Archivio mensile:dicembre 2016

Pescatori in torbiera


Sto ancora rimuginando fra me la parola “possibilità”: l’articolo del codice punisce la nudità perché o quando sussiste la possibilità che il “pubblico” possa vederla.

Ci aggiungo l’osservazione che l’ammontare-base della multa (5.000 euro) è la stessa prevista per le gare “in velocità con veicoli a motore” (art. 9ter del Codice della Strada).

La possibile vista del nudo è equiparata dalla legge (viste le multe) al possibile danno fisico di un facilmente prevedibile e probabile incidente! Giustissimo prevenire, ma…

***

Qualche giorno fa, prima che sorgesse il sole sono andato in torbiera: volevo farmi alcune foto da nudo ai primi raggi del sole. Il giorno prima nel pomeriggio era arrivato un po’ di scirocco e quella mattina l’aria non pizzicava, il cielo era limpido e terso come in certe giornate di marzo.

Stavo per di inoltrarmi lungo gli argini sui cui corrono i sentieri fra un bacino e l’altro, quando notai un’auto in un prato e due pescatori che preparavano le canne e provavano le lenze.

Il sole fa tutto d'oro

Il sole fa tutto d’oro

Fatte le mie foto, ritornai. Conoscendo bene i luoghi, avevo già deciso che una foto me la sarei scattata anche nel prato dove era parcheggiata la macchina dei pescatori, perché lì c’erano due o tre gelsi che facevan da siepe fra un fondo e un altro: un paesaggio abbastanza fotogenico con la luce rosata e radente del mattino. Certo la presenza dei due pescatori mi poneva qualche esitazione: anzi, mi sfidava a mettere alla prova le mie convinzioni e di conseguenza a tradurre in pratica quel che avevo in mente di fare. Era un impedimento che andava affrontato; quel colpo di frizione che mi fa sgommare sicuro e preciso.

I due pescatori stavano ancora preparando il necessario per la pesca. Mi “caricai di indifferenza”, perché così mi pareva il modo migliore perché l’azione risultasse ovvia e naturale: liberi loro di pescare, libero io di farmi una foto come meglio mi piaceva. Piazzo il cavalletto con la macchina fotografica e con gesti rapidi e sicuri mi tolgo felpa di pile e pantaloni; e dopo aver premuto il pulsante dell’autoscatto mi avvio sotto il gelso per il mio selphie. Ritorno al cavalletto, controllo com’è uscita la foto; mi rivesto e me ne vado tranquillo. Uno sguardo indietro per eventuali reazioni… Nulla. “Bene così!”

 

Atoscatto sotto un gelso. I pescatori sono alle spalle della fotocamera

Autoscatto sotto un gelso. I pescatori sono alle spalle della fotocamera

La possibilità

E capisco all’improvviso, nuotando e avvolgendomi attorno ai miei stessi pensieri, che cosa poteva voler dire possibilità! Benché fatto raro, è stato possibile e normale che due pescatori mi avessero visto nudo per i fatti miei, in barba a tutti gli usi e costumi, alle consuetudini, convenienze ed anche alla legge. Voglio dire: una possibilità per loro. Quella possibilità che la legge, decidendo per loro, gli vorrebbe negare; quei presunti pericoli o danni che gli vorrebbe evitare; quell’occasione per verificarne nei fatti l’effettiva pericolosità. Mi sa, ma finché esisterà il capriccio di un divieto, posto solo per il gusto di vedersi ubbiditi, esisterà – Adamo ed Eva mi son testimoni – un desiderio, una tentazione eguale e contraria; finché esisterà il divieto verso l’altrui nudità, attiva e passiva, sopravviverà alle mille censure il desiderio di andarla a scoprire, per confermare alla fine null’altro che la naturale ovvietà dell’umana anatomia. Vuol dire dunque che il divieto, e chi lo ha istituito, han fatto di quella parte anatomica un simbolo, rinviando a un sistema di valori e di pratiche atte a regolarne e indirizzarne la specifica fisiologia, l’han caricata di significati funzionali alla cultura e alla morale, al comportamento sociale, l’han sequestrata ai legittimi corpi, l’hanno intellettualizzata per poterla manovrare a dritto e rovescio come un gioco di prestigio (! nei due sensi della parola), come un esercizio dialettico-filosofico-teologico-scientifico, se ne sono avocata la gestione pubblica, ne han fatto un’instrumentum imperii. Lo slogan delle femministe era: il corpo è mio e lo gestisco io! Siamo ancora lì!

Vignetta di Altan. Da l'«Espresso», agosto 2016

Vignetta di Altan. Da l’«Espresso», agosto 2016

“Allora è questo che viene punito” pensai fra me, “creare questa possibilità, gesto reale nella vita reale. Una possibilità per la nudità di dimostrare che non è poi la fine del mondo. Un’eccezione per mettere in dubbio una regola.” Che è un poco diverso dal dare l’esempio: mi spoglio nudo in un prato non per indurre altri a farlo (spogliarsi è una questione privata e va rispettata): il mio gesto ha solo una finalità che si esaurisce in se stessa, un diritto personale che cerco di godermi. Non è un messaggio, un insegnamento (gli altri forse non sanno pensare? hanno bisogno di una guida illuminata? saremmo noi nudisti questa guida?)

E più ancora, non essendomi spogliato per ostentare alcunché, allora non era nemmeno un atto dimostrativo teso a uno scopo, come atto di una militanza o di una qualsiasi causa. Ho semplicemente dato una possibilità al mio diritto, che quasi rubavo, di potermi spogliare in luoghi che mi piacevano, per motivi miei, senza la censura preventiva verso sguardi altrui e senza il minimo timore di offendere.

