Archivio mensile:giugno 2016

#TappaUnica3V: tanti segni negativi non mi hanno fermato!


Monte Campione dalla Colma di Marucolo

È arrivato il momento di tapponi, anzi, del tappone visto che, date le sensazioni e le deduzioni fatte in quest’ultimo allenamento, sarà il primo e l’unico che farò: devo ora pensare solo al recupero dalle ultime fatiche e alla preparazione per l’ormai molto vicino evento finale.

Fra i tre possibili tapponi ho scelto quello più impegnativo: un anello in media Val Trompia, da Gardone a Bovegno per il lato sinistro orografico e ritorno sulle creste di destra, a raccordare i due tratti del 3V inizialmente la salita da Gardone alla Forcella dei Quattro Cantoni passando per Sant’Emiliano, poi la discesa dal Goletto Campo di Nasso a Bovegno alla quale subito si collega la risalita da Bovegno a Monte Campione, infine la discesa dalla Croce di Pezzolo a Gardone. Stando ai miei calcoli manuali (rilevando le distanze dalle carte IGM) i chilometri sarebbero novantadue, stando invece ai calcoli automatici di Wandermap sono solo sessantasette; minore difformità per quanto riguarda il dislivello, i miei calcoli mi danno quattromila ottocento quarantaquattro metri, quelli di Wandermap ne danno quattromila quattrocento settanta.

Un test più che un allenamento, un test importantissimo, sia per la mia preparazione fisica che per i materiali, ma anche, indirettamente, per la logistica. Molte, infatti, le preziose informazioni che ho potuto ricavare da questo giro, dal peso dello zaino che dovrà al massimo raggiungere i cinque chili (gli otto attuali si sono rilevati eccessivi per giri così lunghi) al numero di rifornimenti (che da tre andrò portato a cinque o sei  sia per poter ridurre il peso dello zaino che per meglio supportare l’evenienza di un caldo estremo), dal cibo (ottime le varie barrette ma ad un certo punto lo stomaco pretende anche qualcosa di più corroborante) ai liquidi (ottima la scelta fatta ma bisogna aggiungere idratazione preliminare, sia a casa che ai punti di rifornimento), dalla crema solare (quella spray fa perdere tempo) alle scarpe (ottime seppur poco adatte ai terreni molto duri specie quando i piedi sono ormai macerati da tanti chilometri, potrebbe essere ideale prevedere un cambio scarpe nel tratto finale), dal tempo di percorrenza (fattibilissimo contando singolarmente le tratte, forse molto meno considerando che andranno fatte l’una dietro l’altra senza soste rilevanti) all’orario di partenza (per supportare l’eventuale aumento del tempo totale di percorrenza: quello di arrivo, nella speranza che ci sia un bel gruppo di persone ad attendermi, deve restare invariato ed  essere praticamente certo), dalla mia preparazione fisica (quadricipiti più che a puntino, qualche problema a livello di scarico dei polpacci e delle cosce) alla mia determinazione (decisamente alta). Insomma, devo correggere alcune cose, devo scaricare ciò che è risultato affaticato ma sono pronto. Nei prossimi dodici giorni (recupero) leggere camminate di scarico/mantenimento, ginnastica di potenziamento generale, amminoacidi ramificati (Enervit Enervitam Sport) per risolvere la fatica e trasformarla in crescita, nei successivi quattordici (preparazione) ancora leggere camminate e ginnastica, alle quali si abbineranno ora i flavonoli del cacao (Enervit Carboflow) per elasticizzare i vasi sanguinei e, così, migliorare l’ossigenazione muscolare.

Venerdì 14 giugno

Con tutta calma preparo il materiale che mi serve (e nonostante questo dimentico la macchina fotografica, le foto che illustrano l’articolo sono quindi di repertorio) e carico lo zaino, fa molto caldo ma devo comunque contenere il peso, così niente giaccone d’alta montagna, barrette energetiche contate con attenzione (per provarle ho aggiunto le leggerissime bustine di gel Enervit Enervitene Sport OneHand, quelle senza caffeina… test perfetto e decisamente approvate per l’equipaggiamento finale), una sola bottiglia d’acqua (1.5l) mentre riempio al massimo (2l) la borraccia floscia e aumento a due le borraccine (500ml cadauna) con l’integratore di sali (NamedSport HydraFit). Alla fine qualcosa più di otto chili, solo un chilo in meno delle volte precedenti, mannaggia.

Partenza, breve ma trafficato viaggio in auto che mi fa arrivare al parcheggio già un poco stressato. Il sole picchia nel cielo limpido, il termometro dell’auto segna ventotto gradi e sono solo le dieci del mattino, fortunatamente la prima parte del cammino è all’interno di un ombroso bosco e salgo velocissimo, troppo veloce, poi ne pagherò lo scotto: passato il santuario di Sant’Emiliano, uscito dal bosco, nella ripida salita che da forcella Vandeno porta alla Forcella dei Quattro Cantoni inizio a segnare il passo, le gambe girano sempre al meglio ma il fiato, reso difficile da un peso allo stomaco (probabilmente la busta di magnesio ,un mese addietro avevo smesso di prenderlo proprio perché mi restava sullo stomaco, ma stamattina mi sono svegliato con i crampi ad un piede e già ieri m’ero svegliato con i crampi a un polpaccio) non le regge, devo fare frequenti soste.

Sulla cresta tra Punta di Reai e Punta Orosei

Sulla cresta tra Punta di Reai e Punta Ortosei

Velocemente, per quanto possibile su un sentiero che richiede costantemente attenzione (non è difficile solo stretto e scabroso), scendo alla Passata Vallazzo, risalgo alla Punta Ortosei, traverso a quella di Reai e scendo alla Cocca di Lodrino dove arrivo addirittura con sei minuti di anticipo sul programmato (pur essendo partito con due di ritardo). Senza sosta m’incammino sull’asfalto che mi porta alla trattoria Genzianella, parco degli Alpini e su per il sentiero del Passo della Cavada, stavolta prendo quello diretto. La temperatura è salita notevolmente e il sudore inizia a colare copiosamente, ma la cosa peggiore sono dei bruciori alla bocca dello stomaco e un mal di schiena che mi costringe a frequenti fermate dove devo piegarmi in avanti per alleviare la tensione (riducendo, nel contempo, il recupero respiratorio) arrivo al passo con venti minuti di ritardo, anzi, ventuno. Mi concedo quattro minuti di sosta per un recupero di sali, poi nuovamente in marcia sul lungo traverso che porta alla Cascina Morandi, quindi la bella discesa verso il passo del Termine. Qui seconda difficoltà della giornata: le scarpe nuove appaiono troppo larghe, nei traversi erbosi si girano attorno al piede rendendo il passo incerto e faticoso, provo a tirare i lacci e devo farlo più volte senza migliorare di molto le cose. Al Passo del Termine arrivo con ben trentadue minuti di ritardo e un bruciore all’attaccatura delle dita dei piedi.

Riparto subito direzione Vaghezza dove arrivo alle diciotto, in questo tratto, grazie alla temperatura ormi rientrata a valori accettabili, sono riuscito a mantenere una buona andatura. Del tempo totale di marcia ormai non mi preoccupo più: non ho nessuna intenzione di tentarne un recupero, anche perché si sono instillati i primi dubbi sul fatto di potercela fare, ho già pensato piani alternativi per interrompere il giro. Al barettino della Vaghezza, avendo già esaurito i due litri dalla camel bag, mi fermo per acquistare un poco di acqua, la simpatica ragazza che gestisce il bar s’interessa a quello che sto facendo e i minuti di sosta diventano rilevanti, ma non importa, anzi, meglio: recupero energia e svaniscono i pensieri di finirla prima. Riparto con un ritardo leggermente superiore all’ora che diventa un’ora e trentacinque quando, dopo un’altra bella sosta, riparto dalla vetta all’Ario, nella cui salita erano apparsi, tanto per non farsi mancare nulla, anche dolori alla base del fegato.

Al Goletto Campo di Nasso lascio il 3V e imbocco la via di discesa verso Bagolino. Supero Passo Croce e arrivo a Malga Confine dove mi arriva una telefonata, sono gli amici del gruppo escursionistico creatosi attorno al mio blog Mondo Nudo, sono riuniti a casa di Marco e Francesca, nudi davanti a una bella tavola imbandita, anzi ormai vuota dopo la libagione. Uno a uno passano al telefono per salutarmi e farmi i complimenti e così se ne invola un’altra mezz’ora abbondante, ma chi se ne frega, ormai ho deciso che me la voglio prendere comoda: questa è stata una bella lezione sul calcolo dei tempi, sempre fatto considerandoli seccamente, senza tenere in conto che su un percorso così lungo s’inseriranno inevitabilmente dei momenti di recupero, inizio a pensare di alzare le quaranta ore previste e portarle almeno a quarantatré se non quarantacinque. Ripartenza, con la sera che avanza arrivo alla Cascina Tigasso, la bella strada sterrata mi permette un passo sostenuto, forse recupero qualcosa. Forse… ad un certo punto devo imboccare un sentiero che, nel buio della notte, si mostra alquanto complicato: alcuni tratti sono sconvolti da miriadi di radici, altri invasi dalla vegetazione, nonostante la potenza della mia frontale lo perdo e mi trovo in un prato con erba altisisma, solo l’intuito mi rimette velocemente in strada. Finalmente sbocco su una stradina sterrata, ma… ma non c’è nei miei appunti di navigazione, dovrò andare a destra o a sinistra? Ancora l’intuito e ancora una volta imbrocco la via giusta: in pochi minuti sono alla strada asfaltata di Ludizzo accolto da una fresca fontana dove posso rinfrescarmi e integrare l’acqua della borraccia floscia. Arrivo a Bovegno che sono le ventidue e ventisei, un’ora e tre minuti di ritardo dall’orario programmato: nella lunga discesa, nonostante la lunga sosta al telefono, ho anche recuperato, ma al momento manco ci bado.

