La Natura mi svela


Il guard-rail

Nudo non mi so difendere, sono da solo, ho bisogno della società. Della società con le sue leggi. Devo proteggermi innanzitutto da me, dagli eccessi che posson scoppiare all’improvviso, fuori controllo. La società con le sue indicazioni (il portare vestiti, ad esempio) mi aiuta a temprare gli istinti. Fa leva sui sensi di colpa preventivi, sul pudore, sulla vergogna, sulla “responsabilità” (il redde rationem, il registro dei conti, da consegnare alla fin della fiera a san Pietro). La legge mi aiuta a dominarmi, ad avere una misura. Mi impone un suo rito, m’incanala in un flusso, nella massa, nel suo alveo dove tutti più o meno scorriamo, più o meno d’accordo. Lo fa per il mio bene, per evitare che càpiti il peggio: per me e per gli altri. Teme le tentazioni che sono ognidove, spifferi di un’altra realtà, di un anti-mondo che serpeggia, pronto sempre a insinuarsi e colpire appena scopre una falla; a tentare, appena scopre un uzzolo anche solo incipiente; teme per noi gli istinti che ciascuno abbiamo inscritti nella nostra “natura”, in quel “sesso” mai bastantemente addomesticato, ancora troppo naturale e selvaggio – eròta svolazzante, impudico, “maleducato”; non ha mai imparato a parlare, come il bambino-lupo dell’Aveyron -, che ci comanda come tremendo tiranno; al di fuori di ogni regime, di ogni regola, al di fuori di ogni progetto razionale per il nostro futuro.

È compito della legge: lo fa per me e per il bene della società, per l’ordine generale: ogni cosa ordinata è migliore.

La recinzione e il guard-rail
Da: Pinterest
Non sopporto di essere confinato entro questa recinzione [i comandamenti di Dio], io la salto.
Aspetta. Non è una recinzione, è un guard rail.
La citazione dai Proverbi viene così tradotta: «Chi custodisce il precetto custodisce se stesso, chi trascura la propria condotta morirà

La pratica nostra e l’etnologia ci prova l’esatto contrario, che in natura ogni cosa è a misura. Non è la vista del nudo ad esser releaser (“attivatore, scatenatore”) di istinti scomposti, ma è quell’insana aspirazione di un ego arrivista e furbino che per ogni cosa che fa vuole aver la medaglia, un riconoscimento sociale, come avesse superato un ostacolo a vantaggio di tutti, raggiunto una vetta finora inviolata, spostato più in alto l’asticella del salto, portato a termine un’impresa esemplare. Un atleta olimpionico: a lui il merito, la vittoria è di tutti, in eurovisione.

Sull’altro lato

Dichiaro: sono indifeso, è vero, ma non devo difendermi proprio da nulla, nemmeno da me stesso. Pagherò, ma rimarrò quel che sono, fin che posso resistere. Orgogliosamente dico che son grande abbastanza, che so “dominarmi”. Fino a un certo punto, ché oltre sarebbe un tradire me stesso. E allora, la semplice, innocente, casta mia nudità che c’entra con tutti quei paraventi, quei paventati e mai detti pericoli? che c’entra col preconcetto giudizio, con sacrosanto precetto, col bennato consiglio di riconoscere che ho bisogno d’aiuto e difesa, e la legge lì pronta ad aiutare e difendere? E la disobbedienza, se generalizzata sarebbe un disastro sociale, un disordine colossale… Da ogni disordine, si dice però, nasce un nuovo ordine.

