove, non raccolgono foglie e terra e anche dopo quasi sedici ore di cammino mi hanno lasciato i piedi perfettamente asciutti. Devo comunque verificare il dolore al malleolo sinistro che sul finire si è fatto ugualmente notare, eppure non ci sono irritazioni e premendo non avverto dolori, è proprio come se il bordo della scarpa riesca a pizzicare la pelle quando il piede deve lavorare inclinato.

Altro dolore da verificare è quello che talvolta appare (o si evidenzia) in sede sotto scapolare destra, si manifesta dopo alcune ore di camino per poi svanire nel giro di alcuni giorni. È apparso da quando ho iniziato a fare la ginnastica di supporto consigliatami da mia nipote, non è forte ma comunque fastidioso e, cosa assai importante, toglie concentrazione. Proprio oggi dopo pranzo ne ho forse individuato la causa: quando guardo la televisione seduto sulla sedia della sala lo schienale in legno preme proprio in quella zona ed essendo fortemente dimagrito (dieci chili da dicembre, quando ho iniziato gli allenamenti) probabilmente riesce a infiammarla.

 

Il corpo e la spiritualità


L’ombra

Mi è capitato recentemente di riflettere sul rapporto fra corpo e spiritualità. L’occasione è stato un seminario sull’ombra. La teoria Junghiana prevede che l’equilibrio psichico sia dato da un sostanziale equilibrio fra le parti coscienti e le parti “in ombra”. Si parlava di “integrazione dell’ombra” nel sé dominante. Riflettendoci bene, anzi meglio, lasciando andare i pensieri dove più facilmente trovavan d’andare, sono giunto a conclusioni opposte a quelle proposte dal seminario e alle quali intendeva farci giungere.

Da una parte avevo posto sul piatto della bilancia la visione e la concezione del mio corpo così come si sono andate maturando in questi anni di pratica nudista. Un progresso un dietro l’altro, una continua e sempre più approfondita conoscenza e presa di coscienza della componente fisica del mio essere, un profilo sempre più composito delle componenti fisiche del vivere e della funzione vitale di ciascuna di esse (salute, sonno, dieta, benessere, aria aperta, natura, scelte di vita, umori, affetti, emozioni…).

Corpo e spirito

Dall’altra parte, concentrato com’ero su una sola parte di me (quella fisica) trascuravo la parte “in ombra”, diametralmente opposta, cioè il mio essere spirituale, la mia anima o quale che sia ogni altra concettualizzazione e definizione. O quel che per educazione ci siamo via via immaginati. Non è che questi distinguo servano poi effettivamente a qualcosa: mi pare confermino la fondamentale inadeguatezza del nostro pensiero nell’afferrare, nel definire, nel gestire questa nostra parte nascosta; quasi che avesse una inattaccabile, invulnerabile vita di per sé. E anche una sostanziale incomunicabilità.

E vedevo con chiarezza, durante la riflessione, che la ragione non era in grado neppur di sfiorare la natura dello spirito, non è lo strumento adatto. E percepivo che se lo spirito avesse fatto irruzione nella corporeità l’avrebbe accecato e poi ridotto in cenere, tanto era la sua energia: anzi, tanto era anti-materia.

Riflettevo poi anche sulle emozioni e sulla percezione di esse. Ne deducevo il profondo legame con la corporeità, piuttosto che con la spiritualità. Un’emozione ci attanaglia lo stomaco, ci paralizza, ci fa sprizzare di entusiasmo, ci accascia…

Satelliti orbitanti

Visualizzavo queste due componenti del nostro essere come forze orbitanti attorno ad un nucleo, una sempre diametralmente all’opposto dell’altra, eppure unite gravitazionalmente a quel nucleo che ne impediva la visione reciproca. Ciascuna componente era alla massima distanza l’una dall’altra, ma proprio questo permetteva un perfetto bilanciamento delle reciproche masse. Le due componenti vivevano una propria intrinseca energia, cercando di fondersi la perdevano, una cedeva all’altra, perdeva di peso e di forza, la sua funzione nell’equilibrio era indebolita. Omologare le due componenti equivaleva a una perdita di vitalità dell’intero sistema, di consapevolezza, di identità, di qualità della vita.

Tornando a casa alla fine del seminario percorrevo itinerari meno teorici. E riflettevo che l’irruzione della spiritualità nella vita del corpo provocava danni, depauperamento, giudizi negativi, perdita di forza e dignità; che identificavo con il concetto corrente che lo spirito sia in qualche modo superiore alla carne (con un pizzico di giudizio morale e di attribuzione di valore secondo una scala). Dall’altra parte constatavo come il sopravvento della corporeità sullo spirito creava egualmente scompigli, apparendomi ben evidente che il corpo fosse menomato di qualcosa di essenziale e ridotto quasi a carne da macello… o da cannone, quasi triturati dal tempo, dagli avvenimenti, dalla storia o dal destino, e mai agenti in prima persona, per scelta personale, ma sudditi di un potere più grande di noi (sia ideologicamente che materialmente).