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Monte Ario

Avrei fortemente bisogno di un panino ma per trovare un bar dovrei spostarmi troppo dal mio percorso, indi altra barretta, stavolta del tipo spezza fame (e in effetti ha funzionato), e poi via a imboccare il sentiero che sale a Monte Campione. Le tabelle segnaletiche mi fanno sperare in un bel sentiero e così inizialmente appare, poi… poi s’inerba, s’inspina, i torrenti da due diventano cinque e… ciliegina sulla torta: un grande prato dove il sentiero si riduce a esilissima traccia tra le alte felci, un bivio di tracce, una piana che procede dritta, un’altra sale direttamente a destra il ripidissimo prato, boh! La frontale per quanto potente non riesce ad illuminare più lontano di tanto, provo a seguire la strada più logica ma dopo un centinaio di metri alberi crollati mi sbarrano la strada, impossibile passare e anche l’aggiramento appare impraticabile, devo tornare sui mei passi e prendere l’altro sentiero. Dopo una ripida salita nelle alte erbe del prato, ecco che la torciale illumina una cascina (a casa scopro trattasi del Bait de le Gume), senza badare alle ortiche la raggiungo per la via più diretta: dove c’è una cascina c’è quantomeno un sentiero. Infatti c’è, in poco sono di nuovo sul sentiero segnato, uhm, segnato, si fa per dire, un segno ogni tanto e fortuna vuole che ce ne sia uno proprio poco in prossimità di questo bivio (prima, ovviamente, non dopo, il che mi costa qualche metro in più di cammino). Un torrente mi sbarra la strada, non si vede prosecuzione sull’altro lato, scrutando per bene ecco qualcosa che sembra addirittura una larga strada, ma per arrivarci devo fare un guado da farsi a mollo (ma l’afa è tale che in pochi minuti scarpe e piedi tornano asciutti), non è una strada ma comunque un bel sentiero. A lungo cammino salendo assai poco, poi d’un tratto s’illuminano delle tabelle segnaletiche: sono al Pian delle Chiese e mancano pochi minuti a mezzanotte, metto a terra lo zaino per rilassare la schiena sempre più provata, mi siedo a terra e mi concedo una decina di minuti d’intervallo.

Sabato 25 giugno

Riprendo la marcia, il sentiero ora più evidente prende direzione opposta a quella di prima, poi inizia a salire nel bosco e le tracce, alla sola luce della frontale, man mano diventano più confuse, tratti da farsi a intuito fino ad incoccane nel successivo segno di vernice, poi un tubo in plastico per l’acqua sembra segnare la strada, si sale, ora si sale, finalmente si sale. Acqua sul sentiero, fango, impossibile evitare la melma, poi ancora su, ed ecco finalmente la tabella di Poracle, fra poco dovrei trovare una strada sterrata. Bivio, un segno alla sua altezza poi più nulla, provo a destra e mi trovo un guado con alcuni piantoni riversi a terra, non si passa. Ritorno e provo l’altro sentiero, poco dopo svanisce nel bosco, seguo esili tracce nell’alto tappeto di foglie: se la sopra, come da cartine a casa consultate, c’è una strada in un modo o nell’altro ci devo sbattere contro. Ma la strada non c’è, comunque trovo altre due tabelle segnaletiche relative a località che non sono nella mia tabella di marcia (Roccolo della Passata e Castel Vanil; a casa ricontrollo le carte e scopro che la strada giusta era quella sbarrata, io ho fatto un tratto su terreno libero andando a prendere l’altro ramo del sentiero 335, che avrei comunque dovuto riprendere più in alto ma seguendo una comoda strada sterrata al posto di complicati sentieri). Su, su, su, ora per lo meno si sale, una panca ad un capanno e mi concedo un’altra decina di minuti osservando la luna che splende in un cielo di stelle, poi ancora su, verso la vetta. Agogno la fine del bosco, il cammino sui prati del costone finale e finalmente arrivo ai pascoli di Malga Gandino Bassa e… forte, vicino, un bel grugnito, un cinghiale è proprio sulla mia strada, vicino, molto vicino, ne sento i passi sull’erba, sbatto le mani e lui si getta a capofitto nel bosco sgombrandomi la strada. Pensando al mai rilassarsi (avevo appena pensato “sono fuori dal bosco, ormai cinghiali non ne posso più incontrare”) riparto, oltrepasso la melmosa strada di malga, tabelle segnaletiche mi danno la direzione, ma poi i segni si fanno molto radi e nell’erba alta anche l’esile traccia diviene assai difficile da mantenere, più volte la perdo. In alto appare la vetta di Monte Campione, lontana, molto lontana, alta, troppo alta. Continuando la lotta con una traccia che si perde nell’erba che m’infradicia i piedi inesorabilmente procedo, ogni tanto la frontale illumina quello che sembra la fine di un dosso e poi si rileva solo l’inizio di altro dosso, bruciori di stomaco e mal di schiena mi fanno da compagnia impedendo una corretta ventilazione e costringendomi a fermarmi ogni pochi passi, nemmeno il fresco della notte mi è di sollievo. Finalmente arrivo su un terreno con erbe basse e rocce, il cammino si fa più agevole, non altrettanto l’indovinare la traccia, comunque salgo sempre dritto sulla linea di massima pendenza, ormai ho intuito che questa è la logica del sentiero, infatti immancabilmente ogni tanto un segno di vernice appare nel fascio di luce della frontale. La linea di cresta si è fatta vicina, ho bisogno di un’altra corroborante sosta, ma un freddo vento ha fatto la sua comparsa, trovo una pietra che possa concedermi un poco di riparo e, dopo essermi messo addosso quasi tutto l’abbigliamento a disposizione, mi ci siedo dietro e mi appisolo per qualche minuto osservando le luci della valle che fanno da contraltare alla pallida luna.

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Tratto di arrampicata nella salita al Guglielmo

Di nuovo in marcia, l’energia ancora mi sorregge e in breve sono alla vetta di Monte Campione dove riprendo l’evidente e sicura traccia del sentiero 3V. Bustina di Enervitene gel e poi via con passo bello sostenuto, breve discesa, risalita alla Colma di Marucolo (che mi appare molto più corta e molto meno faticosa di quanto m’era apparsa nel precedente passaggio) e poi giù per il crinale al Colle di San Zeno. Qui giunto, nella speranza che aprano il rifugio, mi concedo un’ora di sosta. Il rifugio non apre, niente colazione, la farò al rifugio Almici dopo aver scavalcato il Guglielmo. Mi tolgo giacca, giacca da pioggia, maglia invernale e pantaloni e, rinfrescato da una leggera pioggerella, salgo al Guglielmo esattamente nel tempo previsto dalle tabelle standard. Potrei farlo ma invece non rinuncio alla vetta e solo da questa discendo al vicino rifugio Almici dove mi faccio l’agognata corroborante colazione: prima un bel thè caldo con limone a sbloccare lo stomaco, poi panino alla coppa (che buona la coppa, slurp!) e un calicino di vino rosso (ottimo anche quello) a calmare la fame. Dicano quello che vogliono puristi e scienziati dello sport, bella cosa le barrette ma ad un certo punto ci vuole qualcosa di più corposo e lo dimostrano i fatti: dopo questa colazione i bruciori di stomaco scompaiono (sulla prima parte di discesa si sono abbassati dalla bocca dello stomaco alla sua base, poi svaniscono) e magistralmente svanisce anche il mal di schiena. Croce di Marone, rimpiazzo l’acqua (ormai calda e con un amaro sapore che non mi convince, infatti da Bovegno a qui ho bevuto solo quella delle bottigliette acquistate in Vaghezza) alla fontanella (scende a filo e ci vogliono una decina di minuti durante i quali chiacchiero amabilmente con un ciclista pure lui intento in duri allenamenti per un rilevante giro) poi via con rinnovato slancio verso la Forcella di Sale: ormai sono deciso, mi faccio anche l’ultima impegnativa salita. All’inizio di questa incontro due persone che scendono e mi fermo a chiacchierare con loro, anche loro mi si interessano di quello che sto facendo, poi riparto e supero pressoché di slancio la ripidissima e pericolosa (tratti molto esposti su vertiginosi prati, altri di facile arrampicata, alcuni con corda metallica di aiuto) salita diretta dell’Almana. Eccomi in vetta, pochi minuti di sosta per spalmarmi di crema solare (il sole è tornato a farsi vedere e picchia duro) poi via per la discesa alla Croce di Pezzolo e da qui giù sul fondo della Valle di Gardone. I piedi, ormai macerati, iniziano a bruciare nell’impatto sul duro terreno del cemento, prima, e dell’asfalto, poi, ma Gardone si fa man mano sempre più vicino e, ventisette ore e ventiquattro minuti dopo la partenza eccomi alla macchina. Fisicamente non sono per niente provato, solo il caldo della valle (trentatré gradi) mi ha reso pesante l’ultima mezz’ora e ora, dopo le tante ore di frescura, sta facendomi soffrire non poco. Apro l’auto, spalanco le portiere e il portellone, prelevo il cambio e il beverone agli aminoacidi mi siedo all’ombra e mi godo l’arrivo alla meta: molti i segnali negativi eppure tanti anche quelli positivi, il giro l’ho portato a termine a fronte di tutto e questo mi dà la carica migliore che potessi avere, devo solo modificare le strategie, e anche l’aver compreso questo è stato un risultato assai importante di questo pesante, pesantissimo test.

Giunto a casa (sarebbe stato meglio farmi venire a prendere da qualcuno, nel rientro più volte mi sono addormentato alla guida, pochi secondi, ma pur sempre abbastanza per rischiare) una bella doccia, caldina per pulirmi, poi fresca per corroborarmi, un massaggio ai polpacci con l’Arnica gel, una bella dormita, cena e bustina di aminoacidi ramificati, poi, dopo aver medicato l’abrasione al malleolo destro (scoperta solo dopo la doccia, forse una vescica che si è rotta nel lavarmi), a nanna.

Domenica 26 giugno

Mazza che dormita. Al risveglio i polpacci risultano tesi, la piccola ernia in guinale è leggermente più sporgente del solito, sussiste ancora una leggera tensione al colon, ma per il resto è tutto in stato ottimale: non ho segni di fatica, non ho dolori, sono sveglio e reattivo, fisicamente e mentalmente. Ottimo!

