Archivio mensile:marzo 2017

Sono Natura


Dalla natura vengo a sapere che sono nato nudo, che anche sotto gli orpelli quotidiani, sempre nudo rimango; che nudo mi disfarò nella tomba, che eventualmente nudo mi presenterò al tribunale di Dio nel giorno del giudizio. Orpelli che mi si sono incarnati addosso, che sono diventati persino pensieri, convinzioni, stati e condizioni, definizioni, dati di fatto, credenze, certezze, assiomi, talvolta ossessioni, su cui ragionare e agire di conseguenza. La controprova è che, mollati i paludamenti tessili e le fisime mentali, ci vediamo semplici e nudi, come pane senza companatico… ma buono lo stesso.

 

Semplici e nudi

Semplici e nudi innanzitutto verso di noi: so benissimo della pancetta che ho, di certe pliche flaccidose della pelle, del grasso che mi ottunde i bei pettorali. Però se è così che son fatto, così mi tengo. Perché, se per primi noi stessi non ci accettiamo, troveremo negli sguardi degli altri un giudizio (presunto) e una conferma del nostro scontento.

Guardandoci dal punto di vista della natura, vediamo la nudità come fatto naturale, come non ci fosse differenza fra la stanza da bagno e fuori, fra casa e fuori. E gli altri son forse Marziani? No! Anche loro sono figli della stessa natura. E perché dunque pensarci indecenti, come se qualcosa di noi fosse inaccettabile, fatta male, quasi innaturale? (persino della natura abbiamo un’idea di come debba essere – secondo noi!) Perché del distinguo che fa la “ragione”, il pensiero dei più che ci dice che cosa è decente e che cosa indecente? Se non è indecente la natura, non sono indecente neanch’io, nemmeno se son sovrappeso. Penso che sono più indecenti i nostri “razionali” pensieri: la lingua batte dove il dente duole.

Ma, una volta spogliati, ci si apre un mondo, ci sorprendiamo del mondo, ci fa meraviglia – anche di noi ci meravigliamo: così non ci siam visti mai! La differenza maggiore la scopriamo dentro di noi, nel mutamento dei pensieri, delle convinzioni, delle valutazioni, che si traducono in comportamenti, atteggiamenti, scelte di vita. Senza acrimonia, senza stracciarci le vesti, senza indignarci, ma semplicemente e risolutamente andiamo da un’altra parte… nel castagneto del Dosso dei Camosci ad esempio, a sentirci finalmente sinceri con noi stessi, a constatare la differenza fra legge “divina” e legge naturale. Ma non dovrebbero essere la stessa legge, visto che proprio Dio ha creato la natura così com’è? Chi ha mischiato le carte? Chi sta bleffando? E crediamo a Pascal: “se  l’asso ce l’ha, abbiam perso; se l’asso non ce l’ha, ci punisce comunque per aver anche solo pensato che stesse bleffando. È meglio scommettere che ce l’abbia e, pazienza, game-over. Ma chi mi ha costretto a quel tavolo di poker? A scommetter la mia vita per un atto di fede, con un patto di fede? Grazie, io non gioco. “Cosa? Non stai al gioco, non vuoi giocarti la vita con Dio? Non può volere la tua rovina: se poi ti ritrovi in mutande, la carità ti verrà in aiuto, la Sua misericordia è infinita. «Non essere incredulo, ma credente, Tommaso!» (Giovanni 20, 27)”.

La natura mi parla per archetipi, non ha parole, non ha tutorials, non mi manda i concetti già bell’e fatti, pronti per l’uso: ha mille altri modi, mille altri fatti, mille nuove esperienze che posso scegliere di fare per provare a conoscermi meglio. Con me, ma anche in confronto con altri. E dopotutto, da qualche parte ci sono anche i sentimenti… e non son poca cosa.

Tutti capiscono il freddo ed il caldo, il giorno e la notte, il disagio e il benessere, la fatica e la gioia… Non posso per tutta una vita cercare di evitar la natura: scegliere il piano e non la salita, l’auto invece dei piedi, il cotto invece del crudo, le primizie di serra perché non so aspettar la stagione, la corsa invece del passo, i sapori “genuini” e “salati” , ricordarmi della crema solare, mettermi gli occhiali da sole… Sembra quasi che stiamo creando un’anti-natura, una creazione parallela che stiamo rifacendo da noi, come se il Creatore non fosse stato bravo abbastanza. Chiaro, noi vogliamo capire, smontiamo e rimontiamo, se qualche pezzo non combacia, annunciamo una nuova invenzione… Ci stiamo costruendo un pianeta tipo Gattaca, asettico e innaturale.

La doccia d’aria fresca

Il nudo stride. Il cane-da-guardia del pudore ci abbaia alle spalle, per farlo tacere non abbiamo che da spogliarci, riconquistarci quel corpo che dovrebbe essere solo nostro, involucro e specchio della nostra anima, la nostra costante k in quanto persone.

Il nudo ride. Il nudo ci fa contenti. Di un’intima gioia di persone comuni, che appunto perché spogliate di tutto, si vedono forti egualmente, non appese a pensieri, a progetti, a valori che danno una parvenza di vita: ci accontentiamo di esser dei burattini?

In casa sto nudo; al mattino mi alzo, mi affaccio al balcone e mi stiracchio levando in alto le mani con le dita incrociate: le prime boccate d’aria mi scandagliano, mi entrano, come mi entran negli occhi i primi bagliori dell’alba; il frescolino mi avvolge la pelle, sembra che l’aria stessa si sia avvicinata e voglia conoscere me – non c’è nessun altro -, darmi il buongiorno; non è ostile, non rabbrividisco, è una doccia d’aria fresca. I balconi a destra e sinistra sono deserti, e se anche una mattiniera vicina uscisse sul poggiolo a sprimacciare i cuscini, vedendomi al naturale così come sono, sorpreso con le dita della marmellata ancor nella bocca, le vedrei un sorrisetto spuntar sulle labbra, contagiata dal lieto, leggero, fresco sorriso che le manda mio corpo libero, tutto, intero dalla testa ai piedi, selvaggio come un Boscimano, naturale come son per me stesso. È naturale esser nudi, più che l’esser vestiti. Lo sanno anche i sassi.

Ma noi siamo sociali: da soli siam brava gente, ma insieme… sembra sparisca buona parte di umanità; insieme siamo più forti, lavoriamo di squadra (gli eserciti son formidabili! non importa del prezzo, se davvero vuoi conquistare qualcosa: prezzo d’amatore). Viribus unitis, unendo le forze è più facile raggiunger lo scopo. Spesse volte questo scopo non l’ho scelto da me, ma qualcuno più forte di me, divenuto forte perché gli ho ceduto la mia forza (volente o nolente). In questo la società mi fa paura, mille volte più della natura. Anche in natura tragedie e disastri sono all’ordine del giorno. Solo la Walt Disney poteva inventarsi un Lion King: solo noi lo vediamo “re della foresta”; in realtà, un leone non va oltre la propria famiglia; una tigre non mangia più del necessario; le api non vendono il proprio miele.

La consapevolezza sociale è molto diversa dalla consapevolezza personale.

Per “rispetto delle differenze” omologhiamo tutti, tutti uguali di fronte alla legge; il multanova scatta per tutti automaticamente… poi con la cassiera mostriamo chi siamo (galloni, occhiolino, “facciamo-a-metà?”…)

La nostra costante

Il nostro k o il nostro (氣), il prana, che è lo stesso che spiritus o anche il “soffio che ci ha dato la vita” (πνεῦμα), la nostra “essenza individuale” (o carattere, psiche, anima, personalità, identità, individualità, forza d’animo, carattere, indole… ma anche volontà, decisione, intenzione, scelta) lo teniamo rigorosamente per noi, è poco socializzabile, se non nella ristretta cerchia di amici. Eppure non c’è nulla di più universale e di fuori dal tempo: questo tratto umano universale che dà il senso allo studio della storia come storia di uomini, di tutti gliuomini, quel quid di umanità che trapassa di generazione in generazione senza disperdersi, senza inquinarsi; quell’idea di uomo che possiamo ammirare negli uomini di oggi come in quelli di ieri. È quell’energia personale e interna di ciascuna persona, che lascia il proprio sigillo nelle cose che fa.

«Il al mattino è fresco» diceva Sun Zu. Eppure è con la nostra maturazione, con l’evoluzione che ci siamo scelti da noi, che ci relazioniamo con gli amici e gli sconosciuti. L’attenzione ai suggerimenti della natura ci fa evolvere nella direzione che noi vogliamo, una direzione vantaggiosa, perché più equilibrata, meno stressante, più sana, più piacevole, più istintiva, ma a suo modo regolata nel variarsi e adeguarsi giorno per giorno.

Dal balcone di casa guardo le torbiere, la campagna, il sole che nasce, i nuvoloni carichi d’acqua. Mi sento a-posto, giusto così. Non sto segnando le crocette fitness su una tabella. Mi distrarrei: sono molte le cose che il corpo percepisce in quell’istante: la mia presenza-esistenza è un vortice di mille pensieri, una dinamo che si sta caricando: mi riconfermo in quello che sono, con questa sensazione di oggi in più, e domani sarà di nuovo lo stesso e diverso. Linfe sconosciute mi circolano in corpo, forse son raggi (l’intero alfabeto greco non basta a elencarli), forse fotoni, forse dell’altro che ancora non sappiamo che esiste, ma che pur ci fa bene.

E allora penso che mi sono ripreso un pezzo di corpo, come se finora mi fosse stato rubato, se è questo corpo, ora tutto intero, che mi ridà tutto questo che sento, e che ben non so dire.

Questo sento mi fa la natura.

La Natura mi sbraga: dov’è l’indecenza?