La mistica e la pienezza del viver concreto

E per ultimo, riflettevo su noi nudisti che avendo respinto di 180° le ingerenze “spirituali” abbiamo riequilibrato il nostro rapporto con l’ombra. Non m’importa saperne di più, reintegrarla nel mio sé cosciente/dominante. Va bene così com’è. Non m’importa addentrarmi (o pretendere di potermi addentrare) nei campi della mistica, della trascendenza. Si farebbero senz’altro interessanti scoperte (santa Teresa, san Giovanni della Croce, Angelo Silesio, ma anche molti poeti e scrittori ci hanno provato). Sono in tutto da questa parte, dalla parte del corpo, l’unica che capisco immediatamente, senza parole, come ovvia evidenza. E giorno per giorno imparo a viverlo nella sua totale completezza, compattezza, vitalità, la carne saldata alle ossa. Non so e non cerco di esprimere queste sensazioni, queste vibrazioni e tensioni, in termini spiritualistici: rimanderebbero ad un mondo che mi sono inventato, che ho cercato di costringere entro l’imbuto del pensiero e della parola. Lascio le cose come stanno, lascio che le energie si influenzino reciprocamente, e son contento che son costruito così. Non sento la mancanza della parte spirituale. E quanto più mi basta la parte fisica, corporale, tanto più sento che lì, misteriosamente è insita la modalità affinché sia viva, è qui dove avverto che mi sento vivo, al presente, entro le coordinate della necessita del vivere solito, della mia quotidiana esistenza, fra routine e novità.

After the Storm


Big, big, big! Incredibili e magnifiche queste donne, a quando in Italia? Gli USA, e tutti i paesi anglosassoni, ammettono la nudità pubblica anche nei contesti urbani quando attuata nel contesto di manifestazioni e spettacoli artistici, in Italia, notoriamente meno puritana, questo non esiste e chi ha provato a fare qualcosa di similare (World Naked Bike Ride) si è trovato davanti il muro istituzionale!

Fondamentale e istruttivo il passaggio dove si evidenzia la prevalenza in larga misura di coloro che hanno apprezzato e approvato l’evento, senza manifestare contrarietà per il nudo, dimostrando ancora una volta (sarebbe ora che lo si capisse in via definitiva) che il nudo di per sé stesso non offende, al contrario di per sé stesso viene ormai in larga misura inteso come naturale e lecito! Che la si finisca di dare autorità alle poche voci di opposizione, è ora di aprire la società al nudo pubblico senza limitazioni e senza condizioni, ne conseguirebbero solo vantaggi, tanti e importanti vantaggi.

The Outdoor Co-ed Topless Pulp Fiction Appreciation Society

IMG_4013Well! That was an adventure.

It’s not every day that we’re the #1 trending topic on Facebook.

Or written about by the Daily News, the Associated Press, three British newspapers (the Independent, the Guardian, the Daily Mail), New York NewsdayMetro New York, and countless websites (among others, Huffington PostSalon, and Jezebel). Oh, and did we mention NBC News?

IMG_3800What caused that storm of attention? Simple. On two beautiful days last week — rain threatened for a while, but what we wound up getting was sun — our merry band put on a show in Central Park. The show was William Shakespeare’s play The Tempest, a story of sorcery and conspiracy and romance on a tropical island, and we performed it with an all female cast of 13, fully nude.

IMG_3862“Fully nude?” you ask. “I know it’s legal for women…

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Tradimenti e ipocrisie


Il Male e la mela

La riflessione sulla nudità edenica non mi ha lasciato un momento. Riconsiderando il testo partendo dalle conseguenze (la punizione divina: 1) cacciata dal Paradiso Terrestre, 2) lavoro per vivere 3) dolori del parto – cose umane, responsabilmente, orgogliosamente, consapevolmente umane) e analizzando il significato delle parole ebraiche utilizzate, sono giunto a ipotizzare che Bene e Male non vanno intesi in senso morale, ma in senso fisico, in termini di piacere/benessere e dolore/fatica. Il termine usato per Male (ra) ricorre altre volte nella Bibbia e giunge persino a significare “malattia della pelle”, “ulcere” (cfr. Deuteronomio 28, 35: «Il Signore ti colpirà alle ginocchia e alle cosce con un’ulcera maligna, dalla quale non potrai guarire. Ti colpirà dalla pianta dei piedi alla sommità del capo» e Giobbe 2, 7: «Satana si ritirò dalla presenza del Signore e colpì Giobbe con una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del capo»)

(Noto di passaggio che, per confondere ancor più le idee, la traduzione e tradizione latina giocano sull’assonanza fra mălum “male” e mālum “mela” mentre il testo ha solitamente lignum e una volta fructus).

