#TappaUnica3V un poco di stasi ma anche duri test


locandina-tappaunica3v-600Ci eravamo lasciati a fine gennaio con una piccola delusione per un giro non completato come nelle previsioni, anche se più per un errore di percorso che per cedimento fisico. È passato un mese e, visto il passato, ci si aspetterebbe una relazione densa, invece no, invece febbraio è stato un mese povero, una stasi che sta inibendo il potenziamento a cui anelavo. Comunque qualcosa ho fatto e in un paio di occasioni la prova è stata particolarmente dura.

Parto per un breve giro di perlustrazione, devo studiare un tratto di un ben più lungo anello, in parte perché non lo conosco e in altra parte perché vorrei trovare un modo per tagliare tre lunghi tornanti di strada asfaltata. A mattina avanzata parcheggio l’auto in quel di Nave e, di corsa, mi avvio lungo via San Giuseppe, il cielo è bigio, minaccia pioggia ma le previsioni la danno solo per il primo pomeriggio quando dovrei essere già rientrato. Purtroppo così non sarà: dopo mezz’ora dalla partenza la pioggia s’è fatta più importante e dopo un’ora e mezza diviene una cascata. Devo dire che fino a quel punto la cosa mi stava risultando anche gradita: per qualche strana circostanza nei precedenti allenamenti ho sempre imbroccato le giornate di bel tempo ma non è detto che lo stesso mi ricapiti nel giro finale per cui trovarmi qui a camminare e correre sotto la pioggia è pur sempre un importante e utilissimo allenamento. Cosi, dopo una salita a ritmo sostenuto e una velocissima discesa correndo senza sosta lungo sentieri ripidi e scabrosi che a tratti sembravano torrenti, eccomi di nuovo a Nave: non mi resta che chiudere l’anello attraversando il paese per raggiungere l’auto che si trova a due chilometri. “Non mi resta!” Mannaggia, nel tentativo di tagliare un largo giro della strada asfaltata prendo una sterrata che passa per i campi e… investito da un forte vento gelido, sotto lo scroscio continuo delle cascate d’acqua, prima m’infango per bene in una carrareccia, poi mi sembra d’essere finito in un punto cieco da cui non c’è modo d’uscirne senza infilarsi nel mezzo dei campi (scoprirò poi che invece ero a soli cinque metri da una strada asfaltata, sic!) e decido di ritornare sui miei passi per seguire l’originario asfalto attorno alla stazione elettrica. Arrivo all’auto, la giacca da pioggia ha fatto il suo bel dovere e sotto sono più che altro sudato, i pantacollant sono fradici ma non mi danno fastidio e mi stanno comunque tenendo calde le gambe, l’unico problema sono le mani, i guanti bagnati sono pressoché diventati inutili e le dita sono inabili a stringere adeguatamente gli oggetti: solo dopo vari tentativi riesco a staccare la chiave dell’auto dall’apposito gancio nella tasca dello zaino, fatico persino a togliermi la maglia sudata e infilarmene una asciutta, ma alla fine sono pronto a ripartire, orgoglioso di me e della mia attrezzatura (lo zaino nuovo ha tenuto l’acqua alla grande), solo i guanti non hanno superato l’esame.

È passata una settimana dall’allenamento sotto la pioggia, oggi danno bel tempo così, nonostante le recenti nevicate, ho programmato un bel giro: una quarantadue chilometri con duemila e ottocento metri di dislivello con l’intendo di percorrerla nel mio minor tempo possibile, programmate sette ore. Ore sei e cinquantotto, mi metto in cammino, una partenza strategicamente lenta eppure senza nemmeno accorgermene sono in vetta al Monte Sete: forse non sono andato così lento come mi sembrava! Inizia la discesa verso la Val Bertone, per un tratto ancora lungo il bel sentiero di cresta, poi per un esile sentierino con tratti ingombri di radici. Scendo senza foga e, di nuovo, rapidamente mi trovo sul fondo valle, così come in un baleno risalgo l’opposto versante e arrivo alla Cascina di Boatica: oggi ho il fuoco nelle gambe, se vado avanti così il giro lo faccio anche in meno di sette ore. Mai vedersi già all’arrivo, prima perdo un poco di tempo a risalire il tratto generalmente non difficile che porta alla vetta del monte Doppo (oggi neve e ghiaccio lo ricoprono rendendolo particolarmente insidioso, devo salire con moltissima attenzione), poi le gambe spingono male e non riesco a correre sul lungo falsopiano che porta a Conche, infine nel risalire la ripida pala del Monte Conche i quadricipiti cedono e mi trovo in preda ai crampi. Mi reidrato abbondantemente e, indeciso sul da farsi, imbocco la discesa mangiando una barretta. Sono al bivio a sinistra posso scendere a Caino e rientrare all’auto senza grossi problemi, le mie gambe vanno a destra: vogliono provarci, la mente è ovviamente con loro e allora… che sia destra. Mettendo in campo tutte le finezze tecniche, sfrutto la discesa, qui comoda, per tentare di sciogliere i quadricipiti. La velocità è comunque buona e l’assenza di dure salite gioca a mio favore: in poco sono al santuario di Sant’Onofrio. Senza sosta mi getto lungo la sconosciuta discesa verso Nave, dopo un primo facile tratto diviene ripida e rovinata, i quadricipiti si fanno un poco risentire, normalmente un tratto così l’avrei fatto di corsa, oggi devo scendere al passo e con attenzione. Il sentiero torna agevole ma qualcosa mi dice di continuare al passo. Da tempo vedo le case di Nave sotto di me ma sembrano irraggiungibili: “sarò io ad essere particolarmente lento o è proprio la distanza notevole?” Meglio non chiederselo e andare avanti. Giù, giù, sbaglio un bivio e perdo altri quindici minuti intozzando le gambe su una risalita particolarmente ripida. Ecco, ecco, le prime case, sono in fondo, in fondo! Sono passate più di cinque ore dalla partenza, prendo dallo zaino il panino e, senza fermarmi, me lo gusto con enorme soddisfazione, peccato doverlo accompagnare con la dolciastra soluzione di acqua e integratore, un bicchierotto di vino ci sarebbe stato decisamente meglio.

