#TappaUnica3V: alla grande!


Con la fine di maggio l’impegno scolastico, sebbene non terminato del tutto, si  affievolito, per ora solo in modo lieve a causa degli esami comunque con entità sufficiente per permettermi di dedicare più tempo agli allenamenti, tra i quali, come avevo già scritto nell’ultima mia relazione su TappaUnica3V, ho così inserito anche delle sedute infrasettimanali di corsa in piano che, a differenza della ginnastica, hanno subito fatto vedere il loro positivo effetto: nell’ultima lunga escursione, e prima di giugno, non solo sono stato nei miei tempi, ovvero i tempi di tabella ridotti del venti per cento, ma li ho addirittura abbassati di un altro venti per cento e, cosa ancor più rilevante, l’ho fatto nella seconda parte del percorso quando nelle gambe avevo già un bel po’ di strada. La fiducia nella riuscita del giro finale, che s’era ultimamente un poco incrinata, prende il volo.

Giovedì 2 giugno

Altra seduta di corsa e stavolta, rifatti i calcoli, ho come obiettivo il punto corretto a cinque chilometri. Appena partito sento subito che le gambe girano benissimo e man mano che i chilometri passano la sensazione permane, tant’è che nell’ultimo chilometro accelero sensibilmente e incremento ancora negli ultimi cinquecento metri arrivando così ad una velocità di circa venti chilometri all’ora: cinquecento metri in un minuto e trentatré secondi. Al ritorno faccio il primo chilometro a passo normale e gli altri quattro alternando trenta secondi di corsa veloce ad un minuto di cammino veloce.

Domenica 5 giugno

Avevo messo in programma un tappone da oltre sessanta chilometri (Bovegno – Maniva – Bovegno, passando per Pezzeda, Corna Blacca, Dosso Alto, Caldoline, Crestoso e Muffetto) con partenza nella tarda sera di sabato, le previsioni del tempo unite ad un pomeriggio di lavoro (e amicizia, talvolta le due cose piacevolmente si sovrappongono) con luculliana cena mi hanno condotto a più miti obiettivi, così cambio il percorso con uno più corto (trentacinque chilometri) fattibile in giornata (tempo standard di undici ore) e rinvio la partenza alle cinque della domenica mattina.

Mi attardo un attimo con la colazione e arrivo al parcheggio della Cocca di Lodrino con un quarto d’ora di ritardo, lo stomaco ancora appesantito dalla luculliana cena e le precedenti esperienze mi sconsigliano un immediato recupero per cui parto con un passo tranquillo: la prima parte del percorso mi è totalmente sconosciuta, impossibile impostare quella tattica aggressiva che si può adottare quando ben si conoscono i dislivelli e la conformazione del terreno, potrò farlo nella seconda parte e, soprattutto, al ritorno che stavolta ricalca quasi esattamente il percorso di andata.

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Approssimandosi al Passo della Cavada

La strada asfaltata si alza tra le case di Lodrino mirando all’evidente cresta che unisce la Corna di Caspai al Monte Palo, nel mezzo lo stretto intaglio del Passo della Cavada, prima “vetta” di questo itinerario. Come da previsioni il cielo è coperto ma sono totalmente assenti segni di possibile pioggia e la temperatura è già gradevole: ben presto la canotta finisce nello zaino. Ah, lo zaino, oggi, memore dell’errore fatto in precedenza, ha un peso addirittura superiore a quello che avrà alla partenza del giro finale (e all’inizio di ogni tratta dopo i tre rifornimenti): ottimo test e prezioso allenamento. Passato il parco degli Alpini entro in un cupo bosco che da inizio al sentiero e, alternando ripidi strappi a tratti di respiro, mi avvicino sempre più alla prima meta dove arrivo con un piano panoramico traversone a picco sul paese.

