#TappaUnica3V: tanti segni negativi non mi hanno fermato!


Monte Campione dalla Colma di Marucolo

È arrivato il momento di tapponi, anzi, del tappone visto che, date le sensazioni e le deduzioni fatte in quest’ultimo allenamento, sarà il primo e l’unico che farò: devo ora pensare solo al recupero dalle ultime fatiche e alla preparazione per l’ormai molto vicino evento finale.

Fra i tre possibili tapponi ho scelto quello più impegnativo: un anello in media Val Trompia, da Gardone a Bovegno per il lato sinistro orografico e ritorno sulle creste di destra, a raccordare i due tratti del 3V inizialmente la salita da Gardone alla Forcella dei Quattro Cantoni passando per Sant’Emiliano, poi la discesa dal Goletto Campo di Nasso a Bovegno alla quale subito si collega la risalita da Bovegno a Monte Campione, infine la discesa dalla Croce di Pezzolo a Gardone. Stando ai miei calcoli manuali (rilevando le distanze dalle carte IGM) i chilometri sarebbero novantadue, stando invece ai calcoli automatici di Wandermap sono solo sessantasette; minore difformità per quanto riguarda il dislivello, i miei calcoli mi danno quattromila ottocento quarantaquattro metri, quelli di Wandermap ne danno quattromila quattrocento settanta.

Un test più che un allenamento, un test importantissimo, sia per la mia preparazione fisica che per i materiali, ma anche, indirettamente, per la logistica. Molte, infatti, le preziose informazioni che ho potuto ricavare da questo giro, dal peso dello zaino che dovrà al massimo raggiungere i cinque chili (gli otto attuali si sono rilevati eccessivi per giri così lunghi) al numero di rifornimenti (che da tre andrò portato a cinque o sei  sia per poter ridurre il peso dello zaino che per meglio supportare l’evenienza di un caldo estremo), dal cibo (ottime le varie barrette ma ad un certo punto lo stomaco pretende anche qualcosa di più corroborante) ai liquidi (ottima la scelta fatta ma bisogna aggiungere idratazione preliminare, sia a casa che ai punti di rifornimento), dalla crema solare (quella spray fa perdere tempo) alle scarpe (ottime seppur poco adatte ai terreni molto duri specie quando i piedi sono ormai macerati da tanti chilometri, potrebbe essere ideale prevedere un cambio scarpe nel tratto finale), dal tempo di percorrenza (fattibilissimo contando singolarmente le tratte, forse molto meno considerando che andranno fatte l’una dietro l’altra senza soste rilevanti) all’orario di partenza (per supportare l’eventuale aumento del tempo totale di percorrenza: quello di arrivo, nella speranza che ci sia un bel gruppo di persone ad attendermi, deve restare invariato ed  essere praticamente certo), dalla mia preparazione fisica (quadricipiti più che a puntino, qualche problema a livello di scarico dei polpacci e delle cosce) alla mia determinazione (decisamente alta). Insomma, devo correggere alcune cose, devo scaricare ciò che è risultato affaticato ma sono pronto. Nei prossimi dodici giorni (recupero) leggere camminate di scarico/mantenimento, ginnastica di potenziamento generale, amminoacidi ramificati (Enervit Enervitam Sport) per risolvere la fatica e trasformarla in crescita, nei successivi quattordici (preparazione) ancora leggere camminate e ginnastica, alle quali si abbineranno ora i flavonoli del cacao (Enervit Carboflow) per elasticizzare i vasi sanguinei e, così, migliorare l’ossigenazione muscolare.

Venerdì 14 giugno

Con tutta calma preparo il materiale che mi serve (e nonostante questo dimentico la macchina fotografica, le foto che illustrano l’articolo sono quindi di repertorio) e carico lo zaino, fa molto caldo ma devo comunque contenere il peso, così niente giaccone d’alta montagna, barrette energetiche contate con attenzione (per provarle ho aggiunto le leggerissime bustine di gel Enervit Enervitene Sport OneHand, quelle senza caffeina… test perfetto e decisamente approvate per l’equipaggiamento finale), una sola bottiglia d’acqua (1.5l) mentre riempio al massimo (2l) la borraccia floscia e aumento a due le borraccine (500ml cadauna) con l’integratore di sali (NamedSport HydraFit). Alla fine qualcosa più di otto chili, solo un chilo in meno delle volte precedenti, mannaggia.

