Il nudo come rinvio a…


I “tempi biblici” in cui si colloca il mito del Paradiso Terrestre risalgono a un periodo un cui non esistevano vacanze, escursioni, campeggi, club, in cui esisteva solo il tempo quotidiano, scandito dal ritorno ciclico delle feste. Allora non esisteva il nudismo e il nudo era manifestazione eccezionale, involontaria ed estrema (profetismo 1Samuele 19, 24, Isaia 20, 2-3; prigionieri 2 Cronache 28, 15; Isaia 20, 4; l’episodio di Malco nell’Orto degli Ulivi, Marco 14, 52). Nel lungo elenco in Levitico 19, 6-19; 20, 11-21 viene usata la parola nudità  per indicare i casi in cui congiungersi sessualmente con una persona sarebbe stato atto incestuoso; in altri luoghi l’espressione scoprire la nudità significava “stuprare”.

La diffusione di cartelli che vietano il nudismo dimostrano l’aumento costante della sua diffusione. A mano è stato aggiunto un “francesismo”.

La norma attuale che vieta la vista del nudo in pubblico e la sua giustificazione (gli “atti indecenti”) al confronto, è recentissima: se si è arrivati ad inserire una norma, vuol dire che esisteva l’esigenza di arginare un comportamento non più eccezionale! La norma deriva probabilmente da due tendenze opposte: da una parte il puritanesimo, la mentalità vittoriana e dall’altra, in tempi più recenti, dall’ipersessualizzazione della vita quotidiana, spacciata per “liberazione” alla Marcuse, Reich, Figli dei fiori. Da una parte i “buoni princìpi”, a buon diritto estensibili a tutta la popolazione (ma buoni per autodefinizione di parte); dall’altra la deriva massmediatica, caotica, arrogante, fracassona e irrispettosa, che sfrutta l’appeal come strumento per attirare l’attenzione e accoppiare desiderio, emozioni, ricordi, comportamenti esemplari, a qualcosa da comperare, o come elemento imprescindibile per il successo di un film, di un libro, di una manifestazione (majorettes). Desideri, emozioni, ricordi, comportamenti sono dunque spiazzati e indirizzati artificiosamente verso qualcosa di innaturale o non scelto da noi. La cosa acquistata diventa il surrogato e forse anche il sostituto (non tanto fantasmatico) dei nostri desideri, emozioni, ricordi, comportamenti autentici e personali.  Se si usa il richiamo al sesso per propagandare un prodotto, qualcosa di sesso vi rimane attaccato e l’oggetto viene usato per giungere al sesso (o nell’illusione di).

In questa deriva, anche la parola nudità perde il su significato autentico di stato naturale. Stavo per dire espressione naturale, ma sarebbe stato appiccicare alla nudità qualcosa che è solo una finalità nostra, un contenuto, un messaggio da far arrivare; mentre si tratta semplicemente di uno stato, il più possibile neutro, senza giudizi, ragioni, incrostazioni, parassitismi, finalità. Nell’usare la nudità per uno scopo, la si sfrutta per quella serie di risposte, consapevoli  o meno, istintuali ed arcane, che proprio l’introduzione del pudore ha cercato di moderare… Ops!… ha cercato di stimolare. Qui sta il busillis e in fin dei conti l’ambiguo stratagemma di vietare la mela per renderla maggiormente desiderabile (è una legge di mercato). Se la nudità diventa un mezzo si snatura, si imbastardisce dell’intenzione cui serve da veicolo.

Il nudo come segno rimanda necessariamente a qualcosa d’altro: probabilmente a quegli atti indecenti che la legge vorrebbe vietare. È appunto questo rimando che mi pare illegittimo, una forzatura, un abuso della nudità, perché viene associata a comportamenti che nulla hanno a che fare con la nudità in sé, e proprio il divieto ha indicato la via per un suo “uso”. Sfruttare la nudità vuol dire far leva sullo stereotipo comune dell’associazione nudità = “buono da mangiare” (la “mela”). In questo contesto culturale la nudità è funzionale agli scopi specifici per cui è stata sacralizzata e l’accesso pubblico ad essa una specie di culto condiviso ma con rigide norme (proprio per evitare l’indecenza, la volgarità, non scendere al di sotto di quel “gusto” propre, di quella pulizia di modi richiesti in società, che a loro volta rimandano a un ordine morale, a un comportamento come-si-deve, predicato in mille modi). La “decenza” ha tracciato un confine fra i comportamenti: da una parte quelli accettabili dall’altra quelli “indecenti”, non ammissibili in società; li ha caricati di moralismo, li ha ufficializzati con leggi e sentenze, assicurandone la durata, usando la legge per rafforzarne l’efficacia, confermandone la conformità con quadro ideale con cui la società vuole presentarsi a se stessa, con l’autoritratto con cui vuole che ogni componente si riconosca. L’autoreferenzialità è un circolo vizioso che impedisce lo sguardo critico, la visione dall’esterno.