Di fronte allo spettacolo della natura, dopo ore di marcia e sudore, durante le quali abbiam dialogato, interagito passo dopo passo con la natura, dopo che ad ogni curva qualcosa cambiava, fotogramma dopo fotogramma, arrivati alla cima ci viene spontaneo dire al mondo qualcosa di noi, qualcosa di sincero, di nuovo, di stupendo, qualcosa che scopriamo lì e allora per la prima volta, ci vien automatico dimostrare il nostro apprezzamento, la nostra meraviglia e sorpresa; l’esigenza di non tener nascosta, separata, specialissima, con la scusa che sia privatissima, nessuna parte del nostro corpo, così sensibile a tutto, che tutto questo coi sensi ci ha fatto capire, come fosse l’altra metà di noi stessi; al diavolo le convenzioni e convenienze, dov’è l’indecenza? mi calo le brache (non è atto di resa, e nemmen di protesta o sberleffo), mi par di volare, di esser grande come tutto l’orizzonte che vedo, mi sento in gola la sazietà di un momento di  gloria, la tranquilla normalità di una magnificenza che mi diventa respiro, inalato a pieni polmoni. Non valgono un pensiero gli stupidi pantaloni abbassati alle caviglie: andrei in prigione per un momento come questo. Mi sento gonfio come un tacchino che fa la ruota, fiero come un lupo che va per i fatti suoi, piena la testa di grilli minuscoli e vispi, orgoglioso come un piccolo dio, compreso di un’esperienza che mi sta trasformando, invanito di cose da nulla, ma che pure son rare, grandi e preziose – mie! pieno di vanterie belle, buone e reali; mi sento ricco di niente, perché non saprei dire di che… forse semplicemente di vita. La natura mi dice che ogni momento, normalmente io sarei così, abitando una «casa in cima al mondo» come cantava Pino Donaggio quand’ero ragazzo. Ah, sì che ci vien voglia di crescere, perché all’improvviso si sa come fare, cosa fare, com’è.

Sbragati dalla Natura (Foto di José Gomez, California – da http://www.maktiv.net)

#TappaUnica3V tabella di marcia 2017


Ci eravamo lasciati con un doloroso allenamento: dieci chilometri con il ginocchio sinistro sempre più dolorante. Il giorno dopo il dolore era ancora presente e il successivo le cose erano ulteriormente peggiorate: in discesa dovevo fare le scale un gradino alla volta. Il martedì pomeriggio, all’improvviso, i dolori si attenuano notevolmente fin quasi a scomparire. Felice ma comunque previdente: acquisto lo stesso ginocchiere e fasce rotulee (già che ci sono, visto che anche il destro ogni tanto duole, ne prendo una coppia cadauna) che utilizzo tutta la settimana. Arriva il sabato e, per testare il ginocchio, programmo un breve giro esplorativo: quindici chilometri per mille metri di dislivello. Parto senza ausili ortopedici e, pur forzando parecchio, le cose vanno alla grande tanto che a metà della prima leggera discesa provo ad abbozzare la corsa: per un poco tutto bene poi si ripresentano i primi dolori, mi rimetto al passo e questo basta per farli svanire, bene ma per oggi niente corsa. Per un bel tratto non ho problemi poi con la seconda ripida discesa riecco i dolori, sono leggeri ma per evitarne l’aggravarsi indosso la ginocchiera che mantengo fino alla fine del giro alla quale arrivo senza particolari problemi, se non per il caldo soffocante del primo pomeriggio. Contento del risultato mi avvio sulla strada del ritorno, prima di tornare a casa mi fermo al supermercato per fare la spesa e ne esco con il ginocchio nuovamente dolorante a causa degli sforzi fatti per girare il carrello appesantito da quattro confezioni di acqua. Sebbene questo mi abbia permesso di localizzare esattamente la sede del dolore (punta anteriore sinistra della testa del Perone), inizio ad essere seriamente preoccupato: forse conviene prenotare un controllo specialistico, suggerimenti per un buon ortopedico, meglio se pratico di problematiche sportive, a Brescia o dintorni?

Nel frattempo ho concluso la revisione della tabella di marcia dello scorso anno integrandovi i nuovi tempi di sosta ai cinque rifornimenti che, stavolta, invece d’esservi integrati si aggiungono alle quaranta ore di cammino. I calcoli sono stati rivisti fruendo di uno strumento cartografico on-line (GPSies) che permette un più semplice e accurato (anche se l’impressione è che sia ben lontano dalla precisione) calcolo delle distanze e dei dislivelli, ho anche determinato le velocità più adatte per ogni tratta e sulla base di queste, con una lunga serie di aggiustamenti, definito i tempi di cammino.

Quest’anno effettuerò il giro due settimane prima nella speranza di trovare meno caldo inoltre, al fine di rendere più facile la partecipazione a chi desiderasse seguirmi dal vivo (partenza e arrivo sono stati abbinati a due eventi Mondo Nudo per un accompagnamento e numerosi sono i passaggi da punti raggiungibili in auto o con un breve cammino) e per permettermi un più semplice reperimento dello staff logistico (chi volesse darmi la sua disponibilità è pregato di farmelo sapere il più presto possibile e comunque entro la metà di maggio al fine di darmi tempo per una diversa organizzazione logistica nel caso nessuno o pochi si facessero avanti), ho scelto un fine settimana. Dal punto di vista del percorso rimane la decisione di seguire tutte le varianti alte (qui puoi vedere il percorso completo), mentre, ricalcando quanto fatto nell’inaugurazione del sentiero 3V, la partenza avverrà dalla piazza principale di Brescia (Piazza della Loggia) dove penso di allestire un punto di incontro che possa richiamare l’attenzione.

Detto questo ecco qui di seguito la mia definitiva tabella di marcia; ovviamente l’unico orario certo è quello di partenza, farò di tutto perché lo sia anche quello di arrivo ma non posso prometterlo, mentre gli altri vanno intesi come approssimativi: per diverse ragioni potrei, come successo lo scorso anno, subire dei ritardi oppure in alcuni tratti tentare delle accelerazioni. Anche i tempi di sosta ai rifornimenti sono indicativi: in caso di ritardo potrei ridurli per recuperare, in caso di anticipo potrei aumentarli.

7 luglio
· Partenza – Brescia, Piazza della Loggia ore 20.00
· Brescia, inizio via San Gaetanino ore 20.30
· Ex Rifugio Monte Maddalena ore 22.05
· Chiesa di San Roco a Nave ore 23.30
8 luglio
· Santuario di Conche ore 01.10
· Passo del Cavallo ore 02.40
· Passate Brutte ore 04.55
· Corna di Sonclino ore 05.30
· Punta di Reai ore 06.55
· Lodrino – Agriturismo Isola Verde (sponsor) ore 07.45
.     sosta e rifornimento 1: ripartenza ore 08.45
· Passo della Cavada ore 09.40
· Passo del Termine ore 10.40
· Piani di Vaghezza (parcheggio basso vicino al chiosco bibite) ore 11.25
· Monte Ario ore 12.55
· Passo di Prael ore 13.50
· Corna Blacca ore 14.50
· Passo delle Portole ore 15.25
· Cima del Dosso Alto ore 16.05
· Giogo del Maniva – Albergo Dosso Alto (sponsor) ore 17.20
·     sosta e rifornimento 2: ripartenza ore 19.20
· Monte Dasdana ore 20.35
· Goletto di Cludona ore 21.05
· Monte Crestoso ore 22.00
· Foppa del Mercato ore 22.55
9 luglio
· Monte Muffetto ore 00.20
· Colle di San Zeno – piazzale del Rif. Piardi ore 02.30
·     sosta e rifornimento 3: ripartenza ore 03.30
· Monte Guglielmo ore 05.05
· Croce di Marone ore 06.00
· Punta Almana ore 07.30
· Santa Maria del Giogo (trattoria) ore 09.05
· Zoadello Alto – Vineria Zoadello ore 10.10
·     sosta e rifornimento 4: ripartenza ore 11.10
· Uccellanda della Colmetta ore 13.00
· Monte Magnoli ore 14.00
· Sella del Quarone di Sotto ore 14.30
· Monte Selva (Santuario della Stella) ore 15.15
· Monte Peso ore 15.55
· Monte Picastello ore 16.40
· Arrivo – Urago Mella, inizio via della Piazza da via Interna ore 17.00

La Natura mi svela


Il guard-rail

Nudo non mi so difendere, sono da solo, ho bisogno della società. Della società con le sue leggi. Devo proteggermi innanzitutto da me, dagli eccessi che posson scoppiare all’improvviso, fuori controllo. La società con le sue indicazioni (il portare vestiti, ad esempio) mi aiuta a temprare gli istinti. Fa leva sui sensi di colpa preventivi, sul pudore, sulla vergogna, sulla “responsabilità” (il redde rationem, il registro dei conti, da consegnare alla fin della fiera a san Pietro). La legge mi aiuta a dominarmi, ad avere una misura. Mi impone un suo rito, m’incanala in un flusso, nella massa, nel suo alveo dove tutti più o meno scorriamo, più o meno d’accordo. Lo fa per il mio bene, per evitare che càpiti il peggio: per me e per gli altri. Teme le tentazioni che sono ognidove, spifferi di un’altra realtà, di un anti-mondo che serpeggia, pronto sempre a insinuarsi e colpire appena scopre una falla; a tentare, appena scopre un uzzolo anche solo incipiente; teme per noi gli istinti che ciascuno abbiamo inscritti nella nostra “natura”, in quel “sesso” mai bastantemente addomesticato, ancora troppo naturale e selvaggio – eròta svolazzante, impudico, “maleducato”; non ha mai imparato a parlare, come il bambino-lupo dell’Aveyron -, che ci comanda come tremendo tiranno; al di fuori di ogni regime, di ogni regola, al di fuori di ogni progetto razionale per il nostro futuro.

È compito della legge: lo fa per me e per il bene della società, per l’ordine generale: ogni cosa ordinata è migliore.

La recinzione e il guard-rail
Da: Pinterest
Non sopporto di essere confinato entro questa recinzione [i comandamenti di Dio], io la salto.
Aspetta. Non è una recinzione, è un guard rail.
La citazione dai Proverbi viene così tradotta: «Chi custodisce il precetto custodisce se stesso, chi trascura la propria condotta morirà

La pratica nostra e l’etnologia ci prova l’esatto contrario, che in natura ogni cosa è a misura. Non è la vista del nudo ad esser releaser (“attivatore, scatenatore”) di istinti scomposti, ma è quell’insana aspirazione di un ego arrivista e furbino che per ogni cosa che fa vuole aver la medaglia, un riconoscimento sociale, come avesse superato un ostacolo a vantaggio di tutti, raggiunto una vetta finora inviolata, spostato più in alto l’asticella del salto, portato a termine un’impresa esemplare. Un atleta olimpionico: a lui il merito, la vittoria è di tutti, in eurovisione.