Partenza, breve ma trafficato viaggio in auto che mi fa arrivare al parcheggio già un poco stressato. Il sole picchia nel cielo limpido, il termometro dell’auto segna ventotto gradi e sono solo le dieci del mattino, fortunatamente la prima parte del cammino è all’interno di un ombroso bosco e salgo velocissimo, troppo veloce, poi ne pagherò lo scotto: passato il santuario di Sant’Emiliano, uscito dal bosco, nella ripida salita che da forcella Vandeno porta alla Forcella dei Quattro Cantoni inizio a segnare il passo, le gambe girano sempre al meglio ma il fiato, reso difficile da un peso allo stomaco (probabilmente la busta di magnesio ,un mese addietro avevo smesso di prenderlo proprio perché mi restava sullo stomaco, ma stamattina mi sono svegliato con i crampi ad un piede e già ieri m’ero svegliato con i crampi a un polpaccio) non le regge, devo fare frequenti soste.

Sulla cresta tra Punta di Reai e Punta Orosei

Sulla cresta tra Punta di Reai e Punta Ortosei

Velocemente, per quanto possibile su un sentiero che richiede costantemente attenzione (non è difficile solo stretto e scabroso), scendo alla Passata Vallazzo, risalgo alla Punta Ortosei, traverso a quella di Reai e scendo alla Cocca di Lodrino dove arrivo addirittura con sei minuti di anticipo sul programmato (pur essendo partito con due di ritardo). Senza sosta m’incammino sull’asfalto che mi porta alla trattoria Genzianella, parco degli Alpini e su per il sentiero del Passo della Cavada, stavolta prendo quello diretto. La temperatura è salita notevolmente e il sudore inizia a colare copiosamente, ma la cosa peggiore sono dei bruciori alla bocca dello stomaco e un mal di schiena che mi costringe a frequenti fermate dove devo piegarmi in avanti per alleviare la tensione (riducendo, nel contempo, il recupero respiratorio) arrivo al passo con venti minuti di ritardo, anzi, ventuno. Mi concedo quattro minuti di sosta per un recupero di sali, poi nuovamente in marcia sul lungo traverso che porta alla Cascina Morandi, quindi la bella discesa verso il passo del Termine. Qui seconda difficoltà della giornata: le scarpe nuove appaiono troppo larghe, nei traversi erbosi si girano attorno al piede rendendo il passo incerto e faticoso, provo a tirare i lacci e devo farlo più volte senza migliorare di molto le cose. Al Passo del Termine arrivo con ben trentadue minuti di ritardo e un bruciore all’attaccatura delle dita dei piedi.

Riparto subito direzione Vaghezza dove arrivo alle diciotto, in questo tratto, grazie alla temperatura ormi rientrata a valori accettabili, sono riuscito a mantenere una buona andatura. Del tempo totale di marcia ormai non mi preoccupo più: non ho nessuna intenzione di tentarne un recupero, anche perché si sono instillati i primi dubbi sul fatto di potercela fare, ho già pensato piani alternativi per interrompere il giro. Al barettino della Vaghezza, avendo già esaurito i due litri dalla camel bag, mi fermo per acquistare un poco di acqua, la simpatica ragazza che gestisce il bar s’interessa a quello che sto facendo e i minuti di sosta diventano rilevanti, ma non importa, anzi, meglio: recupero energia e svaniscono i pensieri di finirla prima. Riparto con un ritardo leggermente superiore all’ora che diventa un’ora e trentacinque quando, dopo un’altra bella sosta, riparto dalla vetta all’Ario, nella cui salita erano apparsi, tanto per non farsi mancare nulla, anche dolori alla base del fegato.

