Ricordi d’infanzia


Mi rimangono alcuni ricordi della mia infanzia che riguardano la mia nudità.

1. Seconda elementare appena iniziata, ottobre. Adoro il mio maestro, mi faccio in quattro per la sua approvazione. Mi slego, il cervello comincia a girare, ad aprirsi: tutto mi interessa, di tutto sono curioso. Studiare è un piacere, un gioco, un’avventura, una caccia al tesoro.

Era forse un giovedì, allora si faceva vacanza, verso le quattro o le cinque del pomeriggio. Non fa ancora freddo e l’uscio di casa è aperto. Mia mamma mi ha fatto il bagno, mi ha messo a sedere sul tavolo della cucina e mi sta asciugando. Passa questo maestro che era stato da un nostro vicino elettricista. Ci riconosce e, come si dice, “mette dentro la testa” per un saluto.

Non sento per nulla vergogna del mio essere nudo. E credo che a quell’epoca non la sentissi con nessuno. Caso mai il contrario: il fatto che il maestro mi vedesse nell’intimità della vita quotidiana e durante il bagno era eccezionale e proprio questa sua eccezionalità non poteva che aumentare il legame di confidenza, di familiarità, di apertura col maestro. Questo semmai ricordo, non che mi sentissi vergognoso, a disagio, “scoperto”. Ed è una sensazione che ho ritrovato fin dalla nostra prima escursione, quando il vetro affumicato del pudore, dell’inaccessibilità di certe parti “protette” agli sguardi, d’incanto è caduto in frantumi, lasciandomi la gradevole sensazione di un’espansione, di una liberazione, di un respiro fresco e profondo, come anche di una solidità perfetta e affidabile in me stesso nei confronti degli altri, con quell’unico corpo che avevo… e che ho.

2. Un paio d’anni dopo frequentavo la quarta o la quinta elementare. Era il periodo delle enciclopedie comprate a rate. La Mondadori ne aveva tradotta una americana, I mondi dell’uomo, che continuamente sfogliavo, la divoravo avidamente. Finché un giorno arrivò il volume sesto “Uomo, famiglia, società” e vidi la fotografia di alcune persone nude sedute a dei tavolini di un bar, come fosse una cosa normale! Quella fotografia mi incantava, mi attirava, tornavo spesso a guardarla. Fosse stato possibile, mi sarei tuffato nella fotografia per trovarmi come per magia in quella realtà. Mi sentivo i nervi vibrare, li sentivo agitarsi come vibrisse o tentacoli, antenne radar in traccia di qualcosa di bello e allettante.

Da un'enciclopedia delgi anni '60

Da un’enciclopedia delgi anni ’60

La didascalia mi ritornò ogni tanto alla memoria, sibillina e promettente, e ogni volta mi faceva riflettere: dimenticata la prima parte, mi rimaneva da un lato la tolleranza e dall’altra la ferma riserva di quel “costoro”, davvero sprezzante, che svelava un giudizio di condotta a dir poco riprovevole.

Non sapevo nulla di sesso, qualcosa che ancora non esisteva. Ma già ero pieno di strana elettricità: la situazione specialissima di persone nude, ma normali e tranquille! «Ma non hanno vergogna?» mi chiedevo. Vedendomi al contrario come dentro la tuta e scafandro di un palombaro… come se quell’altra realtà, quel mondo da utopia che vedevo nella fotografia, per quanto normale, naturale e possibile, fosse da vivere per assaggi brevissimi, come in apnea, perché era troppo, era esagerato e non si potesse resistere a lungo senza in qualche modo morirne.

Terrori che assalgono i bimbi che a lor modo capiscono per vaghe allusioni, malcerte spiegazione e poi provvisoriamente reincollano i cocci. E ne traggono regole di buona condotta, modesta e decente. Regole che da buoni neofiti si assolutizzano e diventano di una serietà e severità da tribunale.

3. Il terzo ricordo mi riporta alla prima media, quando non ho più voluto che mia mamma mi assistesse quando facevo il bagno. Tutto il mistero stava laggiù, nelle parti basse, nel piciolino che nessuno doveva vedere. Avevo un segreto inviolabile: né per fiducia, né confidenza sarebbero riusciti (“loro”, gli “altri”) ad infranger lo scudo: “soldato di Cristo”, cresimato, chierichetto…

Rimase alla fine solo l’occasione, la complicità dei primi giochi innocenti e azzardosi con cugini o compagni: il solito “giochiamo ai dottori?”, col respiro che si mozzava in gola prima di finir le parole; o la vista reciproca del sancta sanctorum contrattata al centesimo, sincronizzata al secondo. E furtiva, brevissima, curiosità ancora una volta insoddisfatta. Oramai moneta di scambio: vederci il corpo come tagli di carne bovina appesi in macelleria.

Uffa!

Ma poi finalmente si cresce, non ci si sta più nei vestiti. A strappar la camicia, far saltare i bottoni non è un Nembo Kid in incognito, l’incredibile Hulk, un  licantropo inconsapevole, ma semplicemente noi stessi, come fin dall’inizio avremmo potuto già essere: senza scafandri, divise, vestiti decenti e modesti, camicia bianca dei giorni di festa.

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 24 novembre 2016 su Motivazioni del nudismo. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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