Archivio mensile:gennaio 2017

Amò pötèl (“ancora bambino”)


A sèt agn i è pötèi a setanta i è amò chèi
“a sette anni sono bambini a settanta sono ancora gli stessi”
(proverbio lombardo)

La gita di domenica scorsa (22 gennaio) sul Monte Maddalena mi ha riscoperto una parte emotiva di me rimasta sepolta per anni. Nel pomeriggio, nonostante i buoni chilometri già macinati, d’improvviso sentii l’allegria di volermi spogliare. Non so io stesso le ragioni: razionalmente potrei dire 1) non sprecare la prima occasione; 2) testimoniare lo stile delle nostre escursioni. Ma ripensandoci, nessuna di queste ipotesi è sufficiente. Sentivo un impulso interiore, una forza, una spinta, incurante di tutti, degli altri gruppi di escursionisti che potevano passare e vedere. Che vedessero pure: dentro la mia sfera di vetro mi sentivo al sicuro di tutto; anche se mi avessero visto non avrebbero pensato altro che bene; sentivo una energia buona, una dolce insistenza, un “dovere” assoluto più grandi di me; e talmente ovvi da non doverci pensare, talmente forti da non richiedere alcuna giustificazione. A me stesso per primo. Sentivo quella stessa caparbietà che avevo da bambino quando intraprendevo qualcosa, quando pieno di entusiasmo, infiammato da curiosità e voglia di fare, venivo totalmente assorbito in qualche nuovo gioco: un lavoro al traforo, una barchetta con un bocciòlo di canna, una capanna sul greto del torrente fuori paese, un arco con cui uccidere immaginari nemici…

Ma c’era anche qualcosa di più, perché sessant’anni (e qualcuno di più) non sono passati inutilmente e prudenze, avvertenze, cautele eran presenti, continuavano a mostrarsi, a punzecchiarmi, ad ammonirmi, a fantasticarmi pericoli. Eppure avvertivo una leggerezza nei pensieri, anzi solo uno ne avevo, quello di un autoscatto. A paragone mi viene l’immagine di un uovo che schiude, la vivacità di un pulcino che si lascia i gusci alle spalle e saltella nell’erba, si asciuga ai raggi del sole.

Brescia, Monte Maddalena, Prati del Trinale. spogliatosi di tutte le vesti si fa scattare una fotografia, nudo nella nuda natura, felice come solo l’infante quando viene liberato dal cilicio delle vesti, pannolino compreso [Emenuele https://emanuelecinelli.wordpress.com/2017/01/24/inaugurato-vivalpe-2017/]

Brescia, Monte Maddalena, Prati del Trinale.
«Spogliatosi di tutte le vesti si fa scattare una fotografia, nudo nella nuda natura, felice come solo l’infante quando viene liberato dal cilicio delle vesti, pannolino compreso.» [Emanuele]

Mi viene in mente anche la parola innocenza. Ma subito la scarto. In questa parola c’è tutta un’impalcatura di pensieri che ci portiamo dietro, delle connessioni in catena infinita: nel seguirle ti stanchi prima di vederne la fine, né sai dove ti abbia portato, pensieri di pensieri; e così sempre qualcosa rimane sospeso e irrisolto, conosciuto a metà, annebbiato in lontananza. Non avevo pensieri, senza la cappa del dubbio, senza l’esame di coscienza come morale vorrebbe. Uno di quei momenti con una lucidità mentale che abbaglia e mette in ombra tutto il resto. Una determinazione nel fare, un imperativo cui senz’altro ubbidire. Una cosa totalmente mia: nessun suggerimento, nessuna imitazione, emulazione, dimostrazione. Un’euforia, una frenesia, un formicolio morbinoso mi percorreva le braccia, mi attrappiva i muscoli dei lombi e mi spingeva all’azione. Un’azione, capisco adesso, semplice e netta, senza orpelli di pensieri, progetti, finalità. E sempre nell’umore di un’ebbrezza forte e soave, come rare volte m’è capitato di provare.

Non so chi comandava dentro di me. Non me n’importa: era una cosa mia, assolutamente da fare. La ragione per un momento sospesa, per godermi lo sprazzo di un modo di vivere al di fuori di tutto il contesto che abbiamo costantemente presente, che ci fa la coscienza e il giudizio nel far quotidiano.

A questo punto, non so quanto il nudo in sé abbia contato. Infatti. Non coglievo io stesso la differenza. Ero ancora io, e solo io, in una continuità coerente ed esaltante, una soddisfatta coscienza, un’attenzione limpida e sveglia. Mentre mi toglievo felpa e maglietta, mentre mi abbassavo le bretelle dei pantaloni (rosse: icona in se stessa che sa di unico e strano, quasi una magia fuori dal tempo, una fiaba che stava accadendo), mi sentivo giusto e perfetto come non sono mai stato (o come non ricordo di esser mai stato). E poi, da nudo, ancor più la sensazione di non esser nessuno, uno dei tanti, uno come tutti, tranquillo e contento di una cosa da niente. Appena velata la sensazione di aver conquistato qualcosa. Che cosa, se non la schietta, semplice, serena, incolpabile percezione di esser “a posto”, di esser giusto così?

Poi la mente ci ricama, parla di libertà, di premi, di conquista, di diritto e via dicendo. Ma la primitiva sensazione, quel sentirmi a sessant’anni passati ancora pötèl è stata impagabile.

Con altri compagni di gita tutto questo non sarebbe successo.

P.S. Non preoccupatevi per il mio barbalicchio: data la temperatura si comporta come il mercurio di un termometro, anzi, sensibile com’è, ho cominciato a chiamarlo proprio Mercurio, il messaggero degli dèi.

#TappaUnica3V, non sempre si può vincere


Come ricordava il ritornello di una vecchia canzone, non sempre si può vincere e stavolta ho sofferto, tanto e male, ho sofferto e sbagliato, ho dovuto interrompere un allenamento accorciandolo sensibilmente. Già avevo un poco sofferto due giorni prima facendo una dieci chilometri di corsa in piano, stavolta è stato anche peggio. Certo, se non sbagliavo percorso probabilmente avrei portato a termine il giro previsto ma… soffrendo ancora di più.

Avevo programmato una trenta chilometri, in parte ricalcava un anello fatto lo scorso anno e, visti i tempi fatti nelle ultime uscite, sono partito baldanzoso, convinto di poterlo fare in un massimo di sei ore, ma con la speranza di restare nelle cinque. Arrivo al parcheggio del Colle di Sant’Eusebio poco dopo le sette, Il termometro dell’auto segna meno quattro, tiro un bel respiro e me ne esco dall’auto… beh, tutto sommato non sento poi così freddo, l’abbigliamento che sto utilizzando si dimostra sempre più una scelta azzeccata.

Indossato il nuovissimo zaino da trail con calma m’incammino lungo il sentiero che, dopo pochi metri dolci, subito s’impenna con decisione, per giunta su un terreno rovinato dal passaggio delle moto. Supero questo tratto in un unico balzo e con un’andatura in crescendo, le gambe girano bene e il fiato pure, ottimo.

Una decina di minuti e sono all’inizio di un lungo diagonale in falsopiano, la traccia larga e regolare lo rende ottimale per correre e così faccio e… gambe dure, non ne vogliono sapere di correre, fatti pochi metri devo tronare al passo. Sarà il freddo? Boh, in verità non sento freddo e non sento nemmeno particolari problemi fisici. Forse sto pagando la fatica della dieci chilometri. Tentando, inutilmente, ogni tanto di prendere la corsa arrivo al sommo della prima salita, ora è discesa, a tratti ripida e ghiacciata ma su fondo largo e bello, posso correrla, anche se mantenendola molto controllata.

Fine della prima discesa, riprende la salita, prima dolce poi ripidissima e su traccia rovinata, bello, salgo piuttosto bene e velocemente, a quanto pare mi sono ripreso. Giunto in vetta al Monte Sete mi lancio di corsa giù per la discesa che segue, ripida, in un solco scavato dalle moto, con neve e tratti ghiacciati e le gambe… le gambe non rispondono a dovere, riesco a correre ma tenendomi molto controllato. Un passaggio delicato, una stretta esse scavata tra due spuntoni rocciosi, che avrei dovuto superare con due o tre balzi, me ne richiede sei.

Abbandono la cresta per scendere sul fondo della Val Bertome, un sentierino stretto e delicato, già poco corribile di suo, figuriamoci con le gambe di oggi, indi scendo al passo. Sono sul fondo, qui devo seguire una bella strada bianca, è in leggera discesa ma niente da fare, oggi di correre proprio non se ne parla, anche se quando la discesa aumenta un poco riesco a farlo per un bel tratto.

Via, di nuovo su, di nuovo salita, su, su e ancora su, scavalco il primo crinale, poi il secondo e infine il terzo. Un breve piano per ancora tentativi di corsa, ed ecco il Roccolo di Boatica. Riprende la salita, a tratti leggera a tratti durissima, le gambe iniziano a dare fitte di dolore, le fermate, pur sempre brevissime, aumentano di numero, lo stomaco ha iniziato a eruttare, anche un piccolo goccio di acqua pura e semplice mi provoca diversi rutti, vuoi vedere che sono indigesto? Eppure non avevo peso allo stomaco, non avevo mal di testa, però ieri sera, alla serata del Bione Trailers Team (presentavano la loro prossima gara, la mitica 24 ore UPandDown del Prealba), continuavo a digerire, si, si, è quasi certo, stomaco appesantito.

A fronte di tutto e contro tutto manco ci penso di scendere vado avanti, continuo a salire, su, su, non rinuncio nemmeno alle vette, salgo ed eccomi, dopo una ventina di metri di arrampicata tra alberi, terra e rocce, eccomi sulla vetta del Monte Doppo. Nessuna pausa, subito giù alla base del successivo breve risalto, quello dell’Eremo di San Giorgio, potrei facilmente aggirarlo, ma no, su. Mi fermo un attimo per mandare un messaggio a casa e togliermi la giacca da pioggia: la uso, con soddisfazione, anche come terzo strato per le giornate più fredde. Cinque minuti, forse qualcosa di più e poi, senza fare calcoli sul tempo di marcia, via, si riparte. Giu, su, giù, su, brevi discese e brevi salite, un nuovo problema: il legamento interno del ginocchio sinistro mi provoca fitte ad ogni spinta, in particolare sui passi lunghi; modifico il passo cercando di evitargli sollecitazioni.

Eccomi in vista delle casetta sottostanti le Conche, da qui devo ritornare indietro tenendomi sull’altro versante del monte appena passato, c’è una bella strada sterrata che porta ad un primo capanno. Imbocco un sentierino che scende tenendosi proprio sul filo del lungo crinale del Monte Faet, mi deve portare alla base del Monte Rozzolo, invece… invece finisco sopra il centro di Caino. Sbagliata una curva, preso il sentiero nella direzione opposta, seguendo segni gialli che portavano altrove, fidando nella memoria di una strada che doveva essere sotto di me e che invece era spostata più a destra. Forse un errore non del tutto involontario, era già un poco che pensavo di scendere a Caino e interrompere il giro, vuoi vedere che il mio subconscio, alleatosi con le mie gambe distrutte, mi ha mandato apposta nella direzione errata? Ormai sono qui, di risalire non se ne parla, scendiamo!

Volontariamente ignoro l’evidente sentiero che taglia vero il Pian delle Castagne e prendo una debole traccia che scende lungo il costone erboso in direzione delle case più a destra, ma… sentiero svanito: quando sono ad un centinaio di metri dalle case mi torvo davanti salti boschivi senza tracce e dietro a questi in apparenza solo muri senza passaggi verso la strada a valle. Taglio a destra seguendo dei terrazzamenti incolti, punto ad una valletta che vedo scendere sulla strada. Spine, balze quasi verticali, zigzagando tra gli alberelli del fitto boschetto perdo velocemente quota. Un ultima ripa erbosa mi separa da un comodo praticello, tenendomi di lato la scendo con attenzione, già attenzione, era meglio se scendevo di corsa: il terreno cede sotto i mie piedi, sbatto l’anca, rimbalzo, mi giro, sbatto il sedere e scivolo per un metro, un solo piccolo metro che, scoprirò a casa, con la complicità di un bel sasso a punta che proprio li doveva andare a mettersi, l’unico sasso che vedo nei dintorni, basta per crearmi due belle abrasioni, una sul fianco, l’altra sulla natica sinistra alla base della schiena, proprio all’interno del solco che divide i due glutei con relativa difficoltà di medicazione. Trovo anche due bei tagli nei pantacollant da trail comprati da poco, ma perché non gli hanno messo un bel rinforzo sul culo? sono pantaloni da trail non da corsa su strada. Altro svantaggio del camminare vestiti!

Senza ascoltare il dolore delle botte riprendo la marcia e in poco sono sulla strada asfaltata. Scendo al paese, avrei voglia di recuperare il percorso progettato, sono solo due chilometri di discesa su asfalto, ma strada molto trafficata, i tempi sono comunque ormai di scarso riferimento, ho promesso d’essere a casa per le due e poi ho voglia di sedermi a tavola. Via i cattivi pensieri e prendiamo la strada più diretta per il Colle di Sant’Eusebio.

“Non sempre si può vincere”, comunque sempre s’impara e sempre si cresce, sempre!


13 gennaio Anello di Cà della Rovere fatto, per questioni d’orario, fino alla chiesa di Sant’Antonio; riesco a correre anche un tratto di ripidissima salita su cemento, poi tutta la discesa. Sei chilometri, duecento ottantuno metri di dislivello, cinquanta minuti.

22 gennaio tranquilla gita con gli amici di Mondo Nudo: Periplo Basso del Monte Maddalena. Ventuno chilometri, novecento cinquanta cinque metri di dislivello, otto ore.

26 gennaio corsa piana in Gavardina. Dieci chilometri e mezzo, trentotto metri di dislivello, un’ora e sei minuti.