Intanto constato: le strettoie delle prescrizioni han fatto nascere una gramigna innaturale, infestante. Mi fido più di Madre Natura che di Padre Diritto. Credo (!) che per natura siam buoni, siamo affettuosi e gentili, ad essa affidati viviamo arrischiati e persino un tantin scapestrati, proprio perché non manchiamo di nulla, perché non temiamo di nulla. Perché siam fatti così, a posto nel mondo, come ogni altro animale. La “civiltà” ci ha imbastardito con la pretesa razionale, positiva e scientifica di saperne di più, di volere di più, di valere di più, di meritare di più. Ci ha sommerso di slogan magniloquenti e imperativi diktàt: fai così – fai cosà! E abbiamo disimparato ad ascoltare la natura dalla quale siamo nati, della quale siam fatti; quella stessa natura che sentiam dentro di noi e ci fa funzionare: respiriamo, cresciamo, proviamo emozioni… viviamo. Ed è la stessa natura che continua anche fuori di me, che vedo viva nel mondo. La natura mi attraversa come un raggio di sole che mi scalda sotto la pelle, come sguardo d’un occhio sollecito che mi scandaglia a veder come sto, come luce che mi contorna le forme di bianco e di ombra; come contrappeso ancorato che mi rende sgravato e leggero; come benessere che mi sprizza dai pori; come freddo che mi entra nelle ossa; come fatica che mi chiede una sosta; in forma d’un’emozione che mi prende, mi scuote, mi spreme, mi sprona… E so che son io, che son filo d’erba, che sono castagno dalla scorza rugosa e son pure lo spazio di luce, smagliante e splendente, che si stende fra me e le nitide cose che mi stanno dintorno. Sono anche pensiero di queste stesse cose che vedo, e penso che anche loro vedono me: videor, ergo sum, “sono presenza, essenza, esistenza, apparenza… dunque sono”. Sospeso, la spina staccata, sconnesso, fuor d’asse, la ragione svapora, perdo equilibrio, lievito per forza maggiore, indulgo nella percezione al presente, smemorato di tutto, ma sveglio, attivo ed attento, galvanizzato d’un’interna buona energia… vivo.

I castagni del Dosso dei Camosci (Monte Magnoli, Villa Carcina), 12 marzo 2017.

«L’immagine non è la cosa, ma la sua conoscibilità (la sua nudità), essa non esprime, né significa la cosa; e, tuttavia, in quanto non è che il donarsi della cosa alla conoscenza, il suo spogliarsi dalle vesti che la ricoprono, la nudità non è altro dalla cosa, è la cosa stessa» [Agamben, Nudità, p. 119]

Nudità e conoscenza

La nudità è totale visibilità, totale presenza, totale persona, perfetta, genuina, integrale; non segno, non rinvio a un diverso significato; prova di nulla, oggetto banale, normale, di nessun senso e valore, non-classificato, nulla top-secret. E vedere il corpo nudo significa percepirne la pura conoscibilità al di là di ogni segreto, prima di ogni ipotesi o idea, prima di ogni verifica di laboratorio: lasciarsi vedere e lasciarsi conoscere dal vero chiude il cerchio della conoscenza fra me e il mondo reale, equivale a conoscere davvero, nella reciprocità dell’andata e ritorno. Proietta all’esterno la consapevolezza di me, mi cala nel reale come grumo di lievito che attende un po’ d’acqua e un raggio di sole per farmi sentire che son buon pane dorato, fragrante, da sciogliersi in bocca, per dar gusto e sostanza a quel che poi vedo, a quel che mi assimilo, a quel che vedo divento, a quel che mi scelgo come cibo per me.

La nudità come percezione, intuizione, acquisizione di conoscenza della Natura operante nel mondo e in noi: il corpo-che-conosce si forma, si modella, parallelamente come corpo-conosciuto. Se poi questa conoscenza (attiva e passiva) corrisponde a bellezza e verità (entrambe come atto di scoprimento, di svelamento: alètheia in greco significa “non-nascosto, verità”) dipende da personale predisposizione, apertura, dialogo attesa, attenzione, incantamento, tentazione. E mi piace anche dire che è una verità nuda, una verità muta, che non ha bisogno di parole per essere espressa, di mente per essere appresa, di megafoni per esser comunicata, di interpretazioni per esser compresa, di riflettori per richiamar l’attenzione, di coturni per mettersi in mostra.  Qualcuno pensa che la nudità sia una verità eccessiva e non necessaria, anzi pericolosa. Può darsi che sia diventata tale proprio a motivo della misura imposta, a motivo del pudore, a misura della perdita dell’onore (= vergogna) e alla quale il costume nei secoli ci ha abituato.

 

Il velo

Per la mia esperienza e percezione non darei ragione a Walter Benjamin, quando dice che «il bello non è né il velo, né ciò che è velato, ma invece l’oggetto nel suo velo». Darei troppa ragione al velo, lo legittimerei, lo sparerei in iperbole come più vero del vero, lo renderei necessario da un punto di vista estetico – per cominciare – e poi è un attimo giungere all’uso del velo per attingere anche all’etico, alla bellezza morale: velo veicolo di un simbolo, come fa il novello marito quando alza il velo e bacia la sposa.