Al Goletto Campo di Nasso lascio il 3V e imbocco la via di discesa verso Bagolino. Supero Passo Croce e arrivo a Malga Confine dove mi arriva una telefonata, sono gli amici del gruppo escursionistico creatosi attorno al mio blog Mondo Nudo, sono riuniti a casa di Marco e Francesca, nudi davanti a una bella tavola imbandita, anzi ormai vuota dopo la libagione. Uno a uno passano al telefono per salutarmi e farmi i complimenti e così se ne invola un’altra mezz’ora abbondante, ma chi se ne frega, ormai ho deciso che me la voglio prendere comoda: questa è stata una bella lezione sul calcolo dei tempi, sempre fatto considerandoli seccamente, senza tenere in conto che su un percorso così lungo s’inseriranno inevitabilmente dei momenti di recupero, inizio a pensare di alzare le quaranta ore previste e portarle almeno a quarantatré se non quarantacinque. Ripartenza, con la sera che avanza arrivo alla Cascina Tigasso, la bella strada sterrata mi permette un passo sostenuto, forse recupero qualcosa. Forse… ad un certo punto devo imboccare un sentiero che, nel buio della notte, si mostra alquanto complicato: alcuni tratti sono sconvolti da miriadi di radici, altri invasi dalla vegetazione, nonostante la potenza della mia frontale lo perdo e mi trovo in un prato con erba altisisma, solo l’intuito mi rimette velocemente in strada. Finalmente sbocco su una stradina sterrata, ma… ma non c’è nei miei appunti di navigazione, dovrò andare a destra o a sinistra? Ancora l’intuito e ancora una volta imbrocco la via giusta: in pochi minuti sono alla strada asfaltata di Ludizzo accolto da una fresca fontana dove posso rinfrescarmi e integrare l’acqua della borraccia floscia. Arrivo a Bovegno che sono le ventidue e ventisei, un’ora e tre minuti di ritardo dall’orario programmato: nella lunga discesa, nonostante la lunga sosta al telefono, ho anche recuperato, ma al momento manco ci bado.

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Monte Ario

Avrei fortemente bisogno di un panino ma per trovare un bar dovrei spostarmi troppo dal mio percorso, indi altra barretta, stavolta del tipo spezza fame (e in effetti ha funzionato), e poi via a imboccare il sentiero che sale a Monte Campione. Le tabelle segnaletiche mi fanno sperare in un bel sentiero e così inizialmente appare, poi… poi s’inerba, s’inspina, i torrenti da due diventano cinque e… ciliegina sulla torta: un grande prato dove il sentiero si riduce a esilissima traccia tra le alte felci, un bivio di tracce, una piana che procede dritta, un’altra sale direttamente a destra il ripidissimo prato, boh! La frontale per quanto potente non riesce ad illuminare più lontano di tanto, provo a seguire la strada più logica ma dopo un centinaio di metri alberi crollati mi sbarrano la strada, impossibile passare e anche l’aggiramento appare impraticabile, devo tornare sui mei passi e prendere l’altro sentiero. Dopo una ripida salita nelle alte erbe del prato, ecco che la torciale illumina una cascina (a casa scopro trattasi del Bait de le Gume), senza badare alle ortiche la raggiungo per la via più diretta: dove c’è una cascina c’è quantomeno un sentiero. Infatti c’è, in poco sono di nuovo sul sentiero segnato, uhm, segnato, si fa per dire, un segno ogni tanto e fortuna vuole che ce ne sia uno proprio poco in prossimità di questo bivio (prima, ovviamente, non dopo, il che mi costa qualche metro in più di cammino). Un torrente mi sbarra la strada, non si vede prosecuzione sull’altro lato, scrutando per bene ecco qualcosa che sembra addirittura una larga strada, ma per arrivarci devo fare un guado da farsi a mollo (ma l’afa è tale che in pochi minuti scarpe e piedi tornano asciutti), non è una strada ma comunque un bel sentiero. A lungo cammino salendo assai poco, poi d’un tratto s’illuminano delle tabelle segnaletiche: sono al Pian delle Chiese e mancano pochi minuti a mezzanotte, metto a terra lo zaino per rilassare la schiena sempre più provata, mi siedo a terra e mi concedo una decina di minuti d’intervallo.