28 gennaio tentativo alle Creste di Caino, effettuato solo in destra orografica per poi risalire al punto di partenza lungo la strada asfaltata delle coste si Sant’Eusebio e il sentiero della valle di Surago. Diciannove chilometri, milletrecento ventiquattro metri di dislivello, cinque ore e dieci minuti.

29 gennaio gitarella con la moglie sui monti di casa (Magno), pochi chilometri (10), poco dislivello (513m), qualche ora (3), tanto relax e conosciuta una trattoria carina dove andare a mangiare lo spiedo senza spendere troppo.

Investire sul nudo e nel nudo si può ed è vantaggioso!


Da un’articolo del The Guardian (linkato più sotto)

<<Bonachela had tabled, and discarded, the idea. “We had talked about everyone participating, disrobing, at the gallery,” he says. “When he got in touch, I was like, ‘We still have time, let’s do it.’” The slowest-selling show was swiftly rebranded as nude-only and sold out within a day. Two nude nights were added. They sold out too, faster than the clothed shows.>> (Traduzione automatica <<Bonachela aveva presentato, e scartato, l’idea. “Abbiamo parlato di tutti i partecipanti, spogliarsi, presso la galleria”, dice. “Quando entra in contatto, ero come, ‘Abbiamo ancora tempo, facciamolo.'” Lo spettacolo più lento-vendita è stato rapidamente rinominato come nudo-only e tutto esaurito in un giorno. Sono stati aggiunti due notti nude. Hanno venduto troppo, più velocemente di quanto gli spettacoli vestiti.>>)

The Sydney Dance Company’s, una notte di nudità e di danza presso la galleria d’arte del New South Wales in Australia è un chiaro esempio di quanto il nudo, quello sano, quello semplice, quello naturale, possa essere un buon investimento e non solo in merito alla ricettività turistica ma per qualsiasi altro settore imprenditoriale, per qualsiasi momento e attività della giornata.

Un esempio che viene ad aggiungersi ad altri, alle tante saune ove la nudità è correttamente obbligatoria, alle ancora poche palestre fitness in cui si può stare nudi, le sempre più numerose scuole di yoga, i ristoranti, le navi da crociera, le piscine, alcune mostre d’arte. Tutti esempi nei quali, però, con poche eccezioni, la scelta è stata quella dei periodi di “solo nudo”, in pratica momenti o viaggi dedicati ai nudisti in cui il nudo è obbligatorio. Perché puntare a un solo target? Esiste un modo per investire nel nudo senza rinunciare alla parte che può portare “il vestito”: certo che esiste, è la scelta “vestiti facoltativi”. Ognuno vestito, mezzo vestito o nudo come gli pare è forse la scelta più difficile (forse!), ma è sicuramente la scelta più conveniente e migliore (anche perché la più educativa e rispettosa): la società ha più volte dimostrato d’essere pronta a condividere gli stessi spazi e negli stessi momenti, l’hanno dimostrato le saure, l’hanno dimostrato le nostre attività escursionistiche e non (dove da sempre vige la regola dei vestiti facoltativi), l’hanno dimostrato le aziende nelle quali, in via sperimentale ma anche come scelta permanente, i dipendenti sono stati autorizzati, con ottimi risultati, a lavorare nudi.

Ne avevo parlato in “Nudi al lavoro”, in  “Nudisti in azienda? Un valore aggiunto!”, poi anche in “Imprenditore nudista (investire sul nudismo), una scelta difficile?” dove però lo guardavo solo dal punto di vista delle imprese che basano la propria economia specificatamente sul nudismo. L’articolo sopra riportato mi ha ispirato per riprendere il discorso generico e allargarlo,  estenderlo a qualsiasi tipo di impresa, impostarlo in ragione della vita nel nudo, del nudo che coinvolge in modo esteso le nostre giornate, a casa, come al lavoro, nella visita a musei e mostre d’arte, negli spettacoli e nello sport.

Investire sul nudo o/e nel nudo si può fare, ormai è certo, ormai è consolidato che apporti vantaggi, sia, a seconda dei casi, in produttività che in afflusso di pubblico. Noi di Mondo Nudo siamo pronti a guidarvi e supportarvi (vedi il nostro programma “Zona di Contatto”), che aspettate?

 

Che peccato essere uomini!


Coscienza e conoscenza

Il racconto del peccato originale non mi convince. Non metto in discussione i personalissimi motivi di fede o di appartenenza religiosa. Non mi convince da un punto di vista pratico, concettuale e formale.

Otranto, Cattedrale di Santa Maria Annunziata, mosaico del pavimento, particolare

Otranto, Cattedrale di Santa Maria Annunziata, mosaico del pavimento, particolare

1) Il salto evolutivo

 Nel cosiddetto Giardino di Eden crescono vari tipi di piante (tutte?) e vivono in pace molte specie animali (tutte?). Esistono anche due alberi che però sono tali solo per metafora – e qui qualcosa si spezza nello stile della narrazione -: l’albero della conoscenza del bene e del male (coscienza/responsabilità delle azioni) e l’albero della vita (conoscenza “scientifica” del mondo, utile alla sopravvivenza) sono astrazioni, definizioni di significato (design semantico), visualizzazioni mentali sulla base di analogie e tassonomie che oggi ci sfuggono.

Guarda caso, coscienza e conoscenza definiscono la differenza fra uomini e animali, sono i punti in cui ci distacchiamo dalla nostra natura strettamente biologica (esattamente come da albero, nel vero senso della parola, passiamo a “albero” in senso traslato, come similitudine, come metafora, come artificio lessicale per nominare qualcosa di astratto, che esiste solo come idea e non in natura – nel caso specifico penso che albero e frutto possano significare “nutrimento, alimento per crescere”: i frutti dei due alberi permettono ad Adamo ed Eva di “crescere” intellettualmente, razionalmente, criticamente  e di esserne consapevoli). Anche il linguaggio definisce la differenza fra uomini e animali: penso che nella narrazione sia stato mantenuto o per distrazione o per esigenze narrative, esattamente come troviamo animali parlanti in Esopo, Casti o Orwell.

Il paradosso è che Dio vorrebbe per ora tenere Adamo ed Eva ancora allo stato animale, lontani dall’uno e dall’altro dei due alberi, pur avendo loro ordinato di averne cura, vietando però di gustarne i frutti.

Probabilmente Dio li considerava ancora imperfetti, mentalmente e moralmente (forse anche emotivamente), ancora non pronti a far buon uso e della morale e dell’intelligenza a sostegno della vita. Il temporeggiamento di Dio ha dato modo al Maligno di insinuarsi, di anticipare i tempi. Proprio il divieto ha dato il destro alla tentazione, ha insinuato nella mente (o anche nel cuore) il desiderio, l’aspettativa (ciò di cui a livello animale Adamo ed Eva non presumevano neppur l’esistenza), ha trasformato i due “alberi” in curiosità, in appetibile trasgressione, rivelandosi le porte di un repentino, decisivo e irreversibile cambiamento della natura umana.

Fatto sta che un “antagonista” di Dio espone a Eva il salto evolutivo che compirebbe avendo coscienza o conoscenza, o entrambe. Non so quanto Eva potesse comprendere quel discorso, non so quanto la pressione del Maligno sia stata irresistibile, non so, infine, se questi stesso abbia fornito ad Eva la capacità, la facoltà di comprendere il discorso, tanto distante appare dall’ordine ovvio che vige in natura.

Non so, infine, quanto grande sia la responsabilità di Eva, perché debba portarne la colpa, se ancora non sapeva discernere tra il bene e il male, se non aveva ancora gustato del frutto dell’albero. Non so perché Dio abbia punito lei e Adamo, e non il Maligno. Non so perché non abbia impedito il fattaccio. Non so perché, come dicono altre mitologie, non abbia distrutto i primi esemplari di uomini e non ne abbia creati di nuovi. Viene anche da chiedersi se la narrazione voglia insinuare il dubbio che sia un peccato essere uomini, perché Dio non ci voleva così: da qui una serie di obblighi e impegni nella vita pratica per ricollegarci all’originario disegno (vedi per tutte le opere che trattano l’argomento, L’imitazione di Cristo).

Districarsi in questo groviglio di domande e di anacronismi, di conti che non tornano, può esser un buon esercizio intellettualistico. Senz’altro però ci insinua anche il sospetto che chiunque abbia scritto la Genesi, non ce la racconta giusta, o ce la racconta in modo da rinviare a una autorità indiscussa per giustificare lo status quo, e fondare un sistema per il controllo delle persone e l’ordinamento della società. Cose che constatiamo ancor oggi.

 

2) La soggezione

Nemmeno il rapporto fra Dio e i Progenitori è del tutto chiaro. Da una parte ci viene descritto un dio “teologicamente” maturo, con un suo “ordine” morale, i suoi comandamenti, i suoi divieti. Non certo il Dio che Adamo ed una Eva – ancora allo stato animale – potevano conoscere direttamente. Forse possiamo paragonarli a una coppia di cani nel parco di una villa (il Paradiso terrestre in latino è paradisus voluptatis “giardino di piacere”), senza preoccupazioni per le necessità materiali, forse solo vagamente coscienti e felici del proprio stato, più felici quando Dio si intratteneva con loro.

Il rapporto di sudditanza, di fedeltà e di affetto verso Dio doveva essere stato al massimo grado. Non essendo stati addestrati a sospettare degli intrusi, non essendo ancora capaci di capire cosa fossero Male e Bene, accolgono il Tentatore come un altro Dio. Perciò sembra assurdo che vengano poi puniti per una colpa non voluta, di cui erano inconsapevoli a livello morale. Poteva sembrare un nuovo gioco. Esisteva sì il divieto, ma chi poteva pensare che il Maligno avesse “cattive” intenzioni?

 

Lucas Cranach, Das Paradies (1530), Vienna, Kunsthistorisches Museum

Lucas Cranach, Das Paradies (1530), Vienna, Kunsthistorisches Museum

 

La nudità adamitica

«Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna.» [Genesi 2, 25]

Lo scrittore sacro specifica espressamente questo aspetto per sottolineare la differenza fra un prima (il tempo delle origini – stato animale) e un dopo (l’epoca attuale, in cui scrive), come se il provare vergogna fosse un tratto ulteriore che ci differenzia dall’animalità, che ci distacca dallo stato di natura, come fosse il primo gradino dell’incivilimento. Oppure, perché ritiene ovvia la nudità nel rapporto fra marito e moglie e solo in quest’ambito.

Mi premeva però sottolineare il punto di svolta nella presa di coscienza umana, nella consapevolezza che poi ha determinato il distacco, la cacciata, la caduta, e non da ultimo – visto che gli si erano aperti gli occhi del giudizio morale – la presa di coscienza del peccato, del tradimento del patto con Dio, della disubbidienza, della superbia, e via dicendo: e soprattutto della scoperta in sé della propria vera natura (del fatto che può essere buona o cattiva) , la scoperta della possibilità e capacità di peccare (di disubbidire, o addirittura di offendere Dio), ponendo le fondamenta della “libertà” dell’uomo nei confronti dell’ordine morale, salvo accettarne conseguenze e responsabilità, premio o castigo (esattamente come gli animali da circo).

Probabilmente in questo consiste la presa di coscienza dell’essere nudi: nudi, cioè, a se stessi. Il peccato, cioè la presa di coscienza di quanto sia bene e di quanto sia male, ha permesso ai Progenitori di vedersi senza paraocchi, buoni e cattivi, in grado di scegliere fra bene e male, di fare l’uno o l’altro secondo il proprio arbitrio, di agire pro o contro la vita e la propria stessa vita. Nudi per aver scoperto in se stessi la capacità di autodistruzione, e non tanto per la nudità in sé, non per un innato senso di pudore. In fondo sarà proprio la scoperta di una morale che renderà necessaria la costruzione di un alveo in cui costringere la nostra condotta, che renderà necessaria la nostra collocazione al di qua o al di là dello spartiacque bene/male.

Il “caso particolare” della nudità, mi sembra solo un suggerimento immediato preso ad esempio perché tutti capissero il paragone, la parte per un tutto. Non credo infatti che proprio (o solo) il controllo della nudità (mettiamo anche della sessualità) sia il fondamento, il punto di partenza programmatico per ogni altro comportamento umano moralmente diretto. Ma forse così sembra a me, oggi. Allora, le cose potevano avere valenze diverse.

 

Un Dio patriarcale

Penso che fino alla redazione definitiva della Genesi (VI-V sec. a.C), l’ordinamento sociale degli Ebrei fosse tale per cui la prima cosa che richiamasse il senso di vergogna fosse proprio la visione della nudità. E proprio in questo libro troviamo un indice prezioso:

«Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne».  [Genesi 2, 24]

Non bisogna esser filologi per capire che questo versetto è stato interpolato, provenendo da una cultura in cui già esisteva  la famiglia («un padre e una madre») e il matrimonio, situazione riconosciuta e rigorosamente codificata, al cui interno vengono sospese le proibizioni che normalmente vigono tra persona e persona in pubblico. Matrimonio reinterpretato non come libera unione di due persone, ma esemplato sul racconto della costola (o viceversa), in modo che la donna scelta, prima che persona amata, fosse concettualizzata come “clone” del marito («osso delle mie ossa, carne della mia carne» – non è difficile giungere ad ipotizzare che la creazione di Eva sia una rivincita maschile, una rivendicazione di supremazia di fronte all’esclusiva capacità generativa della donna); per questo la nudità fra i coniugi non suscitava vergogna, non era uno scandalo, richiamando l’originaria vita edenica.

Da una parte le parole «suo padre e sua madre» sono uno spiraglio a riprova della posterità della redazione, dall’altro la formulazione «un’unica carne» lascia intravedere l’eccezione nei confronti della nudità: marito e moglie sono definiti un’unica carne, quasi fossero una stessa ed unica persona, per questo non commettono «peccato di nudità».

La nudità fu punita come ricordo, richiamo, rinvio a un luogo che non meritavamo più. La nudità era ciò che più contraddistingueva lo stato dei Progenitori rispetto a quello degli Uomini. E per la salvaguardia del mito, si è resa necessaria l’istituzione di un rito uguale e contrario (portare vestiti).

