Il nudismo nuoce più del fumo passivo (lo dicon le multe)


La società c’ingaggia come militanti del suo status quo, nel confermare se stessa e perpetuare le sue fondamenta, i suoi valori, la sua struttura; le basi del viver comune: civile, rispettoso, dignitoso. Sono tre aggettivi che sottintendono gravi impegni per il singolo, il giogo cui è sottomesso, la carretta che deve tirare. Non sempre la contropartita è commisurata allo sforzo, alla frazione di libertà che ci viene sottratta, alla decima fiscale (una taglia si diceva sotto Venezia), che qualcuno ha deciso che dobbiamo pagare, come se vivere in società fosse un contratto di mezzadria in cui noi stessi siamo però proprietari dei beni, calcolati per soprammercato come cespiti in addizione.

La società non ci ha mai chiesto un parere, né contrattato le quote, facendoci a volte ingoiare dei rospi (come ad esempio l’ipocrisia, la doppia faccia del male minore), le contraddizioni stridenti fra la “virtù pubblica”, da costruirsi sulla propria persona, per poi esibirla nel comportamento esemplare, come fosse una divisa elegante (e simbolica) da portare in servizio, e i “vizi privati”, tollerati o sanzionati a seconda del grado col quale la singola individualità vuol emergere; incoraggiare o reprimere secondo che sia vantaggiosa od eccessiva e scorretta.

Ognuno hai propri tappeti sotto cui scopare mende personali più o meno consapevoli. Di queste abbiamo vergogna noi stessi, senza che la società ce ne rimandi il riflesso per cui arrossire. Penso a certe indolenze, a pigrizie mentali, a certi egoismi spacciati a noi stessi come giusto orgoglio o fondata autostima, a certi arrivismi, a certi “diritti dei dritti” propugnati a gomitate. Di questi non sentiamo pudore, anzi, pensiamo sia eroico e sacrosanto difenderli (i pulpiti holliwoodiani ce lo van strombazzando da sempre), e per i quali venir rispettati, proprio perché per essi abbiamo combattuto e lottato.

Una delle ipocrisie che la società ci impone di difendere con un impegno assunto come scelta personale, come si trattasse di un arruolamento volontario per una crociata di santi ideali o per gli alti concetti di patria, di progresso (o allettati dalla moderna sirena del successo), è il “rispetto pubblico” verso noi stessi: ci fa paladini di una battaglia non nostra, che sborda dai limiti della persona, ci fa carico quasi di un debito ereditato, che è nostro dovere estinguere per non doverlo a nostra volta insoluto trasmettere, di un comportamento che non vorremmo esemplare, che non vorremmo esser noi a difendere e confermare.

 

Costumi adeguati, rispettosi, modesti

Se dietro un rispetto dovuto dobbiamo cercare un diritto che va salvaguardato, il profilo che demarca questo rispetto è stabilito però dalla società (che in questo non riconosce come prevalenti e per prima non rispetta i diritti e le irrinunciabili prerogative individuali: non è il singolo a stabilire quali siano le linee di una buona condotta, dei costumi adeguati, rispettosi, modesti). La scelta nudista ha messo a nudo questa interferenza, questa imposizione o ricatto sociale. Alla società non importa quali siano i confini della modestia/pudore individuali: non imporrebbe con tanta severità i propri, cioè quelli pubblici, non collegherebbe specularmente il rispetto che si deve a se stessi col rispetto che si deve agli altri membri della società, non ci investirebbe del dovere di ritrasmettere e perpetuare la propria “organizzazione dei valori”, i propri criteri di valutazione, la propria scala di priorità. Nella stanza da bagno puoi far quel che vuoi, ma almeno tira le tende! Ma per strada, ma già nel tuo stesso giardino o balcone, non sei più così libero, e l’occhiuto controllo sociale t’impone dei limiti, ti puoi metter nei guai se per caso ti si vede prendere il sole come mamma t’ha fatto.