La conoscenza

Su istigazione del “serpente” (immagine allegorico-mitologica per lo stimolo innato verso la conoscenza del mondo) i Progenitori scoprono e sperimentano l’unione sessuale (si “conoscono” in senso biblico), spinti da una naturale attrattiva o sull’esempio degli accoppiamenti animali e scoprono da soli il piacere e la riproduzione. L’immensa soddisfazione li riempie di “superbia”. Hanno la riprova che il serpente ha detto il vero, mentre Dio no; e la sua minaccia («Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete») non era vera. Per questo motivo, astutamente, nascondono le parti “colpevoli” di fronte a Dio; come si nasconde la mano dietro la schiena dopo aver tirato il sasso, come si punisce lo spigolo del tavolo contro il quale un bambino ha battuto la testa, o la mano che ha rubato.

Gabbadeo

Ma è una mossa ingenuamente scoperta: in realtà la nuova “conoscenza” è una malcelata sconfessione di Dio. La foglia di fico è una messinscena, una scusa, un tentativo di mascherare il tradimento avvenuto. Con Ovidio potremmo dire: Video meliora proboque, deteriora sequor (“vedo il meglio e l’approvo, ma seguo il peggio”). «Queste parole indicano la debolezza dell’essere umano, il quale, pur conoscendo ciò che è giusto, non riesce a seguirlo» [Wikipedia]. Chiaramente il “peccato” è un atto di ribellione e la foglia di fico il tentativo maldestro di nasconderlo.

Mi pare perciò di poter concludere che il pudore, la vergogna nel mostrarsi nudi sia sostanzialmente un tentativo ipocrita di manifestare una fedeltà a Dio, dopo averlo tradito nei fatti, e col determinato proposito di continuare a tradirlo – costi pure soffrire dolore e durare fatica.

Ulisse che nasconde il pianto

Ulisse che nasconde il pianto

L’etichetta

L’antropologia ci suggerisce che nascondere le parti impudiche non avrebbe un significato diverso che coprirsi il volto con le mani per nascondere un dolore (come Ulisse alla reggia di Alcinoo sentendo cantare le imprese di Troia: «L’eroe, la testa ascosa, piangea celato a tutti») o portarsi la mano alla bocca per attenuare un accesso di riso, una risata spontanea, impellente, irresistibile ma anche inadatta, smodata, eccessiva. È poco più che una semplice e banale indecenza, che non ha nulla di offensivo, sia nella pratica che nelle intenzioni.

Risata attenuata

Risata attenuata

Umanamente

Sarà anche un poco volgare per i benpensanti, per le persone a modino, per i melliflui moralisti, ma come Adamo ed Eva, scelgo da me come meglio mi piace vivere (anche se è il “peggio”): preferisco umanamente vivere nel piacere, nella soddisfazione (da satis facere, “accontentarsi del sufficiente, facendosi bastare il necessario”), nella fatica e nel dolore, piuttosto che votato cristianamente alla perfetta santità, alla compunta castità, continuando a fare egualmente tutto quello che fanno i pagani ma come di sotterfugio, da furbino che poi implora il perdono, non pentendosi mai veramente.

Non credo che Dio (se c’è ed è come dicono i teologi) goda sadicamente nel vedere le nostre rinunce e il nostro soffrire. Perché si deve meravigliar così tanto se Egli stesso ci ha fatto uomini così come siamo: responsabili, orgogliosi, consapevoli?

#TappaUnica3V, Tapponi 1 Emanuele 0


Fino a oggi tutto era filato liscio ed ero riuscito a portare a termine ogni itinerario ideato ed eseguito, compreso il lungo percorso da Brescia a Vesalla, una quarantacinque chilometri con oltre duemila metri di dislivello, così sono partito senza la benché minima preoccupazione, dando solo un’occhiata ad un possibile modo per accorciare un poco la strada all’inizio della seconda parte, il ritorno verso Brescia. Invece… invece a un terzo del cammino sono sorti i problemi e alla fine ho dovuto interrompere il giro a metà: tapponi 1 Emanuele 0.

Sabato 14 maggio

Come preannunciato, sebbene, visto il tempo e gli impegni di lavoro che mi hanno affaticato, svegliandomi ad orario più abbordabile (le quattro anziché l’una), parto per effettuare l’anello basso del 3V, un giro che ho ideato studiando un percorso che mi permettesse di raccordare la prima e l’ultima tappa del sentiero 3V: Brescia, Maddalena, San Vito, Nave, Conche, Cocca, Dosso Vallero, Monte Predosa, Maison des Sons, Villa Carcina, Casa Pernice, Magnoli, Quarone, Stella, Monte Peso, Monte Picastello, Urago Mella. Di certo quarantacinque chilometri con tremila metri di dislivello.

Per evitare l’attraversamento della città in stato di affaticamento, parcheggio l’automobile in zona Urago Mella, per la precisione al grande parcheggio tra lo stadio del rugby Fiumicello e il parco polivalente, a quest’ora totalmente deserto e piuttosto buio. Alle cinque puntuale mi incammino, poco dopo, però, noto un parcheggio più illuminato e affollato per cui, per marciare più tranquillo, decido di spostare la macchina perdendo così quindici minuti sulla tabella di marcia.