La nudità è un pericolo pubblico

La legge dice che è un atto lesivo, irrispettoso (e vorrebbe sottintendere: verso gli altri): che procura un danno reale, equiparabile per gravità a un incidente per guida pericolosa. Ciò che vedo è semplicemente che qualcuno pensa a pescare e qualcun altro si fa un autoscatto. Che c’è di strano? Il nudo, forse? Ciascuno è o non è padrone del proprio corpo? È libero o no di decidere quanto di sé possa essere visibile pubblicamente? O ci sono dei possibili danni effettivi e rilevanti che al momento non riesco a vedere, una specie di bomba a scoppio ritardato?. O questi “danni” sono solo presunti o colpiscono altrove o più oltre. E il divieto è solo una misura opportuna e preventiva per evitarli? E perché dunque è permesso e legittimo il nudo “artistico”, quello della pubblicità, perché sono tollerate prostituzione e pornografia? Semmai i danni potrebbero essere quelli conseguenti o facilmente intuibili degli atti osceni, i desideri e gl’istinti risvegliati (innaturalmente, malsanamente) come riflessi condizionati dal fatto stesso della nudità, ma qui intervengono altri articoli, giusti e severi.

 

L’invadenza

Perché la longa manus di una credenza (maggioritaria fin che si vuole, ma solo maggioritaria) corre a metter le braghette al negretto, mi intima l’alt con una multa salata? È forse perché non voglio questa invadenza, mi sto difendendo da questa ingerenza, non voglio mani altrui sul mio corpo, e men che meno sul mio ciripicchio? Per quale motivo non possiamo esser padroni del nostro corpo e sottostare invece a norme ed usi che non comprendiamo e non condividiamo? Il malesempio è punito severamente, come si trattasse di un grave incidente provocato deliberatamente. Eh, già: vedere in giro qualcuno nudo e considerarlo cosa normale, questo sì che è un grave incidente: uno scandalo! Il danno grave non è tanto del pubblico che vede (di solito indifferente), va oltre. Il nudo va probabilmente a minare l’ordinamento che ha creato il divieto, l’autorità che ha imposto un certo costume, una certa modestia per legge, che finora poteva tenermi al guinzaglio con lo strozzo del pudore inculcato. Che basti il venticello di un minimo atto privato per far cadere il castello di carte ai «padroni del nudo»?! È come il re nudo di Andersen: che tema il sistema di essere visto nudo esso stesso?! Che la siepe che impone alle persone tra loro sia la stessa frapposta tra queste stesse persone e il suo quartier generale? “Un divieto che dura da secoli, non può esser cattivo: c’è di mezzo anche la legge a difenderlo!” O piuttosto, viceversa: si è pensato di sostenerlo con una legge appena si è notato che di per sé cominciava a vacillare? “Per un tizio balordo che si fa selfie in campagna, e ancor più per degli escursionisti nudisti in vena di stramberie, che preferiscono la montagna ai centri creati apposta per loro, dovrei rischiare la mia autorità, il mio diritto a istruire e guidare il popolo-bue? Che novità sono? Sono pericolosi! Per questo li multo! Per questo concedo che quelle menti bacate abbiano i loro centri isolati e cintati, liberi di rotolarsi come porci nel brago… Per proteggermi il resto, chiaro!, la gran maggioranza della gente a posto e pulita, di sani principi. E mostrarmi tra l’altro moderno, aperto al turismo europeo.”

 

La pesca

E io, indifferente alle lagne di tonache e toghe mi faccio in autoscatto da nudo sotto un gelso perché mi va di farlo, con due pescatori che pensano a pescare o a cui nulla gl’importa di quello che faccio. Poveri e innocenti, li dovevo lasciar stare, non scioccarli con l’esibizione delle mie comunissime grazie, non insinuar loro pensieri satanici, tentazioni malate che è meglio lasciare sopite (e che non sarebbero nemmeno malate – anzi, non ci sarebbero proprio, se non ci fosse il divieto), mostrare con un atto davvero minimo e insignificante che esiste la possibilità che le vecchie regole possano esser cambiate, che d’un tratto abbiano perso significato e necessità. Basta l’evidenza a volte…

Il pescatore pensa

“Sono nudo! Posso starmene nudo. Mi prendo questa possibilità. Anch’io ho le mie tesi, come Lutero, da inchiodare sul portale della chiesa di Wittenberg. È la mia Riforma. Le cose devon cambiare, non possono esser più come prima, non devono esser più come prima”. Tre passi avanti, e crolla il mondo beat, cantava Celentano.

Essere nudi è sentire in sé l’adrenalina di una nuova identità, di sentirsi uomini in un modo diverso, di provare la saldezza di una dignità personale nuova e perfetta, di una decenza schietta e naturale, e non perché obbediente e ossequiosa, al suo posto nel ruolo assegnato, regolare e papalina. Che c’è di più “decente” di come si è per natura? Nella nuda sincerità che non si nasconde, perché nulla davvero ha da nascondere, nulla devo ad ordini esterni, a una “condotta socialmente accettabile”. Una prodezza senza macchia e senza paura, primigenia; salutare azzeramento di vincoli, regole, imposizioni, falsificazioni, doppi sensi e doppi giochi. Un coraggio che ci viene dal sapere quel che non vogliamo, come diceva un re spartano (Tucidide I, 84, 3).

Sì, sono il malesempio, poveri pescatori. Ormai è fatta, un sasso nello stagno: qualcuno gira in campagna ed è nudo e, scandalo sopra scandalo, nessun fulmine lo ha incenerito all’istante.

Le parole che finora sottolineavano la differenza con severi giudizi morali additando le pecore nere sono in via di estinzione: sta vincendo la libera opzione: indifferente come sceglier la camicia al mattino, la cravatta intonata, il giubbino o il cappotto. Parafrasando san Paolo (Colossesi 3,11): qui non vi è più né nudo né tessile, circonciso o non circonciso, modesto o spudorato, libero o ghettizzato, furbino o fesso multato…

Periplo basso del Monte Maddalena (Brescia – BS)


Uno dei panorami

Uno dei panorami osservabili lungo questo percorso

Individuato e percorso già tanti anni addietro quando era ancora solo deboli segni su una carta IGM, l’ho utilizzato per i miei primi allenamenti di TappaUnica3V e rifatto in questi giorni trovandolo assai interessante.