 

L’eccezione per alcuni che conferma la regola (quasi) per tutti

Una contraddizione (e ipocrisia) che non posso accettare è anche questa: che talune persone, “pubbliche” per definizione, possono fare eccezione (artisti, registi e modelle): anzi, più sono pubbliche e più fanno eccezione… o viceversa. Il solito richiamo al “primo emendamento” (sbandierato come il contenuto vero della libertà e della democrazia) non vale per le anonime persone private. Ma contraddittoriamente: le stesse persone “pubbliche” che in nome della libertà di opinione ed espressione possono permettersi di forzare, se non infrangere, i costumi vigenti, questi che fanno della trasgressione prudente e controllata il veicolo della propria notorietà (che i media ritrasmettono come un modello comportamentale, out quel tanto che basta e un formidabile strumento di asservimento e controllo delle masse) sono ancor più condizionati dalle norme e dai riti sociali che devono seguire, appunto sul filo dell’infrazione, pena il flop di popolarità, il mancato plauso/ approvazione/consenso.

Se un settimanale illustrato alletta i propri lettori con foto osé di divi in mutande, o che provano in calette escondidas a far del nudismo, nessuno ha da ridire. (Loro, gli adulti, sono nudi, ma il pargolo ha il suo bel costumino e il volto sfocato, come s’addice a persone politicamente corrette). Nemmeno se poi si viene a sapere che l’han fatto per soldi. Un divo può farlo, è un poco più libero di una persona normale ed anonima. Un divo è funzionale all’ordinamento sociale; gli strali della reprimenda moralistica non lo colpiscono, anzi si ritorcono contro chi li ha scagliati, bollandoli d’esser bigotti e oscurantisti. Se un privato cittadino prova a fare lo stesso, rischia una multa esosa e non si capisce per quale danno reale.

Il fumo fa male, ma il nudismo fino a 200 volte di più

Il fumo fa male: a chi fuma e a chi gli è vicino, c’è scritto su ogni pacchetto di sigarette che compri (vedi le nuove scritte dissuasive: “Il fumo causa ictus e disabilità”; “Il fumo causa il 90% dei casi di cancro ai polmoni”; “Il fumo può uccidere il bimbo nel grembo materno”; “Il fumo riduce la fertilità”; e ancora “Il fumo aumenta il rischio di impotenza”): la multa (dai 25 ai 300 euro). Il danno a se stessi e agli altri è assicurato e da tempo clinicamente provato (quasi 50.000 articoli su PubMed).

La semplice e mera possibilità che la mia nudità sia visibile pubblicamente è punita a discrezione di un agente dell’ordine. «Chiunque, in un luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti contrari alla pubblica decenza è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 10.000» – al solito ridotta di 1/3 se pagata entro 5 giorni (è da ricordare che la massima sanzione, oltre la quale c’è la reclusione, è di 50.000 euro: diffamazione, reati sportivi, frode fiscale…). Senza che mi si contesti o sia altrimenti palesemente dichiarata e accertata la nocività verso terzi del mio comportamento! Sono danni morali, mi si obietterà. Ok! Ho ben capito qual è la morale dello stato che incassa, o dietro quali alibi ancor si nasconde. Difende la maggioranza che lo sostiene. Chiunque farebbe altrettanto una volta al potere.

A proposito di  multe: l’eccesso di velocità rappresenta un possibile pericolo, anzi, direi un reale e comprovato pericolo, “clinicamente provato” dicono dagli ospedali e dall’Istat, ed è giusto che venga sanzionato. La multa massima per il caso più grave: viaggiare a 60 km oltre il limite (3287 euro) con un mezzo pesante (+ 50%: 3287 + 1643,5 = 4939,5), tra le 22 e le 7 del mattino (+ 1/3: 4939,5 +  1646,5 =   6586) supera di poco la multa minima per “atti contrari alla pubblica decenza” (5000 euro).  È solo un paragone, non ho la preparazione giuridica per capire di più, il perché e il percome.