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Brumoso arrivo in Maddalena

Cinque e un quarto m’incammino definitivamente e attraverso la città a passo sostenuto al fine di recuperare il tempo perso, purtroppo, avendo calcolato ad occhio il tempo necessario a percorrere tale tratto di strada (avevo previsto mezz’ora e mezz’ora ci ho messo, trattandosi di quattro chilometri di più era materialmente impossibile senza mettersi letteralmente a correre), arrivo all’inizio della salita di Via San Gaetanino con lo stesso identico ritardo. Ve beh, avrò modo di recuperare più avanti, qui meglio andare al passo previsto. Così risalgo verso la Maddalena tenendo un passo che a mio parere è lento e invece arrivo in cima con un ritardo dimezzato. Il tempo di mandare il primo messaggio a casa e sostituire ai pantaloni i pantaloncini leggeri, poi riparto. Ora la strada è pianeggiante e lo resterà per un bel pezzo potrei tentare di completare il recupero ma preferisco risparmiarmi e mantengo un passo costante che mi appare sufficientemente lento. Inizia la discesa verso San Vito, il sentiero è molto infangato e in alcuni tratti devo stare attento a non scivolare. Eccomi a San Vito, senza sosta mi avvio sul sentiero della Val Salena che mi preoccupa in quanto nel precedente passaggio, fatto in un periodo di secco, ero scivolato più volte. In effetti il fango è tanto ma talmente tanto e molle da agire sulle scarpe come una ventosa e così, a parte i passaggi sulle tante pietre, scendo senza problemi. A metà discesa incontro due signore che stanno salendo e mi chiedono “dove porta questo sentiero?” Volentieri, anche se questo mi costa almeno dieci minuti, dò loro tutte le informazioni, comprese le indicazioni per un itinerario di rientro più agevole (una delle due indossa scarpe del tutto inadeguate alle condizioni odierne del sentiero e già sta tribolando in salita, dimostrandosi molto preoccupata per la discesa).

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L’imbocco del sentiero della Val Salena

A Nave secondo messaggio a casa e si riprende a salire, imbocco una strada con ripidissimi tratti cementati, ma le gambe girano alla grande e il fiato le supporta a pieno. Abbandono la Val Listrea e inizio l’aggiramento del Monte Porno (che pudicamente è stato trasformato in Pornio sulle tabelle segnaletiche presenti in zona). Manca poco alla chiesetta di San Antonio e su un tratto pianeggiante della strada all’improvviso appaiono i primi problemi, una cosa strana che non avevo mai rilevato nelle precedenti escursioni, mi capita solo quando cammino a lungo in piano sulla strada asfaltata e con le normali scarpe: indurimento dei muscoli tibiali. Un segnale? Per un attimo ci penso, mi preoccupo ma quando la salita riprende il problema svanisce completamente per cui mi tranquillizzo e procedo a quello che mi appare passo normale. Oltrepasso la Cà della Rovere e imbocco la ripida salita sul versante occidentale del Monte Porno, qui il sentiero è scavato e presenta diversi salti sassosi dove i quadricipiti devono lavorare parecchio. La cosa, visti gli allenamenti precedenti e l’ottima loro risposta nelle due ultime uscite, non mi preoccupa ma dopo poco il sinistro inizia a dare segni di affaticamento. Rallento il passo e adotto una respirazione profonda e controllata, inserendo dei tempi di reidratazione più brevi, un tratto pianeggiante mi aiuta a recuperare e sulla successiva salita anche questo problema pare essere svanito. Pare, ho detto, infatti è solo apparenza, risaliti un duecento metri di dislivello ecco che sui tratti più ripidi e scabrosi il dolore si ripresenta, ora anche al destro e ai polpacci, ma sono all’inizio di un altro tratto pianeggiante dove tutto svanisce.

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Scorcio alla chiesetta di Sant’Antonio

Arrivo al Pater senza dolori e rinfrancato, per sicurezza mi concedo cinque minuti di sosta durante i quali assumo una pastiglia energetica e mi reidrato con dovizia. Messa nella tasca dei pantaloncini una barretta energetica riprendo il cammino e in breve supero la salita a tratti dura che porta al bivio sotto le Conche. Come programmato non salgo al santuario ma scendo direttamente verso la Cocca, qui giunto individuo e imbocco il sentiero che porta verso il Dosso Vallero. La salita è subito ripidissima, i polpacci rispondono benissimo meno i quadricipiti che danno qualche lieve fitta di dolore: inizio a preoccuparmi, a temere che mi sarà difficile portare a termine il giro programmato. Difficile, non impossibile, comunque, anche perché il dolore appare solo sui tratti più ripidi e fra poco avrò una lunga discesa che mi permetterà il recupero, vedremo!