Social network e nudo, l’apoteosi dell’obsolescenza


fb_censored1Prima il blocco permanente da parte di Facebook (“Spariti da Facebook!”), arrivato dopo una serie di blocchi temporanei (“Ridicolo Facebook!” e  “FB page: closed for… censored”) con la scusa dell’account falso, poi la censura di Pinterest ad un’immagine che nulla aveva di sconvolgente e, tra l’altro, era pubblicata come riservata, ora tocca a Youtube che mi cancella una playlist contenente filmati pubblicati da altri (e, mi chiedo, perché cancellare la mia playlist invece dei filmati originali?).

Stavo meditando sul cosa fare, se farci un altro articolo o lasciar perdere, quando incappo in un articolo che, vuoi per la questione vuoi per quello che vi veniva scritto, mi ha fatto propendere per la prima azione, l’articolo di una donna censurata da Facebook perché denunciava un gruppo che inneggiava alla violenza sulle donne, messaggi poi ripristinati con delle scuse che lasciano il tempo che trovano visto che l’account è rimasto comunque bloccato: – Arianna: <<i violenti dei social sono nelle nostre case, così li denuncio>>  –

cartello1Quanto segue, quindi, non è un lamento, bensì una denuncia, la denuncia di una situazione che ha raggiunto livelli insopportabili, indecenti, inammissibili, una situazione verso la quale, così come insegna un illustre giurista del passato, ogni libero cittadino ha non solo il diritto ma anche il dovere di ribellarsi e di chiedere soluzione.

Social network finitela di prendere le difese dei porci sessocentrici e dei malati nudofobici.

Social network evolvete, maturate, crescete, così come, nonostante tutto, sta facendo la società.

Social network dovete, e sottolineo il dovete, aiutare coloro che stanno portando avanti campagne capaci di far maturare e guarire questa malata società.

Nella nudità sociale sparisce ogni immondo desiderio di violenza sessuale e il nudo è la cosa migliore che possa esistere all’interno di una comunità, il nudo è educativo, è sano, è normale, anormale è chi non lo può vedere, anormale è chi lo denuncia, anormali sono le regole che lo negano e lo censurano, anormali sono coloro che segnalano le foto di nudo, anormali pornografi, anormali maiali, anormali pederasti, anormali sono loro e solo loro, ah si, e voi social network, voi che li sostenete, voi che gli date credito, voi che supportate il loro malanno, voi che siete malati quanto loro.

educazione nudistaNudo è meglio, mettetevelo in testa, fatevene una ragione, diffondete il verbo e lo stesso devono fare politici, legislatori, giuristi, avvocati, giornalisti, insegnanti ovvero tutte quelle persone che, per varia ragione e in varia misura, sono deputate ad educare la società, alla fine possiamo dire tutti.

Educare alla nudità è educare alla normalità, educare alla nudità è guarire dalle perversioni sessuali, educare alla nudità è formare adulti sani e coscienti, educare alla nudità è rimuovere la piaga della violenza sessuale, educare alla nudità è, pertanto, un DOVERE sociale.

Gli abiti servono a proteggere dalle intemperie, non servono a nascondere; gli abiti sono un artifizio dell’uomo, il nudo è la natura umana; gli abiti sono uno strumento di controllo, il nudo è l’arma della liberazione; gli abiti ci rendono deboli, il nudo ci fa forti.

Vestiti è bello, Nudi è meglio!

P.S. 

Ecco come ragionano i summenzionati social network: chiaro, il sesso sporco paga, il nudo sano no!

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Foto reperita su Facebook  ———- Foto censurata da Facebook

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Foto reperita su Pinterest ———- Foto simile a quella censurata da Pinterest

Riguardo a Youtube, non volendo pubblicizzare filmati e canali che nulla hannpo a che vedere con l’immagine positiva del corpo e del sesso, mi limito a incorporare qui sotto uno dei video che formavano la playlist censurata da Youtube, gli altri erano quelli che completano questa serie di filmati sull’educazione sessuale.

Leggi anche “Facebook e il nudismo” un articolo che contiene osservazioni in buona parte applicabili anche ad altri social network e che fa da debito compendio al presente.

Inaugurato #VivAlpe 2017


(Fotografie di Vittorio Volpi)

img_4595Benevolmente accolti da un cielo sereno domenica 22 gennaio 2017 siamo partiti per il nuovo viaggio di VivAlpe, il programma escursionistico ideato da Mondo Nudo al fine di glorificare il pianeta montagna con il piacere del cammino abbinato a quello della più intensa e radicale immersione nella natura. Cielo sereno, dicevo, con un bel sole che prepotentemente, quanto inutilmente, cercava di scalfire la rigida corolla di gelo di temperature sotto lo zero: solo nel pomeriggio e per poche ore si è formato un poco di tepore. Sette sono le persone che si sono registrate, cinque quelle che si presentano alla partenza, purtroppo sono venuti a mancare proprio i due nuovi ingressi, coi quali avremmo veramente desiderato poter parlare, anche per capire cosa li avesse portati da noi: l’articolo che Brescia Today ha fatto su Mondo Nudo e le sue escurisoni, la scheda evento pubblicata sullo stesso media, un altro degli articoli recentemente pubblicati su altri media, l’intervista di Radio Popolare, amici o quant’altro.

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img_4610Con lievissimo ritardo si parte, la salita che si fa subito ripida consente un veloce adeguato riscaldamento per poter poi procedere abbastanza confortevolmente sul lungo ombroso e ghiacciato diagonale che segue, dove le poche salite sono troppo brevi per riscaldare muscoli e corpo. Già alla partenza notiamo un altro gruppetto che si incammina sul nostro stesso percorso, giunti al San Gottardo le presenze estranee si fanno più corpose e ci accompagnano fin quasi alla Cascina Margherita, un pensiero inizia a farsi strada nella mente: che forse abbiano letto il già citato articolo di Brescia Today e siano qui per veder passare i nudisti? Oppure, che dall’articolo siano incappati nel blog e quindi nella relazione dettagliata del Periplo basso della Maddalena, trovandosi così un bel suggerimento per un’escursione domenicale vicina alla città eppur tanto diversa dalle solite? Sarebbe bello, bellissimo se così fosse, ma quando tutte queste persone cambiano strada la speranza svanisce, peccato. Noi si procede per la nostra gelida strada e, rincorrendo man mano le lame di sole che scavalcano il crinale soprastante e scendono verso Nave, raggiungiamo la Cascina di San Vito dove finalmente possiamo levarci una parte degli abiti, si, si, purtroppo solo una parte, e, mentre mangiamo, goderci l’effetto rigenerante del calore solare per poi ripartire con quel nuovo vigore necessario ad incamminarsi sul lungo ritorno verso le macchine.

img_4627

img_4631img_4638Salendo e scendendo al cospetto delle pareti rocciose che formano il versante orientale della Maddalena, tra boschi, parti e campi coltivati, allietati dall’incontro di primizie floreali quali le gialle primule, le violacee pervinche, un cespo di bianchi bucaneve, qualche intrepida viola e tantissimi crochi multicolore, eccoci alle pareti di Santa Lucia dove una ripida salita ci riporta in quota per farci scavalcare i due crinali meridionali della Maddalena, quello delle Poffe e il Triinal. Fiato di calore soffia magistrale sui prati del Trinale, ne approfitta l’amico Vittorio per immolare il suo ritorno al cammino dopo un lungo anno di stasi totale: spogliatosi di tutte le vesti si fa scattare una fotografia, nudo nella nuda natura, felice come solo l’infante quando viene liberato dal cilicio delle vesti, pannolino compreso. Riprendiamo il cammino che per alcuni inizia a farsi pesante e, senz’altre interruzioni, ci avviciniamo sempre più alla città. L’ultima discesa sul ciottolato dell’antica via San Gaetanino ed eccoci all’arrivo, chi più stanco chi meno, ma tutti ugualmente contenti per la giornata passata nel calore dell’amicizia, un calore che, più di quello solare, ha saputo oltrepassare le gelide temperature e scaldaci l’animo.

img_4652Siamo partiti, vestiti e non nudi, ma, come dicevo nell’intervista di Radio Popolare, ci spogliamo quando la situazione lo permette e oggi i sentieri erano tropo frequentati, ci spogliamo quando la temperatura lo consente e oggi era decisamente improponibile: il nudo non è un obbligo, il nudo non è una divisa, il nudo non è un’ostentazione, il nudo è solo una scelta, la normale scelta di normali persone per un normale modo di camminare!

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Alla prossima: 19 febbraio per il più corto e panoramico anello de “le cime di Cariadeghe” in quel di Serle.

La tentazione di Eva


Il protovangelo di Giacomo

Mi sono imbattuto nei giorni scorsi nel Protovangelo di Giacomo, uno dei testi apocrifi non riconosciuti dal canone cattolico e non inclusi nella Bibbia. Circa sette secoli dopo la redazione della Genesi, conserva una memoria un poco diversa di quei fatti e aggiunge qualche particolare interessante  degno di attenzione.

Trascrivo il brano per comodità:

[13, 1] Quando giunse per lei il sesto mese, ecco che Giuseppe tornò dalle sue costruzioni e, entrato in casa, la trovò incinta. Allora si picchiò il viso, si gettò a terra sul sacco e pianse amaramente, dicendo:

«Con quale faccia guarderò il Signore, Dio mio? Che preghiera innalzerò io per questa ragazza? L’ho infatti ricevuta vergine dal tempio del Signore, e non l’ho custodita. Chi è che mi ha insidiato? Chi ha commesso questa disonestà in casa mia, contaminando la vergine? Si è forse ripetuta per me la storia di Adamo? Quando, infatti, Adamo era nell’ora della dossologia, venne il serpente, trovò Eva da sola e la sedusse: così è accaduto anche a me».

[2] Giuseppe si alzò dal sacco, chiamò Maria e le disse:

«Prediletta da Dio, perché hai fatto questo e ti sei dimenticata del Signore, tuo Dio? Perché hai avvilito l’anima tua, tu che sei stata allevata nel santo dei santi e ricevevi il cibo dalla mano d’un angelo?».

[3] Essa pianse amaramente, dicendo:

«Io sono pura e non conosco uomo».

Giuseppe le domandò:

«Donde viene dunque ciò che è nel tuo ventre?».

Essa rispose:

«(Come è vero che) vive il Signore, mio Dio, questo che è in me non so d’onde sia».

Ritengo che il Maligno abbia offerto a Eva qualcosa più di una mela, e durante l’incontro sia rimasta incinta (come appunto è capitato a Maria durante l’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele. Nel capitolo successivo infatti Giuseppe, durante una notte insonne, giunge a questa conclusione: «temo che quello che è in lei provenga da un angelo»).

Pobabilmente Eva rimase incinta di Caino. Provenendo da un angelo “cattivo” il destino di Caino era già segnato sin dall’inizio. Paradossale che proprio il primo omicida venga poi “graziato” dalla legge del taglione (perché probabilmente non esisteva ancora) con l’impressione di un segno: “Nessuno tocchi Caino”  (Genesi 4,15).

Il brano riportato mi pare importante e curioso perché aggiunge due novità rispetto al racconto della Genesi:

1) Adamo non era presente al momento della tentazione perché era «nell’ora della dossologia».

2) Nell’“ora della dossologia” Dio, occupato nella propria autocelebrazione, non poteva sorvegliare il giardino. Solo con l’assenza di Dio si rende possibile il piano del Serpente e la tentazione. A meno che non si tratti di un apologo con tanto di insegnamento morale: diffidare degli incensi, delle manifestazioni celebrative perché distolgono dalla sorveglianza accurata.

Il Ghirlandaio, Adorazione dei Magi, 1488 (Firenze, Galleria degli Uffizi)

Il Ghirlandaio, Adorazione dei Magi, 1488 (Firenze, Galleria degli Uffizi)

La dossologia

Qualcuno traduce pure «nell’ora della preghiera» (Marcello Craveri). La parola doxa (da cui dosso-logia) in greco vuol dire fondamentalmente “gloria, buona fama”, e da qui è passata a significare, in concreto l’atto stesso, il rito di venerazione verso Dio, di riconoscimento del suo potere, della sua sovranità (Signore!), della “verità”, nonché della sua “divinità” (qualunque cosa voglia o volesse dire questa parola), fondamento della fede, ecc., in cui si recitano formule che decantano la gloria di Dio, come fosse un vincitore in trionfo.

Sono delle dossologie:

– gli inni, come il Te Deum laudamus, il Magnificat, il Benedictus,

– i Salmi… perché finiscono in gloria  – «I cieli narrano la tua gloria…»

– alcune acclamazioni liturgiche, come il Gloria in excelsis Deo, Sanctus, sanctus, sanctus

– i sacrifici come quelli di Caino e Abele

– l’adorazione dei Re Magi

– le parole degli apostoli dopo la tempesta: «Davvero tu sei figlio di Dio!» Matteo 14,33;

di Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» Giovanni, 6, 68-69;

del centurione sotto la croce, Matteo 27,45, Marco 15,39;

di Marta dopo la resurrezione di Lazzaro, Giovanni 11, 27; trasformato poi nell’annuncio di verità «Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze» Matteo 10, 27).

– è la principale attività degli angeli in cielo, quando non sono impegnati nel compito di messaggeri.

Una corrente interpretativa  pensa che “gloria” possa significare “potenza”, perché il concetto di gloria, allo stato di evoluzione e organizzazione sociale di allora, poteva suonare troppo astratto per un popolo di pastori.

Adamo era dunque presso Dio ad ammirare la sua potenza. Una potenza a doppio taglio: benigna per i fedeli, intransigente e “giusta” con i trasgressori.