Trattasi di un anello che, partendo dai pressi del centro storico di Brescia e tenendosi costantemente di poco sopra la quota cittadina, combinando fra loro strade, stradine e sentieri effettua per intero il periplo del Monte Maddalena. I lunghi tratti immersi nel bosco consentono la visione di diverse specie floreali, mentre quelli più brevi al libero permettono di allungare lo sguardo sulla città, sulla Pianura Padana che la cinge a meridione e sui monti che ne fanno corolla sui restanti tre lati.

La lunghezza è certamente superiore a quella delle più classiche escursioni, ma il profilo altimetrico, con lunghi tratti sostanzialmente piatti, ne svela il docile carattere adatto pressoché a qualunque escursionista. Se amate la corsa in montagna è certamente il percorso ideale per mantenervi allenati durante i mesi meno adatti alla più alte quote ed è anche un itinerario ben fruibile come primi passi di avvicinamento al trail.

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi bresciane – Catena Bresciana Orientale
  • Partenza: Brescia, via Pier Fortunato Calvi; parcheggio solitamente non problematico sul lato sud della strada, altre possibilità nelle strade confinanti.
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza
  • Quota di partenza: 164 m
  • Quota di arrivo: 164 m
  • Quota minima: 164 m
  • Quota massima: 701 m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 955 m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 955 m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 21,33 km
  • Tipologia del tracciato: principalmente strade sterrate, a seguire sentieri abbastanza regolari, infine qualche tratto di asfalto.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E3P
  • Tempo di cammino: 7 ore
  • Segnaletica: per buona parte sono presenti segni e tabelle nell’ufficiale bianco-rosso, il tratto finale si sovrappone al sentiero 3V “Silvano Cinelli” ed è pertanto indicato con i relativi segni e tabelle bianco-azzurri, il tratto dal Colle di San Vito a Botticino presenta tabelle segnaletiche ai bivi, il tratto che precede il Colle di San Vito non è segnalato ma comunque facilmente individuabile.
  • Rifornimenti alimentari e idrici: negozi di alimentari in città, i più vicini sono in Piazza Arnaldo e in Via Crocefissa di Rosa.
  • Rifornimenti idrici naturali: a due terzi del percorso si trova una ricca e fresca sorgente.
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: alberghi della città.
  • Possibilità di piantare tende (ovviamente per bivacco: singola notte e pronta rimozione al mattino): no.
  • Fattibilità del nudo (nella speranza e nella convinzione che la normalizzazione sociale della nudità farà presto diventare questa un’indicazione superflua): scarsa di giorno, ampia nella notte.

Profilo altimetrico e mappa

Si parte con un sensibile salto di quota a pendenza media, poi si prosegue a lungo con lievi variazioni e pendenze di massima leggere fino ad un discreto salto posto a due terzi del percorso al quale segue una breve discesa impegnativa. Si conclude con un tratto facile seguito dall’importante ma sostanzialmente facile perdita di quota finale su strada asfaltata e ciottolato.

GPSies - Monte Maddalena - Periplo basso

Clicca sull’immagine per accedere alla mappa dinamica con profilo

Relazione tecnica

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Inizio di via Goletto

Percorrere verso est per intero la via Pier Fortunato Calvi, ora seguire a sinistra via Maurizio Malvestiti e quando termina andare a destra per via del Goletto. La salita si fa ripida e dopo una curva a sinistra lasciare la strada asfaltata per prendere a destra una stradina a ciottoli (continuazione di via Goletto) che con ampi scalini sale stretta tra una casa e un muro di cinta. Senza possibilità d’errore si prosegue lungo tale stradina che dopo due curve prende direzione est e spiana sensibilmente per arrivare, con visione sul Castello di Brescia e parte della città stessa, nella storica località del Goletto. Attraversato il largo piazzale asfaltato prendere il sentiero (La Collettera) che sale fiancheggiando sulla sinistra il muro di confine d’una villa. Ignorandone le poche diramazioni lo si segue senza particolari problemi d’orientamento fino a sbucare sulla strada asfaltata di Via Buttafuoco. Si scende per tale strada verso sinistra, dopo un centinaio di metri prendere a sinistra uno stretto sentiero che, con lieve salita, porta alla scalinata del Viale dei Caduti con la quale si perviene al piazzale della Chiesa (ed ex convento) di San Gottardo. Dopo una breve sosta per godere dell’ampia vista ammirabile dal lato occidentale del piazzale (parte nord della città con l’inizio della Val Trompia, la Punta Almana e il Monte Guglielmo), aggirare sulla sinistra la costruzione e scendere per viale alberato alla strada asfaltata della Maddalena nei pressi del capolinea dei pulmini urbani (eventuale punto di partenza e arrivo per chi volesse ridurre il dislivello, limitate, però, le possibilità di parcheggio in zona) da dove è possibile ammirare la parte orientale della città e spingere lo sguardo verso la Pianura Padana.

