Che peccato essere uomini!


Coscienza e conoscenza

Il racconto del peccato originale non mi convince. Non metto in discussione i personalissimi motivi di fede o di appartenenza religiosa. Non mi convince da un punto di vista pratico, concettuale e formale.

Otranto, Cattedrale di Santa Maria Annunziata, mosaico del pavimento, particolare

Otranto, Cattedrale di Santa Maria Annunziata, mosaico del pavimento, particolare

1) Il salto evolutivo

 Nel cosiddetto Giardino di Eden crescono vari tipi di piante (tutte?) e vivono in pace molte specie animali (tutte?). Esistono anche due alberi che però sono tali solo per metafora – e qui qualcosa si spezza nello stile della narrazione -: l’albero della conoscenza del bene e del male (coscienza/responsabilità delle azioni) e l’albero della vita (conoscenza “scientifica” del mondo, utile alla sopravvivenza) sono astrazioni, definizioni di significato (design semantico), visualizzazioni mentali sulla base di analogie e tassonomie che oggi ci sfuggono.

Guarda caso, coscienza e conoscenza definiscono la differenza fra uomini e animali, sono i punti in cui ci distacchiamo dalla nostra natura strettamente biologica (esattamente come da albero, nel vero senso della parola, passiamo a “albero” in senso traslato, come similitudine, come metafora, come artificio lessicale per nominare qualcosa di astratto, che esiste solo come idea e non in natura – nel caso specifico penso che albero e frutto possano significare “nutrimento, alimento per crescere”: i frutti dei due alberi permettono ad Adamo ed Eva di “crescere” intellettualmente, razionalmente, criticamente  e di esserne consapevoli). Anche il linguaggio definisce la differenza fra uomini e animali: penso che nella narrazione sia stato mantenuto o per distrazione o per esigenze narrative, esattamente come troviamo animali parlanti in Esopo, Casti o Orwell.

Il paradosso è che Dio vorrebbe per ora tenere Adamo ed Eva ancora allo stato animale, lontani dall’uno e dall’altro dei due alberi, pur avendo loro ordinato di averne cura, vietando però di gustarne i frutti.

Probabilmente Dio li considerava ancora imperfetti, mentalmente e moralmente (forse anche emotivamente), ancora non pronti a far buon uso e della morale e dell’intelligenza a sostegno della vita. Il temporeggiamento di Dio ha dato modo al Maligno di insinuarsi, di anticipare i tempi. Proprio il divieto ha dato il destro alla tentazione, ha insinuato nella mente (o anche nel cuore) il desiderio, l’aspettativa (ciò di cui a livello animale Adamo ed Eva non presumevano neppur l’esistenza), ha trasformato i due “alberi” in curiosità, in appetibile trasgressione, rivelandosi le porte di un repentino, decisivo e irreversibile cambiamento della natura umana.

Fatto sta che un “antagonista” di Dio espone a Eva il salto evolutivo che compirebbe avendo coscienza o conoscenza, o entrambe. Non so quanto Eva potesse comprendere quel discorso, non so quanto la pressione del Maligno sia stata irresistibile, non so, infine, se questi stesso abbia fornito ad Eva la capacità, la facoltà di comprendere il discorso, tanto distante appare dall’ordine ovvio che vige in natura.

Non so, infine, quanto grande sia la responsabilità di Eva, perché debba portarne la colpa, se ancora non sapeva discernere tra il bene e il male, se non aveva ancora gustato del frutto dell’albero. Non so perché Dio abbia punito lei e Adamo, e non il Maligno. Non so perché non abbia impedito il fattaccio. Non so perché, come dicono altre mitologie, non abbia distrutto i primi esemplari di uomini e non ne abbia creati di nuovi. Viene anche da chiedersi se la narrazione voglia insinuare il dubbio che sia un peccato essere uomini, perché Dio non ci voleva così: da qui una serie di obblighi e impegni nella vita pratica per ricollegarci all’originario disegno (vedi per tutte le opere che trattano l’argomento, L’imitazione di Cristo).

Districarsi in questo groviglio di domande e di anacronismi, di conti che non tornano, può esser un buon esercizio intellettualistico. Senz’altro però ci insinua anche il sospetto che chiunque abbia scritto la Genesi, non ce la racconta giusta, o ce la racconta in modo da rinviare a una autorità indiscussa per giustificare lo status quo, e fondare un sistema per il controllo delle persone e l’ordinamento della società. Cose che constatiamo ancor oggi.