La gloria di Dio come “potenza concreta” è descritta nell’Esodo (24, 16; 33, 18-23): Mosè chiede a Dio che gli si mostri nella sua gloria per avere qualche elemento in più per convincere gli Ebrei a preferirlo come Dio, rispetto agli idoli pagani. E Dio gli dà delle istruzioni precise, perché la vista della sua gloria potrebbe annientarlo, tanto è potente. Il testo ebraico usa il termine kevòd di solito tradotto con “carro, veicolo imponente, pesante”. Mosè si nasconde nella fenditura di una roccia, e può osservare il passaggio della gloria solo mentre si sta allontanando, e tuttavia il passaggio del kevòd gli ustiona la faccia, anche se in modo leggero.

Anche Beatrice, nella Divina Commedia scende dal cielo su un carro (Purgatorio XXX, 37-39), che WIlliam Blake illustra simbolicamente e misticamente prendendo a prestito le indicazioni di Ezechiele:

sanza de li occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d’antico amor sentì la gran potenza.

William Blake, Beatrice si rivolge a Dante da un carro (1824- Londra, Tate Britain)

William Blake, Beatrice si rivolge a Dante da un carro (1824- Londra, Tate Britain)

È così facile salire sul carro dei vincitori! Tipico degli Italiani.

Il termine dossologia compare solo con i Padri della Chiesa (Clemente Alessandrino, Origene, Asterio Sofista nel suo commento al salmo 18, Giovanni Damasceno) e negli scritti apocrifi (Testamento di Abramo, Protovangelo di Giacomo).  Interessante che la “conversione” di Costantino sia chiamata dossologia dallo storico cristiano Eusebio (Vita Constantini 2, 55). Al passaggio di un trionfatore con la corona d’alloro sospesa sul capo, possiamo esultare insieme, partecipare nella gioia, considerarlo una divinità in terra (un divo), oppure chinare il capo in segno di sottomissione: come a dire “esaltati e contenti di essere sudditi di un simile capo”. Puntini, puntini…

#TappaUnica3V sforzi ed emozioni


0043_ph. carla cinelli_edNella fredda mattina muscoli caldi si estendono e si comprimono a ritmo sostenuto ben alimentati d’ossigeno dal sangue che liberamente scorre lungo larghi e puliti canali. Il mantice polmonare si espande alla sua massima misura risucchiando un buon carico d’aria rumorosamente espulso dall’immediata contrazione. Lieve rugiada di sudore copre la pelle con un sottilissimo velo. Pulsante percussione all’interno del torace si ripercuote in gola e sulle tempie cadenzando il ritmo.

Mulinello senza fine delle gambe, tratti al passo, tratti di corsa, balzi e rimbalzi, sterzate, controsterzate, scivolate, frenate accorte. Sassi che scappano da sotto le suole, acqua e fango che schizzano attorno, rami che sferzano il viso, raggi di luce colpiscono gli occhi, linee d’ombra che celano inganni del suolo. Equilibrio, sensibilità, riflessi e poi ancora riflessi, equilibrio, l’occhio che corre, la mente che scorre, il corpo risponde.

0368_ph. fabio corradini_edMille gesti, piccoli gesti, un braccio s’allarga, un piede si torce, un cambio di peso, avanti le spalle, gettarsi nella discesa, piegarsi nel salto d’un sasso sporgente. Balzi e rimbalzi, un piede a destra l’altro a sinistra, insidiose radici, pungenti spine. Chilometri di strada, metri di dislivello, salite e discese, discese e salite, cammino e corsa, corsa e cammino, fiato pesante, qualche dolore, tanta tensione provoca calore, calore invadente, calore suadente.

Nella men fredda mattina il gesto si ferma e il fiato si calma. Muscoli tesi pian piano si sciolgono e un nuovo calore entra nel corpo. La mente rivive tutta l’azione e altro calore discende col sangue. Risposta del corpo allo sforzo passato, tensioni e scioltezze, vibrazioni, impulsi di rinforzo. Ricordi si sommano ad altri ricordi, immagini si accavallano ad altre immagini, sensazioni con sensazioni. Fatica e dolore si coniugano in riposo e piacere. Fatica e dolore, soddisfazione e gaudente attesa del prossimo sforzo, della prossima uscita.

Fatica e dolore, calore e piacere!

0243_ph. fabio corradini_ed


30 dicembre 2016 ancora un allenamento di corsa in piano, ancora Gavardina, ancora dieci chilometri e cinquecento metri, ancora un’ora e otto minuti.

1 gennaio 2017 Semi tranquilla escursione in compagnia di mia moglie: Passo Viglio da Sant’Eusebio seguendo il crinale orientale della Val Bertone, undici chilometri, cinquecento quaranta metri di dislivello, tre ore e dieci.

3 gennaio 2017 allenamento solitario con l’obiettivo di raddrizzare il percorso che sale alla Punta Almana da Inzino, come pensavo il sentiero esiste anche se non riportato per intero dalle carte, un bel sentiero, pendenza costantemente sostenuta, un’ora e trentasette minuti per arrivare in vetta (tre chilometri per novecento trenta metri), un’ora per tornare a valle seguendo il più lungo e contorto percorso normale (sei chilometri e mezzo con quaranta metri di salita e novecento sessantanove metri di discesa).

6 gennaio 2017, il freddo cane non mi ferma, anzi non ci ferma visto che con me c’è ancora mia moglie, testiamo la tabella di marcia che ho calcolato per la relazione del giro “Le Cime di Cariadeghe”: undici chilometri e mezzo, cinquecento ottantasette metri di dislivello, quattro ore e sedici minuti compresa la sosta pranzo.

8 gennaio 2017, defaticamento alla Rocca di Manerba in compagnia della moglie: nove chilometri, centosettantacinque metri di dislivello, un’ora e quarant’otto minuti.

14 gennaio 2017, le vacanze sono finite e la settimana è stata pesante, ieri ha nevicato, strade e monti sono imbiancati, mi fermo alla Gavardina per riprovare i dieci chilometri e mezzo in piano: un’ora e sei minuti (trentadue più trentaquattro minuti), due minuti in meno delle altre volte.

Le cime di Cariadeghe (Serle – BS)


Tranquilla escursione ad anello attorno al conosciutissimo, vuoi per le tante grotte e doline vuoi come località per pic-nic domenicali, altopiano di Cariadeghe. Salvo che nel tratto di rientro, il percorso segue fedelmente la linea di cresta offrendo ampi scorci panoramici sia verso la montagna (Monte Baldo, monti della Val Sabbia, Creste di Caino, Nave e Lumezzane, monti della Val Trompia, monti della bergamasca, Monte Rosa) che verso la Pianura Padana e il Lago di Garda. La brevissima e facoltativa digressione per salire alla Corna di Caino presenta un tratto leggermente esposto e di facile arrampicata, comunque assistito da cordina metallica. Molte le essenze floreali che si possono incontrare in ogni momento dell’anno, nei periodi di massima fioritura oltre che trovarsi a camminare avvolti da una miriade di piccole corolle colorate, è anche possibile osservare le loro fasce di distribuzione in ragione dell’altimetria. I ristoranti e le trattorie dell’altopiano, insieme alla caratteristica agrigelateria, sono un gradito compendio di fine gita.

Dati tecnici

  • Zona geografica: Italia – Lombardia – Brescia
  • Classificazione SOIUSA: Alpi Sud-orientali – Prealpi Bresciane – Catena Bresciana Orientale
  • Partenza: parcheggio degli Alpini posto sul lato sudorientale dell’altopiano di Cariadeghe, di fronte al Rifugio Alpini di Serle
  • Arrivo: coincidente con il punto di partenza.
  • Quota di partenza: 805m
  • Quota di arrivo: 805m
  • Quota minima: 801m
  • Quota massima: 1168m
  • Dislivello positivo totale (calcolato con GPSies): 587m
  • Dislivello negativo totale (calcolato con GPSies): 587m
  • Lunghezza (calcolata con GPSies): 11,43km
  • Tipologia del tracciato: una buona parte di strade sterrate con tratti cementati, un breve tratto asfaltato e poi sentieri con un paio di brevi tratti resi scabrosi dal passaggio tra numerosi massi calcarei.
  • Difficoltà (vedi spiegazione): E2P (E2EPl con la salita alla Corna de Caì)
  • Tempo di cammino: 4 ore e 50 minuti
  • Segnaletica: segni bianco-rossi e qualche tabella su gran parte del percorso.
  • Rifornimenti alimentari e idrici: bar e negozi di Nuvolento o Serle, Rifugio Alpini di Serle a fianco del parcheggio (se aperto).
  • Rifornimenti idrici naturali: nessuno.
  • Punti di appoggio per eventuale pernottamento: agriturismi e B&B di Nuvolera, Nuvolento, Prevalle e Gavardo.
  • Possibilità di piantare tende (ovviamente per bivacco: singola notte e pronta rimozione al mattino): no.
  • Fattibilità del nudo (nella speranza e nella convinzione che la normalizzazione sociale della nudità farà presto diventare questa un’indicazione superflua): scarsa di giorno; ampia nella notte.

Profilo altimetrico e mappa

Si parte dolcemente su percorso liscio e asfaltato ma presto la pendenza aumenta con decisione e il fondo si fa meno comodo. Giunti sul primo crinale il profilo, grazie all’alternanza di salite e discese fra le quali si frappongono anche tratti pianeggianti, si addolcisce. Superati una serie di dossi e raggiunta la prima vetta segue una lunga discesa, inizialmente altalenante poi più secca per finire con un tratto dolce. Ora si riparte in salita con discreta e costante pendenza, segue una discesa sostanzialmente comoda che porta a una breve salita seguita da un tratto pressoché pianeggiante. Ciliegina sulla torta, quando si è molto prossimi all’arrivo, l’ultima breve ma secca salita alla quale segue una ripida e a tratti tecnica discesa che porta al pianetto dell’arrivo.

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GPSies - Altopiano di Cariadeghe – Giro delle Cime

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Relazione tecnica

img_8505Riprendere la strada di accesso al parcheggio e seguirla verso destra per ridiscendere i pochi metri che portano all’incrocio tra la strada di arrivo e quelle che entrano nell’altopiano. Prendere la strada asfaltata che sale a fianco della cinta del Rifugio Alpini di Serle (via del Zuf) e seguirla fedelmente. In corrispondenza di una grossa cascina (Italo Rusi), posta sulla sinistra della strada, inizia un ripidissimo tratto cementato alla cui sommità si perviene a un bivio. Seguire il cemento (via del Zuf) verso sinistra e con altri duri strappi, ignorando le diramazioni che portano alle varie case e cascine che costellano la zona, alzarsi tra prati. Dopo un tratto di salita decisamente più dolce si perviene a un altro bivio, andare a destra seguendo una ripida salita che porta in pochi metri ad altra curva stavolta verso sinistra. Quando la pendenza si smorza sensibilmente si perviene a un piazzale di terra con una grossa pianta nel mezzo, ignorando sia la strada che prosegue verso sinistra sia il piccolo sentiero posto qualche metro alla sua destra, prendere ancora più a destra una stretta stradina in terra battuta che procede verso nord. Superando due accentuate cunette si scende un poco per poi risalire in direzione di un evidente capanno da caccia e pervenire alla prospiciente Boca del Zuf.

img_0433Ignorando il sentiero che scende sul lato opposto della sella, si procede verso sinistra lungo il filo del crinale (che da qui in avanti delineerà in modo inequivocabile il nostro cammino, rendendo facile seguire il giusto percorso). Attraversata per intero la radura del capanno si imbocca un sentiero che sale nel bosco e, fatti pochi metri, esce nella radura di un altro capanno. Anche questa la si attraversa per intero riprendendo il sentiero nel bosco che prosegue, con traccia evidente anche se a tratti infastidita dalla vegetazione, con alternanza di piani e salite. Poco sotto la radura sommitale di un piccolo dosso erboso immerso nel bosco, la traccia scende leggermente a destra per tagliare, con un tratto delicato per il fondo scivoloso, a mezza costa il ripido pendio riportandosi presto sul filo del crinale in prossimità di una strada sterrata. Ignorando la strada si prosegue a destra per il sentiero, dopo un tratto nel bosco si perviene ad altro capanna da caccia posto alla sommità di una ripido dosso erboso. Oltrepassato il capanno si riprende il filo del nuovamente largo costone che, salvo brevi spostamenti per evitare alcune conche, superando dossi e sellette più o meno accentuati, con alternanza di salita, piani e discese, tenendosi per lo più accosti al suo limite destro, da qui si segue fedelmente fino alla vetta del Monte Ucia.

img_8850Sempre lungo il crinale si scende sul lato opposto, oltrepassata una sella (a sinistra una conca attrezzata con tavoli in legno posti in circolo), e fatto qualche metro in lieve salita salita, a destra si stacca una traccia che, perpendicolarmente alla linea di cresta, si dirige verso una rupe rocciosa (Corna de Caì), la si segue e in discese si perviene a due grossi massi che sbarrano la strada, nel mezzo una strettissima fessura permette, con qualche difficoltà (tenersi alti), di passare oltre. Per esile cresta di terra si oltrepassa la sella che separa la rupe dal corpo principale della montagna e per liscia placca rocciosa ci si alza a un canalino terroso che porta alla sommità della corna.

Ripreso il sentiero principale, si procede a destra scendendo lungo il filo del crinale per poi risalire all’anticima del Dosso del Lupo (antenna con annessa baracca di servizio). Tenendosi a destra dell’antenna si continua lungo il filo di cresta qui pianeggiante, dopo pochi metri si riprende la discesa superando un ripido tratto cosparso di piccole corna rocciose che rendono il cammino assai delicato. Ora il crinale piega decisamente a sinistra, lo si segue tenendosi un poco discosti dal filo dove il pendio sprofonda a picco nella valle di Nave, due tratti leggermente esposti si possono eventualmente evitare uscendo a sinistra della traccia. Il crinale piega a destra e la traccia ancora lo segue ma dopo pochi metri se ne allontana a sinistra aprendosi il varco nella fitta vegetazione per scendere man mano più ripidamente fino a immettersi su una più larga traccia che prosegue in piano verso sinistra. La traccia si allarga in una inerbata carrareccia e in discesa raggiungere una strada sterrata. A sinistra per detta strada, si lascia a destra un capanno (Roccolo del Gigora) e si scende lievemente fino ad incrociare altra sterrata che si segue a sinistra per risalire leggermente e pervenire alla sella delle Casine Ecie.