Il nudo perde perciò le proprie caratteristiche naturali per assumere le vesti di cui lo si è caricato concettualmente. Per questo recuperare la nudità, nuda di tutti gli orpelli aggiuntivi, equivale liberare la parola e noi stessi di un peso: quelle vesti non sono state scelte da noi, e sono la camicia di forza in cui viene costretto il nostro comportamento e il nostro pensiero, l’ideazione di comportamenti per il nostro benessere (prendere il sole, escursioni, lettura…), ma anche  di lavori casalinghi o in campagna, giardinaggio, hobby, che ben sappiamo riescono meglio se fatti da nudi. Equivale a un atto di giustizia verso la natura: con la nostra pretesa di saperne di più, stiamo costringendo il corpo all’innaturalità, con tutti i pericoli che insorgono quando si superano i segni di confine posti dalla natura. E questo, appunto perché l’innaturalità è generalizzata, non può non avere ripercussioni sull’intera società.

Abituati come siamo, le prime volte potrebbe stupire vedere nell’auto accanto uno che guida nudo, in un giardino una signora che cura le rose, la squadretta di calcio che si allena nell’antistadio, bambini al parco giochi, un vignaiolo che pota le viti, una famigliola che pranza nel patio di casa, podisti, ciclisti, un pittore davanti al suo cavalletto, un pescatore sul lungolago… eppure è solo questione di abitudine. E lo abbiamo imparato nelle nostre escursioni: proprio perché il nudo è facoltativo non v’è differenza, non è la prova di niente, nemmeno deve dimostrare la coerenza con una definizione («sono nudista, perciò…»), né la fedeltà ad un’associazione. Non essendo segno di nulla, non rimandando più a quelle “cosacce indecenti”, perde tutto il suo significato, il suo “effetto”, e la legge non saprà più a che cosa appigliarsi: nudi o vestiti è proprio la stessa cosa, non è il vestito che fa la differenza.

Nel giardino di casa – A

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri. La foto del mio profilo mi ritrae a colloquio con un altro escursionista sulle creste attorno a Crocedomini: "zona di contatto"

Pubblicato il 15 marzo 2017, in Atteggiamenti sociali con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 6 commenti.

  1. 1) Lettura del pensiero e presunzione di colpa sono due atteggiamenti che la giurisprudenza indica come inammissibili (“non si possono giudicare le intenzioni ma solo le azioni, i fatti reali”) e in effetti nei processi ci si guarda bene dal metterle in campo. Non sempre però, specie quando il verbo del contendere è il nudo (“se eri nudo è perché volevi offendere” e altre simili affermazioni): grave inadempienza ai precetti della giurisprudenza e intollerabile discriminazione!

    2) Entrando su Twitter ho scoperto che oggi sarebbe la giornata mondiale del sesso orale, il relativo hashtag era elencato nel riquadro “Tendenze in Italia”: come mai un tag si tanto banale trova spazio ufficiale mentre un tag ben più socialmente utile e importante quale #nudièmeglio ne rimanga escluso pur portando a contenuti ben più ampi?

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  2. Come al solito complimenti per l’articolo e a tal proposito volevo porre l’attenzione sull’articolo di legge in questione, composto da poche righe, chiare, ma che ognuno interpreta a modo proprio.

    “Art.726 Chiunque, in un luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti contrari alla pubblica decenza è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 10.000”

    Analizzando si notano alcune cose:

    … Compie Atti Contrari … : compiere atti, azioni, che sono contrari alla pubblica decenza. La legge pone l’attenzione sull’azione, non sul modo in cui viene eseguita. Se dormo in costume in spiaggia, l’azione che sto compiendo è DORMIRE, se dormo nudo in spiaggia, l’azione che sto compiendo è DORMIRE. Alla fine sto compiendo la stessa azione.