Fra poco? Ehm, qui si continua a salire, ogni tanto tratti pianeggianti ma che vengono sempre abbandonati quasi subito. Passo dopo passo, stringendo i denti, finalmente ecco la vetta del Dosso Vallero alla quale arrivo percorrendo gli ultimi cento metri con i quadricipiti scossi dai crampi. Tranquillo, da qui in avanti dovrebbe esserci solo una salita di sessanta metri e poi tutta discesa. Messaggio a casa, barretta energetica, reidratazione abbondante e via lungo la bella discesa in una stupenda faggeta. In breve sono alla sella delle Poffe, attraverso la strada asfaltata e imbocco il sentiero che in breve mi porta alla vetta del Monte Predosa, l’ultima salita stando ai miei rilievi. Errore, dopo una rigenerante discesa ecco che si riprende a salire e salire e salire, non si smette di salire e che razza di salita, fortunatamente riesco a gestire molto bene il cammino e i crampi non si manifestano, solo dolori. Arrivo al bivio col sentiero che scende direttamente a Concesio, per un attimo penso di prenderlo e finirla qui, poi decido di procedere ancora sulla strada prevista, fra poco è sicuramente, sicuramente, discesa. In pochi minuti sono alla Maison des Sons, un bel capanno dove approfitto di una comodissima panchina in legno e mi concedo una bella sosta per mangiare la mela che m’ero all’ultimo messo nello zaino: che soddisfazione, peccato che le mele siano troppo pesanti, sarebbero di certo un piacevole contributo alimentare per il mio giro finale. Messaggio a casa preannunciando che probabilmente interrompo il giro a Villa Carcina: la speranza è sempre l’ultima a morire, ma qui si è fatta proprio un lumicino, anche perchè il ritardo accumulato si è fatto prossimo all’ora.

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La Maison des Sons

Una tabella segnaletica all’inizio della discesa indica due ore a Pregno, frazione di Villa Carcina, giustappunto poco più di quello che avevo calcolato basandomi sulla relazione trovata in Internet che, tipicamente, dava solo i tempi di salita. La prima parte della discesa è comoda e su un fondo regolare e morbido, ottime condizioni per favorire un bel recupero muscolare, procedo a passo regolare e, a mio parere, piuttosto lento, a mio parere però: raggiungo, supero e d’un baleno allontano altri due escursionisti. Forse sono loro ad essere molto lenti e procedo allo stesso passo visto che mi risulta confortevole. Il sentiero si allarga e sfocia su una strada sterrata, presto iniziano i tratti cementati e dove c’è cemento ci sono pendenze rilevanti che anche in discesa sollecitano i quadricipiti. Spero che siano solo brevi tratti e inizialmente è così ma poi diviene una costante interminabile ripidissima discesa: i miei quadricipiti iniziano a stridere chiedendo tregua, ormai è certo: “giunto a valle non risalgo l’altro versante per riportarmi sul 3V ma rientro a Brescia seguendo la strada provinciale”.

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Prati sopra Pregno

Alla faccia del passo lento In un’ora sono a Villa Carcina, davanti a me vedo distintamente i tre percorsi che riporterebbero sul 3V, cavolo non sembrano neanche tanto terribili, con un’ora di sosta sono sicuro che sarei in grado di procedere secondo programma, ma questo vorrebbe dire fare buio e mettere in agitazione che mi aspetta a casa, lascio perdere e desolato m’incammino lungo l’affollatissima provinciale della Val Trompia. Dimentico della pedo ciclabile esistente lungo il Mella, oltrepasso le varie frazioni di Concesio e arrivo alla Stocchetta dove finalmente penso alla ciclabile che vado prontamente ad imboccare, rientrando, dopo dieci ore e venti dalla partenza, a Urago con un ultimo confortevole tratto relativamente lontano dal traffico.

Togliendo la borraccia floscia dallo zaino rilevo che, contrariamente alle mie impressioni, ho bevuto molto, troppo poco: un solo litro! Devo imparare a percepire meglio la quantità di liquido bevuto, nel giro finale non potrò permettermi errori d’idratazione e mineralizzazione.

Rientrato a casa, dopo un bel bagno caldo, prendo la mia tabella di marcia con le indicazioni orarie dei vari passaggi e faccio qualche conto: altro che passo lento, sebbene in alcuni tratti ho effettivamente perso tempo, i miei tempi di marcia sono stati quasi sempre sotto i tempi previsti (calcolati con la solita riduzione del venti per cento rispetto a quelli di tabella) e in alcuni casi anche abbondantemente, per altro le cartine senza curve di livello m’hanno in un caso notevolmente ingannato facendomi pensare a un lungo tratto di discesa e invece era di salita).

Va bene, alla fine posso comunque essere soddisfatto: sono comunque rientrato a casa con le mie gambe mantenendo un chilometraggio simile a quello previsto, il dislivello coperto è comunque notevole, tra i tratti fatti più velocemente ci sono proprio quelli dove più forte era il dolore ai quadricipiti, i dieci chilometri pianeggianti da Villa Carcina a Urago li ho fatti in un’ora e mezza ovvero marciando a sette chilometri all’ora, infine, bella preparazione a quella che sarà la parte terminale di TappaUnica3V, ho camminato per sette ore dopo i primi segni di affaticamento alle gambe.