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La vetta del Guglielmo ormai vicina

#TappaUnica3V: una settimana intensa


Siamo agli sgoccioli, è il momento degli ultimi allenamenti poi mantenimento e scarico in attesa del 20 luglio, data in cui partirò per l’effettuazione del giro completo, da Brescia a Brescia cavalcando le vette e le creste che circondano la Val Trompia: centosessanta chilometri, novemila e cinquecento metri di dislivello, quarantanove ora e mezza di cammino che io ridurrò a quaranta.

Ultimi allenamenti, dicevo, quindi allenamenti importanti e necessariamente intensi, allenamenti che sono anche una verifica, anzi più verifica che allenamento: “sono pronto? Posso farcela? In che condizioni è il sentiero? Se dovesse piovere cosa fare?” queste e altre le vecchie o nuove domande a cui sto dando una precisa risposta.

Purtroppo per varie motivazioni non sono riuscito a fare i tapponi che avevo previsto che mi avrebbero aiutato tantissimo nel dare risposta alle prime due domande sopra elencate, vedremo se mi riesce di farne almeno uno nelle prossime due settimane, poi, come detto, si chiude questa fase del viaggio. In ogni caso le sensazioni dell’ultimo allenamento (vedi relazione più sotto) sono state decisamente positive e penso proprio di potermi ritenere pronto, sono assolutamente convinto di potercela fare, anzi… ce la farò!

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Il fascino del primo mattino: sorge il sole sulla vetta del Dosso Alto

Lunedì 13 giugno

Devo portare l’automobile in concessionaria per il tagliando e ne approfitto per un allenamento: Gavardina da Gavardo a Prevalle a piedi per due volte ad una velocità media di circa sette chilometri all’ora.

Martedì 14 giugno

Ancora Gavardina, oggi sul percorso solito (verso Nuvolera), sempre camminando. Dopo una decina di minuti di riscaldamento a passo medio, accelero progressivamente cercando poi di mantenere la massima velocità che mi è possibile: la media risulterà essere di 7,3 chilometri all’ora.

Mercoledì 15 giugno

Ripetute in salita sul sentiero diretto del Budellone: trenta seconda camminando a tutta e sessanta secondi camminando lentamente. Arrivo in vetta che fatico a respirare, ma ci arrivo eheheh

Discesa di corsa, ma le gambe non sono reattive come al solito e scendo circospetto, troppo circospetto, quando hai paura finisce che… cadi: il piede scivola e va a impuntarsi in una radice proprio mentre sto avvicinandomi a un passaggio tra le rocce, parto in tuffo puntando proprio a un bel roccione, acchiappo al volo il cespuglio alla mia destra riuscendo a frenare il volo e atterrare dolcemente senza particolari danni.

Giovedì 16 giugno

Oggi riposo in vista dell’impegno che mi aspetta per domani, faccio solo dello stretching e qualche esercizio di equilibrio.

Venerdì 17 giugno

In tarda serata parte il primo degli eventi sportivi ideati in ragione del trentacinquesimo del sentiero 3V: il Rando Trail 3V. Organizzato dall’ASD Trail Running Brescia, trattasi di un giro parziale del 3V (da Gardone VT a Gardone VT) strutturato con un’interessante formula poco convenzionale: pressoché totale autonomia dei partecipanti, nessun controllo lungo il percorso, documentazione dei passaggi mediante selfie o autoscatto nei punti chiave. Ho promesso loro che sarò presente alla partenza e così è: alle 21 sono a Gardone e, appena l’unica persona dell’organizzazione che conosco, ha un attimo di pausa, mi presento. Manca poco all’orario di partenza, i partecipanti (all’incirca una sessantina) vengono chiamati a raccolta per il briefing a chiusura del quale vengo a loro presentato e mi si chiede di dire due parole che, come mio solito, sono proprio due parole, solo un semplice augurio di buon giro. Viene fatto cenno anche al mio nudo solitario giro di TappaUnica3V e raccolgo un bellissimo emozionante applauso.

Ore 22, partenza! Seguo il grosso drappello degli atleti per portarmi all’auto e… no, non rientro a casa, mi cambio e mi accomodo sul sedile per far passare le due ore che mi separano dal trasferimento a Collio per la mia partenza, il mio “anello altissimo del 3V”: da Collio a Collio seguendo le varianti alte del 3V, trentuno chilometri certi e almeno duemila cinquecento metri di dislivello.

Sabato 18 giugno

Dopo aver sonnecchiato un poco, dopo un breve trasferimento automobilistico e un altro brevissimo sonnellino eccomi pronto per il mio allenamento. Avevo programmato la partenza per l’una ma non ce la faccio più ad aspettare per cui alle ore zero e cinquanta mi metto in cammino.

La prima parte della salita si svolge per una combinazione delle varie stradine sterrate che solcano le pendici settentrionali del Monte Pezzeda, il cielo è limpido e la luna piena illumina il paesaggio, purtroppo, essendo all’interno di un fitto bosco, non posso usufruire del suo bagliore e devo usare quello della frontale. Salgo veloce, rapidamente le luci del paese si fanno più lontane, il silenzio è totale, purtroppo fa troppo freddo per potersi liberare delle vesti e cammino con pantaloncini e maglia invernale.

Eccomi al Passo di Pezzeda Mattina, sono fuori dal bosco ma la luna è ormai scesa parecchio sull’orizzonte e la sua luce non è sufficiente ad una buona visione del sentiero, la frontale continua a svolgere il suo importante lavoro. Alla mia destra lontane luci punteggiano finemente il territorio. Passo di Prael, imbocco la prima variante alta: uno stretto sentierino che solca un’esile crestina erbosa ingombra di mughi che mi carezzano il viso. Breve ripida discesa sul versante sabbino, l’acqua scorre sul fondo del sentiero senza però rendere insicuro il passo. Nel profondo silenzio della notte fonda inizio il lungo tratto di altalenante traverso per poi affrontare la ripida salita verso le rocce sommitali della Corna Blacca, salgo di buon passo senza mai sentire l’esigenza di fare delle seppur brevi fermate.

Eccomi al sommo, un delicato e a tratti esposto traverso dove devo più volte aggrapparmi e spostare ai rami di mugo che ostacolano il passaggio e sono nuovamente in cresta. Ritorno sul versante triumplino, molto in basso le luci di Collio e San Colombano, più in alto quelle dell’Hotel Bonardi. Ultima salita, qualche passaggio su facili roccette, cresta sommitale ed ecco la vetta: ore tre e trentatré.

Dopo una breve sosta, tutto sommato voglio anche potermi guardare attorno e gustarmi le sensazioni della solitudine nel buio della notte profonda, mi rimetto in cammino. Esile cresta, la ripida discesa sulla pala settentrionale del monte, il caminetto roccioso, la forcella del Larice, la breve risalita alla cresta dei monti di Paio, uno ad uno oltrepasso tutti i punti di riferimento di questa discesa che riporta sul percorso più semplice del sentiero 3V.

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L’alba al Passo delle Portole

Al Passo delle Portole mi concedo un’altra sosta, sempre pochi minuti, quei pochi minuti necessari per mangiare qualcosa. All’orizzonte appare il crepuscolo del mattino, la temperatura inizia a scendere, approfitto della sosta per indossare, secondo la metodica della “cipolla”, sotto la maglia invernale anche quella estiva: una soluzione, questa, che rilevo ottimale e che, nel giro finale, mi permetterà di lasciare a casa il pesante (anche come chili) giaccone d’alta montagna. Di nuovo in marcia, Passo del Dosso Alto e su per il ripido pendio erboso che mi porta alla vetta del Dosso Alto dove mi accoglie la rossa sfera del sole che ha iniziato a rischiarare il paesaggio e il mio cammino. Date le tante piogge dell’ultimo mese e i vari scivoloni fatti a causa del fango incontrato negli allenamenti recenti, un poco temevo questo momento, invece, favorito anche dalla sensazione di un terreno asciutto, senza esitazione imbocco l’esposto e delicato sentiero che mi porta alla cresta rocciosa, supero anche questa, ed eccomi alla sommità del salto roccioso. Aggirando i vari risalti si riesce a scendere arrampicando molto poco, rispetto alla volta precedente il nuovo zaino leggermente più ingombrante (in parte di suo ma più che altro per il carico decisamente più corposo) mi costringe ad un maggior numero di tratti da fare faccia a monte (cinque contro uno). Sono alla base delle rocce, messaggio a casa per dare un segno tangibile d’averle superate indenne, “tratto difficile superato, ora solo pratone e sentiero al Maniva” vi scrivo, quanto mai, il pratone si mostra essere il tratto più ostico e pericoloso, il sentierino trovato la volta scorsa oggi non esiste, scendo sul ripido aggrappandomi all’erba che lunga e bagnata rende estremante scivoloso l’incedere: giunto sul sentiero alla sua base decido che se non trovo un modo più semplice per passare questo tratto durante il giro finale salgo comunque alla vetta del Dosso Alto, ma poi ridiscendo per la via normale e al Maniva ci vado per la strada del percorso base.

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Discesa dalla vetta del Dosso Alto

Nel superare un brevissimo ripido saltino infangato dove un pino sdraiato fa da corrimano, scivolo e mi ferisco il palmo di una mano, il sangue sgorga vistosamente, mi lavo la ferita con l’acqua della borraccia floscia (comodissima anche per questo utilizzo) e rimando la medicazione al Maniva dove giungo senza altri problemi nel giro di una decina di minuti. Medicata la ferita mi porto al Bonardi dove mi attende una bella colazione con thè caldo e due fantastiche sfogliatine farcite di crema, poi una lunga sosta per attendere gli atleti del Rando Trail e presenziare alla partenza di quelli che hanno preferisco limitarsi al solo tratto Maniva – Gardone VT. Il sole purtroppo viene man mano avvolto da una spessa coltre di nuvole nere, la temperatura che sera fatta gradevole torna a piombare verso il basso: via di cipolla, una maglia sopra l’altra a ripristinare uno stato di calda confortevolezza; anche i pantaloni lunghi prendono il posto di quelli corti.