Un velo… ed è subito sposa!

È vero che le cose funzionano anche così, che c’è più peperoncino e attrattiva nel disvelare, che nel vedere apertamente (il vedo-non-vedo). Ma si tratta di un artificio fin troppo umano, vergognosamente umano: erigere una recinzione per poter guardare dal buco: da una parte stuzzica gli appetiti, la passione, dall’altra lo strappare quei veli è smaccata (a volte violenta) dimostrazione di arrogante, prepotente potere.

Lo scopo delle recinzioni: il solito velo, il ritardo, l’attesa per aumentar l’appetito

Dal punto di vista estetico ritengo che sia una bellezza artefatta, un’arte troppo concettuale: l’ostacolo mette in azione l’immaginazione che restaura l’integrità originaria; che stimola il desiderio di superarlo. C’è chi apprezza l’intervento ideativo dell’uomo, il rispecchiarsi narcisistico dell’ego collettivo di una società e di una cultura nei confronti della natura. Ma che cosa manca all’uva di Zeusi se persino i passeri la volevan beccare? (Plinio, Storia naturale XXXV 61-66)

«Si racconta che Parrasio venne a gara con Zeusi; mentre questi presentò dell’uva dipinta così bene che gli uccelli si misero a svolazzare sul quadro, quello espose una tenda dipinta con tanto verismo che Zeusi, pieno d’orgoglio per il giudizio degli uccelli, chiese che, tolta la tenda, finalmente fosse mostrato il quadro; dopo essersi accorto dell’errore, gli concesse la vittoria con nobile modestia: se egli aveva ingannato gli uccelli, Parrasio aveva ingannato lui stesso, un pittore.»

La bellezza naturale è bella e buona, non ha bisogno di velare la propria virtù perché venga meglio apprezzata, scoperta come meraviglia inattesa, ritrovata come fosse perduta da tempo. Non ha bisogno di celarsi, di farsi meno appariscente per un gioco di falsa modestia. O per renderla sacra, accessibile solo coi riti.

La misura della natura

Nudi nella nuda natura, spogliati del segno e del sogno che ci vorrebbe caporali, si riscopre la nostra primigenia natura, in quella definizione di “uomo” che non ha bisogno di parole per essere immediatamente compresa, in quella visione diretta e olografica di sé che si fonde in tutt’uno con l’ambiente naturale; un sé non distinto, non separato, non diverso dal mondo in cui vive; senza bisogno di verbalizzazioni, di rapporti scritti, di indagini, di teorie unificanti, di letteratura, ma piuttosto di un sé vivace di sentimenti, vibrante di emozioni corpose e spontanee che ci fanno sazi e appagati.

Dalla natura temiamo ci vengano solo mali da cui difenderci: il freddo, il vento, il troppo sole, la perdita delle comodità civili e sacrosante. Abbiam perso il senso stesso della nostra natura e della “natura”. Troppo semplici, troppo banali per gente che sa, che conosce le Treccani del mondo. Ci vogliono i riti, le solennità; ci vogliono i significati, gli obiettivi, i metodi, gli strumenti, la coerenza, la formula matematica, la teoria del tutto… Dimenticando che Madre Natura saprebbe fare tutto da sola, altrettanto bene e forse anche meglio.

Inneggio al corpo esposto al sole, esposto al freddo, al vento, alla pioggia, alla fatica, al sudore, a una gioia composta, intima e muta, all’auto-percezione spogliata di veli, turbamenti e timori. È vivo. Senza ripari, senza pretoriani, senza comodità. Perché così è la vita: non si fa servire. Questo il senso, l’anima, la scossa, la scintilla interna che sentiamo viva in noi e che ci fa sentire vivi altrettanto, integri, perfetti, fatti di carne e di sangue…  incantati di quel che vediamo e che siamo.

Informazioni su Vittorio Volpi

Mi interesso di lingue e di libri. Mi piace scoprire le potenzialità espressive della voce nella lettura ad alta voce. Devo aver avuto un qualche antenato nelle Isole Ionie della Grecia, in Dordogna o in Mongolia, sicuramente anche in Germania. Autori preferiti: Omero, Nikos Kazantzakis, Erwin Strittmatter e “pochi” altri.

Pubblicato il 22 marzo 2017, in Atteggiamenti sociali con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

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