Eccomi sull’altro lato della larga valle di Nave, riprende la salita e le gambe brontolano, non ne vogliono più sapere, bene lievi salitelle, ma per quanto riguarda i più duri strappi no, niente da fare, riesco a procedere, riesco a non fermarmi troppo spesso ma la velocità è bassa, molto bassa, troppo bassa: nonostante abbia rinunciato a salire il Monte San Giuseppe le sei ore sono andate. Stringo i denti, tutto sommato il fisico tiene bene, il fiato c’è e la mente pure, solo le gambe si rifiutano di spingere ma solo in salita: arrivo alla strada di Muratello e decido di evitare anche la dura salita al Monte Salena, così taglio per la sterrata che, con facile mezzacosta, porta direttamente alla Sella di San Vito dove arrivo alle quattordici precise. Che fare? Davanti a me altri mille metri di dislivello e dieci chilometri di montagna, quasi tutti sentieri e a tratti anche piuttosto complicati… che fare? “Maria, sono a San Vito, sono distrutto, vienimi a prendere alla chiesa di San Gallo!” Così finisce questo test, con una chiamata a casa.

Deluso eppur contento, tutto sommato in sette ore ho comunque coperto trentadue chilometri e quasi duemila metri di dislivello arrivo a martedì, le gambe sono ancora leggermente indolenzite ma neanche più di tanto, decido di farmi una corsetta di scarico in Gavardina. Corsetta? Scarico? Vattelapesca, mi faccio ancora i dieci chilometri e li copro in due minuti meno della precedente volta!

Dopo una settimana ancora corsa in Gavardina a provare le scarpe nuove, sempre da trail ma una marca diversa dalle solite e un modello leggero, più adatto alla corsa su strada e sulle brevi distanze: quattro minuti meno del solito, lasciatemi pensare non sia tutto merito delle scarpe nuove.


Ogni settimana da uno a tre allenamenti a secco: equilibrio, propiocettività, squat e stretching.

4 febbraio – Giro esplorativo all’Anello di San Giuseppe con Monte Salena: 20km, 800m, 2h 40’, dei quali quaranta minuti persi in pianura girovagando per campi sotto la pioggia battente.

12 febbraio – Tentativo al Giro delle Creste di Nave e Caino: fatti 32km, 1851m+, 1952m-, 7h 2’.

14 febbraio – Corsa piana in Gavardina: 10,5km, 38m, 1h 7’.

19 febbraio – Gita con gli amici di Mondo Nudo, le Cime di Cariadeghe: 11,46km, 591m, 6h 30’ compresi 30’ di sosta pranzo.

22 febbraio – Corsa piana in Gavardina: 10,5km, 38m, 1h 3’.

26 febbraio – Giretto con la moglie alla Rocca di Manerba: 10,5km, 126m, 3h 20’ comprese due soste (30’).

Informazioni su Emanuele Cinelli

Insegno per passione e per scelta, ho iniziato nello sport e poi l'ho fatto anche nel lavoro. Mi piace scrivere, sia in prosa che in versi, per questo ho creato i miei due blog e collaboro da tempo con riviste elettroniche. Pratico molto lo sport e in particolare quelli che mi permettono di stare a contatto con Madre Natura e, seguendo i suoi insegnamenti, lasciar respirare il mio corpo e il mio spirito.

Pubblicato il 27 febbraio 2017, in Eventi sportivi, Racconti di sport con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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