Chiesa del San Gottardo

Chiesa del San Gottardo

Inizio Senter Brusàcc

Inizio Senter Brusàcc

A sinistra prendere una larga strada a ciottoli che ripidamente sale nel bosco. Dopo centocinquanta metri la strada svolta decisamente a sinistra e la pendenza si attenua sensibilmente, si oltrepassa il bel bosco de “Le Farnie” pervenendo al Casì del Termen dove la strada, con ultimo strappo, curva a destra e diviene sterrata (sentiero Gasusì). Seguendo il piano sterrato si perviene ad un primo tornante, subito seguito da un altro dove, con breve ripida salita, la strada entra nel bosco. Dopo un lungo tratto che alterna brevi salite a tratti pianeggianti si esce dal bosco e sulla destra si nota una zona lavorata per le discese in mountain bike, la si oltrepassa e dopo una curva a sinistra si abbandona la larga sterrata per alzarsi un paio di metri sulla destra in prossimità di una grossa pianta (località Rasega; cento metri più avanti lungo la strada principale si perviene alla pozza e alla cascina della Margherita). Ignorando il sentiero che molto ripido sale a destra (sentiero Giordano Giuseppe Bailetti), prendere quello che, pianeggiante, entra nel bosco in direzione est (Pista Forestale della Val Fredda o Senter dei Brusàcc), ad un imminente bivio tenere a sinistra in piano e proseguire, con qualche scorcio tra i rami del bosco sull’abitato di Nave, a mezza costa pervenendo alla piccola Pozza di Valfredda. Si sale a destra per poi svoltare a sinistra, superare una prima valletta e con mezza costa in leggera discesa pervenire ad una seconda stretta valletta pluviale, da qui in discesa si oltrepassa un’altra valletta dopo la quale la discesa si fa più diretta e ripida. Persi una trentina di metri di quota il sentiero volge a destra e riprende a salire superando altri due solchi pluviali. Poco dopo aver oltrepassato (attenzione!) il toboga di una pista di down-hill ciclistico (Susy) si perviene ad un bivio, salire molto ripidamente per il sentiero di destra. Dopo un tratto di falsopiano una ripida discesa ci fa perdere quasi settanta metri di quota, una curva a destra ci immette in un tratto pianeggiante che porta alla strada asfaltata di Muratello, ben nota ai ciclisti per la sua estrema difficoltà e per essere stata teatro di alcune edizioni del Giro d’Italia.

Incontro floreale sul Senter Brusàcc

Incontro floreale sul Senter Brusàcc

Seguire a destra il nastro d’asfalto e con ripida salita procedere fino ad una stretta curva ad esse, nel mezzo della curva imboccare la stradina sterrata che si dirama sulla sinistra (in caso di dubbio procedere lungo l’asfalto fino al vicino tornando dove sulla sua destra un breve sentierino riporta su tala sterrato). Superata la ripida salita di un tratto cementato, proseguire pressoché in piano lungo la stradina ignorandone le diramazioni (che sono tutte o in discesa o in salita). Quando la strada sale ad una ben visibile e vicina cascina con larga zona prativa (cascina Zani) prendere la sterrata che ripidamente scende a sinistra e seguirla fino al primo tornante dove s’imbocca sulla destra un sentiero pianeggiante che in breve porta alla Casina di Pino con limitrofo Roccolo di Monte Salena. Scesi alcuni rudimentali scalini scavati nella roccia si prosegue in piano, dopo poco il sentiero si trasforma in largo sterrato e con breve discesa conduce alla Cascina di San Vito, ottimo punto per la meritata sosta pranzo.

Cascina di San Vito

Cascina di San Vito

Sorgente Beghelogne

Sorgente Beghelogne

Imboccare la strada asfaltata che sale da San Gallo e seguirla in discesa fino al primo tornante, lasciato l’asfalto prendere a destra la larga strada sterrata (via San Vito). Giunti alla prima casa accosta alla strada (sulla sinistra e poco più in basso: Case Oprandi) scendere brevemente a sinistra e prendere la più alta delle due strade che proseguono verso sud. Giunti ad altra casa (località Damonti) dove la strada termina proseguire in discesa per un sentiero che si abbandona quasi subito per risalire di pochi metri sulla destra con un ripidissimo sentiero a prendere altro sentiero. In piano si perviene ad altro bivio, prendere il ramo di sinistra, poi in discesa man mano più ripida costeggiando il lato superiore dei prati di alcune cascine (Busi e Moci) si perviene ad un ulteriore bivio. Tenere a destra in salita, poi in piano si arriva alla Sorgente Beghelogne. Costeggiare a destra la Casina Supili posta subito dopo la detta sorgente, al bivio scendere per asfalto a sinistra oltrepassando il cancello d’ingresso di detta cascina dove la strada svolta a destra e scende con accentuata pendenza. Al primo bivio prendiamo a destra per una strada sterrata in leggera salita che presto si trasforma in largo sentiero. Al primo bivio andare in discesa a sinistra pervenendo in pochissimi metri alla via Maddalena che seguiamo verso destra fra i campi finché, all’inizio di una ripida discesa cementata, sulla destra diparte un sentiero. In piano si prosegue lungo il sentiero attraversando un ampio prato con vista su Botticino e Rezzato e poi, dopo un lungo mezzacosta nel bosco, una valletta. In prossimità di un capanno da caccia alzarsi per sentiero sulla destra pervenendo in breve ad una strada sterrata che si segue a sinistra. Dopo una breve ripida discesa la strada s’immette su altra sterrata, prendere in salita a destra, poco dopo il tracciato si fa più stretto trasformandosi in sentiero che, con lungo traverso verso sud, raggiunge la Bassa del Fieno per poi risalire, con alcuni tornanti e un ultimo ripidissimo tratto, al crinale meridionale del Monte Maddalena.