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Segni di guerra sul Dasdana

Non riesco ad attendere fino alle 10, poco dopo le nove saluto e, dopo essermi tolto la metà delle maglie indossate, riprendo il cammino. Partenza rapidissima per ridare calore ai muscoli irrigiditi dalla lunga gelida sosta, presto i pantaloncini prendono il posto dei pantaloni, mentre risalgo verso il Dasdanino le nudi s’aprono un poco e il sole irradia l’ambiente: non sono però convinto del cambiamento e, anche se questo mi fa sudare, mantengo la maglia invernale. Saggia decisione, sbucando sulla vetta del Dasdana un freddo venticello mi accoglie mentre le nuvole sono tornate a ricoprire il sole. Via, via, solo brevi fermate per messaggiare a casa e prendere l’orario di passaggio, il fisico mi sorregge alla grande, veloce continuo il mio cammino, una dietro l’altra scavalco le varie Colombine, scendo al Goletto di Cludona, percorro il tratto a me sconosciuto che porta al passo delle Sette Crocette, punto terminale del mio sentiero 3V di oggi, ora discesa per tornare a Collio, una discesa che ho già fatto ma che non ricordo.

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Appeso per il naso

Primo tratto per pascoli poi strada sterrata, senza avvedermene scavalco la deviazione che, per prato, porta direttamente alla malga sottostante, così mi sorbisco un lungo giro. Dalla malga riprendo il sentiero giusto, la discesa si fa tortuosa e complessa, uno stretto sentierino molto scavato, erbe alte impediscono di vedere dove si mettono i piedi, pur cercando di mantenere una discreta velocità devo necessariamente procedere con attenzione. Davanti a me un’altra malga alla quale il sentiero punta, prima di questa incontro un lungo tratto invaso dall’acqua, per evitare di mettere a mollo i pur già fradici piedi sbatto la faccia contro un cespuglio e… vi rimango appeso per il naso, una spina profondamente conficcata nello stesso, mai successa una cosa del genere. Risolto il piccolo problema, tamponando il sangue che sgorga dl buco, arrivo alla malga e alla strada che da questa si diparte. Lunga ma appena accennata salita, poi bella discesa sul filo di un largo costone erboso, altra malga, traverso nelle ortiche (ahiaaa) a riprendere il filo del crinale per il quale scendo alla conifera sottostante dove una bella mulattiera mi porta alla strada di fondo valle, e poco dopo all’asfalto che mi conduce al Memmo e da qui a Collio dove arrivo alle tredici e trenta circa.

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L’interminabile discesa a Collio

Domenica 19 giugno

Escursione del programma “QuindiciDiciotto” del mio blog Mondo Nudo, siamo in sei, adeguatamente protetti dal freddo pungente, con un cielo minaccioso partiamo dal fondo della Piana del Gaver decisi a compiere il nostro giro. Poco dopo inizia a piovigginare, le mantelle fanno la loro comparsa. La pioggia si fa decisamente più intensa ma non ci fermiamo e veniamo premiati: entrando nella parte alta del vallone il cielo si schiarisce quel tanto che basta per far alzare la temperatura e convincere alcuni di noi a spogliarsi più o meno integralmente; io resto vestito, stranamente oggi sto bene vestito, non sento l’esigenza di liberarmi, presumibilmente per colpa del freddo patito ieri, di sicuro per l’andatura relativamente lenta che, anche in ragione del mio notevole allenamento, per nulla riscalda il mio corpo e poi non voglio rischiare di rovinare il mio viaggio prendendomi un raffreddore o una bronchite. Risaliamo lungo il bel sentiero militare del quindici diciotto, osservando la miriade di Soldanelle che costellano la zona, un occhio sempre rivolto al cielo nella speranza che la grigia coltre di nuvole che lo ricopre si apra e lasci apparire il sole e il caldo. Davanti a noi la cresta che unisce il Monte Bruffione al Monte Serosine si fa sempre più vicina, ecco apparire i ruderi delle casermette di guerra, siamo al Passo Serosine, culmine dell’escursione di oggi.

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Ruderi di guerra al Passo Serosine

Dopo aver visitato i ruderi di guerra riprendiamo il cammino imboccando la mulattiera che porta verso il Passo del Gelo. Anche questa di costruzione militare, s’aggira a lungo tra le placche rocciose alla base del Monte Serosine per portarsi verso il Monte Gelo, varie macchie di neve ancora costellano la zona e a tratti rendono difficile individuare il giusto percorso. Scrosci di pioggia gelata ci accompagnano, la temperatura si è riabbassata e un forte vento ci sferza raggelandoci, giunti ad un bivio appena percettibile decidiamo di abbassarci alla ricerca di protezione e di un luogo ove poterci fermare per il pranzo.

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Valle del Caffaro e Piana del Gaver

Risolta la crisi di fame che aveva colto soprattutto uno di noi, riprendiamo il cammino e in breve siamo al passo del Gelo, la temperatura si è rifatta confortevole e qualche indumento torna nello zaino. Rieccoci al Casinetto di Blumone, ora ristrutturato (stranamente, vista la definizione di bivacco, chiuso) e da qui rientriamo con tranquillità al punto base nella piana del Gaver. Meritata merenda presso l’ospitale Locanda Gaver e poi tutti a casa con negli occhi gli splendidi paesaggi osservati e nel cuore il ricordo di un’altra bellissima giornata in piacevole compagnia: mi piace tantissimo girare per i monti in totale solitudine, ma non per questo disdegno le escursioni in compagni d’altri, le due cose si completano fra loro e mi permettono di gustare ogni minimo aspetto della montagna e dell’escursionismo.

Siccome ieri nella discesa della Corna Blacca mi si è rotto un passante delle stringhe, oggi, complici gli ultimi positivi test dove il dolore che mi attanagliava il piede sinistro si è dimostrato quasi svanito, ho calzato le scarpe nuove: a parte qualche leggero dolore iniziale, sono andate alla grande… ottimo, anche questo particolare è definito e risolto.

Nudità e sottomissione


Rilievo del re Anubanini a Sar-e_Pol-e_Zahab vicino a Bishtun, Iran

Rilievo del re Anubanini a Sar-e_Pol-e_Zahab vicino a Bishtun, Iran

Al seguito dei trionfi imperiali troviamo teorie di schiavi e prigionieri incatenati. Per lo più sono nudi o con pochi segni di identificazione etnica. I vincitori usano spogliare, saccheggiare case e corpi dei vinti. La vittoria è alata e vestita. La sconfitta un’ignominia, il danno e la beffa, la vergogna, l’indecenza, l’obbrobrio, il disdegno, la repulsione, la contaminazione.

Eppure son solo categorie umane, imposte come un giogo ai perdenti. La veste demarca la differenza, la forza, lo strapotere, l’ostentazione, il privilegio, l’elezione divina, il lusso esclusivo.

Il Padre Eterno è rigorosamente vestito con pesante broccato. Solo Cellini ha osato mostrarci un Crocefisso pallido, nudo ed esangue, simbolo stesso d’abiezione, di abisso cui si può pervenire per estremo di sacrificio e ubbidienza, per totale sottomissione.

Benvenuto Cellini, Crocefisso, El Escorial, Spagna

Benvenuto Cellini, Crocefisso, El Escorial, Spagna

Nel momento in cui Adamo ed Eva percepiscono «chi è che comanda», comprendono la rete di norme in cui sono irretiti. Sono stati scoperti, si sottomettono, ammettono la propria subordinazione, accettano la propria sottomissione, pronti ad accollarsi la punizione per la trasgressione. Non saprebbero come difendersi, sono “nudi”, cioè disarmati, impotenti, in caduta libera senza una legge che li inquadra, in completa balia di qualcuno dal potere incommensurabile, un’onnipotenza straumana, infinita e schiacciante. Sono più vergognosi della propria imbelle sudditanza che dell’effettiva colpa commessa.

La nudità è segno della loro totale sottomissione, entro la gerarchia di un sistema che prevede il proprio annullamento… salvo la grazia della fede, dell’affido acritico e totale. Questo il dio della Bibbia!?

Il pudore è dunque più la taccia d’infamia, il rossore è il signum vituperii di chi ha osato titubare, il segno dell’onta di chi sa di aver trasgredito, ma resipiscente non vuol essere escluso dall’ovile degli eletti, vuol esser ripescato, anche in extremis, premio per la fedeltà alle regole d’ingaggio. Pur cosciente di dover indossare a vita il sanbenito di una penitenza tetra e infinita… Il terrore dei roghi svena del sangue le greggi dei più… ed i più poi dettan legge.

Quanto mi par preferibpile l’abisso senza rete della laicità, il capogiro di un’arce umana e a strapiombo orgoglioso sulla propria solitudine, la ferma e franca stabilità dell’ordine naturale di fronte all’insondabilità d’un effato divino, apodittico e dogmatico che mi definisce apice della creazione o verme della terra, secondo le circostanze.

Sono nudo, e proclamo la mia non-sudditanza, la mia non-schiavitù, la mia non-sconfitta. Non sono un Giacobbe che lotta con Dio. Non ne cerco uno che m’inquadri in ruoli immutabili e prestabiliti.

Sono nudo ma non sottomesso, perché mai ho scelto d’esser soggetto a leggi imposte a sorpresa dall’alto, post eventum.

Sono nudo perché non riconosco il tribunale che mi commina pene proporzionate al mio pentimento.

Sono nudo perché nudità non è segno di nulla, né rivendicazione né sottomissione, né ribellione né resa.

Sono nudo perché non sto con un dio inventato a nostro danno, in nome del quale noi per primi giudichiamo noi stessi e il nostro operato. Perché non sono né Adamo né Eva, che prima trasgrediscono e poi, banderuole, chiedon nudi e sottomessi il perdono.

Sono nudo perché non sono in cerca di un dio. Perché non mi sento solo. Perché non ho vergogna di me, né di fronte ai miei simili. Non sono in cerca si un dio tappabuchi, stampella, risposta pronta ai miei dubbi, vanificatore d’inconsistenti aporie.

Sono nudo perché umano, autosufficiente, di nulla mancante, di nulla bisognoso. Men che meno di un confronto che mi veda sempre e solo perdente, che mi faccia vergognare di me, della mia superba non-appartenenza. Senza credo e senza certezze, se non quella d’esser vivo e bastante a me stesso.

Sono nudo perché sono libero.