Sull’altro lato

Dichiaro: sono indifeso, è vero, ma non devo difendermi proprio da nulla, nemmeno da me stesso. Pagherò, ma rimarrò quel che sono, fin che posso resistere. Orgogliosamente dico che son grande abbastanza, che so “dominarmi”. Fino a un certo punto, ché oltre sarebbe un tradire me stesso. E allora, la semplice, innocente, casta mia nudità che c’entra con tutti quei paraventi, quei paventati e mai detti pericoli? che c’entra col preconcetto giudizio, con sacrosanto precetto, col bennato consiglio di riconoscere che ho bisogno d’aiuto e difesa, e la legge lì pronta ad aiutare e difendere? E la disobbedienza, se generalizzata sarebbe un disastro sociale, un disordine colossale… Da ogni disordine, si dice però, nasce un nuovo ordine.

Intanto constato: le strettoie delle prescrizioni han fatto nascere una gramigna innaturale, infestante. Mi fido più di Madre Natura che di Padre Diritto. Credo (!) che per natura siam buoni, siamo affettuosi e gentili, ad essa affidati viviamo arrischiati e persino un tantin scapestrati, proprio perché non manchiamo di nulla, perché non temiamo di nulla. Perché siam fatti così, a posto nel mondo, come ogni altro animale. La “civiltà” ci ha imbastardito con la pretesa razionale, positiva e scientifica di saperne di più, di volere di più, di valere di più, di meritare di più. Ci ha sommerso di slogan magniloquenti e imperativi diktàt: fai così – fai cosà! E abbiamo disimparato ad ascoltare la natura dalla quale siamo nati, della quale siam fatti; quella stessa natura che sentiam dentro di noi e ci fa funzionare: respiriamo, cresciamo, proviamo emozioni… viviamo. Ed è la stessa natura che continua anche fuori di me, che vedo viva nel mondo. La natura mi attraversa come un raggio di sole che mi scalda sotto la pelle, come sguardo d’un occhio sollecito che mi scandaglia a veder come sto, come luce che mi contorna le forme di bianco e di ombra; come contrappeso ancorato che mi rende sgravato e leggero; come benessere che mi sprizza dai pori; come freddo che mi entra nelle ossa; come fatica che mi chiede una sosta; in forma d’un’emozione che mi prende, mi scuote, mi spreme, mi sprona… E so che son io, che son filo d’erba, che sono castagno dalla scorza rugosa e son pure lo spazio di luce, smagliante e splendente, che si stende fra me e le nitide cose che mi stanno dintorno. Sono anche pensiero di queste stesse cose che vedo, e penso che anche loro vedono me: videor, ergo sum, “sono presenza, essenza, esistenza, apparenza… dunque sono”. Sospeso, la spina staccata, sconnesso, fuor d’asse, la ragione svapora, perdo equilibrio, lievito per forza maggiore, indulgo nella percezione al presente, smemorato di tutto, ma sveglio, attivo ed attento, galvanizzato d’un’interna buona energia… vivo.

I castagni del Dosso dei Camosci (Monte Magnoli, Villa Carcina), 12 marzo 2017.

«L’immagine non è la cosa, ma la sua conoscibilità (la sua nudità), essa non esprime, né significa la cosa; e, tuttavia, in quanto non è che il donarsi della cosa alla conoscenza, il suo spogliarsi dalle vesti che la ricoprono, la nudità non è altro dalla cosa, è la cosa stessa» [Agamben, Nudità, p. 119]

Nudità e conoscenza

La nudità è totale visibilità, totale presenza, totale persona, perfetta, genuina, integrale; non segno, non rinvio a un diverso significato; prova di nulla, oggetto banale, normale, di nessun senso e valore, non-classificato, nulla top-secret. E vedere il corpo nudo significa percepirne la pura conoscibilità al di là di ogni segreto, prima di ogni ipotesi o idea, prima di ogni verifica di laboratorio: lasciarsi vedere e lasciarsi conoscere dal vero chiude il cerchio della conoscenza fra me e il mondo reale, equivale a conoscere davvero, nella reciprocità dell’andata e ritorno. Proietta all’esterno la consapevolezza di me, mi cala nel reale come grumo di lievito che attende un po’ d’acqua e un raggio di sole per farmi sentire che son buon pane dorato, fragrante, da sciogliersi in bocca, per dar gusto e sostanza a quel che poi vedo, a quel che mi assimilo, a quel che vedo divento, a quel che mi scelgo come cibo per me.

La nudità come percezione, intuizione, acquisizione di conoscenza della Natura operante nel mondo e in noi: il corpo-che-conosce si forma, si modella, parallelamente come corpo-conosciuto. Se poi questa conoscenza (attiva e passiva) corrisponde a bellezza e verità (entrambe come atto di scoprimento, di svelamento: alètheia in greco significa “non-nascosto, verità”) dipende da personale predisposizione, apertura, dialogo attesa, attenzione, incantamento, tentazione. E mi piace anche dire che è una verità nuda, una verità muta, che non ha bisogno di parole per essere espressa, di mente per essere appresa, di megafoni per esser comunicata, di interpretazioni per esser compresa, di riflettori per richiamar l’attenzione, di coturni per mettersi in mostra.  Qualcuno pensa che la nudità sia una verità eccessiva e non necessaria, anzi pericolosa. Può darsi che sia diventata tale proprio a motivo della misura imposta, a motivo del pudore, a misura della perdita dell’onore (= vergogna) e alla quale il costume nei secoli ci ha abituato.

 

Il velo

Per la mia esperienza e percezione non darei ragione a Walter Benjamin, quando dice che «il bello non è né il velo, né ciò che è velato, ma invece l’oggetto nel suo velo». Darei troppa ragione al velo, lo legittimerei, lo sparerei in iperbole come più vero del vero, lo renderei necessario da un punto di vista estetico – per cominciare – e poi è un attimo giungere all’uso del velo per attingere anche all’etico, alla bellezza morale: velo veicolo di un simbolo, come fa il novello marito quando alza il velo e bacia la sposa.

Un velo… ed è subito sposa!

È vero che le cose funzionano anche così, che c’è più peperoncino e attrattiva nel disvelare, che nel vedere apertamente (il vedo-non-vedo). Ma si tratta di un artificio fin troppo umano, vergognosamente umano: erigere una recinzione per poter guardare dal buco: da una parte stuzzica gli appetiti, la passione, dall’altra lo strappare quei veli è smaccata (a volte violenta) dimostrazione di arrogante, prepotente potere.

Lo scopo delle recinzioni: il solito velo, il ritardo, l’attesa per aumentar l’appetito

Dal punto di vista estetico ritengo che sia una bellezza artefatta, un’arte troppo concettuale: l’ostacolo mette in azione l’immaginazione che restaura l’integrità originaria; che stimola il desiderio di superarlo. C’è chi apprezza l’intervento ideativo dell’uomo, il rispecchiarsi narcisistico dell’ego collettivo di una società e di una cultura nei confronti della natura. Ma che cosa manca all’uva di Zeusi se persino i passeri la volevan beccare? (Plinio, Storia naturale XXXV 61-66)

«Si racconta che Parrasio venne a gara con Zeusi; mentre questi presentò dell’uva dipinta così bene che gli uccelli si misero a svolazzare sul quadro, quello espose una tenda dipinta con tanto verismo che Zeusi, pieno d’orgoglio per il giudizio degli uccelli, chiese che, tolta la tenda, finalmente fosse mostrato il quadro; dopo essersi accorto dell’errore, gli concesse la vittoria con nobile modestia: se egli aveva ingannato gli uccelli, Parrasio aveva ingannato lui stesso, un pittore.»

La bellezza naturale è bella e buona, non ha bisogno di velare la propria virtù perché venga meglio apprezzata, scoperta come meraviglia inattesa, ritrovata come fosse perduta da tempo. Non ha bisogno di celarsi, di farsi meno appariscente per un gioco di falsa modestia. O per renderla sacra, accessibile solo coi riti.

La misura della natura

Nudi nella nuda natura, spogliati del segno e del sogno che ci vorrebbe caporali, si riscopre la nostra primigenia natura, in quella definizione di “uomo” che non ha bisogno di parole per essere immediatamente compresa, in quella visione diretta e olografica di sé che si fonde in tutt’uno con l’ambiente naturale; un sé non distinto, non separato, non diverso dal mondo in cui vive; senza bisogno di verbalizzazioni, di rapporti scritti, di indagini, di teorie unificanti, di letteratura, ma piuttosto di un sé vivace di sentimenti, vibrante di emozioni corpose e spontanee che ci fanno sazi e appagati.

Dalla natura temiamo ci vengano solo mali da cui difenderci: il freddo, il vento, il troppo sole, la perdita delle comodità civili e sacrosante. Abbiam perso il senso stesso della nostra natura e della “natura”. Troppo semplici, troppo banali per gente che sa, che conosce le Treccani del mondo. Ci vogliono i riti, le solennità; ci vogliono i significati, gli obiettivi, i metodi, gli strumenti, la coerenza, la formula matematica, la teoria del tutto… Dimenticando che Madre Natura saprebbe fare tutto da sola, altrettanto bene e forse anche meglio.

Inneggio al corpo esposto al sole, esposto al freddo, al vento, alla pioggia, alla fatica, al sudore, a una gioia composta, intima e muta, all’auto-percezione spogliata di veli, turbamenti e timori. È vivo. Senza ripari, senza pretoriani, senza comodità. Perché così è la vita: non si fa servire. Questo il senso, l’anima, la scossa, la scintilla interna che sentiamo viva in noi e che ci fa sentire vivi altrettanto, integri, perfetti, fatti di carne e di sangue…  incantati di quel che vediamo e che siamo.

#TappaUnica3V, mazza che botta!


Lo sappiamo bene, così vanno le cose: te le vai a cercare e non ti succede niente poi, quando meno te lo aspetti, quando tutto è tranquillo ecco la botta, e che botta. Nel buio quasi totale un bel tuffo a pesce, senza possibilità di un seppur blando riparo delle braccia, senza ammortizzazione, giù diretto di muso, giù a sbattere la faccia, sono solo riuscito a indirizzare la caduta sull’erba anziché sul duro, sono solo riuscito a girarmi un poco di fianco per atterrare prima con la spalla, sono solo riuscito a tenere alta la testa fino all’ultimo, fino a quando il contraccolpo me l’ha fatta abbassare e, scivolando sull’erba, farla sbattere contro l’affilato e irregolare bordo del viottolo. Strusccc e poi crac, nitidi i rumori che ho percepito nel sbattere la testa, nitida la sensazione d’essere stato prepotentemente agganciato in fronte da uno spuntoncino, nitido il calore del sangue che si faceva strada nella ferita. Certo date le premesse poteva andare molto peggio, alla fine me la sono cavata con poco: tre piccoli tagli, due in fronte e uno, provocato dagli occhiali, sul naso, e qualche leggera contusione.