Dalla sella imbocco il sentiero che si porta sul versante opposto dove lo sguardo già può intravvedere, lontani dall’altra parte della valle, i prati della Vaghezza. Fatti un centinaio di metri in lieve discesa si riprende a salire e i pantaloncini finiscono nello zaino per concedere al mio corpo quella massima libertà di respiro e movimento a cui ormai si è abituato e che ogni volta prepotentemente pretende: forti e sgradevoli le sensazioni che produce quando è coperto da una pur minima pezza di tessuto. Il diagonale prosegue molto più lungamente di quanto avevo ipotizzato e, soprattutto, a dispetto dei sessanta metri di dislivello computati, presenta nella seconda parte una salita tutt’altro che trascurabile: freno lo slancio preso nel precedente falsopiano e salgo con passo più accorto. Un ultimo ripido strappo ed esco dal bosco pervenendo a un bel prato con capanno, il roccolo Morandi, sulla sinistra diparte il lungo costone erboso che, seguito quasi fedelmente dal sentiero, scende verso il Passo del Termine. Lo percorro memorizzando attentamente la sua conformazione, per la maggior parte su piacevole e morbido fondo erboso, ma con tratti resi insidiosi da brevi diagonali franati o da appuntiti spuntoni rocciosi. L’erba, costantemente alta e bagnata dalle recenti piogge, m’infradicia scarpe, calze e piedi inducendomi a ragionare sulla questione in prospettiva di un giro finale più o meno bagnato. A distogliermi dai miei pensieri tattici presto arrivano i vari scorci panoramici sul Lago di Bongi, le Pertiche, la Vaghezza, le diverse frazioni di Marmentino e più lontano tutta la lunga cresta spartiacque che dal Crestoso arriva al Guglielmo: è fantastico questo 3V, in molti punti permette di vedere buona parte del percorso facendoti rimembrare i tratti già percorsi o anticipandoti le emozioni di quelli ancora da percorrere, d’altra parte per chi lo percorre in tappa unica è, questa, anche un’insidia psicologica (“mazza, quanta strada che devo ancora fare!”) dalla quale non farsi sopraffare.

Assorto nell’alternanza di pensieri tattici e di contemplazione del paesaggio, quasi senza rendermene conto arrivo alla Passata Termine e al successivo Passo del Termine dove passa la strada asfaltata che collega Marmentino a Pertica Alta. Anche grazie alla buona segnaletica individuo velocemente la prosecuzione del tracciato: una strada sterrata che, come tutte le sterrate di montagna, presenta strappi ripidissimi che mettono a dura prova gambe e fiato. Cadenzando il passo supero indenne anche questo tratto e, con un esile umido insidioso sentierino immerso in una fitta boscaglia, arrivo alla base dei prati di Vaghezza dove inizia una sequenza di stradine sterrate più o meno pianeggianti che portano verso la zona più turistica poco prima della quale perdo trenta minuti alla ricerca del sentiero a causa di un’apparente assenza di segnaletica. Dico apparente perché al ritorno scoprirò che invece è ben presente, addirittura ci sono ben tre visibilissimi segni di vernice di cui uno impresso su una pietra al centro della strada… boh, che cosa strana, sono passato da qui per ben quattro volte senza mai vederli, boh!

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Monte Campello e Monte Ario

Discesa e poi ancora salita, su per le mitiche scale dell’Ario dove mi sembra d’essere a corto d’energia per cui rallento sensibilmente l’andatura (il calcolo dei tempi poi mi dimostrerà che invero stavo marciando a passo particolarmente sostenuto). Eccomi ai pascoli del Pian del Bene, sopra la mia testa il verde e ripidissimo pendio del Monte Campello che risalgo con andatura cautelativa. Nel frattempo la montagna si è ricoperta di basse nuvole che però non mi danno preoccupazione. In vetta al Monte Ario mi concedo una sosta più remunerativa e chiacchiero con altro escursionista che mi ha preceduto di poco lungo il tratto dalla Vaghezza a qui. Ripartenza, la ripidissima discesa verso il Goletto Campo di Nasso è molto infangata e devo scendere con particolare attenzione per evitare di farmi del male sui vari sassi che costellano il sentiero. Passato indenne risalgo al Passo Falcone per poi scendere al Rifugio Blachì 2. Risalgo al Passo di Pezzeda Mattina e mi lancio sul sentiero per il Passo di Prael che decreto punto finale di questa uscita: avrei voluto arrivare fino in Corna Blacca ma iniziano a cadere gocce di pioggia e le nuvole si sono addensate facendosi minacciose.