Se lo stato usa le multe per farmi entrare in testa un concetto, che cosa ne devo dedurre?

Ebbene qualcuno mi spiega finalmente in che cosa consiste il danno, l’offesa, il pericolo, reale comprovato, della pubblica nudità? È poi così grave da ricorrere a ripari tanto drastici e pesanti? Obiettivamente, dico. Certo che tiro l’acqua al mio mulino, sto minimizzando: ma che cosa sto minimizzando, che cosa non è una bagatella? Che cosa non avrei ancora capito di come funziona la società e del possibile pericolo rappresentato dalla mia nudità? Ma soprattutto: dove sta l’indecenza?

La società erge le proprie barriere a difesa di ciò che le sta più a cuore… pardon, di ciò che le dà maggior tornaconto. Divi e modelle non avrebbero contratti, auto sportive e profumi (il massimo del superfluo, dello spreco, della vera indecenza! dell’esibizione sfacciata del proprio ego… asociale), non potrebbero far leva sull’erotico appeal di seni e cosce scoperte, di corpi nudi e scultorei, di figure ideali o idealizzate, eroiche, mitiche, d’eccezione, funzionali alla promozione; da proporre come dannunziana “favola bella” ai comuni mortali; proiezione emotiva, consolatoria e bastantemente gratificante a noi poveri tapini normali, a noi “perdenti” che non ce l’abbiamo fatta ad emergere, e che abbiamo bisogno dei paradisi irreali di Photoshop per fiondarci in un mondo da serra, costruito ad arte per farci ancora più poveri.

La fattoria

La legge, grande ipocrisia, si autodichiara eguale per tutti, si autoidentifica con la giustizia con tanto di bilancia e benda sugli occhi. C’è sempre qualcuno “più uguale” degli altri: nella fattoria degli animali umani, guai a chi trasgredisce le norme che tengono in piedi la baracca, la gerarchia. Come a far capire: guai se la società fosse davvero egualitaria con gli stessi diritti e rispetti per tutti. Non siamo tutti uguali, è una constatazione, ed è giusto che chi più vale, emerga, trovi il suo spazio… Non è piuttosto la legge della giungla?

Una società che non si vergogna delle proprie contraddizioni, delle bugie che è costretta a far bere, delle ingiustizie che per prima introduce, dei due pesi e due misure che applica a proprio arbitrio, che non ripara le proprie imperfezioni man mano che sorgono, non è una società in cui mi piace vivere, in cui è bello stare insieme. Si vede che – e ingenuamente non l’avevo capito prima, povero allocco – il potere vero, il potere di dare vigenza, certezza e potere alle leggi non sta nel sigillo di stato, ma da qualche altra parte. Che venga da qui anche l’opposizione al nudismo, sancita e sacrata (l’etimologia è la stessa) dalla legge, piegata strumentalmente a vantaggio di pochi? – opposizione tuttora immotivata, o motivata con argomentazioni scontate, con inviluppi retorici e contorcimenti tautologici, col richiamo a inviolabili tradizioni, a vuoti truismi –. E per conseguenza, verrebbe pure da lì la schiuma frenata di certi esibizionismi impuniti, questi sì spudorati, offensivi e socialmente dannosi?

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 27 novembre 2016, in Atteggiamenti sociali con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. Buongiorno, sono Fausto Presti iscritto da tempo al Vostro blog, che seguo con interesse come nudista con 52 anni di pratica alke spalle !Dal momento che, da oltre 20 giorni non trovo Vostri articoli nella mia casella di posta, vorrei essere sicuro che effettivamente null’altro è stato per ora pubblicato e non, piuttosto, che sia io ad avere problemi con Outlook. Grazie per l’attenzione e, fin d’ora, tanti auguri per le prossime festività.

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