L’uomo in rivolta


Presso la Sala Esposizioni del Castello Oldofredi di Iseo è stata inaugurata ieri sera (e durerà sino al 26 giugno prossimo) una mostra collettiva di 6 giovani artisti (tutti sotto i 30 anni): 3 italiani, un italo-argentino e due belgi. Uno dei ragazzi belgi, Laurent Trezegnies, ha avuto modo di frequentare la nostra Accademia di Brera con uno scambio Erasmus e comprende bene l’italiano. Il suo collega, Maxime Hanchir, capisce bene, legge meglio ma non parla molto.

Lungo la scalinata d’accesso al “castello”, sulla destra, è stato recuperato un cannone della guerra 15/18. Maxime ha stampato delle cartoline di pubblicità alla mostra dove viene ritratto seduto su questo cannone. Nudo. Sta leggendo un libro italiano che ha avuto una certa circolazione negli anni ’70: Principi generali della guerra rivoluzionaria di Cesare Milanese (Feltrinelli, 1970).

Cartolina per la mostra Contemporary Signs

In riferimento alla cartolina, durante l’inaugurazione gli ho chiesto se fosse naturiste. Mi ha risposto che non lo era, ma la cosa non lo toccava minimamente. Ha chiesto a me se lo fossi, e ho risposto di sì, raccontandogli in breve le esperienze e le cose fatte negli ultimi anni.

Al momento non conosco reazioni alla diffusione della cartolina. Penso che nessuno si sia sentito disturbato da questa fotografia, sebbene “dissacri” simboli e luoghi: il cannone e l’area del castello. Ad un artista vien perdonato. Altra stranezza d’artista, le sue letture. Più nessuno oggi leggerebbe mai un libro con quel titolo!

La mostra ha per titolo Contemporary Signs. Se la fotografia con cui gli artisti si presentano riassume i temi stessi, i contenuti del loro messaggio artistico, allora Maxime, nella sua posa, ci dà la chiave di lettura per tutti: un artista è un uomo in rivolta (per dirla con un noto romanzo di Albert Camus). Non tanto per essere programmaticamente controcorrente, stravagante ma sempre borghesemente à la page, ma qualcosa di più: prima di pensare di portare la rivoluzione nelle piazze, di predicarla alle masse; prima di pensare di essere dirompente col proprio messaggio, l’artista opera una revisione totale di sé, e solo quando ha colmato la propria misura, quando è totalmente révolté (sdegnato, ribelle, “scoppiato”),  da “nudo e puro”, si sente in diritto di dire la propria. Indipendentemente dal contenuto (accettabile o meno), ma semplicemente come gesto espressivo. Un’opera che prima di essere “artistica” è la testimonianza di una confessione, di una sovversione interiore, di un appello all’insurrezione generale verso una Liberazione (personale e artistica) che vale la pena di essere esibita, mostrata, proprio perché testimonianza concreta di vita, di vita personale – senza nessun CLN che l’abbia diffusa per radio in un 25 aprile uguale per tutti. Per questo ha scelto come carta d’identità la propria nudità, fino a spogliarla persino dell’effetto eclatante, ribellistico, provocatorio. Nudità è quindi la testimonianza di un evento interiore, di un percorso espressivo, ascetico al punto da trasformarsi automaticamente in azione, di un bisogno di comunicare senza bavagli preventivi, senza pudori ancestrali, ma come fatto normale, come fatto semplicemente umano.

Peccato rimanga un atto individuale “concesso” a titolo di stramberia a un giovane artista. Ma come segno di contemporaneità non passerà indifferente a quanti non si sentono ancora pronti ad essere révoltés, che non si sentono artisti, che non si sentono giovani… e mille altre categorie, idee, proiezioni, schemi mentali che abbiamo accettato come modello nel vivere nostro.

#TappaUnica3V: quaranta chilometri nel fango


Pioggia, pioggia e ancora pioggia, anche questo mese di giugno sembra destinato ad essere molto bagnato e non si accontenta di normali acquazzoni ma si applica in violentissimi scrosci capaci di riversare a terra in pochi minuti quantità notevoli di acqua. In cotale situazione camminare sui sentieri di montagna diviene un esercizio assai pesante e talvolta anche pericoloso: dove i percorsi sono pianeggianti o in moderata pendenza il fango si è accumulato in quantità industriale risucchiando e trattenendo a terra le scarpe; dove la pendenza si fa un poco più rilevante lo scorrere dell’acqua ha accumulato spessi strati di foglie che nascondono i sassi o le radici; quando l’inclinazione aumenta ancora la violenza dei torrentelli di scolo (o/e il passaggio delle bici da downhill) ha scavato solchi stretti e profondi che, in discesa, costringono a insidiosi giochi d’equilibrio procedendo a balzi tra un lato e l’altro del canaletto, qui le scivolate sono pressoché inevitabili specie quando il terreno si fa argilloso, quindi duro e liscio, dove solo i ramponi permetterebbero una progressione stabile.

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In vetta all’Almana

Domenica 12 giugno

Ho rimesso in programma il giro che già avevo tentato con un amico interrompendolo a metà, a questo punto dell’allenamento, però, chilometri e dislivello devono essere di più di quelli del percorso precedente per cui aggiungo un altro anello sull’opposto versante della valle. Sulla carta ne esce un itinerario che, sebbene nella prima parte (sentieri 4 e 5 di Sarezzo)  non siano reperibili informazioni dettagliate sul percorso, appare interessante: partenza dallo stadio di Ponte Zanano per portarsi al centro di Zanano percorrendo prima la pedo ciclabile, poi la provinciale; da qui salita alle Case Paer dove prendere il sentiero 360 che scende a Gardone Val Trompia, attraversamento dell’abitato per andare ad imboccare il sentiero 313 con il quale risalire alla vetta dell’Almana e innestarsi sul 3V da seguire (passando per Santa Maria del Giogo, Zoadello, San Giovanni di Polaveno, Gremone e Vesalla) fino alla Case della Colmetta da dove scendere allo stadio di Zanano per i sentieri 307 di Gardone e 3 di Sarezzo. In totale ho, molto approssimativamente, calcolato poco più di trentasette chilometri con un dislivello di duemila e seicento metri per un tempo di marcia di dodici ore, ovviamente come sempre ridotto del venti per cento rispetto a quello dato dalle tabelle.

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Case Paer

Alle due e mezza, con abbondante anticipo sulla sveglia impostata, sono in piedi e decido di anticipare la partenza così alle quattro e sette inizio a camminare. È ancora buio e nonostante la vicinanza ai centri abitati devo subito accendere la frontale che spengo per la decina di minuti necessari ad attraversare Zanano. Imbocco la strada silvio-pastorale che da Zanano sale all’Eremo di Sant’Emiliano, la temperatura non è elevata ma la rilevante pendenza e il passo sostenutissimo mi fanno sudare: appena fuori dalle case del centro abitato maglia e pantaloncini vanno a riposare nello zaino. Le luci della valle rapidamente si fanno sempre più basse, quando inizia ad albeggiare ho già guadagnato parecchia quota e poco dopo arrivo alla Passata dove un evidente anche se poco leggibile tabellone mi indica con esattezza l’imbocco della mulattiera per le Case Paer. Qui giunto l’assenza di segnaletica m’induce a imboccare un evidente sentiero che procede oltre le cascine, dopo una quindicina di minuti percepisco che la direzione è quella sbagliata e, avendo prima notato la larga sella sovrastante le case, ad esse ritorno risalendone, per tracce di passaggio, il prato sovrastante. Perfetta decisione alla sella trovo la mulattiera giusta (a casa scoprirò che doveva esserci un suo tornante proprio tra le due cascine Paer, ma anche dalle foto tale tornante proprio non si vede) e poco sotto a questa la strada sterrata Zanano-Sant’Emiliano con le indicazioni del sentiero 360. Finalmente guidato da una buona segnaletica scendo velocemente nel fitto bosco già gustandomi la nota risalita dell’Almana che vedo d’innanzi a me dall’altra parte della valle. Il sentiero, però, non scende direttamente a Gardone facendo invece un ampio panoramico giro sulla testata del vallone sottostante, per poi riattraversarlo più in basso e portarsi in quello parallelo più a sud dove finalmente scende verso il paese, poco prima del quale devo purtroppo rimettermi i pantaloncini.

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La scalinata verso San Rocco

Attraversato Gardone Val Trompia mi porto all’attacco del sentiero 313 che stavolta imbocco dalla parte del Palazzo Comunale: al posto della ripidissima anonima stradina cementata che sale dal Piazzetto mi trovo a percorrere una faticosissima scalinata che sale strettissima tra le case per poi allargarsi in una vecchia tipica mulattiera, sempre a scale, che evoca ricordi di contadini con la gerla stracolma del fieno appena tagliato, decine di gatti più o meno randagi che gironzolano tra le antiche mura del paese di montagna, mandrie di mucche che salgono verso i pascoli più alti riempiendo la valle del sordo rintocco dei campanacci appesi al collo, dolci sapori e forti colori d’un tempo ormai andato. L’ho presa troppo allegramente, le gambe intozzate dalla lunga e laboriosa discesa abbisognavano di più tempo per riabituarsi alla salita, il fiato si è fatto corto mandandomi in debito di ossigeno, comunque è dietro di me e sono sulla mulattiera che, sebbene per poco, spiana, uno spiazzo piano mi permette un attimo di sosta e ne approfitto per bere e reintegrare i sali persi. Riparto affiancato da altro escursionista, scambiamo due parole, poi lui, favorito da uno zainetto piccolo e leggero (il mio, bello pieno, pesa quasi dieci chili), accelera lasciandomi facilmente indietro. Restato solo procedo al mio passo, sebbene il cielo, contrariamente a quanto indicavano le previsioni meteo, sia totalmente grigio, il caldo si è fatto opprimente e il sudore sgorga profusamente dalla mia pelle, i pantaloncini mi stanno facendo soffrire: il mio corpo mi chiede di dargli respiro! Quando decido di farlo sento un rumore poco sopra di me, qualcuno sta scendendo dal sentiero? No è una persona che sta rastrellando le foglie ammassate dallo scorrere delle acque dovuto alle recentissime torrenziali piogge. Niente, poco sopra inizia il passaggio tra stradine e cascine, devo rimandare il denudamento e continuare il cammino nella sofferenza del corpo.