Rieccomi al Blachì 2, inizio la breve risalita verso il Passo Falcone pensando di compensare il mancato dislivello della Corna Blacca ripassando per il Dosso Alto ma ecco alle mie spalle risuonare un tuono e subito dopo il crepitio della grandine in avvicinamento: in pochi secondi sono avvolto dalla pioggia, invero leggera, e colpito dai piccoli e soffici chicchi. Raggiungo il passo e velocemente discendo sul lato opposto per raggiungere un grande albero sotto il quale posso cambiarmi tranquillamente: restando comunque in pantaloncini, indosso la maglia tecnica invernale, sopra a questa la giacca anti pioggia, copro lo zaino con l’apposita mantella e riprendo il cammino. Sebbene con un certo periodo di ripensamento rinuncio alla risalita al Dosso Alto e procedo, come da programma originale, seguendo la variante bassa del sentiero 3V. La pioggia si fa più intensa ma, anche se devo ancora fare molta strada, la cosa mi lascia del tutto indifferente, unico problema il fondo a tratti particolarmente scivoloso. Sotto l’acqua battente, infradiciandomi nuovamente scarpe e piedi, oltrepasso le alte erbe dei pascoli del Pian del Bene e rieccomi alle scale dell’Ario che discendo con attenzione seppur velocemente. In prossimità della Vaghezza il sole fa capolino tra le nuvole: i capi da pioggia ritornano nello zaino e riprendo il cammino nuovamente in tenuta estiva, ovvero i soli pantaloncini, che, però, presto torneranno anche loro nello zaino per restarci a lungo, fatta salva la piccola riapparizione per l’attraversamento della strada provinciale al Passo del Termine. Mentre percorro questo tratto nere nuvole si addensano sul Monte Palo e il tuono si fa risentire proprio sulla parte di sentiero che fra poco dovrò percorrere, ancora una volta resto del tutto indifferente alla cosa: allenamento nell’allenamento, visto l’andamento meteo devo iniziare a mettere in conto l’evenienza di un giro finale bagnato.

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I prati della Vaghezza, versante settentrionale

Con passo cautelativo (che poi, al calcolo dei tempi, risulterà invero comunque sostenuto) risalgo i ripidissimi strappi della sterrata che dal Passo del Termine porta a prendere il sentiero per il Monte Palo. La risalita del lungo costolone erboso, pur fatta sul bagnato e sotto una leggera pioggerella (che con immenso piacere lascio scorrere sul mio nudo corpo) risulta molto meno faticosa di quanto avevo immaginato in mattinata ed eccomi alla sua sommità nei pressi dal roccolo Morandi. Non vedendo segni di presenza umana mi avvicino al capanno restando completamente nudo, quando sono a una cinquantina di metri dalla spartana casetta di supporto al capanno sento aprirsi la porta e compare un anziano signore (sui settant’anni): “ehi ti ammali andando in giro nudo”! Mi sono infilato i pantaloncini nel percepire la sua presenza, ma a quanto pare mi aveva già visto, beh, poco male, anzi meglio, tanto più che si mostra tutt’altro che scandalizzato: avrei forse fatto meglio a restare nudo? Boh, forse sì, forse no, così è andata inutile ragionare col senno del poi, speriamo che in un futuro assai prossimo sia possibile liberarsi da questo antipatico dubbio potendosi democraticamente e civilmente vestire (la nudità è comunque un modo di vestirsi) senza doversi conformare all’altrui volere, senza doversi assoggettare alle altrui fobie. Scambiamo due chiacchiere, mi chiede da dove arrivo e si meraviglia della lunga strada che ho fatto, alla fine mi saluta con “beh, sei giovane e in salute, buon cammino”!

Imbocco il lungo diagonale verso il Passo della Cavada, qui giunto imbocco la variante incomprensibilmente definita per esperti: trattasi poi del vecchio sentiero privo di qualsiasi difficoltà tecnica, solo molto ripido. Sopportando qualche piccolo dolore ai legamenti delle ginocchia pervengo alla base del ripido pendio riallacciandomi con il percorso base del 3V, supero il tratto di fitto bosco misto, oltrepasso il parco degli Alpini e il relativo monumento dove inizia l’asfalto che in breve mi conduce a Lodrino e poi, dopo sette ore e mezza dalla partenza, alla Cocca. Ripensando alla stupenda giornata, recupero dal bagagliaio dell’auto la borsa con il ricambio e mi preparo il beverone a base di aminoacidi ramificati per ottimizzare il recupero, nel frattempo riprende a piovere, con soddisfazione lascio scorrere sulla mia pelle le gocce di pioggia finché il calore dello sforzo svanisce e sento l’esigenza di mettermi una maglia.