 

2) La soggezione

Nemmeno il rapporto fra Dio e i Progenitori è del tutto chiaro. Da una parte ci viene descritto un dio “teologicamente” maturo, con un suo “ordine” morale, i suoi comandamenti, i suoi divieti. Non certo il Dio che Adamo ed una Eva – ancora allo stato animale – potevano conoscere direttamente. Forse possiamo paragonarli a una coppia di cani nel parco di una villa (il Paradiso terrestre in latino è paradisus voluptatis “giardino di piacere”), senza preoccupazioni per le necessità materiali, forse solo vagamente coscienti e felici del proprio stato, più felici quando Dio si intratteneva con loro.

Il rapporto di sudditanza, di fedeltà e di affetto verso Dio doveva essere stato al massimo grado. Non essendo stati addestrati a sospettare degli intrusi, non essendo ancora capaci di capire cosa fossero Male e Bene, accolgono il Tentatore come un altro Dio. Perciò sembra assurdo che vengano poi puniti per una colpa non voluta, di cui erano inconsapevoli a livello morale. Poteva sembrare un nuovo gioco. Esisteva sì il divieto, ma chi poteva pensare che il Maligno avesse “cattive” intenzioni?

 

Lucas Cranach, Das Paradies (1530), Vienna, Kunsthistorisches Museum

Lucas Cranach, Das Paradies (1530), Vienna, Kunsthistorisches Museum

 

La nudità adamitica

«Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna.» [Genesi 2, 25]

Lo scrittore sacro specifica espressamente questo aspetto per sottolineare la differenza fra un prima (il tempo delle origini – stato animale) e un dopo (l’epoca attuale, in cui scrive), come se il provare vergogna fosse un tratto ulteriore che ci differenzia dall’animalità, che ci distacca dallo stato di natura, come fosse il primo gradino dell’incivilimento. Oppure, perché ritiene ovvia la nudità nel rapporto fra marito e moglie e solo in quest’ambito.

Mi premeva però sottolineare il punto di svolta nella presa di coscienza umana, nella consapevolezza che poi ha determinato il distacco, la cacciata, la caduta, e non da ultimo – visto che gli si erano aperti gli occhi del giudizio morale – la presa di coscienza del peccato, del tradimento del patto con Dio, della disubbidienza, della superbia, e via dicendo: e soprattutto della scoperta in sé della propria vera natura (del fatto che può essere buona o cattiva) , la scoperta della possibilità e capacità di peccare (di disubbidire, o addirittura di offendere Dio), ponendo le fondamenta della “libertà” dell’uomo nei confronti dell’ordine morale, salvo accettarne conseguenze e responsabilità, premio o castigo (esattamente come gli animali da circo).

Probabilmente in questo consiste la presa di coscienza dell’essere nudi: nudi, cioè, a se stessi. Il peccato, cioè la presa di coscienza di quanto sia bene e di quanto sia male, ha permesso ai Progenitori di vedersi senza paraocchi, buoni e cattivi, in grado di scegliere fra bene e male, di fare l’uno o l’altro secondo il proprio arbitrio, di agire pro o contro la vita e la propria stessa vita. Nudi per aver scoperto in se stessi la capacità di autodistruzione, e non tanto per la nudità in sé, non per un innato senso di pudore. In fondo sarà proprio la scoperta di una morale che renderà necessaria la costruzione di un alveo in cui costringere la nostra condotta, che renderà necessaria la nostra collocazione al di qua o al di là dello spartiacque bene/male.

Il “caso particolare” della nudità, mi sembra solo un suggerimento immediato preso ad esempio perché tutti capissero il paragone, la parte per un tutto. Non credo infatti che proprio (o solo) il controllo della nudità (mettiamo anche della sessualità) sia il fondamento, il punto di partenza programmatico per ogni altro comportamento umano moralmente diretto. Ma forse così sembra a me, oggi. Allora, le cose potevano avere valenze diverse.

