Il “pubblico”


Definizioni

Il codice Zanardelli (1889) diceva:

338. Chiunque, fuori dei casi indicati negli articoli precedenti, offende il pudore o il buon costume, con atti commessi in luogo pubblico o esposto al pubblico, è punito con la reclusione da tre a trenta mesi.

 Il codice Rocco (in vigore dal 1930) ha introdotto l’ulteriore specificazione «luogo aperto al pubblico», ma soprattutto sposta l’“offesa” dall’astratto delle parole pudore e buon costume al concreto degli atti (contrari alla pubblica decenza) e a un pubblico, cioè persone, aggiungendo alla difesa del pudore e del buon costume da parte dello Stato (chiunque… è soggetto alla sanzione), questo stesso pubblico “offeso” ad essere in prima persona attivo nella difesa del proprio pudore e del buon costume.

Art. 726 cp. [aggiornato secondo il D.Lgs 15 gennaio 2016, nr. 8; G.U. 17 (22 gennaio 2016)]

Chiunque, in un luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti contrari alla pubblica decenza è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 10.000.

I commentatori spiegano:

Luogo pubblico è quello continuamente libero, di diritto o di fatto, a tutti o a un numero indeterminato di persone.

Luogo aperto al pubblico è il luogo al quale il pubblico può accedere soltanto in certi momenti, ovvero adempiendo alle condizioni poste da chi esercita un diritto su di esso ad es.  luoghi ove si tengono spettacoli o intrattenimenti pubblici, come i cinema, i teatri, le discoteche). Non vanno considerati, invece, aperti al pubblico i circoli privati, ove sono somministrate bevande alcooliche ai soli soci.

Un luogo è esposto al pubblico, cioè situato in modo che un numero indeterminato di persone possa percepire, in ogni caso o a determinate condizioni, ciò che in esso si trova o si fa, come può accadere per il balcone o la terrazza di un appartamento privato.

Un fatto in luogo pubblico o aperto al pubblico è sempre flagrante, cioè «è sufficiente che sia rilevato de visu in luogo pubblico o aperto al pubblico anche da privati cittadini» (Ronco e Romano, Codice penale commentato Torino, Utet giuridica, 2012, p. 688)

La ratio legis

La disposizione in esame trova la propria ratio nell’esigenza di garantire il rispetto delle regole civili, sottese alla società organizzata. [Constato che, come all’epoca di Antigone, oltre alle leggi scritte esistono anche delle regole civili, sottese alla società organizzata]

Per pubblica decenza si tratta, secondo la giurisprudenza, di un insieme di regole etico-sociali, che tutelano la società dai comportamenti disapprovevoli in senso generale, non dunque solo quelli definibili osceni. [Ho capito! Si tratta di regole etico-sociali…, quelle apprese col latte materno, che di solito si danno per scontate, che appaiono ovvie, che tutti imparano, condividono e ritrasmettono inconsapevolmente.]

L’analisi grammaticale

Con gli strumenti dell’analisi grammaticale (ne ho riempito quaderni quando frequentavo le medie) si vede che nell’espressione luogo pubblico pubblico è aggettivo; in luogo aperto al pubblico / esposto al pubblico pubblico è nome e attraverso la preposizione al dipende sintatticamente da aperto /esposto.

La differenza non è da poco. Nel primo caso pubblico ritaglia fra tutti i luoghi possibili, e definibili quel luogo che appartiene a tutti e a nessuno, usufruibile indistintamente, senza condizioni o limitazioni (salvo quelle specificatamente indicate dalla legge). Negli altri due casi l’attenzione viene portata sul sostantivo pubblico, viene richiamata la presenza passiva della gente, della società, delle altre persone, di “chiunque” …: nel primo caso con luogo pubblico si sottintende anche la garanzia che venga mantenuto tale, senza usi indebiti o appropriazioni (ad esempio, l’usucapione non si applica alle proprietà pubbliche). Negli altri casi la legge sembra premunirsi e difendere “il pubblico”, cioè i possibili spettatori, gli astanti, chiunque sia presente anche in altre situazioni. Persino nelle situazioni accidentali e involontarie, come quando “chiunque” alzando per caso lo sguardo vedesse dietro le finestre una persona al bagno.

 Tre cose:

  • La legge di fronte ad un possibile reato prende le difese del pubblico e implicitamente invita il possibile “reo” a stare attento, ad evitare di esporsi o di commettere indecenze
  • Presuppone che questo pubblico possa essere “offeso” da un determinato comportamento
  • Contrappone chiunque al pubblico. Il pubblico è nella legge, il chiunque è fuori legge.