Pozza Darnei

Pozza Darnei

Medaglioni e via San Gaetanino

Medaglioni e via San Gaetanino

Scendere pochi metri a sinistra lungo il crinale per imboccare a destra il sentiero che costeggia a monte la Pozza Darnei (Sentèr dei Caài), con lungo piano e panoramico (ampia visione sui laghetti di San Polo e la Pianura Padana) traverso procedere verso ovest oltrepassando una pozza (Pozza Zezia) dove il sentiero sempre pianeggiante prende direzione sud e, con altro tratto panoramico, porta al Triinal, largo costone erboso che sovrasta l’abitato di Sant’Eufemia. Per ripido e rovinato sentiero scendere lungo tale crinale fino alla seconda grande piramide di sassi, qui a destra prendere il sentiero pianeggiante che riprende direzione ovest (nord-ovest per la precisione). Alternando salite e discese anche piuttosto ripide il sentiero attraversa diversi valloncelli pluviali e raggiunge un tornante della strada asfaltata della Maddalena. Seguiamo l’asfalto a sinistra in discesa, oltrepassando il capolinea dei pulmini al Gottardo e la strada da cui siamo arrivati durante la salita. Dopo circa un altro chilometro e mezzo di discesa siamo in località Medaglioni dove sulla sinistra si stacca una larga strada a ciottoli (via San Gaetanino) che prendiamo scendendo ripidamente tra le case. Dopo pochi metri si perviene a un bivio, andare a destra in forte discesa e, oltrepassando un sottopasso e un tornante della strada asfaltata, seguiamo fedelmente il ciottolato fino al suo termine nei pressi di un altro tornante della strada asfaltata. Sulla destra scendere una breve larga scala, ancora alcuni metri di discesa su ciottolato e si perviene nuovamente all’asfalto che seguiamo a destra in discesa. Giunti al piccolo piazzale alla base della discesa (punto di partenza del Sentiero 3V “Silvano Cinelli”, centocinquanta chilometri di sentieri che, superando quasi novemila metri di dislivello, percorrono tutto il crinale che circonda la Val Trompia separandola dalla Val Sabbia e dalla Val Camonica, le tre principali valli bresciane) proseguire verso nord imboccando a destra via San Rocchino che si segue fino a rientrare al punto dove abbiamo parcheggiato l’auto.

Il Triinal

Il Triinal con una delle piramidi di sassi, sullo sfondo le case di Sant’Eufemia

Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto dell’effettuazione del giro in marcia continua (ovvero senza soste) e costante (ovvero senza sensibili variazioni di andatura) con una velocità media di 3,5km/ora (la velocità che un escursionista mediamente allenato può mantenere con costanza indipendentemente dalla pendenza del terreno). In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Brescia – via Pier Fortunato Calvi 0:00
Goletto 0:15
San Gottardo – fermata pulmini 0:30
Rasega di Cascina Margherita 0:40
Cascina di San Vito 1:40
Pareti di Santa Lucia – incrocio sentiero che sale da Botticino Sera 1:10
Pozza Darnei 0:25
Triinale – bivio sentiero San Gottardo 0:40
San Gottardo – fermata pulmini 1:00
Brescia – via Pier Fortunato Calvi 0:40
TEMPO TOTALE 7:00

#TappaUnica3V gli allenamenti proseguono


Nel precedente report scrivevo di voler incrementare la mia velocità di cammino e infatti sto lavorandoci sopra parecchio: corsa in piano su asfalto con lunghezza contenuta per l’allenamento di base (ho fatto per la prima volta nella mia vita i dieci chilometri e con un tempo discreto: un’ora e otto minuti) ed escursioni su percorsi brevi (attorno ai dieci chilometri) con limitato dislivello (sotto i mille metri) dove alternare la corsa al cammino per allenare la velocità su terreno specifico.

A questo lavoro, che definisco di velocità pura, ho abbinato quello per la resistenza in velocità, altro importante aspetto che mi darà quel margine in più sui tempi del giro permettendomi, qualora dovesse essere necessario, di forzare parecchio l’andatura e recuperare eventuali ritardi. Resistenza in velocità vuol dire allenarsi sia sul piano fisico che su quello psicologico, il primo è comunque molto condizionato dal secondo: finché la mente regge anche il fisico, seppur provato o addirittura stremato, continua a fare la sua parte. Ecco, così, i percorsi di media lunghezza (attorno ai venti chilometri, che in seguito cresceranno fino a trenta e magari anche oltre) con discreto dislivello (tra i mille e i duemila metri) costituiti da un ripetuto alternarsi di salite e discese.

Lavoro massacrante, anche perché uscendo mediamente due volte alla settimana i recuperi sono sempre incompleti e il mal di gambe è ormai diventato un fedele e quotidiano compagno, ma comunque un lavoro che affronto volentieri, di più… mi ci sono appassionato: è stimolante riuscire a percorrere in pochissime ore quegli itinerari che tipicamente facevi o si fanno in una giornata intera, è piacevole sentire i muscoli, ivi compresi quelli deputati alla gestione del respiro, che lentamente si allentano dallo stato di affaticamento, è rassicurante avere tali margini di controllo sui tempi di cammino, è affascinante percepire in velocità il mondo che ti circonda, veder scivolare via sotto i tuoi piedi chilometri e chilometri di terreno, sassi, pietre, erba, fiori, rami che appaiono e scompaiono in tempi brevissimi, immagini di monti, prati, laghi, cieli che com’esuli pensieri in frazioni di secondo s’imprimono nella mente, affascinante!

Ecco, in ordine di effettuazione, i percorsi che mi sono inventato tra novembre e dicembre, alcuni classici itinerari, altri mie pure ideazioni.

Periplo basso del Monte Guglielmo 31,13 chilometri con 1420 metri di dislivello in circa sei ore.

Anello di Sant’Emiliano da Gardone Val Trompia 13,54 chilometri con 808 metri di dislivello in due ore e trentaquattro minuti.

Anello di Cà della Rovere 7,12 chilometri con 345 metri in un’ora secca.

Anello Caregno, Stalletti, Medelet, vette Guglielmo, Tiragna, Caregno 18,64 chilometri con 1243 metri di dislivello in tre ore e quarantotto minuti.

Nuova esplorazione (parziale) del sentiero che dal Colle di Sant’Eusebio porta al Monte Tre Cornelli e stavolta sono riuscito a correre parecchio anche nei tratti di salita (leggera).

Monte Campione da Bovegno 17,33 chilometri con 1213 metri di dislivello in tre ore e cinquantasei minuti.

Periplo basso del Monte Maddalena 21,41 chilometri con 979 metri di dislivello in tre ore e ventiquattro minuti (relazione tecnica del percorso).

Frammiste a queste le uscite più tranquille fatte in compagnia di mia moglie.

Punta Almana da Inzino 12,4 chilometri con 994 metri di dislivello.