Il sentiero originale sale a destra seguendo una sterrata che dopo pochi metri, dove scavalca il filo del crinale per scendere sul versante che dà sulla valle di Nave, abbandona per entrare a sinistra, sul filo del crinale, nella radura di un capanno (Gioco Tordi) e attraversarla completamente per poi con leggera salita raggiungere, nei pressi di alcuni ruderi (Roccolo del Dragone Nuovo), un’altra strada in terra battuta. Avendo più volte trovato l’accesso al capanno del Gioco Tordi sbarrato da un’alta rete metallica, riporto di seguito il percorso alternativo che ho individuato e che tendo a percorrere. Dalla sella delle Casine Ecie andare a sinistra lungo la sterrata, oltrepassare la sbarra che, dopo pochi metri, la chiude e fatti altri pochi metri prendere a destra una larga traccia che penetra nel bosco. Dopo un tratto pianeggiante la traccia scende sulla destra al fondo di un piccolo valloncello per poi risalirlo verso sinistra seguendone il fondo largo e arrotondato e raggiungere la strada in terra battuta già detta e che, a destra, in pochi metri porta ai summenzionati ruderi.

img_0482Seguire la strada fino al suo termine dinnanzi alla radura di altro capanno, la si attraversa per intero seguendo sempre il filo del crinale, passando fra alcune roccette affioranti ci si alza un poco per poi obliquare leggermente a sinistra. La stretta traccia si apre il varco nella rigogliosa vegetazione (cespugliosa a sinistra, alberelli a destra) per poi uscire in un bel bosco pulito dove risale con lievissime curve sino ad altra breve fascia di folta vegetazione cespugliosa dalla quale si sbuca nella piccola e panoramica radura che forma la vetta del Monte Dragoncello.

Scendendo lungo il crinale verso sud si percorre tutto il tratto pulito e alla sua base, dopo essere un poco discesi nel bosco, si piega decisamente a destra per procedere con un tratto in piano. Dopo una breve e ripida discesa, si riprende la direzione sudovest riportandosi sul filo del crinale in corrispondenza di un’altra radura erbosa. La traccia continua fedelmente sul filo del crinale e porta a un’altra panoramica radura erbosa al sommo di un dosso. La si percorre per intero seguendo il filo del crinale, rientrati nel bosco ci si discosta un poco a sinistra del filo per scendere con maggiore decisione. Usciti dal bosco ci si ritrova sul filo del crinale che procede pianeggiante e pulito in direzione di alcuni prati, a sinistra si prende una traccia che scende nel bosco. Giunti ad una piana stradina terrosa, ignorando il sentiero che scende dritto, la si segue verso sinistra. La stradina quasi subito si stringe e diviene largo sentiero che, con alternanza di brevi salite e altrettanto brevi discese, porta al Fienile Canali dove, a destra, prendiamo una strada sterrata che con largo giro scende ad un’ampia zona prativa. A sinistra, sempre per strada sterrata, seguendo la recinzione dei detti prati, in discreta salita si perviene alla località Valpiana. Passando tra le prime casette e costeggiando sulla sinistra l’omonimo ristorante, ci si porta ad una strada asfaltata (via Valpiana) che si segue fedelmente. Alla base di una breve ripidissima salita ci si sposta a destra della strada per salire con minore pendenza a un largo piazzale sterrato (parcheggio auto). Prendere a destra una strada sterrata chiusa da una sbarra, dopo il primo tornante si sale per la strada ancora un poco fino a trovare sulla destra un’interruzione nel muro di sostegno, la si infila per seguire nell’erba una traccia di sentiero che, in leggerissima salita, va ad aggirare a sud la costruzione di un vecchio monastero. Una breve scala porta sulla piana sommità del Monte San Bartolomeo, percorrendola per intero e continuando l’aggiramento del monastero si riprende la strada sterrata poco prima abbandonata per seguirla in discesa fin poco oltre la prima larga curva a sinistra. Prendere a destra un sentiero che scende ripido nel bosco, quando la traccia si approssima al versante del monte che dà verso Serle prendere a sinistra altro sentiero che ripidissimo scende con lievi curve e due tornanti. Raggiunta una piana stradina in terra battuta, la si segue a sinistra pervenendo, dopo una curva a sinistra che immette in una breve ma ripida salita, alla strada asfaltata che si segue verso destra in discesa raggiungendo velocemente il parcheggio da cui si è partiti.

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Tabella di marcia

I tempi indicati sono stati personalmente verificati sul posto tenendo conto dell’effettuazione del giro in marcia continua (ovvero senza soste) e costante (ovvero senza sensibili variazioni di andatura) con una velocità media di 3,5km/ora (la velocità che un escursionista mediamente allenato può mantenere con costanza indipendentemente dalla pendenza del terreno). In alcuni casi le mie indicazioni temporali differiscono (solitamente in più) da quelle delle tabelle ufficiali.

Punto di passaggio Tempo del tratto (ore:min)
Parcheggio Alpini in Cariadeghe 0:00
Boca del Zuf 0:45
Monte Ucia 1:15
Sella delle Casine Ecie 0:45
Monte Dragoncello 0:30
Valpiana 0:45
Monte San Bartolomeo 0:30
Parcheggio Alpini in Cariadeghe 0:20
TEMPO TOTALE 4:50

Cambiamo punto di vista: il TG delle Buone Notizie di The Bright Side


Ogni giorno siamo bombardati da notizie, le leggiamo sui social network, le ascoltiamo dagli amici, ce le propinano i vari media, quante di queste sono buone notizie? Già, le buone notizie sono spesso, per non dire sempre, ignorate dai vari canali d’informazione: le buone notizie non vendono, le buone notizie non fanno target, le buone notizie rendono le persone meno condizionabili, le buone notizie minano i poteri, siano essi politici, economici o religiosi. Uno scenario, questo, che si perpetua da tanto di quel tempo che ormai il nostro modo di pensare e vedere è tutto volto alla parte vuota del bicchiere, di ogni cosa siamo sempre pronti a trovarne il lato negativo, qualsiasi cosa succeda dobbiamo necessariamente evidenziarne i difetti e se qualcuno osa, si osa, fare diversamente ecco che viene identificato come uno scellerato ottimista.

Ottimista, una parola che dovrebbe evocare solo buoni sentimenti e buoni propositi, una parola che dovrebbe metterci di buon umore, una parola che dovrebbe identificare le persone sagge, invece no, invece viene utilizzata per screditare, per negare, per distruggere e per farlo con maggior forza ed efficienza l’ottimismo è stato indissolubilmente legato al concetto di utopia. Utopia, altra parola utilizzata per recidere ogni più piccolo vagito di ribellione ai poteri, una parola che invero non ha senso: l’utopia esiste solo nella mente di chi preferisce scappare, di chi sceglie sempre e comunque la strada più comoda, di chi si fa schiavo di una società condizionata, per non dire malata.

Fortunatamente che chi, come noi di Mondo Nudo, è convinto che ogni cosa possa essere cambiata, compresa la visione sociale delle cose, c’è chi non ha paura di scontrarsi con il conformismo e il condizionamento di massa. Noi impegnati in particolar modo nel far capire che il nudo è lo stato naturale dell’essere umano e non può, non dev’essere vissuto come offensivo, ripugnante, o anche solo come disturbante, imbarazzante, altri impegnati a far capire altri aspetti sociali altrettanto validi, altrettanto utili, altrettanto importanti. Tra questi altri ho conosciuto quelli di The Bright Side, un gruppo di amici, un blog, una campagna volta a far cambiare il punto di vista, improntata a evidenziare e diffondere le buone notizie, quelle notizia che i media più tipici tendono a nascondere.

The Bright Side, il lato buono delle cose e soprattutto… il lato positivo dell’informazione!

Cambiate anche voi punto di vista, alleviate le vostre pene, abbracciate la filosofia del sorriso, donate gioia alla vostra vita. Pur senza ignorare le difficoltà, pur senza negare gli errori, proviamo, provate, prova a vedere il lato pieno del bicchiere, segui e fai conoscere The Bright Side e il suo importantissimo TG delle buone notizie, un TG che dovrebbe entrare nelle scuole: attraverso la ricerca e la redazione delle buone notizie da pubblicare i ragazzi imparerebbero ad essere positivi e propositivi.

Il primo #BresciaPride


Mondo Nudo e il suo staff sono in prima linea per ogni iniziativa che sia volta a combattere le discriminazioni, superare i condizionamenti sociali e diffondere l’educazione al rispetto dell’altro, così come è, senza se e senza ma, rispetto!

Il nudismo è solo una di queste campagne, altre molto attive in questo periodo sono quelle che vengono indicate nella lettera che qui presentiamo (e più sotto riscriviamo per chi non avesse modo di leggere dall’immagine) e che hanno portato alla creazione del primo BresciaPride, al quale auguriamo, nel nome del rispetto e dell’evoluzione sociale, il miglior successo possibile.

bresciapride

BRESCIA PRIDE 2017 – UNIRE LA CITTA’

COMUNICATO STAMPA

BRESCIA, 10 gennaio 2017

6 colori, 6 mesi di appuntamenti, incontri, convegni, proiezioni, eventi culturali, ludici, conviviali fino al corteo del 17 giugno 2017: un corteo pieno di gioia e contenuti profondi per le vie della città. Sarà il 1° Brescia Pride!

Si apre oggi ufficialmente il percorso organizzato dal Comitato Brescia Pride, costituito da 5 associazioni promotrici: Caramelle in piedi, Chiesa Pastafariana, Donne di cuori, Equanime, Pianeta Viola e, ad oggi, altre 38 realtà di Brescia e provincia che hanno aderito al progetto e lo sosterranno con loro proposte ed iniziative.

Per noi, e nelle nostre intenzioni per la città tutta, la sfilata del BresciaPride sarà solo il culmine di una crescita personale, sociale e culturale, che intende #unirelacittà

Chi dice che il Pride riguarda solo le persone lesbiche, gay o transessuali?

Vorremmo condividere con tutti questi sei mesi nei quali saranno molte le occasioni in cui confrontarsi, imparare ad essere solidali, per superare le discriminazioni non solo verso la nostra comunità LGBT, ma anche nei confronti di tutte le realtà che troppo spesso vengono classificate come diverse, marginali, minoritarie. Per questo siamo a fianco delle e dei migranti, richiedenti asilo, nuovi cittadini, bambine e bambini vittime di bullismo, di chi combatte ogni giorno le discriminazioni sul lavoro, nello sport, nel linguaggio. Un impegno che riguarda tutti, nessuno escluso: né i singoli né le istituzioni, dai Comuni alla Provincia, dai Sindacati alle Istituzioni religiose: a tutti questi soggetti importanti chiediamo di essere attivamente al nostro fianco, non solo patrocinando o sostenendo le nostre proposte, ma, anzi, facendosi promotori in prima persona di proprie iniziative a favore dei diritti.

Col nostro slogan #unirelacittà invitiamo tutta Brescia e provincia a partecipare, seguire e sostenere questo storico evento, ci piacerebbe che il BresciaPride diventasse il desiderio condiviso di una comunità che sa rivendicare per ogni persona il diritto alla propria identità, e che riconosce la dignità di tutte le vite.

Le diversità che ognuno porta con se verranno vissute in ciascuno degli eventi in calendario come il contributo unico, personale e umano che ogni persona può portare alla propria città, comunità, società, un contributo di ricchezza alla Brescia di oggi e di domani.

Comitato BresciaPride

Per seguire l’evoluzione dell’evento e per ulteriori informazioni…

Pagina Facebook del BresciaPride

Sito Web

Brescia Today parla di Mondo Nudo


locandina-vivalpe-2017-600Si rinnova l’interesse dei media per i nostri eventi, ecco un bellissimo articolo con l’intervista che mi ha fatto  una giornalista di Brescia Today.

Brescia: il nudismo sbarca in montagna con Mondo Nudo
La “pazza” camminata in Maddalena: tutti nudi, solo zaino e scarponi

Grazie!

P.S.

Sullo stesso media verranno pubblicate le schede delle varie uscite, già è disponibile la prima.

Un gradito ritorno: raduno invernale de iNudisti


inbandierasfumatodefiq6_ridottaI raduni sono un importante indotto economico per le strutture ricettive in genere, alcuni raduni lo sono ancor più per particolari e specifiche strutture. Parlando di raduni nudisti viene logico pensare alle spiagge, ma anche a tutto il mondo dell’acqua e di quei centri che dell’acqua hanno fatto una nicchia di lavoro: piscine, saune, eccetera.

Come dimostrano i centri benessere del Trentino e dell’Alto Adige, oltre che le esperienze escursionistiche di questo blog, indiscutibilmente la società odierna, pur a fronte di qualche ultimo vagito di resistenza, è ormai pronta e disposta se non proprio a spogliarsi del tutto, quantomeno a condividere con la nudità gli stessi luoghi e gli stessi momenti. A fronte di tale considerazione risultano inspiegabili le titubanze che ancora si rilevano nel mondo della politica, della giurisprudenza, delle istituzioni e delle strutture ricettive, in particolare quelle vicine agli ambienti dove la nudità dovrebbe risultare più spontanea e naturale che lo stare vestiti: mare e acqua in primis, poi prati assolati, ma anche la montagna sebbene entro i limiti dettati dalla quota e dalla temperatura.

Una delle strutture che ha saputo superare i condizionamenti di una società corporalmente malata è stato il Gardacqua, anni addietro aveva di buon grado accolto il primo raduno invernale della grande comunità web de iNudisti, osservando con sua grande soddisfazione la considerevole, ordinata e rispettosa affluenza dei partecipanti, tanto da rendersi immediatamente disponibile per altri eventi. Purtroppo il cambio di gestione del centro, con l’introduzione della malsana regola della sauna in costume, aveva provocato l’interruzione di questi raduni. Lo staff de iNudisti ha sempre sperato di ripristinarli al più presto possibile e alla fine, grazie alla disponibilità del centro benessere Wave Urbanspa di Povegliano (VR), ci sono riusciti.