Già, così vanno le cose, duri allenamenti, corse per rovinose discese, salti su rocce scoscese senza mai nemmeno rischiare una caduta e poi… poi vado a cadere sul vialetto del giardino di casa. Mannaggia. Non ho ben capito come ma, scendendo da uno scalino, il piede si è storto (e controllando il terreno buche o zolle non ne ho trovate, boh!) e le borse pesanti che avevo sulla spalla sinistra sono partite avanti trascinandomi senza possibilità di reazione nella rovinosa caduta. Altre borse nella mano sinistra me la tenevano occupata, usare solo la destra voleva dire rompersela o rompersi il braccio e così istintivamente, non l’ho usata per attenuare la caduta, mi sono solo girato sul fianco destro per sfruttare l’erba del prato che era da quella parte. Va beh, alla fine mi sono fatto ben poco e gli allenamenti sono andati avanti senza sosta, ah gli allenamenti, è di questo che questi articoli vogliono parlare, e di TappaUnica3V, ma non posso disgiungere il tutto dalla mia vita, TappaUNica3V è ormai parte della mia vita, una parte che si è profondamente integrata con tutto il resto, una parte che mi sta dando nuove emozioni e mi sta facendo scoprire la realtà del trail, del lungo cammino fatto in velocità e continuità, una realtà che, come troppo spesso capita, alcuni contestano con i soliti “non la capisco”, “la montagna è calma, perché correre” e via dicendo, in questa sede voglio solo dire “prima di parlare provateci” un suggerimento logico e saggio che dovrebbe valere per qualsiasi cosa, per il trail come per il nudismo, le due anime di TappaUnica3V.

Torniamo al contesto, torniamo ai miei allenamenti, stavolta voglio evidenziare l’incontro con gli animali. Purtroppo (o per fortuna? Gli animali allo stato brado devono così essere, altrimenti sono animali da zoo) non è facile incontrarli, a volte, come mi è successo con i cinghiali, si percepiscono nella notte (esperienza incredibilmente fantastica… sia il camminare di notte, che il percepire la presenza di qualche grosso animale) senza poterli vedere, altre volte, come pure mi è successo con i cinghiali, si sentono ma ancora non li si vedono, qualche volta si riesce a vederli, si riesce camminando in silenzio, si riesce essendo soli (e ne approfitto per dire “provateci a camminare soli, non abbiatene paura, dev’essere bagaglio di ogni escursionista”), si riesce immergendosi nella natura, diventando natura nella natura. Dopo i cinghiali dello scorso anno, quest’anno ho incontrato scoiattoli, fagiani e qualcosa che ancora non ho definito (vedi foto), non mi sembrano fagiane (coda troppo corta) parrebbero più delle quaglie ma sono troppo grossi, boh, se qualcuno li conosce e me ne dice il nome lo ringrazio a priori. Ehm, risolto (grazie a un momento di calma e a Internet): sono coturnici!

È bello, bellissimo quando sbucando da una curva all’improvviso ti appare davanti un animale anche se piccolo, bello se ti riesce di non farlo scappare, ma ancor più bello se questo, come il fagiano dell’ultima uscita, come deve fare un animale veramente selvatico, si mantiene a debita distanza, ti corre via davanti, corre veloce seguendo il sentiero che anche tu dovrai fare fino a trovare il varco per uscirne e svanire nella vegetazione. Bello, affascinante, altro che incontri pilotati attraverso l’addomesticazione degli animali, come avviene in quelle zone dove guide turistiche e accompagnatori (in particolare subacquei) danno quotidianamente (o quasi) da mangiare agli animali per tenerli a portata di mano! Questa è natura, vera natura, questo è rispetto per gli animali, vero rispetto!


28 febbraioCreste di Vallio Terme

Ventuno chilometri millecentosessantotto metri di dislivello, quattro ore e trentasette minuti.

5 marzo – Leggera passeggiata alla Rocca di Manerba in compagnia di Maria.

7 marzoAnello di Sant’Antonio fatto in cinquantasette minuti.

11 marzoAnello orientale della Val Bertone combinato con la dorsale nord di Caino

Ventotto chilometri e mille cinquecento quarantacinque metri di dislivello, sei ore e ventiquattro minuti. Incontrato uno scoiattolo nero.

18 marzoGiro delle creste di Nave e Caino

Fantastica e lunga escursione che comporta un continuo su e giù per monti con vari sbalzi di quota anche piuttosto rilevanti. Quarantatré chilometri e mezzo con un totale di duemila novecento trentacinque metri di dislivello. Percorsi in dodici ore e diciotto minuti, comprese ventiquattro minuti di sosta, l’unica vera sosta fatta, di più nei primi ventinove chilometri non ho mai avuto bisogno di fermarmi per prendere fiato o rilassare le gambe, solo qualche brevissima sosta tecnica per togliere o mettere capi d’abbigliamento o per scattare qualche foto. Purtroppo al trentaduesimo chilometro è subentrato un dolore al ginocchio sinistro impedendomi il previsto rush finale di corsa… altra botta di cui dovrò tener conto per le prossime uscite i il giro finale: fascette ammortizzanti? ginocchiere? ghiaccio? arnica? altro? Vedremo!

Decenza, concetto variabile


La legge sembra voglia difendere la società dalla vista del nudo (quello quotidiano, non quello artistico o artefatto). E quando parla di “pubblico” non fa eccezioni, come se la vista del nudo fosse indecente per tutti. Non spiega perché; sembra sia un concetto ovvio da capire. Ma se fosse davvero ovvio non ci sarebbe l’articolo del codice a vietarlo. Si suppone che la nudità altrui offenda, si suppone che vada contro i principi morali, vigenti come norma superiore per tutti. Dire «principi morali» è però un’esagerazione, in quanto non mi pare che il nudo sociale sia cosa tanto grave da poter riguardare la morale (e da quando la legge prende a prestito dalla morale le linee guida per la civile convivenza? – da Costantino, almeno). Non mi pare che un affare di indecenza sia così importante da dover invocare i rigori del codice penale. Offesa (peraltro presunta – o pretestuosa)  non è lo stesso che danno.

Nel 1999  è stato abolito il reato di turpiloquio (legge nr. 205 del 25 giugno, art. 18); un’abitudine ancor oggi indecente (se non offensiva) per molti. Nello stesso anno l’art. 57 del decreto legge nr. 55 del 30 dicembre 1999 ha depenalizzato il reato di bestemmia, declassandolo a reato amministrativo («Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità o i Simboli o le Persone venerati nella religione dello Stato, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 51 euro a 309 euro» art. 724 c.p.)

Un cartello contro la bestemmia

Come mai dunque il nudo, rispetto al quale materialmente sussiste solo una convenzione giuridica, viene ancora sentito e gestito come reato nonostante la depenalizzazione degli articoli 527 e 726 c.p., e la conseguente trasformazione in illecito amministrativa con ammenda cento volte più alta di quella della bestemmia (certamente offensiva)?

Non riesco ancora a spiegarmi le “braghette legali”: chi o che cosa dovrebbero difendere, quale senso civico salvaguardare? E queste “braghette” sono a difesa del pubblico o del singolo obbligato a portarle? Quel singolo che non ne ha capito, nemmeno per sé, il recondito motivo dell’obbligo, o non vuole capirlo, o non lo accetta. Per una banale questione di opinabile “decoro”, senza poter dire né a né ba, un qualsiasi agente mi può multare come stessi facendo sesso alla vista di tutti o guidassi pericolosamente. Sono di testa dura, non capisco le cose al volo: perciò, signori legislatori spiegatevi meglio, potrei anche capire. Spiegatemi anche che cosa intendete per decenza: perché se è un progetto ideale di come voi vorreste vedere la società, allora ogni crimine è un’indecenza, anche la mancanza di educazione è un’indecenza, anche le mille furbate, i mille sgarbi quotidiani che le persone si fanno fra loro sono un’indecenza, anche le mille cose che non funzionano a dovere sono un’indecenza. Tutte certo provocano una reazione, un moto di rabbia, di intolleranza, lo sbotto di un’imprecazione impotente. Ma se ti fai veder nudo, sei una vergogna vivente, allora paghi: 5.000 euro sull’unghia! Risarcisco la società per il turpe spettacolo cui l’ho costretta ad assistere. E tutto può esser risolto a palanche!

Non vedo infatti nella semplice nudità un’offesa evidente, immediata, rilevante, oggettiva, altrimenti non sarebbero ammessi i resort, le spiagge, le piscine, le spa, i club riservati e recintati… I Finlandesi col loro vezzo di fare le saune nudi dovrebbero uscirne tutti ammaccati… Altrimenti non mi spiegherei – se siamo tutti esseri umani, con le stesse vulnerabilità – come mai il nudo è permesso in Francia, in Spagna e Croazia e vietato in Italia. Se la vista del nudo fosse davvero dannoso per i bambini (quando proprio i bambini sono assolutamente indifferenti alla nudità, prima che vengano istruiti ad avere reazioni “da grandi”), non mi spiego come nei campeggi e nei villaggi siano ammesse le famiglie; come mai esistano tanti studi psicologici e pedagogici che evidenziano l’importanza dell’educazione al nudo.

Quel che trovo ingiusto – e mi pare cosa grave, trattandosi di un articolo del codice penale, cioè di uno dei fondamenti della giustizia – è che

1) la legge prenda le parti di un gruppo sociale, ma peggio ancora che assuma a modello esemplare (cioè, da estendere prescrittivamente a tutta la società) il comportamento di quel gruppo sociale. Questa omologazione imposta per legge mi pare sia alquanto antidemocratica, perché fa differenze (che la legge non sia uguale per tutti?), perché va a simpatie, perché favorisce gli “amici” (elettori);

2) la legge che vorrebbe imporre alla (presunta) minoranza il rispetto delle buone maniere, è lei, per prima, ad essere irrispettosa di un costume diverso dal suo, ma pur rispettoso. Come mai lo stesso richiamo al rispetto è a senso unico? Capirei se si trattasse della setta degli Assassini descritta da Marco Polo. Si tratta invece di un gruppo di persone che in materia di decenza ha opinioni, convinzioni e comportamenti semplicemente diversi rispetto ad altri, e non accetta che siano vietati per il solo fatto di essere diversi, perché questa diversità non reca danno a nessuno. Fino a pochi anni fa gli omosessuali erano chiamati eufemisticamente diversi. Ma le cose sono cambiate! Nel Medio Evo i sodomiti erano condannati a morte, nel secolo scorso finivano in prigione, fino a pochi anni fa erano oggetto di disprezzo, di dileggio e commenti pesanti. Ma gli omosessuali, e le donne, e i neri, non hanno smesso di insistere, di resistere, di mostrarsi, di affermare la propria esistenza, i propri diritti in quanto persone. Esser tollerati non bastava, non bastava allargare le sbarre alla gabbia.