Dai, dai, tapponi 1 Emanuele 0,6. Pronto a prendermi la rivincita eheheh!

#TappaUnica3V: freddo e… bronchite, sic!


Avevo programmato per l’inizio di maggio di mettermi alla prova con i primi tapponi, uscite che andassero oltre i cinquanta chilometri e le dodici ore di cammino standard, invece… il brusco abbassamento della temperatura con sbalzi notevoli tra ombra e sole, ma soprattutto il freddo glaciale presente all’interno degli ambienti in cui lavoro, m’hanno provocato una bella bronchite quindi su intenso sollecito di mia moglie ho rimandato i tapponi.

Ovviamente non sono stato del tutto fermo e alla ginnastica da casa ho abbinato due uscite, la prima brevissima ma compiuta ad un ritmo elevatissimo, la seconda più sostenuta fatta in compagnia di Alessandro ad un ritmo meno sostenuto.

N.B.

Dal momento che alcuni me l’hanno richiesto sottolineo nuovamente che questi articoli sono solo racconti di viaggio, le relazioni tecniche dei vari itinerari percorsi le realizzerò e le pubblicherò appena mi sarà possibile dedicarci il tempo necessario, che, per mia abitudine, comprende in molti casi anche la verifica sul terreno della relazione stessa.

Sabato 30 aprile

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Viste le mie condizioni di salute attendo l’alzata del sole prima di mettermi in movimento e arrivo al parcheggio del santuario della Madonna del Mangher (Vallio Terme) che sono le nove passate. Qui trovo le vetture della protezione civile, ambulanze e soccorso alpino: c’è in corso un’esercitazione e devo ritornare verso valle per trovare un parcheggio libero. Poco male, allungo il giro di circa un chilometro.

Meta dell’escursione odierna è la Rocca di Bernacco, obiettivo quello di testare le gambe e il fiato dopo la lunga semi pausa, ma anche quello di capire dove e perché l’altra volta avevo sbagliato il percorso di discesa.

Parto immediatamente a tutta e senza risparmiarmi risalgo la ripidissima strada asfaltata; le gambe girano alla grande, leggermente meno il fiato ostacolato dalla tosse e dal catarro che ostinatamente non vuole staccarsi dai bronchi. In ogni caso in un tempo per me record sono alla grossa cascina al termine della strada. Da qui invece di seguire il solito sentiero procedo direttamente per il filo della cresta che porta alla base del versante meridionale della rocca, un ripido prato con alcuni tratti di franose roccette e qualche albero. Senza sosta e senza esitazione mi slancio direttamente sulla linea di massima pendenza, a tratti quasi verticale, e in una decina di minuti sono in vetta.

IMG_9093Breve contemplazione del paesaggio, qualche foto a quello che resta dell’antico castello e poi via per scendere. Senza correre per non sovraccaricare le ginocchia che nelle ultime uscite avevano dato segni di stanchezza, velocemente scendo il ripido sentiero e arrivo al bivio che la volta scorsa avevo scavalcato: piccolo e appena percettibile sentiero che, a destra, taglia a mezza costa il prato parallelo al sentiero di discesa appena percorso; ok, gli occhiali bagnati dalla pioggia e l’evidente traccia di passaggio che procede lungo il crinale di discesa mi avevano ingannato, tutto chiaro. Questa volta non sbaglio e in breve sono alla larga traccia che porta verso la strada del Monte Ere.

IMG_9101Dalla strada rientro a Vallio per il sentiero della valle di Oriolo per poi risalire al santuario con un tratto del giro delle contrade. Arrivo all’auto che ancora non è mezzogiorno: sette chilometri, cinquecento metri di dislivello fatti in quaranta minuti, 2 ore di tempo totale (comprese alcune divagazioni esplorative), le gambe ancora belle pimpanti e il fiato abbondate… ottimo.

Sabato 7 maggio

Quarto e ultimo allenamento condiviso attraverso il blog di Mondo Nudo, anche stavolta un solo amico ne approfitta: il solito Alessandro di Padova (che ringrazio nuovamente di cuore). Obiettivo farsi 25 chilometri con 1654 metri di dislivello, di cui 1115 in unica tratta nella prima parte del percorso. Partenza dallo stadio di Ponte Zananao, spostamento urbano fino alla località Piazzetto di Gardone Val Trompia, da qui salita alla Punt aAlmana, cresta del Dosso Pelato e via fino a Santa Maria del Giogo per seguire il 3V fino a poco oltre Vesalla da dove abbandonare il 3V e scendere a Ponte Zanano.