Sabato 25 giugno

Riprendo la marcia, il sentiero ora più evidente prende direzione opposta a quella di prima, poi inizia a salire nel bosco e le tracce, alla sola luce della frontale, man mano diventano più confuse, tratti da farsi a intuito fino ad incoccane nel successivo segno di vernice, poi un tubo in plastico per l’acqua sembra segnare la strada, si sale, ora si sale, finalmente si sale. Acqua sul sentiero, fango, impossibile evitare la melma, poi ancora su, ed ecco finalmente la tabella di Poracle, fra poco dovrei trovare una strada sterrata. Bivio, un segno alla sua altezza poi più nulla, provo a destra e mi trovo un guado con alcuni piantoni riversi a terra, non si passa. Ritorno e provo l’altro sentiero, poco dopo svanisce nel bosco, seguo esili tracce nell’alto tappeto di foglie: se la sopra, come da cartine a casa consultate, c’è una strada in un modo o nell’altro ci devo sbattere contro. Ma la strada non c’è, comunque trovo altre due tabelle segnaletiche relative a località che non sono nella mia tabella di marcia (Roccolo della Passata e Castel Vanil; a casa ricontrollo le carte e scopro che la strada giusta era quella sbarrata, io ho fatto un tratto su terreno libero andando a prendere l’altro ramo del sentiero 335, che avrei comunque dovuto riprendere più in alto ma seguendo una comoda strada sterrata al posto di complicati sentieri). Su, su, su, ora per lo meno si sale, una panca ad un capanno e mi concedo un’altra decina di minuti osservando la luna che splende in un cielo di stelle, poi ancora su, verso la vetta. Agogno la fine del bosco, il cammino sui prati del costone finale e finalmente arrivo ai pascoli di Malga Gandino Bassa e… forte, vicino, un bel grugnito, un cinghiale è proprio sulla mia strada, vicino, molto vicino, ne sento i passi sull’erba, sbatto le mani e lui si getta a capofitto nel bosco sgombrandomi la strada. Pensando al mai rilassarsi (avevo appena pensato “sono fuori dal bosco, ormai cinghiali non ne posso più incontrare”) riparto, oltrepasso la melmosa strada di malga, tabelle segnaletiche mi danno la direzione, ma poi i segni si fanno molto radi e nell’erba alta anche l’esile traccia diviene assai difficile da mantenere, più volte la perdo. In alto appare la vetta di Monte Campione, lontana, molto lontana, alta, troppo alta. Continuando la lotta con una traccia che si perde nell’erba che m’infradicia i piedi inesorabilmente procedo, ogni tanto la frontale illumina quello che sembra la fine di un dosso e poi si rileva solo l’inizio di altro dosso, bruciori di stomaco e mal di schiena mi fanno da compagnia impedendo una corretta ventilazione e costringendomi a fermarmi ogni pochi passi, nemmeno il fresco della notte mi è di sollievo. Finalmente arrivo su un terreno con erbe basse e rocce, il cammino si fa più agevole, non altrettanto l’indovinare la traccia, comunque salgo sempre dritto sulla linea di massima pendenza, ormai ho intuito che questa è la logica del sentiero, infatti immancabilmente ogni tanto un segno di vernice appare nel fascio di luce della frontale. La linea di cresta si è fatta vicina, ho bisogno di un’altra corroborante sosta, ma un freddo vento ha fatto la sua comparsa, trovo una pietra che possa concedermi un poco di riparo e, dopo essermi messo addosso quasi tutto l’abbigliamento a disposizione, mi ci siedo dietro e mi appisolo per qualche minuto osservando le luci della valle che fanno da contraltare alla pallida luna.

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Tratto di arrampicata nella salita al Guglielmo