In vista della vetta

In vista della vetta

Con molte seppur brevi fermate, integrando costantemente liquidi e sali, assumendo le prime barrette energetiche alla fine eccomi alla base della pala sommitale, da tempo nella pianura si sente tuonare ma la vetta è sgombra e il grigio cielo non minaccioso, procedo l’ascesa senza timori, purtroppo dovendo di volta in volta rimandare la levata dei maledetti pantaloncini. Ultimi metri, la vetta, in questo momento solitaria vetta, avvolto dal mare di nuvole che inibiscono totalmente l’ampia visione che da qui è possibile godere prendo un attimo di respiro, una foto con l’autoscatto e poi via, s’imbocca la lunga discesa verso Santa Maria del Giogo. Ehm, discesa, ma che dico, è un continuo sali e scendi con un interminabile sentiero costellato da un mare di sassi che spuntano dal terreno a creare spuntoni a punta o a lama che rendono instabile il cammino, oggi per giunta resi molto scivolosi dalla pioggia, richiedendo una continua attenzione e impedendo un passo saldo e riposante. Alla croce di Pezzolo recupero energie in vista delle successive varie risalite, latrati di cani spezzano il silenzio, ad essi rispondono le grida del cacciatore che li sta addestrando. Riparto, con passo misurato, litigando col fango, supero man mano le varie salite.

Lago d'Iseo e il ponte di Christò

Lago d’Iseo e il ponte di Christò

Casa Folcione, Casa Spiedo, Rodondone, il mare di nuvole è svanito e finalmente il lago d’Iseo appare a picco sotto i miei piedi, in evidenza il candido bianco ponte di Christò ormai allestito e in attesa dell’apertura. Eccomi alla trattoria di Santa Maria del Giogo. Brevissima pausa e poi via, di nuovo in cammino, un estenuante cammino tra la miriade di scivolosissimi sassi calcarei che minano la salute di caviglie e ginocchia e la pressante continuità del fango che rende pesante e instabile il passo. Subentra la noia, pericolo numero uno del camminatore sulle lunghe distanze, se puoi estraniarti, se il paesaggio ti avvolge e coinvolge, se i pensieri possono divagare i chilometri si susseguono senza misura, ma quando inizi a stufarti, quando l’unico pensiero diviene l’arrivare alla meta, quando imprechi ad ogni scivolone, quando maledici ogni sasso che incontri, beh, a questo punto tutto diviene pesante, faticoso, inesorabilmente faticoso. Cerco di distrarmi, di dare al pensiero qualcosa su cui meditare, osservo la natura che mi circonda, l’abitato di Polaveno che ormai appare lontano ma vicino, ascolto i rumori del silenzio e procedo. Caposs, la risalita verso Punta dell’Orto, discesa con qualche problema di orientamento (al solito i segni vengono a mancare proprio nei punti dove dovrebbero esserci, i bivi) e la conseguente strada in più per trovare quella giusta, Zoadello, Pianello, risalita sulle pendici del Monte Faeto, stradina, un signore che osanna alla famiglia le bistecche che sta cucinando sulla brace, avvolto dal loro favoloso profumo, penso di chiedere se c’è un posto anche per me ma poi, timido che sono, lascio perdere e continuo la mia marcia, San Giovanni di Polaveno, finalmente ci sono, davanti a me rimane l’ultima risalita e poi sarà solo discesa, una bella comoda discesa (pensiero che poi scoprirò essere completamente sbagliato).

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L’ultima salita sopra Vesalla

Per asfalto risalgo velocemente a Gremone e da qui un piccolo vegetato sentiero mi porta a Vesalla, in questo tratto le gambe hanno ripreso a mulinare alla grande supportate dal fiato non più a corto d’ossigeno, bello, bellissima scoperta: anche a fronte di un momento di depressione fisica e annoiamento mi è bastato poco per recuperare voglia ed energia, considerazione importantissima in vista del grande giro finale. Un poco d’asfalto all’ingresso del paese, poi una sterrata a cui segue una risalita in verde prato per arrivare alle Case della Colmetta.

Mi sono ormai rimesso sulla strada già fatta tanto tempo prima chiudendo così la conoscenza dell’intero giro, abbandono il 3V e vado alla ricerca del sentiero che mi deve portare a Ponte Zanano. Sbaglio subito percorso e perdo una mezz’ora facendomi anche un centinaio di metri di dislivello in più, risalito alle case individuo la segnaletica che indirizza verso la strada che ormai già avevo intuito essendo l’unica alternativa. Comodamente percorro la cementata e poco ripida discesa in direzione de La Croce, la segnaletica quasi subito svanisce, d’altronde non ci sono alternative. Scendo, scendo, scendo, arrivo a delle case, nulla che indichi il nome della località, avanzo ancora e arrivo a un bivio, nessun segno, basandomi sui ricordi della mappa visionata su Internet sono convinto di dover andare a destra per la piana stradina sterrata che procede in direzione di Gardone, sentendo delle voci in una casa vicina provo a chiedere conferma e… mi indirizzano per la cementata. Boh, dubbioso seguo il consiglio, facevo meglio a dare ascolto al mio istinto: altra mezz’ora persa e altri cento cinquanta metri di dislivello fatti per nulla. Infilo la stradina precedentemente individuata, impronte delle ruote di una moto mi tranquillizzano, poi segni azzurri sui sassi indicano che ci hanno fatto delle corse, infine, dopo una ventina di minuti, un segno bianco rosso, ottimo, non so se sia la strada programmata, ma di sicuro è una strada che mi porta a valle e nella direzione giusta. La stradina si fa sentiero, prima largo poi sempre più stretto, il fango qui è notevole, ormai manco più ci bado, pozzanghere complicate da superare senza immergerci i piedi, un bivio, controllo gli appunti, se sono sul sentiero giusto dovrei andare a destra per cui, destra sia. Pozza da infangata di cinghiali, fango e ancora fango, supero una valletta e… spine, solo spine, una traccia c’è ma coperta da un immenso roveto, un’altra traccia segue perfettamente la valletta, arriva dall’alto e prosegue verso il basso, ma sembra più un sentiero da cinghiali, preferisco tornare al bivio e imboccare l’altra direzione. Detto fatto, inizia la discesa, poi di nuovo falsopiano ed ecco un segno bianco rosso a darmi certezza.

Lottando col fango che vuole farmi scivolare ad ogni passo arrivo ad un altro bivio, segni a destra e a sinistra, che bello, allora sono alla biforcazione con il sentiero che scende verso via Seradello (invero ricontrollando a posteriori la cartina non esiste un bivio del genere), devo andare a destra. Poco dopo inizia una ripidissima discesa, il sentiero profondamente inciso da una canaletta di scolo (potrebbe anche essere il passaggio di biciclette e segni di copertoni in molti tratti lo fanno pensare, certo mi chiedo chi possa avere il coraggio di scendere su un siffatto percorso: pendenza mediamente notevole e a tratti impressionante, toboga strettissimo e molto inciso, curve a ripetizione e molto ravvicinate, vegetazione che a tratti invade il tracciato, boh) mi obbliga a manovre di alta acrobazia, il terreno argilloso rende sempre più complicato restare in piedi e infatti le scivolate iniziano a far parte del cammino, brutte pericolose scivolate, più volte sbatto violentemente il sedere a terra o finisco nelle spine che circondano il sentiero, un tratto pressoché verticale lo evito per altra traccia di poco meno ripida ma coperta dalle foglie che in apparenza la rendono più percorribile, sono quasi in fondo a questo tratto una curva secca a sinistra mi obbliga a una brusca frenata e parto per la tangente, sbatto violentemente il braccio destro su una pietra liscia, sento fortissimo il contraccolpo e finisco tra rovi e legna secca che mi fermano, il braccio è dolente, lo massaggio un poco e poi con attenzione mi rialzo. Arrivo ad una stradina sterrata, il sentiero continua sulla destra sempre ripidissimo, sempre profondamente scavato, sempre super scivoloso, segni di ruote escono verso la strada (ma allora è proprio un percorso di downhill, cavolo sono matti!), li seguo senza esitazione.

La strada ha una direzione diversa da quella che dovrei tenere ma chi se ne frega, una strada da qualche parte porta, scende comunque verso via Seradello e da lì posso rientrare a Gardone. Ad un certo punto trovo un bivio, ancora sentiero, pianeggiante e meno infangato, decido di seguirlo. Altro bivio, forse dovrei scendere a sinistra ma c’è ancora discesa ripida e molto fango, a destra è pianeggiante, vado a destra e trovo un segno verde rosso, ottimo. Cammina e cammina arrivo a delle cascine, una targa mi indica che sono Le Piazze, punto di passaggio a cui miravo ma al quale, come suggeriscono anche alcuni cartelli indicatori, dovevo arrivare da ben altro sentiero. MI posso orientare, ho due possibilità scendere verso Zanano o tornare indietro all’0ultimo bivio incontrato e scendere alla località Gelè nei pressi dello stadio di Ponte Zanano. Decido per la seconda opzione, ancora molto fango, ancora tratti ripidi sui quali è difficile restare stabili, procedo con la massima attenzione e sono a valle senza altri incidenti. Respirane di sollievo, è finita, questa maledetta discesa è finita. Sfrutto un ruscelletto con fontanella improvvisata per togliermi di dosso il fango che mi ricopre le gambe, già che ci sono pulisco anche le scarpe e chi se ne frega se mi bagno completamente i piedi, poche centinaia di metri in piano per la pedo ciclabile e sono alla macchina esattamente dodici ore dopo la partenza con un pensiero fisso nella mente: questi sono ben più di trentasette chilometri e anche il dislivello e nettamente superiore, occhio e croce direi almeno quarantacinque chilometri e tremila metri, ma probabilmente anche qualcosa di più.

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Marcheno, Magno, Corni Rossi e il Guglielmo dal sentiero 360

#TappaUnica3V: alla grande!


Con la fine di maggio l’impegno scolastico, sebbene non terminato del tutto, si  affievolito, per ora solo in modo lieve a causa degli esami comunque con entità sufficiente per permettermi di dedicare più tempo agli allenamenti, tra i quali, come avevo già scritto nell’ultima mia relazione su TappaUnica3V, ho così inserito anche delle sedute infrasettimanali di corsa in piano che, a differenza della ginnastica, hanno subito fatto vedere il loro positivo effetto: nell’ultima lunga escursione, e prima di giugno, non solo sono stato nei miei tempi, ovvero i tempi di tabella ridotti del venti per cento, ma li ho addirittura abbassati di un altro venti per cento e, cosa ancor più rilevante, l’ho fatto nella seconda parte del percorso quando nelle gambe avevo già un bel po’ di strada. La fiducia nella riuscita del giro finale, che s’era ultimamente un poco incrinata, prende il volo.