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La giornata si presenta magnifica, il cielo è sereno e la temperatura, sebbene ancora freschina, già confortevole. Attraversiamo l’abitato e di getto ci slanciamo sulla ripida salita di via Guarda, al suo termine le pendenze calano anche se al paino si alternano comunque ancora diversi strappi piuttosto ripidi. Procediamo con passo abbastanza sostenuto, sebbene non come quello che tengo quando sono solo. Dopo una mezz’ora noto un cedimento nel mio compagno e allora rallento sensibilmente, così, nonostante le pendenze poco cedano al piano, arriviamo in vista della vetta dell’Almana. Un lungo traverso permette di recuperare gambe e fiato, poi l’ultimo strappo che porta alla vetta dalla quale ci godiamo il fantastico panorama, a picco sotto i nostri piedi il Lago d’Iseo.

IMG_9132Concedo al mio compagno una quindicina di minuti di scarico poi si riparte. Discesona delicata per il terreno franoso e siamo alla Croce di Pezzolo, chiedo ad Alessandro, ormai visibilmente provato, se vuole approfittare della possibilità di rientrare a valle, decide di proseguire e allora via, senza esitazione avanti. Si alternano tratti pianeggianti ad altri di discesa ma anche a intense seppure brevi salite, anche le mie gambe iniziano a dare qualche lieve segno di stanchezza, m’immagino quelle di Alessandro che, infatti, è in preda a forti crampi. Dosando il passo saliamo alla vetta del Rodondone da dove è praticamente è solo discesa, purtroppo una discesa che non concede tregua alle gambe: spuntoni rocciosi o sassi mobili richiedono costante attenzione. Arriviamo al parcheggio di Santa Maria del Giogo e, trovato un angolino erboso soleggiato, ci fermiamo per il pranzo.

IMG_9138Dopo una mezz’ora abbondante siamo pronti a ripartire, di comune accordo si decide di non procedere lungo il percorso programmato ma di prendere qui la via di discesa diretta per Ponte Zanano a cui arriviamo con un’altra ora e mezza di cammino per un totale di 6 ore e sedici minuti soste comprese (5 ore e mezza effettive).

La prova di oggi, sebbene incompiuta, mi ha dimostrato che sono pronto per i tapponi, il primo lo riprogrammo per il prossimo fine settimana: sabato o domenica sveglia all’una e mezza, spostamento in auto a Brescia da dove imboccherò il 3V per salire alla Maddalena, proseguire per San Vito, Nave, Conche poco prima del quale abbandonare il 3V per scendere alla Cocca, risalire al Note Predosa e da qui scendere a Villa Carcina per risalire nuovamente e portarmi al sentiero 3V sull’altro lato della Val Trompia (Cascina Pernice) per il quale rientrare a Brescia. Tremila metri di dislivello, quarantatré chilometri di lunghezza misurati come sempre in modo molto approssimativo (e difettivo) sulle mappe on-line, 13 ore e sedici minuti di marcia, che da qui in avanti sarà tendenzialmente di regolarità per abituarmi al ritmo più blando del giro finale.

Di femminismo moralista, effetti culturali e uomini che sfuggono alle dicotomie


Questa immagine mostra in qualche modo come viene affrontata la nudità, anche quando è una libera scelta, dalle nostre parti. Si mette a fuoco lo sguardo censorio delle suore e quello compiaciuto d…

Sorgente: Di femminismo moralista, effetti culturali e uomini che sfuggono alle dicotomie

Nudismo e regresso


La “civiltà” ha una sua struttura, sue caratteristiche. Appaiono evidenti e ovvie quando ci confrontiamo con popolazioni “primitive” o con gli animali. Una evidenza è che le tribù primitive e gli animali sono rimasti allo stato di natura, non si evolvono. Non si sono evoluti come abbiam fatto noi. Dipendono totalmente dalla natura, non la vogliono né la possono modificare, mentre noi l’abbiamo assoggettata. La differenza ci rende orgogliosi al punto da considerarci il traguardo più alto della creazione. Non possiamo che guardare dall’alto i primitivi e gli animali. Con aggiunto un certo quale conseguente “diritto” che ci siamo arrogati (con la forza) di dominarli e sfruttarli.

Armonia ed equilibrio

Arrivare al nudismo richiede una profonda riflessione su sé, sulla natura e sull’uomo: uno sguardo critico sulla “civiltà” e sull’autodefinizione della nostra pretesa superiorità. I benefici immediati del sole e della vita all’aria aperta, non sono sintetizzabili in laboratorio, non hanno surrogati efficaci ed equivalenti. L’atteggiamento verso le risorse naturali non è più di rapina, di sfruttamento o di accumulo, ma regolato dalla misura minima necessaria al benessere e alla sopravvivenza. Il rapporto con gli animali viene ridefinito: da una parte si attribuiscono loro intelligenza e sentimenti; dall’altra si segue la curiosità per tutti gli animali, soprattutto per le specie minacciate di estinzione. Si tratta di una nuova sensibilità, che vede nei “fratelli animali” quella misura che con il progresso sentiamo di aver perso, quel senso di appartenenza biologica ai medesimi processi che ci accomuna e ci fa solidali. Vedendo l’equilibrio e l’armonia che esiste in natura, sentiamo la differenza e quanto ci mancano. E non possiamo che desiderarli anche per noi.