Quest’ultima contrapposizione è degna di nota. È proprio la legge che traccia un confine, che delinea una forma di pensiero, che si immagina lo svolgimento di un fatto, per poi trarne conclusioni che sembrano coerenti. La legge assume che il singolo col suo comportamento definito “indecente”, automaticamente offende il resto della società. E siccome è in minoranza numerica, siccome non ha la legge che lo difende, è squalificato dalla stessa definizione del reato.

Un’altra cosa che non riesco a capire è come mai un pubblico possibile e passivo, che vede la famigerata indecenza, venga rivitalizzato, gli venga risvegliata un’attenzione, sollecitata una reazione, gli venga suggerito che sta di fronte a un’indecenza (anche se – per sua ignoranza – non la percepisce come tale) – e implicitamente lo spinge a sporgere denuncia, come si trattasse di un danno collettivo. Probabilmente il singolo in questione non percepirebbe quella situazione nemmeno come indecenza; ma la legge (nei commenti giurisprudenziali e nelle sentenze) fonda il reato proprio sulla supposta percezione dell’indecenza, dando per scontato e indiscutibile che le cose stiano effettivamente così. Se le cose stessero effettivamente così, non ci sarebbe bisogno di dirlo e ribadirlo con reiterate sentenze della Cassazione. La legge dunque persegue e delinea un modello di rapporti sociali con discriminanti che avendo il suffragio della maggioranza, passano per ovvie e scontate. Ma di cui la legge non dovrebbe occuparsi. In quali altri casi la legge si occupa della possibile “percezione” di qualcosa nella generalità delle persone? Per quali altri reati la legge mette a fondamento della definizione del reato proprio la “percezione” soggettiva estesa e generalizzata al resto della società?

La posizione dell’aggettivo

Tornando all’analisi grammaticale del testo dell’articolo, analizzo l’espressione “pubblica decenza”. Mi interessa la posizione dell’aggettivo: è prima del nome. Di solito non facciamo molto caso alla posizione dell’aggettivo, se è posto prima o dopo il nome. Ma la differenza non è da poco, ed è magistralmente usata da chi vuol far passare la propria idea. Esiste un postulato che dice che il valore informativo aumenta dall’inizio alla fine della frase. Se confrontiamo:

pubblica decenza

decenza pubblica

In entrambi i casi l’attenzione è richiamata sull’ultima parola: decenza e pubblica. Nel primo caso l’intenzione comunicativa sarà focalizzata su decenza, nel secondo caso su pubblica, cioè quella che  ha a che fare coi luoghi pubblici e con persone definite “pubblico”: l’aver scelto pubblica si contrappone con tutti gli aggettivi che sarebbe stato possibile intercambiare in quella stessa posizione.

La posizione dell’aggettivo prima del nome mette in moto una selezione fra i significati dell’aggettivo e addirittura ne produce altri: inconsapevolmente vengono veicolati e poi vengono intesi, i significati metaforici, traslati, astratti, ideali, generali di quell’aggettivo. A riprova, la posizione dell’aggettivo non è liberamente intercambiabile, perché entra in campo un significato diverso che può essere inadeguato o contraddire la realtà: possiamo dire povera bestia, ma bestia povera è difficile concettualizzare che cosa sia. Alto magistrato è una cosa, un magistrato alto è un’altra. Quando dico un bel discorso trasmetto come indubitabile la mia valutazione, richiamo quasi una categoria ideale: “questo si chiama un bel discorso!”. Quando dico un discorso bello, ho scelto bello fra altre alternative possibili, quasi si nota che sto cercando le parole più adatte per quel caso particolare, concreto;  il tono è semplicemente descrittivo e non richiamo alcun modello ideale.

Di solito la posizione dell’aggettivo davanti al nome crea con esso un concetto unico (alta corte vs. camera bassa; bassa manovalanza vs. pelle chiara, buon viso vs. viso buono; somma decenza vs. decenza teatrale (Gozzi)), mentre l’aggettivo posto dopo il nome è messo a confronto con i concorrenti non scelti e viene semantizzata quella scelta  e il rigetto delle altre.

Soffermandoci ad analizzare la differenza di significato dell’aggettivo in pubblica decenza contrapposto a luogo pubblico si nota che il primo non può essere concettualmente suddiviso nei suoi componenti, altrimenti cambia anche il concetto complessivo, mentre il secondo può essere l’inizio di un elenco di luoghi particolari. Confrontando pubblica decenza e decenza esteriore appare evidente il passaggio dall’astratto al concreto: il primo allude a un principio; il secondo giunge quasi a significare pulizia.

Il concetto di “pubblica decenza” è stato introdotto nella legislazione italiana dal codice Rocco. E da qui si è imposto con tutta l’autorevolezza (o coercizione) del regime che aveva alle spalle e riaffermato probabilmente anche da qualche spunto della filosofia gentiliana.