Monte Conche da Caino 10,21 chilometri con 773 metri di dislivello.

E quella, notevolmente più tranquilla, con il gruppo di Mondo Nudo.

Anello del Monte Palosso da Valle di Lumezzane 9,36 chilometri con 829 metri di dislivello.

Innocenza edenica


L’espressione innocenza edenica con cui concludevo il mio articolo precedente ha continuato a presentarsi alla mente e a indurmi a considerarla più attentamente, ma più spesso mi sono esposto passivamente alle suggestioni che mi inviava, curioso di dove voleva portarmi, degli orizzonti che mi stava aprendo, dei collegamenti che poteva agganciare come fosse un amo da pesca lanciato nella corrente dei pensieri.

Il peccato ci fa uomini (meglio, cristiani)

Il primo pensiero affacciatosi evidenziava una contraddizione nella nostra mentalità comune. Nonostante tutto l’apprezzamento e l’allettamento quasi utopico di quella situazione paradisiaca, si è frapposto un impedimento, una situazione di definitivo non-ritorno quasi un perentorio richiamo alla concretezza (assolutamente imperativo per una persona “matura e civile”), come se la colpa, la caduta (e la conseguenza del dolore e della fatica del vivere) si fosse trasformato in un provvidenziale trampolino di lancio per una concezione nuova e responsabilmente più matura dell’Uomo, per capire compiti e dignità di un uomo che voglia considerarsi tale, quasi si dovesse continuamente riscattare con le proprie forze, per riportarsi in pari, o almeno vicino a quell’ideale.

Una seconda contraddizione consiste nel fatto che, pur raggiunto questo livello di autonomia e dignità, che lo getta nudo nel mondo e nei flutti della storia, e se la cava dignitosamente con le sole sue forze, debba comunque sentirsi in grato debito della vita al suo “Creatore”, riconoscere e accettare una condotta di vita dettata dall’alto, una morale che gli distingue il “bene” dal “male”, in attesa del rendiconto finale, come un massaro al suo signore:

«Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Matteo 25, 34-36, già in Isaia 58, 6-7).

 Le sette opere di misericordia corporali ci acquisteranno misericordia nel giudizio finale, cioè il perdono dei peccati, e il premio del Paradiso celeste. Misericordia significa avere un cuore che si intenerisce per le sfortune, infelicità, miserie altrui e proprie. Come anche nella parola tolleranza, ci vedo sempre quel pizzico di presunzione che pone chi usa misericordia o tolleranza su un gradino di distinzione da cui elargire la propria elemosina, il proprio insignificante surplus… noblesse oblige… Ma meglio: quel piccolo obolo, quella minima beneficenza frutterà il paradiso, si tratta dunque di un investimento. Il tornaconto è moltiplicato di un fattore uguale a quanto consideriamo generoso e magnanimo il giudice-ragioniere.

E quel modello, quel racconto, quel mito, ci vien raccontato come se riguardasse tutta l’umanità, e non soltanto i seguaci di una determinata religione. Questo “cattolicesimo” (cioè estensione totalitaria a tutto il mondo e al genere umano) e il missionarismo che ne discende, oltre che essere una pretesa bella e buona, costruita ad arte come definizione di un progetto divino, urta contro il diritto personale, democratico, civile e condiviso (nel senso di “relativo alla pacifica convivenza nella medesima società di opinioni e credenze diverse”), di non avere fedi, o di poter scegliere liberamente quella che più ci aggrada, senza per questo sentirci il dito puntato dell’anatema, del tradimento, del disonore, della superba pretesa di ritenersi migliori di altri e starsene isolati dalla maggioranza con l’aristocratica puzza sotto il naso, di un agnosticismo pusillanime e di comodo. Come se anche solo la minimissima percentuale dell’1-∞ di “pecorelle smarrite” fosse il cavallo di Troia che minaccia l’intera umanità o un rischio di sopravvivenza per la religione stessa (“non c’è più religione!”). O si tratta di un risentimento, non tanto velato, di fronte al fatto di non aver ancora portato a termine il comandamento “andate e predicate il Vangelo a tutte le genti”.

La camicia di contenzione: prevenire, terrorizzare, umiliare

La seconda considerazione riguarda la colpa, la trasgressione del comandamento divino. Mi nascono dubbi sull’effettiva onnipotenza e onniscienza di Dio, se permette al Maligno di entrare nel suo giardino, se non ha previsto questo “attacco” … se è impotente di fronte al virus di Satana (probabilmente l’aveva effettivamente e subdolamente pianificato, criptandolo con la virtù dell’obbedienza, quando ha imposto il divieto stesso, quando ha lasciato aperta la backdoor della tentazione, della possibile intrusione). Sinceramente queste questioni non mi toccano minimamente: toccano solo il credente, chi giura sulla Bibbia, chi sente di aver bisogno di una fede – e di questo tipo di fede. Tuttavia le conseguenze, quelle sì, riguardano tutti i cittadini, perché la morale di questa religione è storicamente confluita pari pari nell’attuale ordinamento legislativo, da Costantino e Giustiniano in poi. Il tenere al guinzaglio le persone inventando per loro una “coscienza” (una telecamera di sorveglianza a distanza) con cui controllarle (rinfacciando, quasi beffardamente, proprio l’aver gustato del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male) è stata una genialata. Ma altrettanto genialata è stato postulare un Dio inconfutabile, vero, eterno e giusto per definizione, ottimo sotto ogni rispetto, e perciò autorevole e indiscutibile, con un suo piano di “salvezza” per ciascuno di noi e per tutti. Tradire questo piano significa remare contro, essere asociali, non partecipare al “progetto della salvezza” (da che cosa non si sa, lo si lascia nell’indeterminatezza, alla varia e personale attribuzione di significato), non contribuire al “progresso” umano, non lavorare “nella vigna del Signore”. E per chi lo accetta, una trasgressione, anche involontaria, significa tirarsi addosso il tremendo castigo di Dio nell’al di là e un senso di colpa nell’al di qua, che reclama una riparazione, un riscatto, pagato a suon di buone opere, pentimento, penitenza e buoni propositi. Come se l’uomo, per natura sua fosse matto da legare, agitato all’inverosimile dalle sue passioni che si azzuffano come gatti in un sacco. Passioni che tradirebbero la nostra bassa origine biologica che ci accomuna alle bestie, incivili perché non moderate dall’etichetta che si richiede in società.