Nel viaggio verso casa rivivo i momenti salienti dell’uscita e ne riprovo le profonde sensazioni, ovviamente quelli che più ritornano alla mente sono i lunghi tratti fatti in nudità: mi sono sempre sentito a mio agio in montagna ma oggi c’era qualcosa in più, c’era una tranquillità d’animo di un livello mai percepito, c’era un’integrazione con l’ambiente d’una profondità mai sentita, di sicuro le tante ore recentemente fatte vi hanno contribuito, ma la mia mente intuisce che il maggior merito è da attribuirsi alla lunga nuda permanenza tra i monti, una nudità che pur rendendoti indifeso a fronte delle possenti forze ella natura, contemporaneamente ti permette di assorbire parte di tale forza e sentirti sempre più protetto da quello stesso ambiente che parrebbe volerti sopraffare! Stupendo, meraviglioso, assolutamente da provare, vorrei tanto che ci provassero quelle persone che, ottusamente, si oppongono al nudo pubblico, quelle autorità che, immerse in un pensiero debole e povero, impediscono la nudità pubblica e/o si rifiutano di darle il suo onesto e giusto ruolo di normalità, quelle autorità (anche naturiste) che, ipocritamente, prima dicono di comprendere la sanità del nudismo per poi deliberare affinché lo stesso venga relegato all’interno di piccoli e recintati spazi: provate la nudità nell’immensità dello spazio montano, capirete perché io, come altri, non posso accettare tali limitazioni, venite con me e capirete, ca pi re te!

Lunedì 6 giugno

Per aiutare il recupero esco nuovamente in Gavardina per farmi cinque chilometri di cammino, la prima metà li faccio camminando velocemente poi, viste le buone sensazioni delle gambe, decido di passare alla corsa, così ritorno indietro alternando 1 minuto di corsa a media velocità a due minuti di cammino veloce. Sperimento le scarpe nuove, identiche, in modello e numero, alle vecchie ovvero La Sportiva Ultra Raptor GTX per me ormai una certezza, e, con mia grande sorpresa, durante la corsa inizio a sentire una leggera localizzata pressione sulla parte superiore del piede, pressione che man mano si trasforma in dolore: “mannaggia, eppure sono identica alle altre”. Rientro a casa e nel togliere le scarpe scatta una fitta dolorosissima come se avessi dato una pedata contro lo spigolo di un armadio, fitta che, innestando una mia profonda preoccupazione, si ripete ad ogni passo e viene stimolata anche dalle sole ciabatte: è un piccolo solo punto dolente dove alla digito pressione rilevo una piccola pallina dura che non percepisco sull’altro piede.  Vado a letto confidando nella cura del tempo. Al risveglio il dolore s’è attenuato sensibilmente ma si rinforza nel calzare le scarpe, le allaccio con pochissima tensione e, appena possibile, mi procuro un tubetto di Voltaren che applico metodicamente sulla zona mediante un lungo massaggio. Mercoledì mattina il dolore è quasi completamente svanito per cui provo ad andare al lavoro indossando le nuove Raptor, per sicurezza mi porto al seguito anche delle scarpe più morbide che, però, fortunatamente non devo usare: a sera il dolore è scomparso del tutto, con mia somma soddisfazione pare essere andato tutto a posto.

Giovedì 9 giugno

Ripetute (trenta secondi camminando a tutta e sessanta camminando lentamente ma non troppo) sul breve (meno di un chilometro) ma ripidissimo sentiero diretto del Monte Budellone. Stavolta riesco a eseguirle fino in cima, anche se vi arrivo piuttosto provato. Discesa per metà tranquilla poi di corsa per evitare le continue scivolate date dal terreno pesantemente bagnato. Provo ancora le scarpe nuove e va tutto per il meglio: pfui, avevo per un attimo temuto di dover rinunciare al giro!

Informazioni su Emanuele Cinelli

Insegno per passione e per scelta, ho iniziato nello sport e poi l'ho fatto anche nel lavoro. Mi piace scrivere, sia in prosa che in versi, per questo ho creato i miei due blog e collaboro da tempo con riviste elettroniche. Pratico molto lo sport e in particolare quelli che mi permettono di stare a contatto con Madre Natura e, seguendo i suoi insegnamenti, lasciar respirare il mio corpo e il mio spirito.

Pubblicato il 10 giugno 2016, in Atteggiamenti sociali, Eventi sportivi, Motivazioni del nudismo, Racconti di sport con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 3 commenti.

  1. Vittorio Volpi

    È come seguirti con una action-camera cui aggiungi a vole la telecronaca. Meglio ti tanti sport per “divi” che trasmettono a tele.
    Significativo l’incontro con l’anziano signore: non è mai troppo tardi. In gruppo sarebbe andata diversamente, forti forse della “maggiornza”. Involontariamente facciamo didattica.

    Buona continuazione

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    • Grazie Vittorio, verissimo quello che dici in merito al nudo e al fare didattica, d’altra parte, a differenza di quanto alcuni purtroppo sostengono e tendono a imporre attraverso opportunistiche e assurde proposte di legge, è solo attraverso il fare libero e di contatto, vero contatto, che possiamo dare esempio e creare opportunità e crescita.

      Mi piace

    • Vittorio mi ha tolto le parole di bocca 🙂

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