La gente oggi è meno propensa di ieri a bersi tutto: vede, riflette, ragiona, capisce, dice le proprie opinioni, si dissocia… e comincia a comportarsi di conseguenza. Col tempo, emergeranno altri comportamenti finora tenuti nascosti, non saranno più così rari, nulla sarà più uno scandalo. Non perché ci sia di peggio (penso agli scandali veri, agli abusi, allo strapotere di certe cupole, conventicole, comitati d’affari) ma perché le persone sono tutte diverse, anche se «la Legge è uguale per tutti». La legge dovrà adeguarsi ai cambiamenti delle persone e non le persone ad esser “guidate” dalla legge.

La presunta offesa alla decenza (nemmeno più al pudore) riguarda solo chi la vede come tale. Non è un dato oggettivo. Se poi offende la maggioranza al potere nel suo desiderio “romano” di estendersi a tutta la Gallia; se questa parte della società mostra un’insofferenza astiosa nel veder prosperare gruppi di resistenza alla Asterix, e pretende che il suo “gusto” sia legge, consiglierei di rileggere l’episodio dantesco di Semiramìs (Inferno canto V, 52-57):

«La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.

L’episodio conferma che non è mo’ da oggi che la va a ’sto modo. Non per questo deve essere giusto e sacrosanto continuare nel solco di una tradizione che, almeno su questo punto, fa acqua da tutte le parti, un’“alluvione” ormai difficile da arginare.

Se poi la sicumera di una parte della società si sente minacciata dal diverso atteggiamento di un gruppo di strampalati senza-mutande, che hanno opinioni diverse dalle sue; se ha bisogno dello scudo della legge (dell’abuso di potere che le consente di imporre per legge il proprio punto di vista), direi che come minimo dimostra di non esser poi così salda come vorrebbe mostrare di essere.

Lei non sa chi mi credo di essere  [da:http://www.frigolandia.eu/?q=node/187%5D

Ma penso non si tratti semplicemente di questo, quanto piuttosto del dispetto che prova nel vedersi rosicchiare giorno per giorno quel “premio di maggioranza” (sempre presunta) che manda in fumo l’aspirazione tirannica, la percentuale totalitaria, premesse che le consentirebbero di dormire sonni tranquilli. E manda in fumo anche il suo tentativo di colonizzare le zone limitrofe per crearsi una fascia di sicurezza, ma nel frattempo non si accorge delle debolezze interne. E così può accadere che le amministrazioni locali si trovino a gestire la patata bollente del mutamento dei costumi: il modo più semplice e efficace sarà considerarlo questione di ordine pubblico.

Poiché il concetto di decenza rimane indefinito, per non incorrere nei rigori della legge ce ne facciamo uno noi, che prudenzialmente tende ad essere via via più rigido di quel che la legge intendeva. L’azzardo di agire imprudentemente è molto rischioso: 5.000 euro di multa non sono bruscolini. Sono una vena d’oro per le casse comunali, equiparabile ai proventi di una liberalizzazione del nudo per attirare turismo, ma infinitamente meno rischioso dal punto di vista politico.

Ferita nel proprio orgoglio, non vedendosi adorata come si aspetta, non accetta che i propri princìpi – dati per buoni ed ovvi per tutti – non siano condivisi proprio da tutti. Ammettere che altri abbiano opinioni diverse è un rospo difficile da inghiottire, forse più che ammettere d’aver torto. Ma ciò dimostra solo l’immaturità politica di chi, forte dei numeri di una parte pilotata e asservita, non ha ancora ben capito cosa sia democrazia, pur continuando a predicarla ex-cathedra come nuovo catechismo. E fa anche l’offesa, questa parte, si straccia le vesti nel vedere la reazione di chi la pensa diversamente. E non molla per principio, per partito preso. Altrimenti si mostrerebbe nuda – uh, le tette flaccide, che orrore! è questione anche di estetica elementare, di decenza! -, si vedrebbe l’inganno, il pallone gonfiato, la costruzione surrettizia che ha voluto imporre con la forza dei numeri e della legge e col non-rispetto del principio stesso – inflazionato dalle troppe ripetizioni, da finire per esser sospetto – del rispetto delle opinioni diverse.

Che poi tutto questo sia stato preso a prestito dalla «religione di Stato» – formulazione ancora presente nella legge 55 del 1999 – (per mancanza di idee proprie o di originale ispirazione) e vicariandola nella società civile attraverso la politica, le restituisca il favore, è argomento che qui non è il luogo per approfondire.

Sole e fiori per l’uscita al Monte Magnoli


Si avvicina la primavera, le temperature si fanno meno gelide, mentre le foglie dal marrone iniziano ad assumere le tonalità del verde e il terreno si macchia con il giallo delle primule, il viola delle pervinche, viola e bianco delle violette, bianco e giallo delle margheritine. Grazie ad un sole che è riuscito a farsi spazio nella copertura nuvolosa della prima mattina, un’inondazione di suoni, colori e sensazioni ha così accompagnato la nostra terza uscita di VivAlpe 2017 durante la quale, partendo da Villa Carcina, attraverso la Sella dell’Oca siamo saliti al Monte Magnoli per poi ridiscendere seguendo l’opposto crinale, quello di San Rocco.

Undici coloro che si erano registrati, tra questi un nuovo amico che, purtroppo, non ha potuto raggiungerci: un incontro solo rimandato di qualche settimana. I dieci presenti, cinque maschi (Attilio, Angelo, Emanuele, Marco e Vittorio) e cinque femmine (Cristina, Francesca, Luise, Maria e Paola), dai sette ai sessanta quattro anni, seppur disturbati dal passaggio di numerosi ciclisti e anche di un nutrito gruppo di più chiassosi motociclisti, hanno gioiosamente goduto della camminata, del sole e dei fiori, percorrendo l’anello esattamente nelle sei ore previste. Grazie ad una salita fatta un poco più celermente di quanto programmato, è stato possibile prolungare un poco la pausa pranzo, fatta nei pressi della Sella Magnoli anziché della vetta del monte omonimo, vuoi perché in quest’ultima sede s’udiva il fastidioso rumore di motoseghe, vuoi per trovare una collocazione meno esposta al fresco venticello che batteva il crinale sommitale. Qui il temerario Vittorio, stimolato dalla posizione leggermente defilata dall’ipotetico passaggio delle persone, ha sfidato la temperatura non ancora ottimale levandosi tutti i vestiti: la nuda pelle risulta fortemente recettiva, basta un sottile raggio di sole per piacevolmente percepirne il forte calore, soprattutto se anche i genitali ne sono interessati.

Nella discesa ci siamo potuti permettere un’altra lunga sosta al Dosso dei Camosci, bellissimo poggio panoramico popolato da grossi alberi di castagno con ampia visuale sulla bassa Val Trompia, su Marcheno e Lumezzane, su Concesio e la parte alta di Brescia, sui monti del Maniva e la costiera a nord di Lumezzane, sul Monte Palosso e il Monte Maddalena. Qui due di noi (l’inarrestabile Vittorio e l’intraprendente Angelo) non resistono all’invito del sole ora ben caldo anche per la totale assenza di vento e, semplici immagini nude nell’accogliente splendida nuda natura, si fanno immortalare dell’amico Attilio, fotografo sempre alla ricerca di nuovi ritratti per il suo libro in lavorazione o per futuri utilizzi.

Più in basso facciamo la conoscenza con un signore del posto che c’intrattiene mostrandoci le sue interessantissime pietre dalle sembianze di visi umani e di animali, personalmente sono rimasto affascinato da un pezzo di ramo che riproduceva con grande fedeltà la forma di una lepre al pascolo. Anche questa è montagna, anche questo è escursione, anche questa è integrazione con l’ambiente.

Giunti a valle ci apprestiamo al consueto post escursione con il miglior integratore del mondo: la bionda birra. Purtroppo, a parte una gelateria, i bar risultano tutti chiusi (almeno quelli che individuiamo sul nostro percorso) e dobbiamo spostarci di diversi chilometri verso la città per dar seguito al nostro desiderio, esaudito il quale gli ultimi saluti e l’arrivederci alla prossima escursione: per alcuni la cinquanta chilometri dell’Anello Bassissimo del 3V in programma ai primi di aprile, per molti, il ben più corto Anello dell’Eremo di Sant’Emiliano in programma per la fine dello stesso mese.

Grazie carissimi amici, grazie per la vostra presenza, grazie per l’ennesima splendida giornata di montagna.

Il nudo come rinvio a…


I “tempi biblici” in cui si colloca il mito del Paradiso Terrestre risalgono a un periodo un cui non esistevano vacanze, escursioni, campeggi, club, in cui esisteva solo il tempo quotidiano, scandito dal ritorno ciclico delle feste. Allora non esisteva il nudismo e il nudo era manifestazione eccezionale, involontaria ed estrema (profetismo 1Samuele 19, 24, Isaia 20, 2-3; prigionieri 2 Cronache 28, 15; Isaia 20, 4; l’episodio di Malco nell’Orto degli Ulivi, Marco 14, 52). Nel lungo elenco in Levitico 19, 6-19; 20, 11-21 viene usata la parola nudità  per indicare i casi in cui congiungersi sessualmente con una persona sarebbe stato atto incestuoso; in altri luoghi l’espressione scoprire la nudità significava “stuprare”.

La diffusione di cartelli che vietano il nudismo dimostrano l’aumento costante della sua diffusione. A mano è stato aggiunto un “francesismo”.