Di nuovo in marcia, l’energia ancora mi sorregge e in breve sono alla vetta di Monte Campione dove riprendo l’evidente e sicura traccia del sentiero 3V. Bustina di Enervitene gel e poi via con passo bello sostenuto, breve discesa, risalita alla Colma di Marucolo (che mi appare molto più corta e molto meno faticosa di quanto m’era apparsa nel precedente passaggio) e poi giù per il crinale al Colle di San Zeno. Qui giunto, nella speranza che aprano il rifugio, mi concedo un’ora di sosta. Il rifugio non apre, niente colazione, la farò al rifugio Almici dopo aver scavalcato il Guglielmo. Mi tolgo giacca, giacca da pioggia, maglia invernale e pantaloni e, rinfrescato da una leggera pioggerella, salgo al Guglielmo esattamente nel tempo previsto dalle tabelle standard. Potrei farlo ma invece non rinuncio alla vetta e solo da questa discendo al vicino rifugio Almici dove mi faccio l’agognata corroborante colazione: prima un bel thè caldo con limone a sbloccare lo stomaco, poi panino alla coppa (che buona la coppa, slurp!) e un calicino di vino rosso (ottimo anche quello) a calmare la fame. Dicano quello che vogliono puristi e scienziati dello sport, bella cosa le barrette ma ad un certo punto ci vuole qualcosa di più corposo e lo dimostrano i fatti: dopo questa colazione i bruciori di stomaco scompaiono (sulla prima parte di discesa si sono abbassati dalla bocca dello stomaco alla sua base, poi svaniscono) e magistralmente svanisce anche il mal di schiena. Croce di Marone, rimpiazzo l’acqua (ormai calda e con un amaro sapore che non mi convince, infatti da Bovegno a qui ho bevuto solo quella delle bottigliette acquistate in Vaghezza) alla fontanella (scende a filo e ci vogliono una decina di minuti durante i quali chiacchiero amabilmente con un ciclista pure lui intento in duri allenamenti per un rilevante giro) poi via con rinnovato slancio verso la Forcella di Sale: ormai sono deciso, mi faccio anche l’ultima impegnativa salita. All’inizio di questa incontro due persone che scendono e mi fermo a chiacchierare con loro, anche loro mi si interessano di quello che sto facendo, poi riparto e supero pressoché di slancio la ripidissima e pericolosa (tratti molto esposti su vertiginosi prati, altri di facile arrampicata, alcuni con corda metallica di aiuto) salita diretta dell’Almana. Eccomi in vetta, pochi minuti di sosta per spalmarmi di crema solare (il sole è tornato a farsi vedere e picchia duro) poi via per la discesa alla Croce di Pezzolo e da qui giù sul fondo della Valle di Gardone. I piedi, ormai macerati, iniziano a bruciare nell’impatto sul duro terreno del cemento, prima, e dell’asfalto, poi, ma Gardone si fa man mano sempre più vicino e, ventisette ore e ventiquattro minuti dopo la partenza eccomi alla macchina. Fisicamente non sono per niente provato, solo il caldo della valle (trentatré gradi) mi ha reso pesante l’ultima mezz’ora e ora, dopo le tante ore di frescura, sta facendomi soffrire non poco. Apro l’auto, spalanco le portiere e il portellone, prelevo il cambio e il beverone agli aminoacidi mi siedo all’ombra e mi godo l’arrivo alla meta: molti i segnali negativi eppure tanti anche quelli positivi, il giro l’ho portato a termine a fronte di tutto e questo mi dà la carica migliore che potessi avere, devo solo modificare le strategie, e anche l’aver compreso questo è stato un risultato assai importante di questo pesante, pesantissimo test.

Giunto a casa (sarebbe stato meglio farmi venire a prendere da qualcuno, nel rientro più volte mi sono addormentato alla guida, pochi secondi, ma pur sempre abbastanza per rischiare) una bella doccia, caldina per pulirmi, poi fresca per corroborarmi, un massaggio ai polpacci con l’Arnica gel, una bella dormita, cena e bustina di aminoacidi ramificati, poi, dopo aver medicato l’abrasione al malleolo destro (scoperta solo dopo la doccia, forse una vescica che si è rotta nel lavarmi), a nanna.

Domenica 26 giugno

Mazza che dormita. Al risveglio i polpacci risultano tesi, la piccola ernia in guinale è leggermente più sporgente del solito, sussiste ancora una leggera tensione al colon, ma per il resto è tutto in stato ottimale: non ho segni di fatica, non ho dolori, sono sveglio e reattivo, fisicamente e mentalmente. Ottimo!

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La vetta del Guglielmo ormai vicina

Informazioni su Emanuele Cinelli

Insegno per passione e per scelta, ho iniziato nello sport e poi l'ho fatto anche nel lavoro. Mi piace scrivere, sia in prosa che in versi, per questo ho creato i miei due blog e collaboro da tempo con riviste elettroniche. Pratico molto lo sport e in particolare quelli che mi permettono di stare a contatto con Madre Natura e, seguendo i suoi insegnamenti, lasciar respirare il mio corpo e il mio spirito.

Pubblicato il 26 giugno 2016, in Eventi sportivi, Racconti di sport con tag , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. Vittorio Volpi

    Una descrizione che si legge d’un fiato. Esperienza da vendere, esperienza che insegna ogni volta qualcosa di più. Ti seguiamo, Emanuele, seguiamo i micrometrici aggiustamenti di tutti i particolari. In prospettiva, l’exploit avrà anche la sua importanza, la sua visibilità, ma queste uscite di allenamento ci insegnano mille cose. Grazie di condividerle.

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    • Grazie Vittorio, c’è qualche dettaglio importante che mi è sfuggito (tipo il modo di tenere la borraccia floscia nel nuovo zaino, che pare essere la causa del mal di schiena subito) ma salteranno fuori nei prossimi articoli che ormai saranno più di tipo tecnico che reflazionistico.

      Mi piace

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