L’evento avrà luogo nell’intera giornata di sabato 4 marzo 2017, ai partecipanti saranno disponibili tutti gli ambienti del centro che, per l’occasione, sarà frequentabile in nudità pressoché ovunque: solo nella zona ingresso sarà necessario coprire i genitali.

Alla sera si terrà una cena comunitaria presso un ristorante della zona.

I posti sono limitati (50) è pertanto opportuno registrarsi quanto prima possibile, termine ultimo il 15 febbraio. Per le modalità di prenotazione e altre informazioni leggere il forum della comunità (link diretto).

Errata corrige


In un mio articolo precedente (Pescatori in torbiera) scrivevo che per quanto riguarda gli atti osceni e la loro pericolosità erano applicabili altri articoli del codice penale, lasciando capire che gli atti osceni fossero più gravi e avessero un impatto sul pubblico molto maggiore che la vista della semplice e nuda nudità. Ma ero male informato e informavo male. Infatti proprio un anno fa (decreti n. 7 e n. 8/2016) sono stati cancellati alcuni reati “bagatellari” mutandoli in infrazioni sanzionabili amministrativamente (cioè: multe). Fra questi è stato cambiato anche l’articolo 529 che riguarda gli atti osceni:

Chiunque, in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti osceni è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 30.000.

Si applica la pena della reclusione da quattro mesi a quattro anni e sei mesi se il fatto è commesso all’interno o nelle immediate vicinanze di luoghi abitualmente frequentati da minori e se da ciò deriva il pericolo che essi vi assistano.

Se il fatto avviene per colpa, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 51 a euro 309.

 

Il primo comma è molto simile al comma dell’art 726, cambia solo la denominazione della fattispecie e l’ammontare massimo della multa:

Chiunque, in un luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti contrari alla pubblica decenza è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 10.000.

 

Entrambi le infrazioni partono dalla medesima base di 5.000 euro di multa.

A seguito dell’introduzione del decreto, una sentenza della Corte di Cassazione depositata lo scorso 5 ottobre (sentenza 41731/2016) ha prosciolto una coppia già condannata a tre mesi di reclusione «per aver compiuto atti osceni in luogo pubblico, consistiti in atti sessuali posti in essere lungo la pubblica via in area illuminata».

Una seconda sentenza della stessa Corte di Cassazione (36867/2016) proscioglieva un uomo di una certa età sorpreso a masturbarsi in prossimità del campus universitario al passaggio di alcune studentesse.

Atti simili o assimilabili

I due tipi di “reato” sono rubricati sotto sezioni diverse del codice penale:

l’art.  529 sotto il LIBRO II – Dei delitti in particolare, TITOLO IX – Dei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume. Capo II – Delle offese al pudore o all’onore sessuale.

l’art. 726 sotto il LIBRO III – Delle contravvenzioni in particolare. TITOLO I – Delle contravvenzioni di polizia. Capo II – Delle contravvenzioni concernenti la polizia amministrativa sociale. Sezione I – Delle contravvenzioni concernenti la polizia dei costumi

Sinceramente, da una parte mi sento un po’ fuori squadro, perché non vedo più la sostanziale differenza fra atti osceni e atti contrari alla pubblica decenza, differenza che ci ha sempre distinto e identificato, ponendo le distanze fra la nudità semplice e naturale e la messa in atto di atti osceni.

Dall’altra sono anche contento perché, se una coppia che fa l’amore per strada viene prosciolta o una persona che si masturba in pubblico al massimo se la cava con una multa, a motivo della «tenuità del fatto», mi pare che le nostre escursioni possano essere valutate come indecenze molto più “tenui” rispetto agli atti osceni segnalati. Ma le multe previste non lascerebbe adito a esser troppo speranzosi… fan troppo gola.

I due articoli sono stati di fatto assimilati, così da indurre a pensare che anche i sostanzialmente innocui atti contrari alla decenza possono essere uniti indistintamente nel fascio degli atti osceni, inducendo a considerarli come immediato preludio e favoreggiamento ad atti erotici, annullando la specificità che ci ha sempre collocati eventualmente nell’ambito della blanda “colpabilità” dell’artico 726. Per cui potrebbe capitare che l’indecente pisciatina di un camionista sul ciglio della strada possa esser considerata come adescamento, ma non più la vertiginosa minigonna di una passeggiatrice. Penso che in tal modo anche l’appeal delle modelle distese sul cofano di fiammanti auto sportive potrebbe sensibilmente diminuire, se già non è in calo a motivo dell’inflazione di tali accostamenti. Pesi e misure continuano a oscillare a secondo dei casi specifici, dei luoghi e delle persone coinvolte (comprese le forze dell’ordine).

L’unica differenza rimasta riguarda la presenza di minori: gli atti osceni sono puniti col carcere (il secondo comma dell’art. 529 ricolloca l’atto osceno nell’ambito dei reati); per gli atti contro la decenza, la presenza di minori non è un’aggravante.

Non vorrei che rientrasse dalla finestra ciò che sembrava ormai assodato. E cioè, ad esempio, che una semplice spiaggia frequentata da nudisti, se prima poteva essere tollerata in quanto tale, ora potrebbe essere facilmente assimilata a una spiaggia di cochons, o preludio ad essa.

È probabile che i nostri rappresentanti in parlamento e al governo siano poco informati in materia, ma è sempre pericoloso ritenerli degli ingenui. Con la modifica da reato penale a infrazione, oltre all’immediato vantaggio per l’erario, i due profili sono stati confusi, estendendo al nudismo lo strale dell’opinione pubblica verso gli atti osceni, in pratica diffamandolo. Opinione pubblica, scandalo, onorabilità sono temi molto sensibili per chi ambisce ad essere rieletto, per questo le riforme vanno a rilento. A meno di rincorrere l’onda a posteriori quando la mentalità comune (anzi quel “pubblico” così caro agli estensori dei due articoli) è di qualche passo più avanti ed ha da tempo cambiato atteggiamento.

#TappaUnica3V tutti gli errori del 2016


“Sbagliare è umano, perseverare è diabolico!”

Detto molto noto ma, onestamente, anche uno dei meno seguiti. Sbagliare è facile, al contrario, evitarne la reiterazione è assai più complicato, richiede l’umiltà necessaria per analizzare oggettivamente le proprie azioni, l’onesta nell’individuarne gli errori, la forza di rinunciare all’autogiustificazione e, infine, la volontà di ragionare serenamente e seriamente per individuare le dovute soluzioni.

In qualità di Istruttore Nazionale di Alpinismo ho sempre insegnato a fare questo importantissimo lavoro, non solo, l’ho sempre applicato anche a me stesso e continuo a farlo: TappaUnica3V non ne è uscita indenne.

Partiamo dalle questioni puramente di metodo: gli errori organizzativi.

Tempi di sosta ai punti di rifornimento integrati nelle ore di percorrenza

Una delle condizioni che avevo posto a TappaUnica3V erano le quaranta ore di percorrenza, un tempo circa il venti percento inferiore allo standard dato dalla sommatoria dei tempi delle tabelle. Di conseguenza con questo valore di riduzione impostai i miei allenamenti, senza tener conto che, nel giro finale, ci sarebbero state delle soste per i necessari rifornimenti di acqua e barrette. Quando elaborai la tabella di marcia del giro era ormai troppo tardi per fare potenziamenti e verifiche per cui diedi per scontato di poter togliere qualcosa ai tempi di cammino per dedicarlo ai rifornimenti. Furono si piccole erosioni, ma che al lato pratico si dimostrarono pur sempre eccessive e mi fecero accumulare una prima dose di ritardo.

Soluzione 1

Eliminare i rifornimenti.

Durante gli allenamenti 2016 ho fatto un giro di cinquanta chilometri basandomi solo ed esclusivamente su quello che potevo mettere nello zaino, ma in quello da settanta mi ero visto costretto a fruire di qualche rinforzo esterno: un bar (tre bottigliette d’acqua e un paio di coca-cole), un rifugio (un thè, un panino e un bicchiere di vino) e due fontane (6 litri d’acqua in totale). Nel giro finale i rifornimenti sono stati determinanti e intendo pertanto mantenerli: il sentiero 3V è carente di prese d’acqua naturale e, d’altra parte, per un siffatto evento preferisco evitare il ricorso ad acqua di dubbia potabilità, ma mi appare improponibile il mettere nello zaino i 20 litri che ho bevuto lo scorso anno.

Soluzione 2

Incrementare la mia velocità e la mia resistenza a tale velocità.

TappaUnica3V nasce come evento escursionistico e voglio che lo rimanga, devo pertanto evitargli un’impronta troppo corsaiola: anche per il 2017 resterà fissato un tempo di cammino che possa essere realizzato andando al passo, ovvero quelle quaranta ore dello scorso anno determinate dal voler effettuare il giro in due giorni con un arrivo a Brescia in orario diurno.

Soluzione 3

I tempi delle soste ai punti di rifornimento vanno esclusi dalle quaranta ore.

Ecco, questa è la soluzione che, alla somma di tutte le considerazioni, appare ad oggi la più confacente. Mi dispiace un poco ma alla fine cosi devo ed ho fatto: la tabella di marcia 2017, che ho già calcolato, vede quaranta ore di cammino effettivo alle quali si sommano le ore di sosta ai rifornimenti.

Tempi di sosta troppo corti

Per evitare di erodere troppo ai tempi di cammino avevo definito dei tempi di sosta che si sono poi dimostrati notevolmente più bassi del minimo necessario.

Soluzione

Impostare dei tempi di sosta più ragionevoli: la tabella di marcia 2017 prevede di base cinque ore, due al Maniva (metà percorso) e una per ognuno degli altri tre punti di rifornimento.

 

Mancata considerazione degli imprevisti

Gli imprevisti sono di loro natura imprevedibili ma un buon organizzatore ne tiene comunque conto. Lo so, lo insegno eppure me ne ero dimenticato e così… così è finito che ne ho fatto le spese dovendomi fermare a venti chilometri dall’arrivo.

Soluzione

Premesso che tempi più lunghi ai punti di rifornimento concedono la possibilità di eroderli un poco se dovesse risultare necessario, è comunque consigliabile inserire in tabella un certo margine supplementare: impostate tre ore per restare entro il massimo dei due giorni di cammino (quarantotto ore).

Utilizzo di giorni infrasettimanali

L’avevo fatto per ragioni precise e meditate: innanzitutto per incontrare meno gente possibile affinché fosse esaltato al massimo l’aspetto della solitaria, poi per potermi garantire la possibilità di stare nudo il più a lungo possibile e infine per evitare interruzioni supplementari date dalla curiosità delle eventuali persone incontrate. Purtroppo questa scelta ha inciso sulla disponibilità assistenti e i pochi disponibili si sono dovuti sobbarcare più punti e lunghi trasferimenti, in particolare mia sorella che, sebbene l’avrebbe comunque fatto per questioni documentaristiche (fotografie), si è smazzata tutti i punti e i lunghi viaggi, restando in ballo pure lei quasi senza dormire per i due giorni del mio viaggio.

Soluzione

Stante la già motivata impossibilità a rinunciarci, porterò io stesso quanto all’uopo mi serve nelle strutture presso le quali saranno fissati i rifornimenti, quantomeno quelle cose che posso facilmente moltiplicare e suddividere: acqua, integratori salini, integratori energetici, alimenti, calze e fazzoletti. Per quelle cose che mi è difficile poter acquisire in numero tale da coprire ogni punto, ad esempio le scarpe (invero al momento le avrei anche ma sono già conciate maluccio e a luglio potrebbero essere ormai spazzatura), ho programmato il giro in giorni del fine settimana: spero che così ci siano più persone disponibili, quantomeno una per ogni punto, ovvero cinque.

Caldo eccessivo

0368_ph. fabio corradini_edVolevo che già solo elencando le date del giro si capisse che era stato fatto in due soli giorni pertanto avevo programmato la partenza alle tre di mattina. Purtroppo questo comportò il passaggio di uno dei tratti più sensibili all’insolazione proprio nel mezzo della giornata e le alte temperature di quei giorni fecero il loro sgradito effetto: ricordo come fosse ieri la folata d’aria calda che mi investiva quando uscendo dai boschetti entravo nell’erba.

Soluzione

  1. Riprogrammare la tabella in modo che quel tratto venga passato in orari meno assolati: partirò la sera (ore 20.00).
  2. Anticipare un poco il periodo di svolgimento del giro: ho anticipato di due settimane circa (sarà il 7, 8 e 9 luglio)

Poca evidenza

Non è stato certo un errore inibitorio ai fini del giro, ma viste certe motivazioni che allo stesso erano legate (richiamare l’attenzione sulla dipendenza dai materiali e dalla tecnologia che si va sempre più diffondendo anche nell’ambiente escursionistico mentre in montagna si può mantenere un alto livello di sicurezza pur andandoci nella semplicità e naturalezza del nudo: esiste chi lo fa, sono tutt’altro che pochi e sono in crescita costante) sarebbe stato (e sarà) opportuno avere una maggiore visibilità.

Soluzione

  1. Come detto la partenza sarà in orario più comodo: le otto della sera.
  2. Il punto di partenza sarà posto nella piazza principale della città: Piazza Loggia.
  3. È allo studio l’allestimento di una specie di stand al punto di partenza e a quello di arrivo, se non proprio nel bel mezzo delle due piazze, quantomeno in uno dei bar che sulle stesse si affacciano.
  4. Cercherò di dare maggiore diffusione alle locandine, consegnandole con debito anticipo ai punti di rifornimento.
  5. Spero di poter avere un adeguato numero di amici che si pongano nei punti adatti per smuovere interesse e attenzione (punto di partenza e punto di arrivo, poi passaggio dai paesi, Vaghezza, Maniva, Passo del Muffetto, Colle di San Zeno, Vetta del Guglielmo, Rifugio Almici, Croce di Marone, Santa Maria del Giogo, Capöss, Zoadello, Stella, Campiani).
  6. Sarebbe magnifico ma ho forti dubbi sul fatto che sia anche realizzabile: essere sempre nudo, anche nell’attraversamento di paesi e zone abitate.