    Ultima nota, i dizionari di lingua italiana dicono che nudo è colui che non indossa alcun indumento, quindi se sto in spiaggia senza costume con indosso solo un paio di calze non posso essere considerato nudo?

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    • Vittorio Volpi

      Grazie per il commento e per le parole «come al solito», il che vuol dire che ci segui con attenzione. Io stesso mi meraviglio di trovare sempre nuovi argomenti da proporre alla riflessione, alla discussione. Gli spunti vengono sempre dalla pratica, da quel che faccio/facciamo e immancabilmente questi punti vanno a cozzare contro un muro talmente irrazionale e pieno di contraddizioni, di inconsistenze che mi stupisco come possa continuare a essere in vigore. Lasciando libero il pensiero di spaziare, confrontare, arrivo a constatazioni talmente semplici e ovvie che mi paiono testate di ariete. Ma il muro di gomma resiste… ma un giorno si sgretolerà da sé, come si disfa una bolla di sapone. La gente non è stupida, capisce immediatamente quali sono le cose che fanno bene. L’alternativa sarebbe che *IO* sono stupido a pensarlo, stupido a inseguire un’illusione, ma presumo di non essere tanto stupido da ammettere di essere stupido. E così rimango della mia opinione, e vedo il mondo da quest’ottica.

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    • Vittorio Volpi

      Grazie anche per aver richiamato l’attenzione su «compie atti». Di per sé dunque sarebbe punibile uno che si spoglia (che compe quell’atto indecente) e non uno che è già nudo (si trova in uno stato, non compie nulla). Mi piacerebbe discutere con un vigile sull’argomento: io che parto dal presupposto che la gente non è stupida.

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      • Noi facciamo informazione e dobbiamo essere precisi, dobbiamo evitare di cadere nell’errore che viene spesso commesso da molti, purtroppo talvolta anche dalle forze dell’ordine: ritenere il nudo atto contrario alla pubblica decenza o, peggio, atto osceno in luogo pubblico. Non esiste articolo legislativo che lo affermi, c’è anzi c’era solo una convenzione giuridica che però è ormai da ritenersi cambiata visto che varie sentenze di ogni ordine e grado hanno definito con chiarezza che il nudo è da considerarsi lecito quando praticato in luoghi ad esso deputati (è qui, in stato di democrazia e in Italia, mi sembra che non servissero sentenze per definirlo) ma anche dove da anni è norma stare nudi (peccato non venga dato peso numerico a quegli “anni”, cosa che ha permesso ad alcuni Sindaci di emanare ordinanze di divieto, esempio la Rocca di Manerba del Garda dopo ben trent’anni di pacifica frequentazione nuda) o in luoghi di limitata frequentazione (affermazione importantissima purtroppo non adottata da tutte le sentenze e troppo vaga). Noi dobbiamo ribadire il più possibile questo concetto (azione di attivazione) evitando di parlare sempre e solo degli oppositori (dando così loro forza e peso facendoli sembrare più numerosi e potenti di quello che sono) e di offrire spunti a chi vorrebbe eliminare ogni forma di nudo pubblico (dandoci la zappa sui piedi), abbandonando il vittimismo (che ci rende antipatici) e la negatività (che ha l’unico effetto di deprimere chi la manifesta). Dobbiamo al contrario evidenziare la parte piena del bicchiere (azione di stimolo), lavorare sulla positività (azione di simpatia), dare considerazione ai tanti che apprezzano o quantomeno accettano il nudo sociale (azione di coinvolgimento). Invece di inseguire i nostri “nemici” (che poi sono i nemici della società liberale, democratica, sana) dobbiamo metterci avanti a loro, costringere loro a inseguire noi.

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      • Per non essere volgare… e’ sicuramente un atto contrario alla pubblica decenza, infilare una mano sotto le gonne di una donna completamente vestita o … sempre vestiti. E’ l’azione che dovrebbe determinare l’atto contrario alla decenza, non il tipo di indumento (incluso il nessun indumento) In fin dei conti 1, 2, 3 sono numeri ma anche zero/nulla fa parte dei numeri ! Una persona vestita porta un INSIEME di indumenti, ma anche un INSIEME vuoto, e’ un insieme…

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