La norma attuale che vieta la vista del nudo in pubblico e la sua giustificazione (gli “atti indecenti”) al confronto, è recentissima: se si è arrivati ad inserire una norma, vuol dire che esisteva l’esigenza di arginare un comportamento non più eccezionale! La norma deriva probabilmente da due tendenze opposte: da una parte il puritanesimo, la mentalità vittoriana e dall’altra, in tempi più recenti, dall’ipersessualizzazione della vita quotidiana, spacciata per “liberazione” alla Marcuse, Reich, Figli dei fiori. Da una parte i “buoni princìpi”, a buon diritto estensibili a tutta la popolazione (ma buoni per autodefinizione di parte); dall’altra la deriva massmediatica, caotica, arrogante, fracassona e irrispettosa, che sfrutta l’appeal come strumento per attirare l’attenzione e accoppiare desiderio, emozioni, ricordi, comportamenti esemplari, a qualcosa da comperare, o come elemento imprescindibile per il successo di un film, di un libro, di una manifestazione (majorettes). Desideri, emozioni, ricordi, comportamenti sono dunque spiazzati e indirizzati artificiosamente verso qualcosa di innaturale o non scelto da noi. La cosa acquistata diventa il surrogato e forse anche il sostituto (non tanto fantasmatico) dei nostri desideri, emozioni, ricordi, comportamenti autentici e personali.  Se si usa il richiamo al sesso per propagandare un prodotto, qualcosa di sesso vi rimane attaccato e l’oggetto viene usato per giungere al sesso (o nell’illusione di).

In questa deriva, anche la parola nudità perde il su significato autentico di stato naturale. Stavo per dire espressione naturale, ma sarebbe stato appiccicare alla nudità qualcosa che è solo una finalità nostra, un contenuto, un messaggio da far arrivare; mentre si tratta semplicemente di uno stato, il più possibile neutro, senza giudizi, ragioni, incrostazioni, parassitismi, finalità. Nell’usare la nudità per uno scopo, la si sfrutta per quella serie di risposte, consapevoli  o meno, istintuali ed arcane, che proprio l’introduzione del pudore ha cercato di moderare… Ops!… ha cercato di stimolare. Qui sta il busillis e in fin dei conti l’ambiguo stratagemma di vietare la mela per renderla maggiormente desiderabile (è una legge di mercato). Se la nudità diventa un mezzo si snatura, si imbastardisce dell’intenzione cui serve da veicolo.

Il nudo come segno rimanda necessariamente a qualcosa d’altro: probabilmente a quegli atti indecenti che la legge vorrebbe vietare. È appunto questo rimando che mi pare illegittimo, una forzatura, un abuso della nudità, perché viene associata a comportamenti che nulla hanno a che fare con la nudità in sé, e proprio il divieto ha indicato la via per un suo “uso”. Sfruttare la nudità vuol dire far leva sullo stereotipo comune dell’associazione nudità = “buono da mangiare” (la “mela”). In questo contesto culturale la nudità è funzionale agli scopi specifici per cui è stata sacralizzata e l’accesso pubblico ad essa una specie di culto condiviso ma con rigide norme (proprio per evitare l’indecenza, la volgarità, non scendere al di sotto di quel “gusto” propre, di quella pulizia di modi richiesti in società, che a loro volta rimandano a un ordine morale, a un comportamento come-si-deve, predicato in mille modi). La “decenza” ha tracciato un confine fra i comportamenti: da una parte quelli accettabili dall’altra quelli “indecenti”, non ammissibili in società; li ha caricati di moralismo, li ha ufficializzati con leggi e sentenze, assicurandone la durata, usando la legge per rafforzarne l’efficacia, confermandone la conformità con quadro ideale con cui la società vuole presentarsi a se stessa, con l’autoritratto con cui vuole che ogni componente si riconosca. L’autoreferenzialità è un circolo vizioso che impedisce lo sguardo critico, la visione dall’esterno.

Il nudo perde perciò le proprie caratteristiche naturali per assumere le vesti di cui lo si è caricato concettualmente. Per questo recuperare la nudità, nuda di tutti gli orpelli aggiuntivi, equivale liberare la parola e noi stessi di un peso: quelle vesti non sono state scelte da noi, e sono la camicia di forza in cui viene costretto il nostro comportamento e il nostro pensiero, l’ideazione di comportamenti per il nostro benessere (prendere il sole, escursioni, lettura…), ma anche  di lavori casalinghi o in campagna, giardinaggio, hobby, che ben sappiamo riescono meglio se fatti da nudi. Equivale a un atto di giustizia verso la natura: con la nostra pretesa di saperne di più, stiamo costringendo il corpo all’innaturalità, con tutti i pericoli che insorgono quando si superano i segni di confine posti dalla natura. E questo, appunto perché l’innaturalità è generalizzata, non può non avere ripercussioni sull’intera società.

Abituati come siamo, le prime volte potrebbe stupire vedere nell’auto accanto uno che guida nudo, in un giardino una signora che cura le rose, la squadretta di calcio che si allena nell’antistadio, bambini al parco giochi, un vignaiolo che pota le viti, una famigliola che pranza nel patio di casa, podisti, ciclisti, un pittore davanti al suo cavalletto, un pescatore sul lungolago… eppure è solo questione di abitudine. E lo abbiamo imparato nelle nostre escursioni: proprio perché il nudo è facoltativo non v’è differenza, non è la prova di niente, nemmeno deve dimostrare la coerenza con una definizione («sono nudista, perciò…»), né la fedeltà ad un’associazione. Non essendo segno di nulla, non rimandando più a quelle “cosacce indecenti”, perde tutto il suo significato, il suo “effetto”, e la legge non saprà più a che cosa appigliarsi: nudi o vestiti è proprio la stessa cosa, non è il vestito che fa la differenza.

Nel giardino di casa – A

Senza divieti


L’abolizione dell’art. 726 c.p. avrebbe delle analogie con la cacciata dal Paradiso Terrestre: toglierebbe alla maggioranza della popolazione quella “difesa” dagli “atti contro la decenza” esponendola allo spettacolo indecente della nudità. Toglierebbe a molti la sensazione di sicurezza che provano accoccolati nella legge. Toglierebbe ad altri il senso di un’obbedienza imposta (dalla società? dallo Stato? dal Parlamento?).

E se è vero che nella nudità altrui vediamo anche la nostra, si comprende quanto grande possa essere l’imbarazzo e la vergogna di molte persone: non che tutti abbiamo necessariamente qualcosa da nascondere (in fondo la nudità è quanto di più aperto e disarmato ci possa essere, tanto che è simbolo di innocenza – appunto perché sotto stretta sorveglianza), ma semplicemente per abitudine, costume, educazione, etichetta.

L’abolizione dell’articolo non obbligherebbe nessuno a spogliarsi. Esattamente come i referendum sul divorzio e sull’aborto non ha obbligato nessuno né a divorziare né ad abortire; esattamente come l’abolizione del turpiloquio (che era il secondo comma dello stesso articolo) non ha mutato il modo di parlare delle persone; un tempo era punito anche lo sputare per terra, ora – spontaneamente – non lo fa quasi più nessuno.

Rimane una differenza col peccato originale: la rinuncia alla protezione offerta dalla legge non è una negazione, o una rivolta, o un allontanamento, o un disconoscimento di tutta la legge. Le persone “si accorgerebbero di essere nude”, si aprirebbero gli occhi sul proprio corpo, cambierebbero le relazioni, la percezione di sé; senza il divieto sul collo, probabilmente si sentirebbero anche un poco più libere, almeno come sensazione. Senza che nessuno sia corso a strappare loro di forza le vesti di dosso. Altre, più vulnerabili, si sentirebbero esposte alla vergogna (anche senza spogliarsi): non avrebbero vergogna tanto della propria nudità: non approvando, mai si spoglierebbero, quanto piuttosto di quella degli altri (tanto a volte siamo mimetici!), avrebbero vergogna per essi; come quando in inverno ci può cogliere la sensazione di freddo vedendo qualcuno in pantaloncini e maglietta.

Senza l’art. 726 cadrebbe invece ogni vergogna, non vedremmo più pubblicità spinta al limite della volgarità, cosa che oggi fa tanto chic; cesserebbero un sacco di fisime che di solito si associano al nudo; tanti pensieri che si fanno alla vista di qualche centimetro di pelle in più. E se è proprio la visione del nudo reale (e non artistico) che scatena l’eccitabilità, la sua inflazione sgonfierebbe quell’automatismo, oggi inevitabile, di considerare ipso facto il nudo come invito, occasione, seduzione, adescamento, esibizione.

 

Una riprova l’abbiamo proprio nei campi o durante i raduni nudisti: le sessioni fotografiche di Spencer Tunick, le varie NBR, campeggi in Croazia e Sablière sono ben lungi dal trasformarsi in problemi di ordine pubblico o in orge di massa: non c’è nessuno che sbava, le tanto temute erezioni in pubblico non si vedono. A riprova anche che il sesso è sempre anche una questione di mente, può essere ricondotto ad un controllo decente, non è detto che sia quell’irrefrenabile istinto di natura spesso addotto come alibi per giustificare stupri, violenze, atti osceni, scatenati – si dice – da audaci scollature o vertiginose minigonne.

Se le parole integrale e bio usate per classificare alcuni prodotti alimentari richiamano concetti come salute, equilibrio, benessere, semplicità, naturalità e spesso sono scelta radicale e irreversibile; altrettanto si potrebbe dire della nudità: integrale e biologica.

Ripensare il nostro corpo nella sua integrità e naturalità, un’abbronzatura senza segni di slippino o spalline, una riconsiderazione di sé come di essere vivente prima secondo natura e poi sociale aprono una prospettiva di riequilibrio, di ragionamento e comportamento positivi, che col tempo mostreranno i loro benefici anche in ambito sociale. Cioè nella qualità delle relazioni con le altre persone, relazioni non tanto basate su rispetto e tolleranza (che francamente mi sembrano atteggiamenti un tantino artefatti), quanto su indifferenza e naturalezza. Come a dire: «con la nudità sfondi una porta aperta, scopri l’acqua calda», non c’è bisogno di un manuale di istruzioni. È come il lievito liofilizzato: ha perso la sua efficacia, è inattivo, non suscita tutto quello che prima poteva suscitare, sono rimasti solo il sapore e le vitamine. La tranquilla indifferenza dei nudisti di fronte al nudo può essere generalizzata ed estesa a tutta la società. Molto dello stress, dei disordini, disequilibri, eccessi nei rapporti con le altre persone cadrebbero all’istante: cadrebbero pudore, remore moralistiche, ansie immotivate, giudizi di valore e di accettabilità. Tutto diverrebbe normale e quotidiano senza timori, senza vergogne, esattamente come sentiamo indifferente, ovvio e naturale il volto che abbiamo.