Passiamo agli errori inerenti i materiali.

Zaino poco adatto

Lo zaino che avevo acquistato (Salewa Randonnèe 36), anche se studiato per lo sci alpinismo (l’equivalente per l’escursionismo non era disponibile ma essendo dello stesso peso non ero andato tanto per il sottile) è un ottimo zaino per il cammino, non ai livelli di quello che avevo prima ma vicino. Purtroppo proprio nell’ultimo periodo prima del giro, quando ho affrontato gli allenamenti più lunghi, avevo rilevato che con la tasca dell’acqua piena sentivo un fastidioso (e alla lunga doloroso) sbogiamento sulla schiena: in pratica visto che la tasca non poteva espandersi verso l’interno dello zaino, era lo schienalino che, seppur rigido, cedeva e spanciava verso l’esterno. Estemporaneamente avevo rimediato tenendo la tasca fuori dal suo specifico comparto, così, però, con poco carico (come era, e sarà, nel giro finale) la tasca sballonzolava rendendo lo zaino meno stabile, specie nella corsa dove già di suo lo è.

Soluzione

Acquisto più accorto di un nuovo zaino, puntando a quelli fatti apposta per il trail, e che abbia tutte le caratteristiche che ho appurato essere indispensabili o quantomeno molto utili: capacità massima di venti litri, forse anche meno; schienale che non spancia verso l’esterno con la tasca dell’acqua piena; contenitori per due borracce facilmente accessibili senza togliere lo zaino (le reti laterali esterne sono certamente valide, ma obbligano comunque a fermarsi); almeno tre tasche supplementari per un facile accesso ai piccoli accessori, quali la lampada frontale, il kit medico, crema solare, berretto, eccetera; accesso rapidissimo al vano principale.

Scarpe ottime ma con qualche difettino

0389_ph-fabio-corradini_edLe scarpe scelte (La Sportiva Ultra Raptor GTX) sono quelle che utilizzo ormai da cinque anni e che ho trovato, quantomeno con riferimento all’escursionismo, estremamente performanti; sul lungo cammino e nella corsa risultano leggermente pesanti, ma proprio per questo danno anche una certa sensazione di protezione al piede, cosa che non guasta. Quello che, durante gli allenamenti 2016, mi aveva dato le più serie preoccupazioni è la rigidità del collarino: il ripetuto sfregamento sui malleoli, in particolare durante il cammino sui diagonali con fondo inclinato, mi aveva provocato indolenzimenti che non svanivano. Fortunatamente ad un certo punto la cosa si risolse, poi tutto sommato sul 3V quel tipo di cammino è presente più che altro nel primo terzo del percorso e nel giro finale non ho avuto analoghi problemi se non verso a tre quarti a causa della terra che si era accumulata nelle calze. Altra questione che avevo patito è la suola poco adatta ai terreni moto duri (strade bianche e asfalto), terreni che sono presenti in buona misura nel primo e nell’ultimo quarto del 3V. Infine il Goretex: trattandosi di scarpe basse il passaggio nell’erba bagnata (o sotto la pioggia) può portare all’infradiciamento dei piedi, di suo non sarebbe un grosso problema ma purtroppo il Goretex rallenta parecchio l’asciugatura della scarpa.

Soluzione

Non intendo cambiare scarpe (squadra che vince non si cambia) ma sto valutando l’opportunità di abbinargli un altro paio più leggero, morbido e adatto al terreno duro da utilizzarsi nel primo e ultimo tratto. Pensavo alla versione senza Goretex delle Raptor, ma più persone mi hanno riferito di averle distrutte in tempi rapidissimi o di aver avuto scuciture e scollamenti già al primo utilizzo. Pensavo di prendere in considerazione altri modelli da trail (indubbio che debba restare su tale tipologia di scarpa) della stessa marca o di altre marche sui quali, però, per ora ho potuto reperire solo le scontate dichiarazioni dei relativi produttori e le recensioni fatte da sconosciuti blogger o da riviste del settore: non posso permettermi esperimenti economicamente dispendiosi, vedremo!

Rilevatore di posizione

Sono contrario all’utilizzo del GPS: l’escursionista dev’essere in grado di trovare la strada basandosi solo ed esclusivamente sulle proprie abilità di osservazione e a quel punto la soddisfazione di farlo è tale che il GPS diviene un fastidio. Qui, però, faccio riferimento ad un GPS privo di schermo, un GPS che permette solo di rilevare la propria posizione e di trasmetterla verso un sito geo cartografico. Vero che anche questo strumento toglie uno degli aspetti più interessanti e motivanti della solitaria, il doversi arrangiare sempre e comunque da soli, ma intanto lo si può comunque ignorare (salvo le prime ore poi me ne ero dimenticato) e poi tranquillizza chi resta a casa. C’è anche un aspetto importante per eventi come TappaUnica3V: il rilevatore di posizione permette, mediante la tracciatura in tempo reale su un sito, di coinvolgere il pubblico e di poter gestire più facilmente l’accoglimento all’arrivo (eventuali anticipi o ritardi sono palesemente intuibili). Quello che mi era stato prestato si era rilevato ottimo (leggero, silenzioso, semplice, funzionale, lunga carica) ma aveva comunque tre piccoli difetti e un errore di settaggio:

  1. il bisogno di cielo libero per potersi collegare al satellite (mi è successo colo in un tratto ma è successo: essendo in un bosco fitto per circa un’ora non è stata rilevata la mia posizione);
  2. la necessità di reset dopo ventiquattr’ore di funzionamento, altrimenti si blocca e non traccia più;
  3. il collegamento ad un sito che utilizza solo ed esclusivamente Google come carta di fondo, quindi una cartografia colorata e precisa ma nel contempo assolutamente priva di riferimenti (nomi di monti, passi, eccetera) che possano aiutare il pubblico a capire dove ti trovi;
  4. rilevazione del punto ogni 5 minuti (e questo è l’errore di settaggio), inadeguata al cammino in montagna a passo anche molto sostenuto, alla fine la traccia è risultata un insieme di lunghi segmenti che spesso tagliavano di traverso le valli, come se le avessi sorvolate, non accettabile per un perfezionista come sono io.

Soluzione

I primi due punti sono (forse) risolvibili solo cambiando dispositivo, ma per ora escludo la possibilità di compramene uno. Per il resto… Intanto la rilevazione dei punti andrà tarata su di un massimo di due minuti, e meglio anche uno solo, poi si dovrà trovare il modo di collegarlo a una carta più dettagliata, ritengo ottimale quella di OpenStreetMap.

Ora gli errori alimentari.

Troppi integratori energetici

IMG_9681Facendo un confronto tra la prima e la seconda metà del giro ho il sospetto che il suggerimento sentito in un incontro con trailer, assumere qualcosa ogni ora, sia da rivedere (o l’ho frainteso, quel qualcosa potrebbe in effetti non essere riferito solo ad integratori energetici): nei primi due quinti del giro l’ho seguito fedelmente e ad un certo punto sono andato in crisi di rendimento; in seguito sono andato come una scheggia pur assumendone pochissimi. Certo la prima parte è quella con i maggiori dislivelli e, data la bassa quota, con il maggior effetto caldo, ma qualche bel salto l’ho fatto anche nella seconda e sul finale ero nuovamente a bassa quota con alte temperature. Forse l’errore principale è stato quello di sovrapporre fra loro pastiglie di magnesio, barrette energetiche con magnesio e gel, ognuno con suoi limiti massimi di assunzione che, prendendoli singolarmente, ho rispettato, ma non se si considera l’insieme dei prodotti.

Soluzione

Calcolerò l’assunzione di qualcosa ogni ora, ma al lato pratico procederò secondo bisogno e soprattutto eviterò la sovrapposizione dei limiti di consumo: le pastiglie di magnesio (Boiron Magnesium 300+) saranno disponibili ai rifornimenti, in cammino, oltre all’acqua con integratori salini ipotonici (NamedSport HydraFit) che si sono dimostrati validissimi, porterò con me solo i gel (Enervit One Hand senza caffeina) e una barretta energetica con magnesio (Enervit Power Sport Competition Arancia).

Poca ciccia

Un dubbio a riguardo della crisi subita nella salita al Monte Ario: che sia stata di fame? La stessa cosa m’era successa nell’allenamento da settanta chilometri e, rimasta anche dopo una relativamente lunga sosta, si era risolta solo dopo aver mangiato un bel panino (e bevuto un sano bicchiere di vino). Durante il giro s’è risolta ben prima della ristorazione a base di panini e vino, ma anche parlandone con altri il sospetto che tali crisi siano date da mancanza di cibo vero non solo rimane ma si rinforza.

Soluzione

Aumenterò il numero di barrette spezza fame (Enervit Power Time alla frutta secca) aggiungendo alle stesse anche qualcosa che possa riempire lo stomaco con più decisione. Esclusi, per ovvie ragioni, i panini (che saranno comunque presenti ad ogni rifornimento) di preciso ancora non so cosa utilizzerò: ci sto ragionando sopra.

Infine le questioni meramente tecniche.

Poco margine in velocità

0406_ph. carla cinelli_edNel tratto dal Passo del Cavallo a Lodrino mi trovai ad avere un primo debole ritardo che non fui in grado di recuperare nemmeno sulla lunga discesa dalla Punta di Reai. Giunto al punto di rifornimento di Lodrino (Agriturismo Isola Verde) ero abbastanza provato e la sosta si era spontaneamente allungata. Poco dopo la ripartenza, nell’iniziare la salita al Passo del Cavallo non me l’ero sentita d’infilarmi nel canalino della via diretta e avevo preferito seguire la meno faticosa (ma più lunga) strada della variante facile, accumulando altro ritardo. Pensavo di recuperare nella discesa verso il Passo del Termine, ma niente, anche qui non me l’ero sentita di correre e nemmeno di allungare semplicemente il passo. Poi la crisi, crisi violenta che mi fece fare la salita dalla Vaghezza al Monte Ario in un tempo perfino maggiore di quello delle tabelle standard. Dopo una bella sosta (non prevista) sulla vetta dell’Ario mi ripresi un poco, per poi recuperare completamente le energie nella discesa alla Pezzeda. Da lì al Passo delle Portole il passo si fece sostenutissimo: mi pareva di volare e qualcosa riuscii a recuperare. Taglia un poco il tempo di sosta al Maniva (Albergo Dosso Alto), ma poi venne il colpo di grazia: la fermata al Dasdana. Fossi stato solo non mi sarei fermato di certo, ma in zona mi aspettavano (per esigenze fotografiche) mia sorella e mio cognato che, visto il freddo notevole e, soprattutto, la densa coltre di nuvole che riduceva la visibilità al metro, tanto insistettero da convincermi a salire almeno un attimo sulla loro macchina. Fatale: raffreddati i muscoli ogni tentativo di uscire dall’auto fu subito inibito dalla sferzata di gelo, alla fine mi addormentai e volarono tre ore. Nel tratto dal Dasdana al Colle di San Zeno riuscii, scegliendo di seguire le varianti facili che presentano stessa lunghezza di quelle di cresta ma un dislivello decisamente minore, a recuperare un’ora ma a discapito delle ginocchia che poi si fecero sentire nella discesa dal Guglielmo e ancor più nell’aggiramento dell’Almana (anche questo deciso nella speranza di recuperare tempo, malauguratamente deciso: era l’unico tratto di 3V che non conoscevo ed scoprii che, sebbene risparmi la salita all’Almana, ne provoca un’altra facendo perdere molta quota, per giunta su ripidissimo e sconnesso cemento e asfalto).

Soluzione

Non accontentarsi di allenare la resistenza sul lungo cammino ma allenare e incrementare la velocità pura e la resistenza in velocità, ecco le sedute di corsa su strada piana, ecco i giri brevi dove impostare la corsa e cercare di tenerla il più a lungo possibile, ecco i giri di media lunghezza fatti nel minor tempo possibile alternando cammino e corsa, ecco le lunghe escursion che verranno a primavera fatte nelle stesse modalità di cui sopra. Tutto lavoro già avviato e, penso di poter dire, con ottimi risultati: sui percorsi di venti chilometri viaggio con medie pari ai sette chilometri l’ora.

Poco allenamento collaterale

Avevo fatto tanto allenamento specifico, ovvero cammino, ma poco avevo lavorato su quelle parti del corpo che l’azione del cammino non può potenziare. Parti che, però, passivamente devono comunque subire sollecitazioni che alla fine si possono ridurre in dolori, ad esempio quei dolori al costato che mi hanno attanagliato per tutto il giro e quei dolori alle ginocchia che mi hanno indotto a interromperlo anzi tempo.

Soluzione

Attivare tutti quei lavori che possono rinforzare le strutture muscolari che il cammino lascia passive e tutte quelle che fanno da protettori delle ginocchia. Giò ho iniziato con gli allenamenti sull’equilibrio e la propriocettiva, sia in forma specifica (lavori a secco) che pratica (corsa su terreno disconnesso), ora inizierò anche con il programma fitness che mi aveva preparato mia nipote.

TappaUnica3V 2017 arriverò più forte e più pronto e… finalmente ti farò come avevo programmato!

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Le ricette del “Cuoco Nudo”: capesante in salsa di zenzero


Ingredienti (per quattro persone)

8 capesante (mezzo guscio), 60 grammi di radice fresca di zenzero, 50 grammi di cipolla, un vasetto di yogurt bianco (anche di soia) non zuccherato, 3 fette biscottate ai cereali senza zucchero (oppure del pane duro ai cinque cereali), mezzo bicchiere di olio extravergine di oliva, sale, pepe bianco, un limone, burro.