Misura e armonia

Non vorrei generalizzare ed estendere a tutti i nudisti osservazioni ed esperienze che potrebbero essere solo mie. È un fatto però che fra nudisti sembra esistere una maggiore condivisione di alcuni fondamenti “ecologici”, un maggiore rispetto della natura che si traduce in un maggior rispetto anche di noi come entità biologiche, prima che razionali (… e presumidamente superiori). Il nostro nudismo significa anche esserci spogliati di abitudini e comportamenti che non consideriamo più consoni (o civili), perché troppo in contrasto con la natura e perciò li sospettiamo come potenzialmente pericolosi, proprio perché innaturali. Ci siamo spogliati ad esempio del pudore – ma non per questo siamo diventati sfrontati o arroganti -, perché riconosciuto come dispositivo “meccanico” subdolo e ipocrita (forse anche pericoloso, inquanto può portare a reazioni eccessive, a deviazioni, a sfoghi incontrollati), che fa di quel che la privacy vorrebbe separare e assicurare, la fonte stessa di maggior attrattiva. Il pudore ha portato a una dismisura e a un disordine nel normale e naturale appetito sessuale. Il nudismo sembra aver moderato certi eccessi, e aver riportato entro un alveo naturale un istinto che nella nostra società è osservato, incentivato e allenato bel oltre la necessità e la giusta misura (quasi lo si dovesse tenere in forma e al top con adeguati esercizi, e la relazione con l’altra persona fosse la palestra personale per tali esercizi). Quella giusta misura che – detto en passant – ci ha fatto riconsiderare con altri occhi l’intera materia e ci ha portato a quell’equilibrio e armonia che vediamo tranquillamente anche in natura, specialmente tra i “selvaggi”.

Non me n’importa

Il mio vicino qualche tempo fa mi ferma e mi dice che già diverse volte mi ha visto nudo nel mio giardino o sulla soglia di casa che bevo il caffè.

«A me non me n’importa niente. Lo dico per te… Va be’ che alle sei del mattino non c’è in giro nessuno, ma se qualcuno ti vedesse, direbbe che non sei del tutto a posto.»

La voce un poco gli trema, sento che le parole fan presa emotiva più su di lui che su di me; come fosse sinceramente preoccupato del mio stato sociale, della mia reputazione, del fatto che mi son degradato – un netto regresso! – che non riconosco il progresso, il portato di civiltà, le regole, i vincoli, gli obblighi sociali… Che da nudo non c’è quasi più differenza col mio cane… e non merito rispetto. Come fossi tornato all’età della pietra…

«Be’, rispondo, è già qualche cosa che a te non te n’importa nulla.»

Qualcosa, pian piano, torna a bolla.

Lavoro, lavoro, lavoro!


Lavoro, lavoro, lavoro, tutti ne parlano, tutti lo evocano, la Costituzione, il Presidente della Repubblica, il Capo del Governo, i politici in genere, i vari schieramenti partitici, le diverse istituzioni, le diverse confederazioni e associazioni legate al mondo della produzione, del commercio e del consumo, i sindacati, le persone.

Fermiamoci un attimo, ragioniamo: non stiamo forse esagerando? Con questo gioco del lavoro che tutti dicono di voler dare, voler produrre, voler garantire, ma chissà perché alla fine manca sempre, con questo gioco, dicevo, stanno man mano facendo sparire tutte le conquiste sociali per le quali negli anni settanta molti hanno dato sangue, sudore e soldi, stanno eliminando la classe di mezzo evidenziando sempre più la distinzione tra chi detiene un potere, foss’anche solo quello di poter dare un lavoro, e chi no, stanno ripristinando la schiavitù.

IMG_1692Dov’è finito il tempo libero? Soprattutto, dov’è finito il diritto ad una vita dignitosa? Ecco, questo il punto cardine: vita, dignità della vita, diritto a poter vivere dignitosamente e vivere dignitosamente vuol dire non solo avere un lavoro ma anche e soprattutto d’essere rispettato come lavoratore e come persona, ovvero essere adeguatamente retribuito, quanto serva a permettere una vita priva di preoccupazioni economiche, una vita che non sia necessariamente interamente dedicata al lavoro ma che veda anche la presenza di una bella dose di tempo libero, obbligatoriamente da dedicarsi allo svago e agli interessi personali.

Giusto preoccuparsi che anche le donne possano vedersi garantire il lavoro, d’altra parte sarebbe forse altrettanto opportuno preoccuparsi che le famiglie (intesa come nucleo di due persone conviventi, siano essi un uomo e una donna, due uomini o due donne, con o senza figli) possano vivere (dignitosamente) con un solo stipendio (libera scelta della famiglia se quello dell’uno o quello dell’altro), o con due mezzi stipendi, così come era un tempo che ormai si allontana sempre più.

Cambiamo paradigma, cambiamo obiettivo, a partire dalla Costituzione che, all’articolo 1, dovrebbe recitare “l’Italia è una Repubblica democratica basata sulla dignità umana”.

Dignità, dignità, dignità!

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