 

Un Dio patriarcale

Penso che fino alla redazione definitiva della Genesi (VI-V sec. a.C), l’ordinamento sociale degli Ebrei fosse tale per cui la prima cosa che richiamasse il senso di vergogna fosse proprio la visione della nudità. E proprio in questo libro troviamo un indice prezioso:

«Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne».  [Genesi 2, 24]

Non bisogna esser filologi per capire che questo versetto è stato interpolato, provenendo da una cultura in cui già esisteva  la famiglia («un padre e una madre») e il matrimonio, situazione riconosciuta e rigorosamente codificata, al cui interno vengono sospese le proibizioni che normalmente vigono tra persona e persona in pubblico. Matrimonio reinterpretato non come libera unione di due persone, ma esemplato sul racconto della costola (o viceversa), in modo che la donna scelta, prima che persona amata, fosse concettualizzata come “clone” del marito («osso delle mie ossa, carne della mia carne» – non è difficile giungere ad ipotizzare che la creazione di Eva sia una rivincita maschile, una rivendicazione di supremazia di fronte all’esclusiva capacità generativa della donna); per questo la nudità fra i coniugi non suscitava vergogna, non era uno scandalo, richiamando l’originaria vita edenica.

Da una parte le parole «suo padre e sua madre» sono uno spiraglio a riprova della posterità della redazione, dall’altro la formulazione «un’unica carne» lascia intravedere l’eccezione nei confronti della nudità: marito e moglie sono definiti un’unica carne, quasi fossero una stessa ed unica persona, per questo non commettono «peccato di nudità».

La nudità fu punita come ricordo, richiamo, rinvio a un luogo che non meritavamo più. La nudità era ciò che più contraddistingueva lo stato dei Progenitori rispetto a quello degli Uomini. E per la salvaguardia del mito, si è resa necessaria l’istituzione di un rito uguale e contrario (portare vestiti).

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 26 gennaio 2017, in Atteggiamenti sociali con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. Caro Vittorio se ti capita prova a leggere qualche libro di Mauro Biglino o vedere qualche video su youtube. E’ uno studioso che per anni ha tradotto la Bibbia per conto delle Edizioni Paoline ed ora ha pubblicato numerosi libri dove sulla base dei suoi studi e delle sue traduzioni letterarie afferma cose interessanti e sicuramente meritevoli anche in relazioni alle cose scritte in questo articolo

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  2. Vittorio Volpi

    Grazie Giovanni.
    Ho letto i libri di Biglino, e anche quelli di Zecharia Sitchin.Da una parte mi hanno lasciato perplesso, dall’altra stimolato a rileggere la Bibbia (almeno i passi che qui ci interessano) senza gli orpelli della teologia e dell’ermeneutica tradizionali. Nel mio post precedente avevo linkato un video di Biglino dove parlava del “kevod”. Sia il post precedente che questo e forse anche altri prossimi, sono dovuti a una riflessione quasi involontaria dovuta proprio al rimescolamento di idee e interpretazioni di questi ultimi tempi. Non riesco a seguire Biglino sul piano della filologia perché non conosco l’ebraico biblico. Mi rimangono dei post-it appuntati in bacheca, ma già bastano per pormi ad una distanza critica sia dal testo che dai commentari. Mi pare sia più credibile un esame di tipo storico e antropologico, verificato nella pratica quotidiana del vivere e dell’organizzazione sociale. Curioso per il popolo ebraico, ad esempio, è l’assenza di un’autorità statale, ma dove paradosslmente la legislazione riesce a penetrare nei più intimi comportamenti delle persone (vedi il libro di R. Peyrefitte, “Gli Ebrei”).
    Una volta compreso il resoconto delle origini, poi si possono spiegare meglio e comprendere i comportamente che ne sono derivati e che poi sono stati diffusi in tutto l’Occidente, veicolati anche dal Cristianesimo. Non ho naturalmente la verità in mano. Quel che scrivo sono spunti e riflessioni che mi sorgono via via, anche in modo del tutto occasionale. L’inizio è una riflessione mia, che cerco poi di estendere in modo che riguardi in generale anche tutti noi (nudisti e non): capire l’origine del pudore, data per scontata e al momento senza una spiegazione convincete, non è una bazzecola, non tanto per il tema in sé che ormai non ci tocca più, ma per tutte le complicanze e sedimentazioni che si trascina dietro. Mi va bene anche Biglino, anzi gli sono davvero grato, perché è riuscito a farmi leggere la Bibbia in modo diverso e a ricavarci spunti non secondari.
    Grazie che mi hai dato modo per precisare questo aspetto. E grazie che mi leggi con attenzione.

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