Il Grande dizionario della lingua italiana (il Battaglia), alla voce moralità, suggerisce come sinonimi pubblica decenza, buon costume. Ritroviamo pubblica decenza come sinonimo di nettezza. In questo caso richiama un concetto del diritto canonico (impedimentum publicae honestatis – già nelle Decretali IV, 2, 4 di papa Gregorio IX) che ci avvicina al possibile significato retrostante dell’aggettivo pubblico. La publica honestas disegna un progetto di società auspicabile, secondo principi morali. Non è escluso che analoghi principi sussistano anche dietro il concetto di pubblica decenza. L’astrazione ha portato a confondere, intercambiare liberamente decenza igienica (vedi la definizione di luogo di decenza) con decenza sociale e decenza morale. Oppure ha generalizzato a livello astratto, ideale, morale un concetto che originariamente si riferiva alla realtà effettuale.

Indecenza per indecenza

Qualche giorno fa, alle olimpiadi, gli allenatori mongoli, come forma di protesta contro un giudizio arbitrale, si sono spogliati in pubblico. Che incivili! Che primitivi! In realtà penso che abbiano mostrato pubblicamente con un gesto “indecente” e umiliante, l’indecenza, l’ingiustizia e l’umiliazione della decisione arbitrale. Indecenza per indecenza.

La protesta degli allenatori mongoli

 

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 22 agosto 2016, in Atteggiamenti sociali con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. Resta pur sempre da definire cosa sia indecente, immorale, inadeguato e cosa no! Di fatto nulla lo determina e tutto viene lasciato all’incertezza del parere delle persone che, momento per momento, rappresentano il pubblico oppure ai rappresentanti della giustizia (militi, giudici, eccetera) che si trovino a dover gestire la situazione. Facile comprendere come situazioni analoghe (identiche vorrei dire, ma è giuridicamente impossibile che due situazioni siano definibili identiche, anche se lo sono per noi) possano portare a due reazioni anche assai diverse: dalla totale indifferenza del pubblico alla reazione di offesa (in genere di una piccola parte del pubblico), dall’indifferenza dei militi al fermo del presunto reo, dallo stralcio della denuncia perchè il fatto non rientra nei limiti del 726 al passaggio in giudicato, dall’assoluzione perchè il fatto non sussiste alla condanna (che poi essendo ormai depenalizzato in realtà sii dovrebbe parlare solo di sanzione amministrativa, per altro assai più gravosa di quanto avvenisse prima). Una grave, anzi gravissima discriminazione, questo si che è indecente!

    Altro discorso…
    Può ritenersi giusto che sia la maggioranza ha decidere cosa è o non è giusto? Si, e allora perchè mai in un numero sempre maggiore di casi si parla di diritti della minoranza? perchè ci si scandalizza a fronte di chi propone o mette in atto divieti per il burkini, di certo utilizzato da una minoranza? perchè le regole dei Cattolici (oggi chiaramente in minoranza di fronte all’insieme di atei, ortodossi, valdesi, mussulmani, eccetera presenti in Italia) devono essere elevate a standard sociali di stato?

    Infine, che è poi il punto dove si vuole andare a parare: Il nudo è indecente o immorale o inadeguato?
    Può la natura essere indecente, immorale, inadeguata? Può in uno stato laico essere un costume cattolico (per altro legato ad un breve momento storico dell’Italia e della Chiesa) a dettare legge? Può una malattia (il fastidio per il nudo, proprio o altrui, è nell’elenco mondiale delle malattie psicologiche) essere elevata a standard sociale? Può essere, specie nella società occidentale attuale dove la presa di coscienza verso i poteri psicologici condizionanti (pubblicità, religioni, politica, eccetera) ha indotto atteggiamenti di protesta e ribellione, il condizionamento a dominare la ragione? Possono essere le menti condizionate ad aver ragione su quelle libere?

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  2. Ah, cosa assai importante… perchè mai c’è così bisogno di creare complesse regole, tra l’altro alla fine discriminanti in quanto impossibili da applicare con oggettività, per difendere il pubblico (alias, le persone) da un qualcosa che può magari provocare fastidio, ma di certo non provoca danno materiale? Non sarebbe tutto più semplice se, in assenza di danni espressamente materiali (e il fastidio benché forte o anche irresistibile è bel lungi dall’essere un danno espressamente materiale), ognuno fosse libero di comportarsi secondo propria volontà girando a chi ne prova fastidio l’onere di sottrarsi alla situazione allontanandosi, girandosi o, più educativamente e semplicemente, abituandocisi (che spesso ci vuole proprio molto poco)? Non è forse vero che così è stato ed è per moltissime altre situazioni, ad esempio i tatuaggi e il piercing?

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