Giovedì 2 giugno

Altra seduta di corsa e stavolta, rifatti i calcoli, ho come obiettivo il punto corretto a cinque chilometri. Appena partito sento subito che le gambe girano benissimo e man mano che i chilometri passano la sensazione permane, tant’è che nell’ultimo chilometro accelero sensibilmente e incremento ancora negli ultimi cinquecento metri arrivando così ad una velocità di circa venti chilometri all’ora: cinquecento metri in un minuto e trentatré secondi. Al ritorno faccio il primo chilometro a passo normale e gli altri quattro alternando trenta secondi di corsa veloce ad un minuto di cammino veloce.

Domenica 5 giugno

Avevo messo in programma un tappone da oltre sessanta chilometri (Bovegno – Maniva – Bovegno, passando per Pezzeda, Corna Blacca, Dosso Alto, Caldoline, Crestoso e Muffetto) con partenza nella tarda sera di sabato, le previsioni del tempo unite ad un pomeriggio di lavoro (e amicizia, talvolta le due cose piacevolmente si sovrappongono) con luculliana cena mi hanno condotto a più miti obiettivi, così cambio il percorso con uno più corto (trentacinque chilometri) fattibile in giornata (tempo standard di undici ore) e rinvio la partenza alle cinque della domenica mattina.

Mi attardo un attimo con la colazione e arrivo al parcheggio della Cocca di Lodrino con un quarto d’ora di ritardo, lo stomaco ancora appesantito dalla luculliana cena e le precedenti esperienze mi sconsigliano un immediato recupero per cui parto con un passo tranquillo: la prima parte del percorso mi è totalmente sconosciuta, impossibile impostare quella tattica aggressiva che si può adottare quando ben si conoscono i dislivelli e la conformazione del terreno, potrò farlo nella seconda parte e, soprattutto, al ritorno che stavolta ricalca quasi esattamente il percorso di andata.

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Approssimandosi al Passo della Cavada

La strada asfaltata si alza tra le case di Lodrino mirando all’evidente cresta che unisce la Corna di Caspai al Monte Palo, nel mezzo lo stretto intaglio del Passo della Cavada, prima “vetta” di questo itinerario. Come da previsioni il cielo è coperto ma sono totalmente assenti segni di possibile pioggia e la temperatura è già gradevole: ben presto la canotta finisce nello zaino. Ah, lo zaino, oggi, memore dell’errore fatto in precedenza, ha un peso addirittura superiore a quello che avrà alla partenza del giro finale (e all’inizio di ogni tratta dopo i tre rifornimenti): ottimo test e prezioso allenamento. Passato il parco degli Alpini entro in un cupo bosco che da inizio al sentiero e, alternando ripidi strappi a tratti di respiro, mi avvicino sempre più alla prima meta dove arrivo con un piano panoramico traversone a picco sul paese.

Dalla sella imbocco il sentiero che si porta sul versante opposto dove lo sguardo già può intravvedere, lontani dall’altra parte della valle, i prati della Vaghezza. Fatti un centinaio di metri in lieve discesa si riprende a salire e i pantaloncini finiscono nello zaino per concedere al mio corpo quella massima libertà di respiro e movimento a cui ormai si è abituato e che ogni volta prepotentemente pretende: forti e sgradevoli le sensazioni che produce quando è coperto da una pur minima pezza di tessuto. Il diagonale prosegue molto più lungamente di quanto avevo ipotizzato e, soprattutto, a dispetto dei sessanta metri di dislivello computati, presenta nella seconda parte una salita tutt’altro che trascurabile: freno lo slancio preso nel precedente falsopiano e salgo con passo più accorto. Un ultimo ripido strappo ed esco dal bosco pervenendo a un bel prato con capanno, il roccolo Morandi, sulla sinistra diparte il lungo costone erboso che, seguito quasi fedelmente dal sentiero, scende verso il Passo del Termine. Lo percorro memorizzando attentamente la sua conformazione, per la maggior parte su piacevole e morbido fondo erboso, ma con tratti resi insidiosi da brevi diagonali franati o da appuntiti spuntoni rocciosi. L’erba, costantemente alta e bagnata dalle recenti piogge, m’infradicia scarpe, calze e piedi inducendomi a ragionare sulla questione in prospettiva di un giro finale più o meno bagnato. A distogliermi dai miei pensieri tattici presto arrivano i vari scorci panoramici sul Lago di Bongi, le Pertiche, la Vaghezza, le diverse frazioni di Marmentino e più lontano tutta la lunga cresta spartiacque che dal Crestoso arriva al Guglielmo: è fantastico questo 3V, in molti punti permette di vedere buona parte del percorso facendoti rimembrare i tratti già percorsi o anticipandoti le emozioni di quelli ancora da percorrere, d’altra parte per chi lo percorre in tappa unica è, questa, anche un’insidia psicologica (“mazza, quanta strada che devo ancora fare!”) dalla quale non farsi sopraffare.

Assorto nell’alternanza di pensieri tattici e di contemplazione del paesaggio, quasi senza rendermene conto arrivo alla Passata Termine e al successivo Passo del Termine dove passa la strada asfaltata che collega Marmentino a Pertica Alta. Anche grazie alla buona segnaletica individuo velocemente la prosecuzione del tracciato: una strada sterrata che, come tutte le sterrate di montagna, presenta strappi ripidissimi che mettono a dura prova gambe e fiato. Cadenzando il passo supero indenne anche questo tratto e, con un esile umido insidioso sentierino immerso in una fitta boscaglia, arrivo alla base dei prati di Vaghezza dove inizia una sequenza di stradine sterrate più o meno pianeggianti che portano verso la zona più turistica poco prima della quale perdo trenta minuti alla ricerca del sentiero a causa di un’apparente assenza di segnaletica. Dico apparente perché al ritorno scoprirò che invece è ben presente, addirittura ci sono ben tre visibilissimi segni di vernice di cui uno impresso su una pietra al centro della strada… boh, che cosa strana, sono passato da qui per ben quattro volte senza mai vederli, boh!

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Monte Campello e Monte Ario

Discesa e poi ancora salita, su per le mitiche scale dell’Ario dove mi sembra d’essere a corto d’energia per cui rallento sensibilmente l’andatura (il calcolo dei tempi poi mi dimostrerà che invero stavo marciando a passo particolarmente sostenuto). Eccomi ai pascoli del Pian del Bene, sopra la mia testa il verde e ripidissimo pendio del Monte Campello che risalgo con andatura cautelativa. Nel frattempo la montagna si è ricoperta di basse nuvole che però non mi danno preoccupazione. In vetta al Monte Ario mi concedo una sosta più remunerativa e chiacchiero con altro escursionista che mi ha preceduto di poco lungo il tratto dalla Vaghezza a qui. Ripartenza, la ripidissima discesa verso il Goletto Campo di Nasso è molto infangata e devo scendere con particolare attenzione per evitare di farmi del male sui vari sassi che costellano il sentiero. Passato indenne risalgo al Passo Falcone per poi scendere al Rifugio Blachì 2. Risalgo al Passo di Pezzeda Mattina e mi lancio sul sentiero per il Passo di Prael che decreto punto finale di questa uscita: avrei voluto arrivare fino in Corna Blacca ma iniziano a cadere gocce di pioggia e le nuvole si sono addensate facendosi minacciose.

Rieccomi al Blachì 2, inizio la breve risalita verso il Passo Falcone pensando di compensare il mancato dislivello della Corna Blacca ripassando per il Dosso Alto ma ecco alle mie spalle risuonare un tuono e subito dopo il crepitio della grandine in avvicinamento: in pochi secondi sono avvolto dalla pioggia, invero leggera, e colpito dai piccoli e soffici chicchi. Raggiungo il passo e velocemente discendo sul lato opposto per raggiungere un grande albero sotto il quale posso cambiarmi tranquillamente: restando comunque in pantaloncini, indosso la maglia tecnica invernale, sopra a questa la giacca anti pioggia, copro lo zaino con l’apposita mantella e riprendo il cammino. Sebbene con un certo periodo di ripensamento rinuncio alla risalita al Dosso Alto e procedo, come da programma originale, seguendo la variante bassa del sentiero 3V. La pioggia si fa più intensa ma, anche se devo ancora fare molta strada, la cosa mi lascia del tutto indifferente, unico problema il fondo a tratti particolarmente scivoloso. Sotto l’acqua battente, infradiciandomi nuovamente scarpe e piedi, oltrepasso le alte erbe dei pascoli del Pian del Bene e rieccomi alle scale dell’Ario che discendo con attenzione seppur velocemente. In prossimità della Vaghezza il sole fa capolino tra le nuvole: i capi da pioggia ritornano nello zaino e riprendo il cammino nuovamente in tenuta estiva, ovvero i soli pantaloncini, che, però, presto torneranno anche loro nello zaino per restarci a lungo, fatta salva la piccola riapparizione per l’attraversamento della strada provinciale al Passo del Termine. Mentre percorro questo tratto nere nuvole si addensano sul Monte Palo e il tuono si fa risentire proprio sulla parte di sentiero che fra poco dovrò percorrere, ancora una volta resto del tutto indifferente alla cosa: allenamento nell’allenamento, visto l’andamento meteo devo iniziare a mettere in conto l’evenienza di un giro finale bagnato.