Sessismo sociale… #nudièmeglio


Mentre la televisione ne parlava e ne trasmetteva le immagini, parlavo con “mia” (virgolettato per rimuovere dal termine quel sentore possessivo che viene spesso utilizzato per costruire strumentali destrutturazioni dei discorsi) moglie dello sciopero di ieri, quello delle donne, all’improvviso, per quelle strane strade che vengono percorse dalla mente radiale di chi usa abbondantemente le mappe mentali, una folgorazione: quanto è sessista lo sport, perché si perpetua ancora la svilente abitudine di separare la classifica tra maschi e femmine? Sono assolutamente convinto che in assenza di tale ormai obsoleta distinzione si potrebbero osservare risultati strabilianti.

Poi il discorso si è allargato…

Oggi si parla tanto di abolire il sessismo, figure più o meno rilevanti della società, dell’economia, dell’industria, della politica, dei governi manifestano l’appoggio a tale campagna e poi… poi per convenienza socio-politica si supportano atteggiamenti che differenziano ancor più l’uomo dalla donna discriminando quest’ultima (vedi, ad esempio, la, certamente complessa ma non per questo meno sessista, questione del velo imposto alle donne, e solo a loro, da certe religioni ed estremizzato dagli integralismi pseudo religiosi), ma soprattutto poi nulla viene fatto per eliminare quei tanti micro aspetti sessisti presenti nella società, ad esempio bagni e spogliatoi separati in scuole e centri sportivi, che proprio perché micro si insinuano più facilmente nel costume sociale condizionandolo ad una visione sessista.

Il sessismo va rimosso alla radice abituando i nostri ragazzi alla condivisione pacifica degli stessi spazi anche per quanto riguarda quelle situazioni in cui ci si potrebbe trovare parzialmente o totalmente nudi, di più, va proprio incentivata la nudità, sia essa intesa come momento privato che come momento conviviale, vanno del tutto eliminati i vani individuali presenti negli spogliatoi, va incentivato il cambiarsi pubblicamente, vanno rimossi i divieti (comparsi da qualche anno in piscine e palestre) al farsi la doccia nudi, vanno organizzati incontri sociali dove l’abbigliamento sia del tutto facoltativo e magari anche alcuni dove il nudo sia obbligatorio, va ripristinata l’antica abitudine dello sport in nudità.

Il nudo è l’arma più potente contro il sessismo: solo se nudi siamo tutti uguali, solo se nudi impariamo il più profondo reciproco rispetto, solo nella nudità sociale si debellano i vari stereotipi di genere, solo in una società nuda si può trovare quella sicurezza globale che era una delle voci in causa nello sciopero di ieri, solo una società nuda è priva di quegli stimoli che inducono atteggiamenti deviati e in primis la violenza sessuale. Solo in una società nuda!

Vestiti è bello, Nudi è meglio!

#nudièmeglio

Per un 8 marzo che segni un passo decisivo per i diritti delle donne #nudièmeglio


Inutile nascondersi dietro paraventi esili come un sottilissimo filo d’erba, ipocrita farsi scudo con l’imposizione delle quote rosa, sterile giustificarsi rigettando il problema sulle spalle altrui, alla fine la verità è palesemente una e una sola: in nessun paese del mondo, Italia compresa, esiste ancora una vera parità tra maschi e femmine; in nessun paese del mondo, Italia compresa, le donne possono ancora vantare gli stessi diritti degli uomini; in nessun paese del mondo, Italia compresa, le donne possono sentirsi sempre e comunque al sicuro.

Scendere in campo per manifestare contro questa situazione è solo un primo passo, occorre fare di più, occorre fare qualcosa di concreto e questo qualcosa passa anche (e soprattutto) per la normalizzazione del nudo, unica chiave che possa portare alla necessaria rivalutazione del corpo, quel corpo tanto bistrattato e vituperato, quel corpo che diviene lecito solo se utile agli interessi di potere, quel corpo che è mostrabile solo quando corrisponde a canoni estetici artificiosamente definiti, quel corpo che, alla fine, è diventato il terrore di tante persone e per alcune anche la fonte di indicibili sofferenze, finanche della morte.

Normalizzando il nudo si estirpa una delle più potenti armi di ricatto psicologico, si elimina uno dei più tenaci vincoli di potere, una delle forme più incisive e distruttive di denigrazione, si rimuove alla radice il tarlo che impedisce alle donne di sentiersi sempre e comunque sicure, di sentirsi sempre e comunque alla pari dell’uomo, di godere degli stessi diritti e degli stessi poteri. Nudi è meglio in tutti i sensi, ineluttabile, incontestabile, inevitabile… lo dimostra la realtà dei fatti, lo dimostrano le comunità nudiste, lo dimostrano i gruppi di maschi e femmine (adulti, giovani e bambini) che vivono e condividono spazi e tempi nella più tranquilla nudità, lo dimostrano… ineluttabile: #nudièmeglio.

#nudièmeglio uno slogan che deve risuonare da oggi in avanti, uno slogan che deve guidare alla (pacifica) rivoluzione sociale, un mantra che deve insinuarsi nella mente della gente.

#nudièmeglio … #nudièmeglio … #nudièmeglio





Obiezione di coscienza


Gli obbligati alla leva che dichiarino di essere contrari in ogni circostanza all’uso personale delle armi per imprescindibili motivi di coscienza, possono essere ammessi a soddisfare l’obbligo del servizio militare. I motivi di coscienza addotti debbono essere attinenti ad una concezione generale della vita basata su profondi convincimenti religiosi o filosofici o morali professati dal soggetto. (art. 1 della legge 15 dicembre 1972, n. 772, abrogata dall’art. 23, L. 8 luglio 1998, n. 230).

Solo dopo il ’68, dopo le manifestazioni contro la guerra in Viet Nam, dopo le numerose carcerazioni per renitenza alla leva il parlamento italiano approvava, nel dicembre del 1972, la legge che rendeva ammissibile l’obiezione di coscienza.

Quella parola coscienza suona un poco strana in un testo legislativo: salvo errori questa parola è stata usata per la prima volta nel trattato di commercio e di navigazione col Costa Rica del 9 settembre 1933: «Art. 7. I cittadini di ciascuna delle Alte Parti contraenti godranno nel territorio dell’Altra della più completa libertà di coscienza e culto. Potranno costruire e possedere chiese, fondare stabilimenti religiosi, istituzioni di beneficenza, e di educazione, osservando le modalità e condizioni stabilite dalle disposizioni in vigore nel Paese».

Tant’è che il testo della legge del 1972 si premura di specificare che i motivi dell’obiezione debbono richiamarsi a una «concezione generale della vita» ma ancora non basta: tale concezione generale della vita deve basarsi su «profondi convincimenti religiosi o filosofici o morali». Come a dire che i motivi personali non valgono nulla se non sono inquadrati entro una religione, una filosofia, una morale riconosciute e attendibili. Quanto poi all’aggettivo «profondi», vorrei trovare il sondino in grado di misurare questa profondità.

Un escursionista e la censura

Un escursionista e la censura

Libertà di coscienza

Come era inimmaginabile l’obiezione di coscienza al servizio militare prima del 1972, ma poi riconosciuta di diritto, altrettanto si potrebbe personalmente obiettare contro l’art. 726 del codice penale, non condividendo la posizione né la concezione del Legislatore in materia di nudità e cioè che rientri negli “atti contro la decenza”. Perché in fondo non altro che di opinioni si tratta. Obiettando innanzitutto contro la formulazione stessa dell’articolo che lascia intendere che chi ama starsene nudo stia deliberatamente agendo contro la decenza. Un conto sarebbe stato dire semplicemente atti indecenti, in modo neutro. Personalmente non ho nulla contro il comune senso della decenza & decoro, so cos’è e lo rispetto, rispetto le liturgie sociali in cui si manifesta ed è richiesto – ed anch’io mi adeguo per la maggior parte. Ma ne ho anche un altro, più personale. Un’opinione, diciamo. E altrettanto esigo che venga rispettato del pari. Non ho di mira di cambiare la mentalità degli altri, esattamente come non permetto che gli altri cambino la mia in modo violento o impositivo, ma solo ho di mira di avere la possibilità di stare ed agire come più mi piace senza che quel che faccio sia inteso come atteggiamento irrispettoso, un’azione contro la società, qualcosa di coercitivo nei confronti dell’altrui mentalità.

Non sono per le dimostrazioni eclatanti, semplicemente vorrei un po’ di reciprocità nel rispetto che ci è dovuto, esattamente come noi rispettiamo gli altri e le loro convinzioni. Solo così i rapporti sociali sono equilibrati, le differenze smussate e non intese sempre in modo polemico: non ce l’ho con nessuno, solo voglio esser rispettato nelle mie particolarità, originalità di individuo, anche se le azioni che compio possono esser giudicate “stranezze”. Chi tanto, chi poco, ognuno è poi strano a suo modo, mica per questo lo mandiamo a rieducarsi in un lager.

Se il nudo può esser scioccante (e usato strumentalmente per ottenere un effetto – vedi pubblicità, film, sfumature di grigio…), non dipende da me, non è una mia intenzione colpire con l’innovazione mentalità “arretrate”, giudicare la mentalità altrui: ciascuno ha diritto ad avere la propria… ma anch’io! Se voglio prendere il sole nel mio giardino, se esco con amici per un’escursione in montagna solo con zaino e scarponi, non per questo il mio atto deve significare necessariamente protesta, ostentazione di una mentalità squilibrata o millantata per superiore, e tanto meno esibizione di grazie per qualche fine recondito: sto semplicemente prendendo il sole; è solo un’escursione. Se poi qualcuno ci vede dell’altro è un costrutto mentale suo; se lo giudica immorale, non lo è per me. O esiste una morale – una coscienza – uguale per tutti?

Smentendo le presupposizioni, le assunzioni preconcette che l’articolo di legge insinua con la lettera del suo dettato, non trovando nulla di doloso, di irrispettoso, nulla che sia contro la pacifica convivenza civile e il rispetto reciproco, posso serenamente obiettare, ritenendo l’articolo del codice più che mai superato, esso sì irrispettoso delle mie personali convinzioni (avrebbe dovuto tener conto di chi non la pensa come la maggioranza, prima di ergere steccati). Anzi, di più: dopo aver adottato il punto di vista condiviso della maggioranza (di governo e dei votanti), forte di questo appoggio, lo estende impropriamente e prescrittivamente come modello alla totalità della popolazione, ingerendosi in un giudizio di decenza, che è quanto di più personale ci possa essere. Facendo ciò, è la legge che va contro le legittime e personali convinzioni dei cittadini, che va contro l’impegno assunto dalla Repubblica con l’art. 3 della Costituzione.