Iznogud

I protagonisti del fumetto di  René Goscinny

I protagonisti del fumetto di René Goscinny

Proprio perché abbiamo peccato, siamo stati scacciati da quel giardino di delizie, dove non esistevano il lavoro, il dolore, i doveri, gl’impegni, le responsabilità, il sesso, i figli, la società, la morte. Non lo meritiamo più. A dir la verità, nemmeno mi piacerebbe passare la vita da Alì Babà, come per converso non mi piace che mi sia stata instillata questa aspirazione, fallimentare sin dall’inizio, di “diventare califfo al posto del califfo” come nel celebre fumetto (e analogamente fallimentari sono le disavventure della Banda Bassotti o di Wile E. Coyote).

Vado a pescare…

Detto su ciò tutto il male possibile, anche la bella espressione “innocenza edenica” si svuota dei suoi valori “positivi”, appunto perché funzionale a legittimare e confermare la presupposizione di un polo opposto, la connaturata esistenza e immanenza del suo contrario: il male, la colpa, la caduta, la punizione, quella spiegazione dei fatti. E di conseguenza, ritengo che la libera pratica del nudismo non può essere legata a nessuna ideologia, a nessun quadro culturale o morale, a nessuna credenza, a nessun movimento, militanza, partito, filosofia o utopia. Esattamente come nessuno ci può negare il diritto a campare, ad essere quel che vogliamo essere, a scegliere mogli ed amici, lavoro, cibo, sport, interessi. E non vorrei nemmeno usarla come argomento forte contro i nostri “detrattori”, nel senso che richiamandoci all’innocenza perduta, ci facciamo facile bersaglio dell’accusa che non abbiamo i piedi per terra, che viviamo nell’utopia, che il paradiso terrestre, volere o volare, è perduto per sempre, che ci manca il senso di socialità e condivisione di valori e persino il senso della dignità umana, e non abbiamo vergogna del nostro contegno quanto meno indecente, ma anche amorale, asociale, offensivo, impositivo, presuntuoso. Entriamo in un quadro dipinto da altri, ad arte. Non possiamo criticarlo senza prenderne a prestito gli stessi percorsi argomentativi. Possiamo solo andarcene da un’altra parte, per i fatti nostri. E cercar di far valere quei diritti della persona che nessuna fede, legge o filosofia, nessun ordinamento sociale, nessuno Stato può presumere di inquadrare, gestire… appropriandosene da padrone. Non m’importa se al momento nessuna legge ci garantisce questa assoluta libertà: me la prendo – punto e basta! Come al tempo di Antigone, esistono delle leggi più grandi di quelle scritte, esistono dei diritti personali che non ci possono esser scippati, nemmeno in nome del superiore bene comune.

E sto pensando, portando il pensiero all’estremo, all’assurdità di una Patria, o di uno Stato, che come un burattinaio vorrebbe reggere i fili delle nostre esistenze, che ha mandato a morire ragazzi non ancora ventenni, ripagandoli con la retorica di circostanza e falsamente commovente del Bollettino della Vittoria. O richiamando la sentenza lapidaria, romanamente imperiale e immortale: dulce et decorum est pro patria mori (dalle Odi di Orazio; frase che Wilfred Owen definì “la vecchia bugia”). E appunto nella poesia Dulce et decorum, Owen scrive che di fronte alle efferatezze umane, persino il demonio si sente sorpassato, si dimette, “è stanco di peccare”. Mi chiedo se a questo punto non vogliamo togliere al Padre Eterno una delle sue novissime prerogative, e anticipiamo da noi il tremendo giudizio universale, con la nostra morale, che salva i codardi e gli irresponsabili e manda a morire gli innocenti, i poveri docili agnelli indifesi, con la promessa di una risurrezione in gloria nei monumenti, nelle epigrafi solenni, nelle ricorrenze, nelle coccarde, nei papaveri rossi.

A cent’anni di distanza le cose sono cambiate: costa troppo il decoro. E non mi pare fuori luogo aggiungere che decoro appartiene alla stessa famiglia di decenza, che a sua volta deriva da decet “si addice, è conveniente, è giusto così”. Ma chi l’ha detto?

Grazie, vado a pescare…

AUGURI! E calendario 2017


Anche questo duemila e sedici volge al termine, un nuovo anno è ormai alle soglie, è tempo di tirare le somme e prepararsi per affrontare nuove sfide o le solite con rinnovato spirito.

Per noi di Mondo Nudo questo 2016 è stato un anno di cambiamento, dal nome dei nostri eventi, passato da un poco aperto e ormai obsoleto “Orgogliosamente Nudi” ad un più invitante e attuale “VivAlpe”, alla visione del nudismo, passato dalla sterile idea di una pratica alternativa alla visione sociale tessile all’evoluto e comunicativo concetto di normalità del nudo. Cambiamenti che hanno dato i loro frutti permettendoci un recente avvicinamento di diverse realtà dell’escursionismo e del trail:

  1. nostra parlante presenza alla serata sul sentiero 3V “Silvano Cinelli” organizzata dal Bione Trailers Team;
  2. partecipazione al Blogger Contest 2012 promosso dal blog Altitudini, con selezione del nostro scritto  tra i 18 finalisti;
  3. rilancio del nostro programma VivAlpe 2017 su Mountain Blog;
  4. articolo sul Mondo Nudo e le nostre escursioni per la parte sportiva della Gazzetta;
  5. ripresa del suddetto articolo da parte di BlastingNews
  6. intervista a Emanuele su Radio Popolare;
  7. contatto da parte di un filmaker, che collabora con importanti canali televisivi nazionali, per la produzione di un documentario sull’escursionismo in nudità.