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I prati della Vaghezza, versante settentrionale

Con passo cautelativo (che poi, al calcolo dei tempi, risulterà invero comunque sostenuto) risalgo i ripidissimi strappi della sterrata che dal Passo del Termine porta a prendere il sentiero per il Monte Palo. La risalita del lungo costolone erboso, pur fatta sul bagnato e sotto una leggera pioggerella (che con immenso piacere lascio scorrere sul mio nudo corpo) risulta molto meno faticosa di quanto avevo immaginato in mattinata ed eccomi alla sua sommità nei pressi dal roccolo Morandi. Non vedendo segni di presenza umana mi avvicino al capanno restando completamente nudo, quando sono a una cinquantina di metri dalla spartana casetta di supporto al capanno sento aprirsi la porta e compare un anziano signore (sui settant’anni): “ehi ti ammali andando in giro nudo”! Mi sono infilato i pantaloncini nel percepire la sua presenza, ma a quanto pare mi aveva già visto, beh, poco male, anzi meglio, tanto più che si mostra tutt’altro che scandalizzato: avrei forse fatto meglio a restare nudo? Boh, forse sì, forse no, così è andata inutile ragionare col senno del poi, speriamo che in un futuro assai prossimo sia possibile liberarsi da questo antipatico dubbio potendosi democraticamente e civilmente vestire (la nudità è comunque un modo di vestirsi) senza doversi conformare all’altrui volere, senza doversi assoggettare alle altrui fobie. Scambiamo due chiacchiere, mi chiede da dove arrivo e si meraviglia della lunga strada che ho fatto, alla fine mi saluta con “beh, sei giovane e in salute, buon cammino”!

Imbocco il lungo diagonale verso il Passo della Cavada, qui giunto imbocco la variante incomprensibilmente definita per esperti: trattasi poi del vecchio sentiero privo di qualsiasi difficoltà tecnica, solo molto ripido. Sopportando qualche piccolo dolore ai legamenti delle ginocchia pervengo alla base del ripido pendio riallacciandomi con il percorso base del 3V, supero il tratto di fitto bosco misto, oltrepasso il parco degli Alpini e il relativo monumento dove inizia l’asfalto che in breve mi conduce a Lodrino e poi, dopo sette ore e mezza dalla partenza, alla Cocca. Ripensando alla stupenda giornata, recupero dal bagagliaio dell’auto la borsa con il ricambio e mi preparo il beverone a base di aminoacidi ramificati per ottimizzare il recupero, nel frattempo riprende a piovere, con soddisfazione lascio scorrere sulla mia pelle le gocce di pioggia finché il calore dello sforzo svanisce e sento l’esigenza di mettermi una maglia.

Nel viaggio verso casa rivivo i momenti salienti dell’uscita e ne riprovo le profonde sensazioni, ovviamente quelli che più ritornano alla mente sono i lunghi tratti fatti in nudità: mi sono sempre sentito a mio agio in montagna ma oggi c’era qualcosa in più, c’era una tranquillità d’animo di un livello mai percepito, c’era un’integrazione con l’ambiente d’una profondità mai sentita, di sicuro le tante ore recentemente fatte vi hanno contribuito, ma la mia mente intuisce che il maggior merito è da attribuirsi alla lunga nuda permanenza tra i monti, una nudità che pur rendendoti indifeso a fronte delle possenti forze ella natura, contemporaneamente ti permette di assorbire parte di tale forza e sentirti sempre più protetto da quello stesso ambiente che parrebbe volerti sopraffare! Stupendo, meraviglioso, assolutamente da provare, vorrei tanto che ci provassero quelle persone che, ottusamente, si oppongono al nudo pubblico, quelle autorità che, immerse in un pensiero debole e povero, impediscono la nudità pubblica e/o si rifiutano di darle il suo onesto e giusto ruolo di normalità, quelle autorità (anche naturiste) che, ipocritamente, prima dicono di comprendere la sanità del nudismo per poi deliberare affinché lo stesso venga relegato all’interno di piccoli e recintati spazi: provate la nudità nell’immensità dello spazio montano, capirete perché io, come altri, non posso accettare tali limitazioni, venite con me e capirete, ca pi re te!

Lunedì 6 giugno

Per aiutare il recupero esco nuovamente in Gavardina per farmi cinque chilometri di cammino, la prima metà li faccio camminando velocemente poi, viste le buone sensazioni delle gambe, decido di passare alla corsa, così ritorno indietro alternando 1 minuto di corsa a media velocità a due minuti di cammino veloce. Sperimento le scarpe nuove, identiche, in modello e numero, alle vecchie ovvero La Sportiva Ultra Raptor GTX per me ormai una certezza, e, con mia grande sorpresa, durante la corsa inizio a sentire una leggera localizzata pressione sulla parte superiore del piede, pressione che man mano si trasforma in dolore: “mannaggia, eppure sono identica alle altre”. Rientro a casa e nel togliere le scarpe scatta una fitta dolorosissima come se avessi dato una pedata contro lo spigolo di un armadio, fitta che, innestando una mia profonda preoccupazione, si ripete ad ogni passo e viene stimolata anche dalle sole ciabatte: è un piccolo solo punto dolente dove alla digito pressione rilevo una piccola pallina dura che non percepisco sull’altro piede.  Vado a letto confidando nella cura del tempo. Al risveglio il dolore s’è attenuato sensibilmente ma si rinforza nel calzare le scarpe, le allaccio con pochissima tensione e, appena possibile, mi procuro un tubetto di Voltaren che applico metodicamente sulla zona mediante un lungo massaggio. Mercoledì mattina il dolore è quasi completamente svanito per cui provo ad andare al lavoro indossando le nuove Raptor, per sicurezza mi porto al seguito anche delle scarpe più morbide che, però, fortunatamente non devo usare: a sera il dolore è scomparso del tutto, con mia somma soddisfazione pare essere andato tutto a posto.

Giovedì 9 giugno

Ripetute (trenta secondi camminando a tutta e sessanta camminando lentamente ma non troppo) sul breve (meno di un chilometro) ma ripidissimo sentiero diretto del Monte Budellone. Stavolta riesco a eseguirle fino in cima, anche se vi arrivo piuttosto provato. Discesa per metà tranquilla poi di corsa per evitare le continue scivolate date dal terreno pesantemente bagnato. Provo ancora le scarpe nuove e va tutto per il meglio: pfui, avevo per un attimo temuto di dover rinunciare al giro!

#TappaUnica3V: riepilogo di maggio


20151024_0010_def3VAnche maggio è giunto al termine, già mi vedo sulla linea di partenza di TappaUnica3V, ho solo trenta giorni per completare la preparazione poi dovrò cercare di recuperare al meglio dalle fatiche degli ultimi allenamenti e potrò fare solo del mantenimento, man mano sempre più leggero.

Dopo aver recuperato dal bellissimo tappone notturno fatto a cavallo tra sabato 21 e domenica 22 maggio ho inserito nel mio allenamento altre due attività che possono darmi un più rapido incremento di forza e resistenza, sperando che lavoro e tempo atmosferico mi lascino operare in pace senza dovermi sobbarcare troppe notti.

Sabato 28 maggio

Sperimento delle ripetute in salita. La salita è quella del sentiero che da Prevalle sale direttamente alla vetta del Budellone, centosettanta due metri di dislivello in cinquecento metri di sviluppo lineare, la prima metà a pendenza pressoché costante (e forte) e la seconda che alterna strappi ripidi a tratti quasi pianeggianti.

Parto da casa di corsa e la mantengo per circa un chilometro, poi mi metto al passo, quando arrivo all’inizio del sentiero (e della salita) riprendo la corsa che mantengo per un minuto, segue un minuto di recupero camminando lentamente, poi passo ad alternare cammino molto sostenuto a cammino lento facendo però l’errore di mantenere tempi identici (trenta secondi, mentre il recupero andrebbe effettuato per un tempo doppio di quello dello sforzo), così a metà salita scoppio e devo camminare, anche se veloce, fino alla vetta.

Ridiscendo al passo e rientro a casa dopo un’ora e mezza avendo percorso in totale cinque chilometri e seicento metri.

Domenica 29 maggio

Si sale al Maniva per l’uscita di QuindiciDiciotto, ma piove a dirotto e, soprattutto, fa molto freddo, si decide di riportarsi verso valle e andare a farsi una bella colazione. Ritornato a casa vado a farmi una corsa in Gavardina (una piana pedo ciclabile dietro casa mia): quattro chilometri e seicento metri (volevo farne cinque ma un errore di calcolo m’ha fermato prima), beh, non male direi, considerando che sono almeno cinque anni che non vado a correre e sempre l’ho fatto per pochi giorni senza mai riuscire a fare più di due chilometri. Ritorno alternando tre tratti al passo con due più lunghi tratti di corsa. In totale un’ora di allenamento.

Lunedì 30 maggio

Sotto la pioggia sono nuovamente sulla Gavardina, come mi metto a correre saltano subito fuori forti dolori sulla parte frontale delle spalle, resisto e corro per la stessa distanza di ieri, oggi cronometrata in ventitré minuti ovvero dodici chilometri all’ora. Ritorno completamente al passo rientrando a casa in un’ora e otto minuti.

Martedì 31 maggio

Pensavo di andare a correre di nuovo ma i dolori alle spalle mi hanno attanagliato pe tutta la giornata quindi desisto.

Dati del mese

Uscite: 6

Chilometri: 128

Metri di dislivello: 6772

Ore: 33 e 19 minuti

Riepilogo totale (da novembre a maggio)

Uscite: 46

Chilometri: 744

Metri di dislivello: 40910

Ore di cammino: 180 e 10 minuti

A Losanna arriva il reddito minimo di felicità. L’idea è di una ragazza di 25 anni


IMG_0951Calza giusto a misura con il mio articolo “Lavoro, lavoro, lavoro!”, a quanto pare (ma già lo sapevo) non solo l’unico che ritiene fondamentale ripristinare il diritto alla dignità delle persone, un diritto che negli ultimi anni è stato profondamente minato e progressivamente distrutto dalle politiche istituzionali e aziendali. Il reddito minimo garantito (che a mio parere non va assolutamente vincolato, solo definito numericamente come minimo necessario per una vita dignitosa), ben lungi da indurre le persone alla nulla facenza,  produrrebbe, come documentato nell’articolo sotto linkato, crescita personale e sociale, apporterebbe serenità nelle persone che sarebbero così meno ricattabili… ah ma è forse proprio questo che disturba e induce ad osteggiare la cosa: persone meno ricattabili corrisponde al dover offrire ambienti di lavoro migliori e più sereni, a trattare il personale con più rispetto, a non poter più pretendere lavoro gratuito, a retribuzioni più consone ad una società onesta e dignitosa!

Giancarlo Donadio per StartupItalia! A Losanna arriva il reddito minimo di felicità. L’idea è di una ragazza di 25 anni

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