Escursionista censurato e anonimizzato

Escursionista censurato e anonimizzato

Il costumino

Lo slip è negazione di identità, come la striscia nera sugli occhi per rendere irriconoscibile qualcuno. È segno anche di sottomissione alla legge della decenza in vigore nella società. Anche noi abbiamo il nostro burka, anche da noi c’è una legge teocratica che ce lo impone. Preferisco essere imbarazzato dalla nudità, arrovellarmi a trovarmi un perché, trovare in me, rimescolando i miei schemi mentali, il modo per farla passare oltre confine, affinché affermi il suo pieno diritto di cittadinanza, perché diritto naturale, un diritto nativo, perché voglio che la società civile tolga l’ostracismo, l’esilio, perché la rispetti, la onori, così come si apprezza il nudo in un’opera d’arte o il corpo trionfante degli atleti: che senso diverso avrebbero le Olimpiadi con atleti nudi? Che senso ci farebbero? Esattamente come gustiamo le coreografie dell’opera di Rameau, Les Indes Galantes: con i ballerini nudi, l’armonia dei corpi e dei movimenti è esaltata; la nudità esprime a primo impatto la totalità dell’essere, la completezza e perfezione (così com’è) dell’essere umano. Anche nella sua specifica e integrale individualità, senza che dei pezzi siano sequestrati a scopo preventivo [di che?] dall’autorità (qualunque sia), siano ostentatamente portatori di un segno di una sottomissione, smart card di fidelizzazione a un sistema.

Agnellini marchiati

Agnellini marchiati

Il costumino è come il marchio a fuoco sui vitelli texani, il codice a barre rivettato all’orecchio. Al limite ci potremmo anche geneticamente modificare e rendere liscia quella parte così indecente e genere bambini con l’inseminazione artificiale. Allora sì saremmo decenti, asessuati come le bambole o i manichini, senza il punctum dolens di tante domande e complicazioni. Se permettiamo che altri siano fino a questo punto padroni del nostro corpo, potrebbe capitare.

“Il corpo è mio”, me lo riprendo, lo libero dalla gabbia di vergogna in cui è rinchiuso, non m’importa se è un atto di ribellione: se non ci tengo io, nessun salvatore verrà a liberarmelo. È osceno un cristo nudo al battesimo di Giovanni o sulla croce?

Marchio auricolare su animali da allevamento - variente per umani con nome e cognome

Marchio auricolare su animali da allevamento – variente per umani con nome e cognome

Il Battesimo di Gesù - mosaico del Battistero degli Ariani a Ravenna

Il Battesimo di Gesù – mosaico del Battistero degli Ariani a Ravenna

Ma questi son riti in cui la norma ritualmente viene sospesa, un carnevale, esattamente come non ci vergognavamo alle docce senza tenda in caserma, correre al mare per il bagno di mezzanotte.

Vorrei sparisse la differenza, che la parola nudo non facesse più colpo, che una persona nuda non attirasse più l’attenzione, la curiosità maliziosa (né gli strali della legge – o la biro calcata di un vigile), che perdesse il senso e le connotazioni che ha oggi, che non suscitasse pruriti indecenti… perché penso anche che il costumino quasi sia stato volentieri accettato per evitare l’imbarazzo di una reazione spontanea e sincera del cane a cuccia che rizza le orecchie.

Inconsciamente sentiamo che metterci nudi è una liberazione. Da tante cose, tutte insieme. Non m’importa nemmeno sapere di preciso da che cosa o da chi: non ho più padroni, non m’importa saper come sono diventati tali, con quale diritto (oh, sì, forse perché eran padroni anche del “diritto uguale per tutti”).

 

La percezione del corpo

Il nostro corpo è già martoriato abbastanza: dal lavoro, dalla fatica, dalla postura, dalla sedentarietà, dalle diete… Via via che lo liberiamo, liberiamo anche la mente. Via via che togliamo zavorra dal basto di questo nostro asinello, più ci alleggeriamo anche lo spirito e riusciamo a comprenderlo, a conoscerlo, a rispettarlo, a onorarlo, ad essergli riconoscenti. Ma non ne facciamo un culto di segno diverso, basta che lo liberiamo da cappe, divise, costumi, tatuaggi invisibili. In un corpo armonioso (o così com’è) ci ricordiamo meglio che lì c’è anche una persona, che quel corpo è una persona e non è solo un involucro, una macchina da lavoro; e non carne per qualche macello, per qualche cannone, su qualche canotto alla deriva dall’Africa. È un atto di restituzione di dignità, di completezza, di integrità. E mi pare che per questo fine, val bene che mi rieduchi anche un po’, che lasci da parte impostazioni di pensiero, quei convincimenti “filosofici, religiosi o morali” di cui parla la legge sull’obiezione di coscienza. Voglio che la mia coscienza possa valere di fronte agli altri, esattamente (o anche di più) come sono stato contento di vedere finalmente riconosciute le mie personali convinzioni di fronte agli obblighi di leva.

Ma non ho bisogno di una filosofia, di una religione, di una morale: sono intellettualizzazioni che il corpo non comprende. Emancipiamolo anche da questi avallanti: non ha bisogno di tutori, è maggiorenne, è un frutto perfetto della natura e di nessun altro. Abituato ad esser bistrattato, sfruttato, addestrato, “addomesticato”, costretto a subire, a piegarsi, a inghiottire, a sopportare, sottomesso da minacce e paure, si ribella con la malattia, con l’autodistruzione (alla maniera di “muoia Sansone…”. Manda messaggi di rivolta solo in casi estremi, quando è in pericolo la vita stessa. La sua voce solitamente è sommessa, ma sa quel che vuole, qual è il suo bene, il suo benessere e lo irradia con forza fin oltre i cancelli attoniti e increduli della razionalità. Basta provare una volta a mollarci di dosso le vesti, a scioglier dai fianchi il cilicio degli elastici che ci stringono in vita, che ci sentiamo baciati dal sole, belli e perfetti così come mamma natura ci ha fatti. Se le vesti sono il segno dell’antico peccato, se ancor ce le spacciano per argine all’umana dismisura e malizia, proviamo a sentirci per un attimo casti, così come Dio all’inizio ci ha fatti; saltiamo a piè pari secoli di sensi di colpa, facciamoci convinti – noi per primi – che possiamo essere nudi e puri, sine labe originali, se proprio è il peccato indecente a farci paura. Ascoltiamo la voce del nostro corpo, i fremiti lievi, vivi, il tono compatto dei muscoli, il calore che penetra sotto la pelle, la brezza che ci avvolge e che tempra gli ardori.

 

Michelangelo - Il cristo della Minerva, prima versione

Michelangelo – Il cristo della Minerva, prima versione

Michelangelo - Il Cristo della Minerva - con cencio

Michelangelo – Il Cristo della Minerva – con cencio

Negli occhi di chi guarda

Un corpo senza cenci cardinalizi, un corpo eroico rinascimentale. La nostra coscienza si arricchirà delle ragioni del corpo, naturali, ovvie, inscritte ben prima che se ne abbia nozione e per questo legittime più di quanto ne detti la legge. Per questo ha diritto ad obiettare a ragion veduta, reclamare il dissequestro della propria dignità, integrità e castità.

Il corpo, irreprensibile nella sua integrità; la coscienza, insindacabile, tanto è personale; la percezione di sé che si completa perfetta con la manifestazione della propria indifferente nudità, insieme ci liberano dalle catene concettuali, religiose e morali che vediamo vigili e vigenti nella società.

Bene o male, castimonia o malizia non sono nella nudità in sé, ma negli occhi di chi guarda.

8 punti per l’8 marzo: Non un’ora meno di sciopero!


Molti dei passaggi che portano a questo sciopero, rieditati in formulazione generica (ad esempio violenza in genere, diritti in genere, rispetto per tutti) coinvolgono necessariamente tutte le persone, qualsiasi sia la loro identità sessuale. Alcuni ci vedono inevitabilmente attori in prima linea.

8 punti per l’8 marzo. È questa la piattaforma politica formulata dalle 2000 persone riunite in assemblea nazionale a Bologna il 4 e 5 febbraio, che hanno proseguito il lavoro sul piano femmi…

Sorgente: 8 punti per l’8 marzo: Non un’ora meno di sciopero!

Tutorial verso l’8 Marzo di M^C^O


Mondo Nudo è sempre presente ogni qualvolta ci sia da educare al rispetto e all’uguaglianza sociale. Anche in questo caso scendiamo in prima linea.

Una società civile deve rigettare ogni tentativo di imporre limiti d’azione sulla base di un presunto impedimento di pensiero. L’autodeterminazione, l’eutanasia, l’orientamento sessuale, la condanna del violento, il nudo, l’equità sociale, le famiglie omosessuali e via dicendo mai potranno limitare o negare l’altrui libertà, sia essa di pensiero che d’azione, mentre la loro negazione sempre impedisce la libertà d’azione di qualcuno, talvolta anche quella di pensiero.

L’uso imprevisto del corpo collettivo nello spazio pubblico è sovversivo. Cerchiamo un gesto che racconti l’alleanza radicale tra corpi che eccedono i confini angusti dell’immaginario dominante: vogliamo alzarci le gonne, vogliamo farlo insieme e, insieme, vogliamo ridere con tutta la forza della nostra rabbia.
Scioperiamo il lavoro, la precarietà, il genere, i confini spaziali tracciati da governi che non riconosciamo; ci ribelliamo alla violenza economica, a quella discorsiva, a quella domestica e di strada; ci opponiamo alla sessualità eteronormata e al controllo medico sui nostri corpi; ci alziamo le gonne, infine, per scioperare il ruolo di vittima, così funzionale all’esproprio del nostro piacere.

Ana suromai è il gesto di alzarsi le gonne e mostrare la vulva. Questo gesto ha origine nei culti arcaici della Dea e ricorre come elemento di conflitto in un numero significativo di lotte contro il potere patriarcale e sessuofobico in ogni parte del mondo.
Oggi vogliamo riproporre questo gesto insieme a tutti i corpi favolosi con cui lottiamo ogni giorno. ()

Sorgente: M^C^O

 

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