Preparazione

Lavare lo zenzero e la cipolla e tritarli a piccoli pezzi, lavare le capesante, grattugiare le fette biscottate.

In un piccolo tegame versare l’olio e farlo scaldare, aggiungere la cipolla e lasciarla imbiondire, aggiungere lo zenzero e, mescolando in continuazione, farlo appassire abbondantemente. Versare il composto in un alto e stretto contenitore, aggiungere lo yogurt e lavorare abbondantemente con un frullatore a immersione fino a ottenere una soffice crema.

Prendete le capesante e adagiatele in un piatto da forno, salatele e pepatele, versate su ognuna un poco di succo di limone e di olio, ricopritele con due cucchiai di crema allo zenzero e infine riempite quasi completamente il guscio delle capesante con il trito di fetta biscottata, sopra il quale adagiate una piccola noce di burro. Mettete al forno che avevate preventivamente scaldato a 180 gradi centigradi e lasciate cuocere per una quindicina di minuti.

Sfornate e impiattate decorando il piatto con una fetta di limone e una strisciata di crema allo zenzero. Accompagnare con spumante secco.

Le ricette del “Cuoco Nudo”: risotto con gamberetti e zenzero


Ingredienti (per quattro persone)

Per il risotto: 350 grammi di riso per risotti, 2 litri di brodo di polpo, 350 grammi di code di gambero sgusciate, 50 grammi di radice fresca di zenzero, pepe, un limone, mezzo bicchiere di olio extravergine di oliva, un bicchiere di vino bianco secco fermo o mosso (va bene anche dello spumante).

Per il brodo di polpo: 3 litri di acqua, 1 polpo di circa 7 etti, 2 spicchi d’aglio, pepe nero in grani, una gamba di sedano, un limone, una cipolla, sale grosso.

Preparazione

Preparate il brodo di polpo mettendo a lessare il polpo insieme agli spicchi d’aglio interi, qualche grano di pepe nero, la gamba di sedano tagliata in due parti, il limone e la cipolla tagliati in quattro parti, un’adeguata presa di sale grosso. Quando il polpo è quasi cotto spegnete la fiamma e lasciate raffreddare completamente. Levate il polpo, filtrate il brodo e assaggiatelo: se è troppo carico di sapore aggiungete uno o due bicchieri di acqua.

Lavate le code di gambero, lavate e tritate finemente lo zenzero, lavate e spremete il limone. Rimettete al fuoco il brodo di polpo per riportarlo a bollore per poi tenerlo in sottobollo.

In una larga casseruola mettete l’olio e fatelo scaldare a fuoco moderato, quando inizia a fumare abbassate la fiamma e versate i gamberetti facendoli soffriggere fino a che diventano rossi. Aggiungete lo zenzero e mescolando in continuazione fate insaporire per un minuto, poi aggiungete anche il riso. Un altro minutino per far cantare quest’ultimo ingrediente e a questo punto versate il vino. Quando il liquido è evaporato completamente aggiungete due mescoli di brodo. Lasciate assorbire quasi completamente, sempre mescolando con una certa frequenza onde evitare che il riso attacchi al fondo della pentola, e continuate la cottura aggiungendo un mescolo di brodo alla volta. A fine cottura se necessario aggiungete ancora un poco di brodo per ottenere un risotto non troppo asciutto. A fuoco spento aggiungete una spruzzata di succo di limone e pepate leggermente, mescolate e impiattate decorando a vostro piacere.

Servite immediatamente accompagnando con lo stesso vino (o spumante) usato per la cottura.

Camminare in montagna: la tecnica


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Ultimamente mi sono interessato al discorso dell’Accompagnatore di Media Montagna ed ho spulciato il programma di formazione del relativo corso trovandovi un argomento che, tanti anni fa, quando ero il direttore di un corso di Alpinismo del CAI, fu un mio importante momento di studio. Ai tempi tutti ritenevano inutile soffermarsi su tale argomento, camminare è azione quotidiana e tutti lo sanno fare dicevano, e la mia proposta d’inserirlo tra gli argomenti del corso generò un motto globale di ferma opposizione, potete quindi ben immaginare la mia soddisfazione nel vederlo oggi inserito addirittura in un corso per professionisti della montagna. Incentivato da tale scoperta ho recuperato alla mente il mio vecchio studio e redatto questo articolo, che potrebbe essere solo l’introduzione ad altri e più specifici articoli: è ben vero che, chi più chi meno, tutti camminiamo quotidianamente, eppure già su un terreno piano e regolare molti lo fanno in modo errato o, comunque, non ottimale, figuriamoci se il fondo calpestato diviene irregolare e inclinato, come, per l’appunto, un sentiero di montagna.

Prima di addentraci negli aspetti propriamente tecnici del camminare è opportuno soffermarci su una questione importantissima e che da subito cambierà le vostre percezioni e i vostri risultati. Permessa importante: faccio riferimento all’escursionista e alla pratica ludica dell’escursionismo, attività quali l’allenamento e l’agonismo possono in parte richiedere atteggiamenti sensibilmente differenti da quelli che andrò descrivendo.

La prima mezz’ora di cammino

Quando iniziamo a camminare il nostro organismo si trova in uno stato che, sebbene non necessariamente di riposo, possiamo senz’altro definire di quiete: frequenza cardiaca, pressione e volume di respirazione sono nelle loro condizione di quotidiana normalità. Per supportare lo sforzo del cammino il nostro organismo dovrà necessariamente assumere uno stato che definiamo di lavoro: frequenza cardiaca, pressione e volume di respirazione si devono sensibilmente incrementare. Questa transizione non può mai essere immediata e, genericamente, richiede una mezz’ora a patto che, durante questi primi trenta minuti, il cammino sia privo di interruzioni.

Ecco un grafico che avevo ai tempi reperito e che ho riprodotto a memoria utilizzando una terminologia magari non esattissima dal punto di vista tecnico, ma di certo comprensibile:

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L’escursionista uno gestisce la sua prima mezz’ora di cammino in modo ottimale raggiungendo così la sua ideale condizione di lavoro potendo a quel punto sia effettuare delle brevi soste (che a quel punto inducono anche un minore calo organico) sia incrementare il ritmo. L’escursionista due, invece, ogni dieci minuti si ferma e, pur avendo non correttamente inserito cali organici costanti ad ogni interruzione dello sforzo, dopo mezz’ora di cammino non è ancora nella forma ottimale trovandosi costretto a procedere ad un ritmo decisamente più blando di quello che potrebbe invero impostare.

Stabilito che nella prima mezz’ora di cammino dobbiamo evitare di fermarci possiamo facilmente dedurre altre regole.

Prima della partenza

  • Prevenite ogni necessità fisiologica.
  • Idratatevi adeguatamente integrando nel contempo la giusta dose di sali minerali.
  • Fatto salvo per guanti e berretto che possono essere facilmente levati e risposti anche senza doversi fermare, rimuovete l’abbigliamento in eccesso: entro una decina di minuti sarete soggetti all’aumento di temperatura corporea e se troppo coperti dovrete fermarvi per levare qualcosa. Meglio sentire un poco di freddo all’inizio che patire fatica in seguito.

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  • Iniziate a camminare mantenendo bassa la vostra velocità, dove il termine bassa va rapportato al vostro allenamento e non dev’essere troppo blando: mediamente può essere ideale all’incirca il venticinque percento della massima velocità che siete in grado di produrre su quella pendenza.
  • Quando percepite che i muscoli si sono riscaldati (tipicamente ci vogliono una decina di minuti) aumentate gradualmente la velocità per arrivare, nel giro di altri dieci minuti e con le stesse precisazioni di cui sopra, a un’andatura media: attorno al cinquanta percento della massima velocità che potete produrre su quella pendenza.
  • Se proprio non ce la fate a restare trenta minuti senza reidratarvi, utilizzate le apposite tasche morbide con cannuccia che oggi quasi tutti gli zaini supportano, oppure le borracce da corsa, quelle con cannuccia e pipetta, da fissare sullo spallaccio dello zaino con apposite tasche.
  • Nella prima mezz’ora evitate di chiacchierare.

La mezz’ora di primo cammino è passata

Se avete rispettato quando sopra detto a questo punto noterete una normalizzazione dei vostri parametri fisici: la respirazione diviene più controllabile, i muscoli sono caldi e rilassati, eventuali piccoli dolorini muscolari o articolari scompaiono, riuscite a parlare senza dovervi fermare. Da questo momento siete in grado di camminare senza problemi e per lungo tempo (teoricamente all’infinito) mantenendo la velocità acquisita o addirittura incrementandola un poco.

Dopo aver compreso come comportarsi nella prima mezz’ora è il momento di inserire la giusta respirazione.

Come respirare

  • Respirate regolarmente e profondamente impegnando sia il diaframma che il torace
  • Fin che ci riuscite inspirate dal naso.
  • Quando l’inspirazione dal naso diventa insufficiente abbinate anche la bocca.
  • Evitate di piegarvi in avanti con il busto: comprimereste il diaframma riducendo notevolmente il volume ventilato.
  • Se la respirazione diventasse troppo rapida e poco profonda, spesso con la sensazione di fatica nell’inspirazione (apparente impossibilità di dilatare il torace), forzate con cauta violenza un’espirazione o due.

Bene, i fondamenti sono stati acquisiti ora possiamo passare ai dettagli più specifici.

Abbigliamento

montagna_nuda2Discorso, questo, abbastanza ampio e complesso, per ora mi limito a darvi alcune semplici regole di base.

  • Con temperatura percepita superiore ai venti gradi centigradi è fuori di dubbio che, lasciando perdere gli opportunistici e condizionati consigli dati dalle case che lo producono, la soluzione ideale è la nudità. Purtroppo ad oggi è praticabile con tranquillità solo sui percorsi nulla o poco frequentati, negli altri casi il migliore ripiego sono i capi tecnici da corsa, ovviamente nei loro modelli più leggeri e dimensionalmente ridotti: pantaloncini corti con mutanda integrata (ma anche senza), maglietta a canottiera, calze corte.
  • Con temperatura percepita compresa tra i sedici e i venti gradi la nudità può risultare poco confortevole, i capi tecnici prodotti per la corsa o il trail sono l’abbinamento ottimale.
  • Da tre a sedici gradi di temperatura percepita l’abbigliamento tecnico, da trail o da montagna, diventa la soluzione ottimale, optate per una conformazione a cipolla, ovvero tanti capi sottili e leggeri da sovrapporre gli uni agli altri.
  • Sotto i tre gradi l’abbigliamento da trail è valido solo se marciate a buon ritmo e senza mai fermarvi, altrimenti serve un abbigliamento più pesante specifico per la montagna.

Calzature

0389_ph-fabio-corradini_edAbbandonate l’opinione più comune che le scarpe alte siano l’unica soluzione adottabile, ci sarà un motivo se i trailer utilizzano, anche sui percorsi più scabrosi, scarpe basse!

È ben vero che se si mette male un piede tale rigidità della tomaia protegge (parzialmente!) da possibili lesioni, ma, salvo vere situazioni patologiche, le storte si prendono perché le scarpe alte raramente calzano perfettamente il piede e solitamente lasciano pericolose zone di vuoto attorno allo stesso, oppure perché si cammina male, perché si è distratti, o perché la caviglia, condizionata dalle scarpe alte, ha assunto un innaturale stato di lassità.

La scarpa bassa certamente richiede assenza di patologie alla caviglia e un periodo di adattamento, ma poi la sua leggerezza e l’assenza di pericolose zone vuote attorno al piede vi faranno dimenticare per sempre le scarpe alte. Uniche pecche della scarpa bassa sono il cammino nell’erba bagnata (dopo poco tempo vi trovate con i piedi a mollo) e sui ghiaioni (i sassi possono urtare sui malleoli graffiandoli o provocando più o meno lievi ematomi), ma per ambedue i casi esistono apposite ghette.

0145_ph-alberto-quaresmini_edPostura e appoggio del piede

Ho già detto della schiena che deve restare il più possibile eretta, aggiungo qui la verticalità del corpo: testa, spalle, anche e centro dei piedi devono essere il più possibile in linea tra di loro e tale linea deve approssimarsi a quella della verticale.

Piedi ben dritti tenuti alla larghezza delle anche. Cercate di mantenere l’intera pianta del piede a contatto con il terreno. L’appoggio (nella marcia) inizia dal lato esterno del tallone, passa per l’intera pianta del piede e finisce sull’interno della punta determinando quella che viene definita rullata normale (nella corsa l’appoggio inizia con la parte anteriore del piede a cui segue la stabilizzazione con l’appoggio anche della parte posteriore, da qui parte la rullata normale sopra descritta).

La discesa

La verticalità sulla base d’appoggio resta fondamentale anche se, con l’aumentare della pendenza, diviene sempre più difficile da mantenere. In ogni caso cercate di spostare il meno possibile il baricentro verso l’indietro cosa che comporta un notevole carico su quadricipiti e legamenti delle ginocchia. Un baricentro molto arretrato renderà anche più facile la scivolata a valle del piede e la conseguente possibile caduta. Anche qui, come per l’altezza delle scarpe, esiste una diffusissima e invero erronea opinione: “mai correre in discesa”. Talvolta è proprio meglio correre che camminare, soprattutto con le scarpe basse da trail e a patto di mantenere una velocità adeguata alla propria agilità e prontezza di riflessi: la dinamicità della corsa permette di mantenere una perfetta verticalità sulla base d’appoggio, di superare più agevolmente e con meno sollecitazioni i tratti ripidi e anche quelli più scabrosi, inoltre in caso di scivolata sarà molto più facile mantenere l’equilibrio.

Bastoncini si, bastoncini no

Personalmente non li utilizzo, sono però per il “dipende”.

Dipende dal tipo di terreno, dalla sua inclinazione, dallo stato del sentiero, dalle condizioni fisiche della persona, da, da, da. Insomma, su questo argomento che ognuno segua il suo pensiero, l’importante è usarli come si deve.

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