Anche il nostro modo di scrivere si sta man mano evolvendo e, abbandonata definitivamente la controproducente tendenza al piangersi addosso per una presunta incomprensione sociale nei confronti del nudismo, stiamo sempre più avvicinandoci alla comunicazione schietta e sincera, una comunicazione impostata sulla parità, un’educazione tra pari che si pone l’obiettivo di aprire una linea di dialogo, e ancor più una “Zona di Contatto”, con tutti coloro che faticano a comprendere il valore della nudità, sia personale che sociale: i nostri eventi sono ormai frequentati anche da amici che preferiscono camminare vestiti, la nostra speranza è che, oltre agli amici nudi, anche quelli vestiti tendano ad aumentare nel corso del 2017.

A proposito di numeri… Ad oggi, purtroppo, contiamo tra le nostre file una sola famiglia con figli. Per poter diffondere un messaggio forte ed estremamente efficiente è fondamentale la presenza di tutte le fasce d’età, ivi comprese quelle dei più giovani, in particolare quella dei bambini che, inopinatamente e spregiudicatamente, vengono sovente tirati in ballo per negarci l’opportunità di stare nudi all’aria aperta o addirittura per contrastare in toto l’esistenza stessa del nudismo. Per dimostrare coi fatti quello che tutti noi ben sappiamo (i bambini adorano stare nudi e vivono benissimo la nudità degli adulti, anzi, i bambini che crescono nella nudità crescono assai più protetti e maturi verso le problematiche sociali afferenti la sfera del corpo e della sessualità) speriamo e confidiamo in un prossimo incremento anche di questa tipologia di presenze.

Detto questo ringraziamo tutti coloro che ci leggono e tutti coloro che, attraverso la frequentazione dei nostri eventi, sono passati dal limbo dello spazio web alla fisicità dello spazio reale.

Per ringraziarvi tutti in modo tangibile abbiamo realizzato il calendario 2017 di Mondo Nudo che potete scaricare cliccando sulla foto sottostante.

Scarica il calendario

Scarica il calendario

Grazie, grazie a tutti e tanti auguri.

augurimn2017

Nudismo come tornasole


Ho dovuto occuparmi di storia negli ultimi mesi. Risultato: un libro che ho presentato lo scorso lunedì. Fra i libri consultati, anche le Sei lezioni sulla storia di Edward Carr, uno dei maggiori storici inglesi (noto per la sua Storia della Russia Sovietica). Notissime sono anche le sue Sei lezioni sulla storia tenute all’Università di Cambridge nel 1961, tradotte in Italia nel 1966 e più volte ristampate.

Nella prima di questa lezioni, dopo aver parlato della metodologia storica del liberalismo, fa un paragone interessante:

«Era l’età dell’innocenza, e gli storici vagavano per il giardino dell’Eden senza uno straccio di filosofia per coprirsi, ignudi e senza vergogna dinanzi al dio della storia. Dopo di allora, abbiamo conosciuto il Peccato e abbiamo vissuto l’esperienza della Caduta: e gli storici che, al giorno d’oggi, fingono di fare a meno di una filosofia della storia, cercano semplicemente di ricreare, con l’artificiosa ingenuità dei membri di una colonia nudista, il giardino dell’Eden in un parco di periferia. Oggi non possiamo più evitare di rispondere all’imbarazzante domanda.»

Durante la mia presentazione ho letto e commentato brevemente la citazione:

«Per tutto paradosso, proprio in una colonia di nudisti, magari uno vede che ha degli abiti mentali, degli abiti sociali, degli abiti comportamentali di cui non si rendeva conto, e di fronte ai quali il pudore è soltanto il primo dei molti veli che abbiamo.»

È la prima volta che parlo di nudismo in pubblico ai miei concittadini. La voce non mi tremava; mi è sfuggito solo un risolino prima delle parole colonia nudista, più per condividere col pubblico la stranezza del paragone e della parola stessa in un contesto importante.

Nessuno poi, alla fine, mi ha detto nulla in proposito. A me basta, pur facendo l’innocentino nel nascondermi dietro l’autorità accademica di Carr, aver buttato il mio sassolino.

La frequenza alle nostre escursioni, il cambiamento di mentalità avvenuto in questi ultimi anni, mi ha portato a parlare con naturalezza anche di situazioni che prima o avrei semplicemente evitato o, costretto, avrei espresso con evidente imbarazzo.

E proprio in questi giorni sul sito di Richard Foley (animatore del NEWT Naked European Walking Tour), per citare solo gli ultimi esempi, sono state postate due fotografie che esprimono in tutta evidenza l’indifferenza, la normalità, la naturalezza della convivenza e rispetto reciproco fra nudisti e non-nudisti. E soprattutto la possibilità di questa convivenza. È pur vero che la Germania non è l’Italia: ma nel nostro piccolo abbiamo avuto anche noi diverse occasioni e dimostrazioni che la convivenza e il reciproco rispetto sono tranquillamente possibili.

Il nudismo può esser considerato come la cartina al tornasole del livello di civiltà di una società, del diritto di ognuno di presentarsi come si vuole, senza che ci sia un “pubblico” che detta leggi di accettabilità, che imponga discriminazione anche sulle cose più futili come il colore dei calzini o la riga dei pantaloni, in nome di una “classe” che non è acqua. Infatti non è acqua, ma un sanbenito di penitenza e mortificazione. Se il nudismo può essere considerato come un ritorno ingenuo e illusorio allo stato di origine, mi chiedo che cosa ci sia di così maligno e perverso, di così contronatura e antisociale nell’innocenza edenica.

Escursionisti tedeschi nella Svizzera Sassone

Escursionisti tedeschi nella Svizzera Sassone

Durante un'escursione in Turingia

Durante un’escursione in Turingia

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